Cronache nemediane – Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia — — l’eta’ della innocenza

Articolo di Daniele Dal Bosco Tratto dalla rivista Centro Studi La Runa Nel linguaggio comune odierno si usa sovente l’espressione Madre Russia, preceduta ed incoronata, talvolta, dagli aggettivi Grande o Santa. 1.589 altre parole via Cronache nemediane – Cenni storici sull’archetipo femminile nella Madre Russia —

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Febbraio 😷

“Anno bisesto, anno funesto!” direbbe mia nonna, se fosse qui ad assistere a tanta catastrofe. Che il  2020 ha solo due mesi, ma tra uragani, allagamenti e Coronavirus (etc, etc etc) questi due mesi sembrano ormai quasi due anni….

Turist taking a selfie in Milan
Tourist taking a selfie in Milan
More rain and windy weather is due to arrive in London again (Image: MEN)
More rain and windy weather is due to arrive in London again (Image: MEN)

E mentre Bernie Sanders ha il suo da fare a convincere i Democratici che lui e’ il candidato giusto per portare avanti la lotta per portare via la Casa Bianca a trump e al suo stuolo di repubblicani naftalinici,

almeno una buona notizia, quella che Harvey Weinstein è stato giudicato colpevole di violenza sessuale e stupro.

 

What’s in a Coffee? — Front of House Museums

This sector is rife with under pay, paying a head of coffee £40,000 is not the problem. The sector is the problem.

via What’s in a Coffee? — Front of House Museums

And So To Bed

Il CODV 19 secondo Samuel Pepys (e secondo Claudia di London SE4 🙂 )

London SE4

Samuel Pepys CoronavirusNon so bene cosa dire di questo 2020.

Il tempo atmosferico è alquanto anomalo, con primavera nettamente anticipata (il viali di SE4 sono tutti in fiore). Al tempo stesso, ho perso il conto di quante tempeste con nomi astrusi ho avuto a che fare nelle ultime settimane. Pioggia, vento e ombrelli rotti.

E poi c’è un virus nuovo, CODV 19, che viene dalla Cina e terrorizza l’Europa. 

Abbiamo avuto il primo caso ufficiale londinese proprio qui vicino. La paziente non è rimasta a casa, non ha telefonato al numero 111, ma ha chiamato un Uber e si è fatta portare al pronto soccorso! 

C’è stato anche un “super-untore” (o super-diffusore, come lo etichettano gli italiani), sopravvissuto al virus, che lo ha sparpagliato, ignaro, qua e là, anche nelle alpi francesi, fino a Maiorca. La sua faccia è finita in prima pagina: unica colpa, quella di essere andato ad…

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Shadows on the Tundra (I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti) di Dalia Grinkevičiūtė.

C’è solo una parola per descrivere questo libro: straordinario. Parlo di Shadows on the Tundra, tradotto in italiano come I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti (editore Pagine, 2009) della lituana Dalia Grinkevičiūtė. Mi ha lasciato davvero senza fiato.

Fatta eccezione per Primo Levi e Aleksandr Solženicyn, le testimonianze dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici sono praticamente inesistenti. Nel caso dell’URSS, la censura non cessò con la morte di Stalin e neppure con la fine dell’Unione Sovietica, ma continuò per molti anni a cercare di cancellare le testimonianze dei sopravvissuti. Non che molti di loro volessero parlare, sia chiaro. Per questo la testimonianza di Dalia è così preziosa.

Nel 1941, in seguito all’occupazione sovietica della Lituania, la quattordicenne Dalia Grinkevičiūtė (1927–1987) e la sua famiglia vengono deportati dalla loro nativa Lituania in un campo di lavoro in Siberia, a Trofimovsk (Трофимовский пгт) isola carceraria nel delta del fiume Lena posta oltre il circolo polare artico dove molti dei deportati morirono di freddo e fame. Separata dal padre (morto negli Urali) Dalia, si assume il compito di prendersi cura del resto della famiglia, la madre e il fratello, sottoponendosi a dodici ore al giorno di lavoro manuale. Sin dall’inizio, Dalia capisce che cedere alla debolezza del corpo è il primo stadio che porta alla morte, ed è pertanto determinata a rimanere in piedi e continuare a lavorare, anche quando la malattia, la denutrizione, il congelamento e la diarrea frequente sembrano una sfidare ogni umana possibilità. In un luogo come il gulag dove tutto è disegnato per spogliare i prigionieri della loro umanità, Dalia lotta per mantanere la sua dignità di essere umano. Una natura leopardiana, imponente e terribile allo stesso tempo – l’immensità risplendente della tundra con i suoi ghiacci, lo spettacolo dell’aurora boreale – non fa altro che esaltare con la sua terrificante bellezza, la nullità dell’esistenza umana. Ma come Francesca nel Canto V dell’Inferno dantesco che dice “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, anche Dalia non può pensare alle prime note de La Traviata o ascoltare Il Lago dei Cigni senza mettersi a piangere, senza che la consapevolezza della sua adolescenza perduta per sempre la colpisse come un pugno in faccia.

