Berlin: Imagine a City di Rory MacLean

Mai giudicare un libro dalla copertina dice il proverbio. Bisognerebbe sempre ascoltare i proverbi. Ma partivo per Berlino il giorno dopo e volevo un libro che mi parlasse della città. Devo ammettere che non ho guardato molto per il sottile, la mia ignoranza di storia tedesca è apocalittica (diamo la colpa ai racconti di guerra dei nonni che mi hanno sempre fatto storcere il naso davanti a quella Nazione) e la copertina postmoderna con il volto di David Bowie in bella mostra hanno fatto il resto e mi sono trovata da allungare i soldi al libraio ancora prima che il mio cervello registrasse cosa stesse succedendo.

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Come immaginavo fosse questo libro? Non so, ma certamente non così. Berlin Immagine a City non è un normale libro di viaggio – è troppo lirico e romanzato per esserlo, ma non è neppure un vero romanzo storico. A pensarci bene, Berlin immagine a City non è un libro normale, nel senso che non è non fiction (almeno  non nel senso letterale della parola), ma non è neppure un romanzo storico, ma un misto dei due generi. E questo mi ha mandato un po’ in crisi che fino all’ultima pagina non riuscivo a decidermi se mi piacesse o no, al contrario della città che mi piaciuta subito, molto più di quanto mi aspettassi.

 

Ho impiegato molti anni per arrivare a Berlino che i racconti di guerra dei nonni e di quello che hanno sofferto durante l’occupazione tedesca scolpiti nel cervello sono sempre stati per me un deterrente. Non e’ bella nel senso tradizionale del termine, bella come Roma, Londra, Praga, Vienna o Parigi dico, ma ti entra dentro come solo pochi altri luoghi fanno. Una città fatta di memorie, dove le assenze sono più vive delle presenze, mobile come l’acqua, dove il passato sembra trasformarsi subito in futuro e dove ad ogni passo ti sembra di andare a braccetto con la storia. Una città volubile, volatile e incredibilmente viva.

Berlin 2019 © Paola Cacciari
Berlin 2019 © Paola Cacciari

La storia di Berlino si srotola davanti ai nostri occhi come un tappeto magico, per sempre intrecciata alla storie della sua (più o meno sventurata) gente. Per le sue strade incontriamo poeti, musicisti, scrittori, architetti, scienziati (dal poeta medievale Konrad van Colln all’architetto neoclassico Karl Friedrich Schinkel, dal diabolico Joseph Goebbels al geniale David Bowie) che hanno vissuto vissuto nella città tedesca e hanno contribuito alla sua storia e alla sua crescita – nel bene e nel male. Le loro vite ci scorrono davanti agli occhi come un film, plasmate dalle parole (e dalle ineccepibili ricerche) di Rory Mclean. 
E poi Kennedy, naturalmente. Che non poteva mancare il discorso che il Presidente degli Stati uniti John F. Kennedy tenne il 26 Giugno 1963 in cui pronuncio la celebre frase: “Ich bin ein Berliner” (“I am a Berliner” “Io sono un berlinese”) divenuto uno dei  momenti più significativi della guerra fredda e un grande incoraggiamento morale per gli abitanti di Berlino ovest, che allora vivevano in una enclave all’interno della Germania Est, dalla quale temevano un’invasione.

«Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!‘»

2019 © Paola Cacciari

An Unlikely Hero

Da qualche tempo ho un eroe insolito: si tratta di John Berkow, lo Speaker della Camera dei comuni, il Presidente della Camera dei comuni del Parlamento del Regno Unito.

Lo Speaker presiede sui dibattiti alla Camera dei comuni, determinando quali membri possono prendere la parola. Lo Speaker è anche responsabile per il mantenimento dell’ordine durante il dibattito, e può punire i deputati che infrangono le regole della Camera.

