Il Re ed io

Vivo in Inghilterra ormai da oltre un decennio. Sono un’impiegata statale. Pago le tasse. Ma questo non fa di me una suddita di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.

Non che da cittadina italiana e (sottolineo) fedele sostenitrice della Repubblica ci tenga in modo particolare, ma devo ammettere che la Royal Family esercita su di me un certo fascino. Forse proprio perchè sono nata in uno stato repubblicano (almeno ancora per il momento). O forse perchè mia nonna (materna) era una monarchica convinta che non si perdeva una replica de La Principessa Sissi con Romy Schneider e non ha mai perdonato allo stato Italiano di aver esiliato i Savoia. Forse perchè come ho già detto in altre occasioni adoro la storia e i filmoni in costume. O forse semplicemente perchè gli intrighi di corte sembrano più affascinanti e meno squallidi delle escort di Berlusconi.

Comunque. Ieri sera la mia dolce metà  ed io siamo andati al cinema a vedere The King Speech di Tom Hooper. Un film da vedere. E non solo perchè Colin Firth è davvero straordinario nei panni del balbuziente Giorgio VI, diventato re suo malgrado quando il fratello Edoardo VIII abdica per sposare la divorziata americana Wallis Simpson, Helena Bonham Carter è fantastica come Elisabetta (madre dell’Elisabetta ora sul trono), moglie amatissima e poi regina, e Geoffrey Rush è sublime come Lionel Logue, il logopedista australiano che aiuta il re a controllare e superare la balbuzie che lo ha tormentato sin da quando era bambino. Ma perchè è una di quelle storie che raccontano sentimenti forti. E che ti smuovono qualcosa dentro. Qualcosa che, se fossi cittadino britannico, potrei chiamare orgoglio nazionale.

‘Non mi dispiace avere la Famiglia Reale…’ mi dice sulla strada di casa la mia dolce metà, che è inglese fino al midollo. ‘…che se si comportano con decoro (sì, sì, ha usato proprio questa parola!) e non fanno cose stupide a spese di noi contribuenti, non danno fastidio a nessuno. Che in fondo la Monarchia fa parte della nostra storia. È un simbolo che ci rappresenta. E se lo teniamo va rispettato. Altrimenti che senso ha?’ Uh! ‘Non parlare di simboli a qualcuno che è rappresentato all’estero da un clown ultrasettantenne che se la fa con le minorenni!’ Gli faccio sarcastica. ‘Ma quello è il Capo del Governo!’ mi fa lui di rimando. ‘Non è un “simbolo”. In Italia c’è la Repubblica, me lo ripeti sempre. Il tuo simbolo è la tua bandiera, no?’ Così semplice che ci voleva un inglese a ricordarmelo.

La settimana scorsa, durante una breve capatina in Italia mi è capitato di vedere alla TV quel programma bellissimo che è La Storia siamo noi. Parlava della storia del Tricolore, di questa nostra (oggigiorno) povera, martoriata bandiera. Il simbolo dell’Italia, sopratutto per chi come me vive fuori. Un simbolo che, nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, noi italiani forse dovremmo un po’ riscoprire.

2 pensieri riguardo “Il Re ed io

  1. Capisco benissimo come per chi viva all’estero la bandiera acquisti l’importanza di un riferimento (una radice). Certo, fossi italiano all’estero con un Berlusconi… mi spaccerei per spagnolo, vista la vicinanza della lingua, per non farmi riconoscere italiano.

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