Dalia Grinkevičiūtė
Dalia Grinkevičiūtė

Nel 1949, all’età di 21 anni, Dalia riuscì a fuggire dal gulag insieme alla madre e a fare ritorno in Lituania; qui, nascondendosi nelle case di amici e parenti a Kaunas per un anno, inizia a scrivere i suoi ricordi su pezzi di carta che trova qua e là. Quando la madre muore nel 1950, Dalia la seppellisce di nascosto nella cantina della loro casa di Kaunas e temendo di essere arrestata, nasconde le pagine del suo diario in un barattolo che seppellisce nel giardino di casa, per metterle al sicuro dal KGB. E aveva ragione ad essere preoccupata, che infatti poche settimane dopo, fu nuovamente arrestata ed rimandata in Siberia. Fu solo nel 1956 che poté tornare in Lituania, ma una volta tornata cercò invano il barattolo con le pagine delle sue memorie, senza riuscire a trovarlo. Avendo studiato medicina, Dalia lavora come medico nella Lituania Sovietica fino al 1974, quando fu dismessa dalle autorità sovietiche. È in questo periodo che la donna decide di riscrivere le sue memorie – memorie che questa volta furono prontamente pubblicate nelle edizioni dissidenti russe samizdat (Память) nel 1979. Eventualmente il diario originale fu riscoperto 1991, quattro anni dopo la sua morte e dopo che la Lituania aveva riguadagnato l’indipendenza. Questo libro è la traduzione di quelle stesse pagine, la storia sepolta da Dalia. L’immediatezza della sua scrittura testimonia non solo della sofferenza che ha subito, ma anche della speranza che l’ha sostenuta. È una storia di sofferenza e di coraggio e di indomita volontà di sopravvivere.

2020 ©Paola Cacciari

http://www.lithuanianstories.com/2019/03/22/dalia-grinkeviciute-la-sua-storia/

http://www.lithuanianstories.com/2018/09/10/yurta-lituani-mar-di-laptev/

 

Il mito di Troia colpisce ancora

«Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille.»

Sono passati molti anni dalle lezioni di Epica alle scuole medie, ma il proemio dell’Iliade ancora me lo ricordo. L’Iliade, il poema della guerra di Troia una storia di violenza, gelosia, inganno e stupido orgoglio: con questi ingredienti non sorprende che il poema di Omero sia ancora attuale! Era pertanto solo questione di tempo prima che il British Museum ci facesse sopra una mostra.

The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
The wounded Achilles, 1825. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Come tutte le strie che si rispettino, si comincia dall’inizio, dalle nozze di Teti e Peleo, al ratto di Elena, rapita al marito Menelao perchè Venere aveva promesso a Paride l’amore della donna più bella del mondo se le avesse dato il pomo d’oro, prima di passare alla discordia e dalla guerra, per arrivare poi all‘ira di Achille. Che l’Iliade non tratta, come si presumerebbe dal titolo, dell’intera guerra di Ilio (Troia), ma di un singolo episodio di questa guerra che copre l’arco di 51 giorni, l’ira di Achille (causata dal fatto Agamennone avesse deciso di prendere per se stesso la sua schiava, Briseide ferendo Achille nell’orgoglio-nessuno naturalemnete aveva chiesto l’opinione di Briseide…). Ne segue una colossale battaglia tra greci e troiani nel quale Achille viene ucciso (non prima di aver vendicato l’amico Patroclo morto per mano di Ettore), ma Troia capitola solo grazie all’inganno del cavallo escogitato dallo scaltro Odisseo.

Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum
Red-figure jar, c480-470BC Odysseus, strapped to the mast, sails past the Sirens. Photograph British Museum

Ma quando i greci vittoriosi decidono di intraprendere il lungo viaggio di ritorno, cominciano i guai, e comunque questa è un’altra storia, l‘Odissea. Naturalmente non mancano episodi dall’Odissea, che in fondo le avventure di Ulisse e C. costretti a vagare per vent’anni per il Mediterarrneo in balia di dispettosi dei, forniscono una ricchissima fonte di immagini ampiamente utilizzate per la decorazione di vasi a figure rosse come questo qui sotto che mostra Ulisse (nome latino) che, dopo aver tappato le orecchie ai compagni, si fa legare all’albero maestro della nave per udire il canto delle sirene – un canto che  uccide tutti coloro che lo ascoltano.