Diversamente dai presidenti dei Parlamenti di molte altre nazioni, lo Speaker rimane strettamente super partes, e rinuncia a tutte le affiliazioni con i partiti politici di cui era membro prima di entrare in carica. Lo Speaker non prende parte ai dibattiti né vota (tranne nel caso in cui vi sia parità, e, anche allora, la convenzione è che lo Speaker voti per mantenere lo status quo). A parte i doveri relativi al presiedere la Camera, lo Speaker svolge anche funzioni amministrative e procedurali, e rimane deputato della Camera dei comuni; ha l’obbligo di risiedere alla Speaker’s House presso il Palazzo di Westminster.

Bercow negli ultimi tempi è finito sotto accusa da parte dei conservatori e in particolar modo dei brexiter, soprattutto quando lo scorso marzo ha bloccato, citando una legge di due secoli prima, il tentativo dell’allora premier Theresa May di ripresentare per la terza volta alla Camera dei Comuni il suo accordo sulla Brexit raggiunto con l’Ue. Oppure quando negli ultimi giorni è stato decisivo nel far approvare la legge anti No Deal che ha legato le mani al premier Boris Johnson, che ora rischia anche il carcere qualora non la rispettasse. Bercow ha sempre risposto, come ha spiegato personalmente anche a Repubblica, che lui è “parziale solo nei confronti del Parlamento” (fonte  LaRepubblica)

John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy
John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy
John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy (2)
John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy

Queste magnifiche foto, che sanno tanto di michelangiolesco Giudizio Universale sono opera del fotografo irladese Mark Duffy, il fotografo ufficiale dell’House of Paliament che, prima di muovere verso l’ombelico della politica britannica, ha deliziato con la sua sorridente presenza e la sua tagliente ironia le sale del nostro museo e soprattutto i colleghi di allora, che continuano a seguirlo con orgoglio fraterno… 😁 Mark, sei un grande! 🥰

@markduffyphoto

www.markduffyphotographer.com/parliament-at-the-time-of-brexit

We can be heroes just for one day…(David Bowie)

Non ero mai stata a Berlino. E vedere quel che resta del muro mi ha colpito. Tanto. ❤

Berlin 2019 (3)
East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
East Side Gallery, Berlin 2019 © Paola Cacciari
Potsdamer Platz, Berlin 2019 © Paola Cacciari
Potsdamer Platz, Berlin 2019 © Paola Cacciari

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

Sebbene la scuola di arte e design Bauhaus sia esistita per soli 14 anni, la radicale novità del suo approccio “olistico” nei confronti del processo creativo continua a riecheggiare ancora oggi nell’arte contemporanea, nell’architettura e nella progettazione, grafica e non.
Così, visto che quest’anno la celeberrima istituzione tedesca compie cento anni, ho pensato di ripubblicare questo articolo che ho scritto nel 2012 per Artribune in occasione della grande retrospettiva della Barbican Art Gallery.
Buona lettura!

Bauhaus building (1925–26) by Walter Gropius. Photo © Tillmann Franzen. © VG Bild-Kunst, Bonn 2018.

Vita da Museo

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

100-2012-0159 Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk

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Don McCullin

Guerra, morte, fame e povertà: se non fossero così incredibilmente magnifiche le foto di Don McCullin potrebbero rappresentare ciò che resta dopo il passaggio dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. E Mccullin è lì, presente e allo stesso tempo invisibile e neutrale (per quanto si possa restare neutrali in mezzo a tanta tragedia) a fotografare e tramite i suoi occhi noi assitiamo alla la storia nel suo accadere. È lì presente a fotografare la costruzione del Muro di Berlino, la guerra in Vietnam, a Cipro, nel Congo, gli scontri nell’Irlanda del Nord, il Libano e il Biafra – sempre così vicino da rischiare spesso la vita, come racconta la sua vecchia Nikon esposta in una teca di vetro, colpita da un proiettile AK47. McCullin dice che la tiene come ricordo di quanto sia fortunato ad essere sopravvissuto a sei decenni di conflitti.

Near Checkpoint Charlie, Berlin 1961 Don McCullin born 1935

Eppure per qualcuno che si è trovato tanto spesso sotto il fuoco nemico le scene d’azione sono davvero poche: la potenza di McCullin sta proprio nella solenne immobilità delle sue immagini. Nello sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile possiamo leggere morte, distruzione e di un’anima completamente violentata. È un’immagine che non cessa mai di stupirmi e di farmi mancare il respiro: un inno all’ inutilità della guerra. Certo non fu una buona pubblicità per la guerra in Vietnam.

