I Pianeti di Holst

Se c’è una suite che mi fa venire la pelle d’oca ogni volta che la ascolto è Mars, the Bringer of War, con i suoi tamburi minacciosi e il suo ritmo opprimente che ci fa restare attaccati alla sedia pieni di paura come se, al posto di un’orchestra (gigantesca bisogna dire, ma sempre un’orchestra) ci si trovasse davanti un’intero esercito di immense proporzioni in formazione di battaglia, pronto ad attaccarci. Eccetto che non lo è: è solo musica, anche se si tratta di una musica che ha la potenza di una bomba atomica. Esattamente il contrario della serenita’ che mi pervade quando sento le note di Jupiter, the Bringer of Jollity: Non a caso Giove è il re dei pianeti e come tale viene rappresentato…

I Pianeti op. 32 (The Planets) è probabilmente la composizione più iconica, riconosciuta e di successo scritta fra il 1914 e il 1916 dal compositore Gustav Holst (1874-1934 e che nonostante il nome era inglese, anche se di origine svedese 🙂 ), ispirata dalla sua passione per l’astrologia e la teosofia.

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Ognuno dei sette movimenti reca nel titolo il nome e il carattere astrologico di un pianeta.

  1. Mars, the Bringer of War
  2. Venus, the Bringer of Peace
  3. Mercury, the Winged Messenger
  4. Jupiter, the Bringer of Jollity
  5. Saturn, the Bringer of Old Age
  6. Uranus, the Magician
  7. Neptune, the Mystic
  • Il primo dei sette brani della suite è Mars, The Bringer Of War (“Marte, il portatore di guerra”), ispirato al carattere battagliero e implacabile del dio della mitologia greca e romana che dà il nome al pianeta. Fu definito “il più feroce pezzo di musica di tutti i tempi” ed evoca una scena di battaglia di immense proporzioni. È il brano più famoso, citato e imitato di Holst. Ha certamente influenzato un certo stile compositivo di colonne sonore del cinema, specie di film d’ambientazione fantascientifica. Holst diresse l’esecuzione di questo movimento poco più veloce di una marcia, dandogli un carattere meccanico e inumano.
  • Il secondo brano è Venus, the Bringer of Peace (“Venere, la portatrice di pace”), brano pacato, sereno e dolcemente evocativo, ispirato alla figura dell’antica dea e dall’apparenza di luminosa placidità del pianeta (Venere è il pianeta più luminoso del cielo).
  • Mercury, the Winged Messenger (“Mercurio, il messaggero alato”) è uno scherzo veloce, leggero, scintillante nell’orchestrazione e nell’uso di armonie esotiche. Probabilmente l’idea di velocità fu ispirata anche dal fatto che il pianeta Mercurio ruota molto velocemente intorno al sole (88 giorni).
  • Jupiter, the Bringer of Jollity (“Giove, il portatore dell’allegria”), brano di larga popolarità, alterna momenti di grande allegria e scoppiettante giovialità a momenti (nella sezione centrale) di epica, cantabile solennità. L’inciso centrale fu infatti rielaborato successivamente da Holst in un inno (I Vow to Thee, My Country), molto popolare in Inghilterra ed usato spesso in occasioni solenni. Il pianeta Giove è il più grande del sistema solare.
  • Il brano dedicato a Saturn, the Bringer of Old Age (“Saturno, il portatore della vecchiaia”), che inizia con una regolare e lugubre scansione ritmica, come il ticchettio di un orologio, che accompagna poi l’intero brano, rappresenta l’ineluttabilità del cammino della vita e rivela sia la dignità sia la fragilità della vecchiaia. È il brano più originale della serie e Holst lo predilesse tra tutti.
  • Uranus, the Magician (“Urano, il mago”) è un brano dall’incedere frenetico e grottesco, caratterizzato da una crescente vitalità che sfocia in un pianissimo finale, chiaramente un omaggio ad un altro celebre scherzo sinfonico, L’Apprendista Stregone di Paul Dukas.
  • Neptune, the Mystic (“Nettuno, il mistico”), è un brano misterioso ed evocativo di remoti mondi alieni, privo di un tema ben definito, un’eterea alternanza di due accordi minori a distanza di una terza minore, che nella parte finale viene arricchito da un coro femminile dietro le quinte.

(Grazie Wikipedia 🙂 )

Andrew Gourlay conducts The Planets

2 July 2019 Queen Elizabeth Hall Southbank Centre, London

4 pensieri riguardo “I Pianeti di Holst

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