Con il Rinascimento e la riscoperta della letteratura classica, le vicende della guerra di Troia come l’episodio del cavallo e la fuga di Enea dalla città in fiamme con il padre Anchise sulle spalle) diventano particolarmente popolari nelle mani di maiolicari come Francesco Xanto Avelli da Urbino,

 

mentre in pieno Neoclassicismo il pittore George Romney contemporaneo del piu’ noto Heinrich Füssli, immortalerà la famosa bellezza di Emma Lady Hamilton, dipingendola nei panni di Cassandra, sfortunata figlia di Priamo e che ebbe da Apollo la facoltà della preveggenza, ma che per il fatto di prevedere terribili sventure, era invisa a molti.

 

 

George Romney, Lady Hamilton as Cassandra
c.1785–6. Tate.

 

Ma l’interesse per Troia resta, e nel 1871 l’archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann (1822-1890), seguendo le indicazioni e le descrizioni dei testi omerici, credette di trovarla in Anatolia, sulla sponda asiatica dello Stretto dei Dardanelli. I suoi scavi si concentrarono sulla collina di Hissarlik, dove era avvenuto un precedente scavo archeologico della scuola francese guidata da Calvert, poi interrotto per mancanza di fondi. Qui si trovò di fronte a più strati, che corrispondevano a differenti periodi della storia di Troia. Arrivato al secondo strato (a partire dal basso), aiutato solo dalla moglie, la greca Sophia Engastromenou, riportò alla luce un immenso tesoro e pensò di aver scoperto il leggendario tesoro di Priamo che il Re di Troia aveva nascosto prima della distruzione della città e che era narrato nell’Iliade.

Sophia Schielmann wearing Helen's jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari
Sophia Schielmann wearing Helen’s jewels. British Museum, Troy exhibition. London 2020 ©Paola Cacciari

Inutile dire che queste scoperte scatenarono un vera e propria mania per la mitica città e il suo altrettanto mitico passato. Poco importava che Schliemann avesse in realtà trovato qualcosa di molto più antico che i suoi ritrovamenti risalivano infatti a un periodo precedente a quello della Troia omerica, collocata intorno al XIII secolo a.C. (la città narrata nei poemi omerici era collocata al settimo strato).

Ora come allora la storia di Achille, Ettore, Elena e Cassandra, di Enea ed e compagni continua ad affascinare e, a giudicare dalle centinaia di persone che hanno visitato questa mostra, a treceno anni di distanza siamo ancora vittime del suo incantesimo.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// fino all’8 Marzo 2020

Troy: Myth and Reality @ British Museum, London,

Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna — il Blog di ANGELO FORGIONE

Angelo Forgione – È uno dei piatti-bandiera dell’Italia nel mondo, una squisitezza la cui origine è spesso confusa. Chiedete in giro dove nascano le Lasagne e probabilmente vi diranno «a Bologna». Sbagliando. La storia è antichissima, e perciò difficile da ricostruire. Io l’ho fatto faticosamente per il mio saggio Il Re di Napoli e la […]

via Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna — il Blog di ANGELO FORGIONE

Cappella Sistina, in mostra gli arazzi degli Atti degli Apostoli di Raffaello — Uozzart

In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello, sino al 23 febbraio 2020 la Cappella Sistina sarà magnificamente adorna dei preziosi arazzi degli Atti degli Apostoli realizzati su cartoni di Raffaello In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello Sanzio (Urbino 1483-Roma 1520), sino al 23 febbraio…

via Cappella Sistina, in mostra gli arazzi degli Atti degli Apostoli di Raffaello — Uozzart

“Curiosando tra le origini delle maschere di Carnevale: Dottor Balanzone” di Maria Rosaria Perrone

Cultura Oltre

Il Dottor Balanzone è originario di Bologna. E’ una maschera della Commedia dell’Arte che rappresenta, in chiave satirica, il giurista e cioè “il dottore”. E’ una maschera legata alla tradizione della scuola giuridica dell’Alma Mater Studiorum, dell’antica università di Bologna. Il dottor Balanzone è il simbolo della persona dotta, bonaria, saccente e presuntuosa, che si lascia andare spesso in verbosi discorsi, infarciti di citazioni colte in latino maccheronico. Il nome Balanzone deriva proprio da balanza, bilancia, allegoria della giustizia. Balanzone veste sempre di nero, ha una grossa pancia, ha le guance rosse ed è solito gesticolare in modo pacchiano ed eloquente. Indossa una piccola maschera che copre solo le sopracciglia ed il naso, ha due grandi baffi e veste la divisa dei professori bolognesi, la toga nera, dove spiccano su di essa i polsini e il colletto bianchi, la giubba il mantello e un gran cappello. Ha un carattere cavilloso, sempre pronto ad…

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