Shell-shocked US Marine, The Battle of Hue 1968, printed 2013 Don McCullin, born 1935

Questa della Tate Britain è un mostra difficile e dolorosa, soprattutto considerando che queste foro sono state commissionate ada giornali di cronaca per raccontare gli orrendi effetti della guerra e della miseria e si prestano male ad essere appese in sequenza alle pareti di una galleria d’arte. Ammiro il lavoro di McCullin e non sono nuova alle sue immagini, ma devo ammettere che alla fine del percoso mi sembrava di essere uscita dalla centrifuga di una lavatrice e sono dovuta correre a tirarmi su il morale con qualche sognante immagine preraffaellita.

Protester in Whitechapel
 

Detto questo le sue fotografie sono splendide, anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando e’ usato per descrivere il viso di un barbone irlandese dell East End di Londra o una manisfestazione di protesta. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. Sono solo molto, molto difficile da guardare. davanti ai nostri occhi ci sono persino vere, morte o morenti e che forse moriranno.

Catholic Youths Attacking British Soldiers in the Bogside of Londonderry 1971, Don McCullin born 1935

Ed è il passare dall’ammirare la bellezza della composizione alla realizzazione che si sta guardando il corpo di un giovane soldato ferito a morte che ti colpisce all’improvviso come un pugno nello stomaco. Non vuole essere etichettatao come fotografo di guerra Don Mccullin, ma ne ha fotografate troppe per fare qualcosa completamente diverso e anche le sue foto non di guerra come quelle dell’East End di Londra, sembrano foto di guerra.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 6 Maggio 2019
Don McCullin 
www.tate.org.uk

Essere umani, secondo Martin Parr

Mentre questa maratona di autolesionismo che si chiama Brexit si avvia alla non specificata data fatidica che segnerà l’uscita (o meno) della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il cantore per antonomasia dell’identità nazionale del Paese approda alla National Portrait Gallery. Naturalmente sto parlando di Martin Parr. E non è una coincidenza. Che per gli ultimi tre anni, a partire dal referendum nel 2016, Parr ha puntato il suo obiettivo su vari aspetti della nazione per capire cosa significhi il concetto di “Brexitness”.

Il risultato, come ci si può aspettare, è qualcosa che va ben oltre la semplice retrospettiva che oltre alle immagini della Brexit, ci sono ritratti celebri, strani autoritratti, ritratti di gruppi di persone che condividono gli stessi interessi o ruoli e che riflettono e rappresentano la ricca diversità delle comunità che vivono nel Regno Unito che sono spesso impegnate nelle più eccentriche e disparate attività (snorkelling in una pozza di fango, birdwatching, ballo indiano) che Parr ha girato per la BBC, un negozio di merch e un caffè dove puoi avere una tazza e un pezzo di torta battenberg. Il risulato è un caos colorato e frammentario, ma lo è anche il Regno Unito in questo momento, quindi va bene così.

Martin Parr
Martin Parr

Parr è sempre stato un acuto osservatore delle contraddizioni dell’essere umani, e di come queste contraddizioni siano amplificate e distorte da altri fattori come l’età, il genere, la razza o la classe sociale (che dovesse non esistere più e che invece è viva e vegeta e gode di ottima salute), quindi amplificate e distorte da una generalistica idea di nazionalità. Quindi la Brexit è molto importante come al solito per lui. Ci sono le bandiere di San Giorgio, le persone che festeggiano a modo loro il matrimonio degli ultimi rampolli della famiglia reale, i tatuaggi, i mas-paradenti di carnevale e i pensionati sfortunati.

