Charlie Brown

Ansia, depressione, fallimento, disperazione, alienazione, isolamento sono (purtroppo) gli ingredienti standard che quasi inevitabilmente accompagnano la vita di ogni adulto. Ma bisogna ammettere che sono elementi insoliti per un fumetto da bambini. Che Charlie Brown è un fumetto per bambini vero? No, che dopo un paio d’ore trascorse a Sommesert House a vedere Good Grief, Charlie Brown!, la mostra sulla storia dei Peanuts mi sta venendo qualche dubbio. Forse perché da piccola sono sempre stata una bambina vecchia e adesso che sono adulta sono una vecchia bambina, sta di fatto in tutti questi anni non ho mai smesso un attimo di amare Charlie Brown.

Sommerset House. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che io, come molti di noi che facciamo del nostro meglio per essere adulti spesso fallendo in modo apocalittico – dicevo, non siamo forse un po’ tutti Charlie Brown? Non abbiamo anche amici idealisti come Piperita Patty che ci salvano da noi stessi, teste calde come Lucy che ci scuotono quando ci sentiamo persi, teneri sognatori come Linus e la sua copertache ci restituiscono la speranza, e amici fedeli come Snoopy che non ci abbandonano mai, nonostante i nostri evidentissimi difetti? Che la forza di Charlie Brown sta proprio in quella sua vulnerabilità, in quella linea tremolante che gli fa da bocca che normalizza l’emotività in cui tanti di noi vedono riflessa nel suo perenne humour nero in cui si aprono squarci di luminosa speranza.

Sommerset House. London, 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Monroe nel Minnesota, Charles M Schulz (1922-2000) era l’unico figlio di una coppia di immigrati di seconda generazione, la madre norvegese il padre tedesco. Bambino timido e introverso, Charles cresce con una sensibilità e un fatalismo davanti alle avversità della vita tutto nordico che presto trova sfogo nei suoi disegni. Con poche linee e un sapiente uso del neretto Shulz, era in grado di esprimere un intero mondo di emozioni e portare aventi un ariflessione sulla vita a dir poco filosofica.– soprattutto quando si trattava di dare voce alla frustrazione e vessazione che conosceva cosi bene e che rende con le linee nere e pesanti che hanno treso celebre gli scatti d’ira di Lucy…


Il nostro Umberto Eco nazionale non pensava che Peanuts fosse roba da niente e già agli inizi degli anni Sessanta cercò di spiegare perché 355 milioni di persone in tutto il mondo erano affascinate da un fumetto settimanale. Il motivo di tanto successo non era,, sosteneva Eco, legato al fatto che Charlie Brown & C. erano bambini carini con un cagnolino carino chiamato Snoopy che ci distraevano da un mondo intollerabile. Al contrario, il motivo per cui le storie dei Peanuts erano così potenti era proprio perché osavano guardare negli oscuri abissi della vita umana.Con poche semplici linee Charles M Schulz ha creato un’icona della vita moderna, un carattere allo stesso tempo comico e profondamente umano che con la sua modestia e sottigliezza illustra come forse nessuno ha mai fatto prima di allora la nostra lotta quotidina per dare un senso ad un universo che un senso non ce l’ha.  

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 3 Marzo 2019

Good Grief, Charlie Brown!

Sommerset House

14 pensieri riguardo “Charlie Brown

  1. È pazzesco, anche una mostra su Charlie Brown? Ti trovi proprio a essere la persona giusta nel posto giusto, devo dire. Post, tanto per cambiare, interessante. E che Charlie Brown faccia parte, radicato, del tuo mondo – trasuda dalla tua prosa brillante (con quel brillante forse esagero, ma non me la sento di tararlo).
    Non ti faccio gli auguri per le Festività imminenti per non porti nell’obbligo di ricambiarli, mi limito – e ti prego accettalo – a un abbraccio.

    (Nota: Ebby insiste perchè tu l’abbraccio lo estenda all’indimenticabile Mrs. Garrick, a cui – mi precisa – si sente legato fin tanto morte non lo separerà)

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  2. Con questo articolo hai reso omaggio a Charlie Brown e ai suoi amici: brava. Come non innamorarsi di questi personaggi? Io mi sono imbucati tra tanti marmocchi per vedere il film dei Peanuts e sto conservando un taccuino con il bracchetto ( e con le strisce delle sue disavventure da scrittore) in attesa di poterlo sfruttare al meglio.

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