L’effetto totale è una sorta di scorrazzata sul pianeta-Parr – un pianeta popolato da abitanti-stereotipi più simile a personaggi delle pantomime natalizie, ma che tuttavia hanno la peculiarità di essere anche persone in carne ed ossa. Parr è bravissimo ad invitare chi osserva le sue foto a vedere le cose dal suo punto di vista, tanto che alla fine anche a chi osserva pare di abitare sul pianeta-Parr, un pianeta in cui la realtà appare cupa o sgargiante a seconda del come la vede lui. Una cosa mi pare chiare: che i semi della Brexit sono germogliati ovunque attorno a noi, toccando le nostre vite più di quanto immaginiamo. Parr sonda le contraddizioni di Brexit con occhio curioso e affascinato regalandoci un acuto ritratto di un momento chiave di un epoca. In fondo anche questo fa parte dell’essere umani.

Martin Parr
Martin Parr

#MartinParr

2019 © Paola Cacciari
Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Only Human: Martin Parr @ National Portrait Gallery

 

Architettura e salute in mostra alla wellcome Collection

Parliamo del bagno. O delle tubature interne che portano acqua corrente (quell’acqua corrente che solo qualche decennio fa era ancora un lusso per molti) ai nostri rubinetti. O del sistema di ventilazione, delle finestre con i doppi vetri e di tutte le altre cose che rendono le nostre case confortevoli e che sono utili alla nostra salute. Che chiunque si sia mai trovato a fare i conti con una caldaia rotta la vigilia di Natale, o un buco nella grondaia che ci allaga il soffitto durante l’immancabile temporale che ne segue, saprà com’è facile dare per scontato il funzionamento di una casa. Almeno fino al quando qualcosa non smette di funzionare.

E probabilmente dovremmo passare un po’ di più a lodare cose che diamo per scontate, come l’umile WC per esempio. Perché, come racconta la mostra della Wellcome Collection di Londra, le comodità sanitarie a cui siamo tutti così abituati non sono un lusso che abbiamo sempre avuto. Certamente non lo era al tempo delle mie nonne o subito dopo la guerra, quando mia madre era una bambina alla periferia di Bologna e il bagno era piccolo, buio e freddo, e stava nel cortile di casa.
Ho sempre pensato che la relazione tra architettura e salute fosse una scoperta recente. Come mi sbagliavo! Già Charles Dickens ci aveva pensato (e chi senno’??) nell’Ottocento quando aveva descritto i bassifondi della Londra vittoriana in Oliver Twist:

“Non si può fare nulla di efficace per migliorare le condizioni di vita dei poveri di Londra fintanto che le loro abitazioni non saranno costruite e in modo decente.”

Ma, nonostante avesse più volte denunciato la miseria dei poveri, Dickens non era un riformista sociale e il suo interesse si ferma qui. D’altronde, le descrizioni degli slums dell’East End di Londra sono sintomatiche di un periodo di rigida distinzione sociale, in cui le differenze tra chi ha è chi non ha sono a dir poco abissali. E basta leggerle insieme alla mappa di Londra redatta dal Sociologo e armatore britannico Charles Booth (1840-1916) per averne la conferma. Attento osservatore dei problemi economici riguardanti la senescenza dell’epoca vittoriana, Booth fu il primo ad individuare la relazione tra miseria e depravazione.

Part of Booth’s map of Whitechapel 1889. The red areas are “well-to-do”; the black areas are “semi-criminal”.

Dallo squallore vittoriano si passa poi al tentativo degli architetti modernisti di rivoluzionare l’edilizia residenziale con palazzoni dalle linee semplici e pulite situati in città giardino e villaggi modello. In un periodo in cui la tubercolosi dilaga, i benefici del sole e dell’aria pulita (in netto contrasto all’inquinamento della capitale vittoriana) diventano sempre più evidenti soprattutto per costruzione di edifici adibiti alla cura della malattia, i cosidetti sanatori, come quello creato da Alvar Aalto nel 1932 a Paimio, in Finlandia, con tanto di sedie speciali realizzate in compensato (come la cosiddetta sedia Paimio) progettatte esplicitamente per aiutare la respirazione dei pazienti sofferenti di tubercolosi.

Paimio chair designed by Alvar Aalto in the 1930

E se dalla lista di nomi di famosi riformatori e architetti, naturalmente non poteva mancare Le Corbusier (1887-1965), sono presenti anche idealisti come John Cadbury (1801-1889) il fondatore della famosa fabbrica di cioccolato e di Bournville, il villaggio modello a sud di Birmingham per gli operai che vi lavoravano, ed Henry Wellcome (1853-1936), imprenditore farmaceutico e fondatore della collezione che porta il suo nome che ha provato a progettare un nuovo modo di vivere con il Wellcomeville, mai realizzato. Reappresentanti del dopoguerra sono i casermoni “brutalisti” in cemento armato degli anni Sessanta e Settanta, come la Balfron Tower di Poplar progettata da Ernő Goldfinger (1902-1987) e la Pepys Estate a Deptfort, entambi quartieri deprivati della zona Est di Londra, considerate all’epoca come esempi pionieristici di case popolari e al giono d’oggi, come il simbolo del fallimento di quegli ideali

Ernő Goldfinger
Ernő Goldfinger

Il tributo alla Grenfell Tower alla fine della mostra mi lascia un po’ perplessa, che più che tra architettura e salute, la tragedia del grattacielo di Londra mi sembra un problema di architettura e sicurezza. Ma esco dalla mostra in testa le parole usate da Jack London ne Il popolo degli abissi  per commentare il suo “viaggio” nella selvaggia umanità nell’East End della Londra edoardiana, si chiede come fosse possibile che all’apice della sua potenza, glorioso” Impero britannico potesse ignorare in modo così plateale i bisogni di una parte cosi grande dei suoi sudditi (forse non era stato nella Russia degli zar…).Che sara’ anche passato un secolo, ma certe cose non sono cambiate poi cosi tanto e basta guardarsi un po’ attorno anche nel nostro super-tecnologico e civilizzato mondo contemporaneo, per realizzare che questa domanda è pertinente adesso come lo era nel 1903.

2018©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Marzo 2019

Living with Buildings @ Wellcome Collection

 

L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendente è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo anche nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si può dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine. Uh!

Un antidoto a tutto questo testosterone si trova fortunatamente nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte in mesta mostra che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, la Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominanza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Steve McCurry a Bologna

Ci sono fotografie che per la loro potenza espressiva diventano simboli di un’epoca. E come The Falling Soldier (1936) di Robert Capa e Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, anche il viso di l’orfana dodicenne Sharbat Gula, la ragazzina afgana dagli incredibili occhi verdi immortalata nel 1984 in un campo profughi del Pakistan dal fotografo americano Steve McCurry, è diventata una vera propria icona del nostro tempo. Apparsa sulla copertina del National Geographic del giugno 1985, il volto della ragazza afgana campeggia al centro della Cappella Farnese a Palazzo d’Accursio nella mia Bologna. E’ un’immagine così potenteme e poetica che basterebbe da sola a riempire la sala.

Ma non lo è, sola: è circondata da una serie di altre straordinarie immagini (una quarantina di ritratti circa) altrettanto potenti e poetici, che formano Una testa, un volto. Pari nelle differenze,  una bellissima esposizione dedicata ai ritratti del celebre fotografo americano e organizzata nell’ambito della Biennale della Cooperazione. Montate su strutture antropomorfe dotate di specchi nei quali i visitatori si rispecchiano, diventando così essi stessi volti della mostra, le immagini sono accompagnate da monitor che rimandano video di stranieri incontrati da McCurry che vivono a Bologna per studiare all’Università o per sfuggire alla violenza e alla miseria e che raccontano la propria storia. Il tutto accompagnato da un tabellone su cui campeggiano gli articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Carta dei Diritti Umani e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’O.N.U.

Steve McCurry. Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Bologna. 2018 ©Paola Cacciari (8)

Parole da ricordare, soprattutto in un momento come questo, in cui la situazione politica globale si sta irrigidendo sempre più su posizioni di intolleranza e di estremismo. Che, nonostante le nostre differenze culturali e linguistiche, abbiamo tutti una faccia e un volto. Siamo, insomma, pari nelle differenze.

2018 ©Paola Cacciari

Bologna// fino al 6 gennaio 2019

Una testa, un volto. Pari nelle differenze

Sala e Cappella Farnese, Palazzo d’Accursio, Bologna

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1