Dorothea Lange/ Vanessa Winship

Uscendo dalla mostra, dopo un paio d’ore mica da ridere alle prese con la Grande Depressione americana e i Balcani post-comunisti, capisco il motivo per cui la Barbican Art Gallery ha deciso di allestire queste due mostre insieme. Ci sono molte sovrapposizioni nell’opera di queste due eccezionali fotografe, Dorothea Lange (1895-1965) e Vanessa Winship (nata nel 1960): dislocazione, spostamento, il modo in cui non solo i visi delle donne e dei bambini, ma anche gli edifici, i paesaggi e persino le automobili riflettono il collasso della società.

Dorothea Lange è venerata come una dea della fotografia documentaria del XX secolo. La fama della sua “Migrant Mother” – un’immagine scattata nel 1936 di Florence Leona Christine Thompson, una dei 300.000 americani negli anni Trenta fuggiromo dalla fame e dalla povertà del Midwest colpito dalla siccità – è tale che può a mio avviso che solo l’immagine del soldato morente scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola  può equiparala. Tanto che il Barbican le ha dedicato una sorta di piccola cappella.

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Dorothea Lange. Portrait os Florence Thompson with several of her children in a photograph known as “Migrant Mother”. 1936

In questa immagine la donna fissa cupamente un punto lontano, lo sguardo perso nella distanza, lontana dalla sua famiglia, dalla sua disperata situazione e persino dall’atto di essere fotografata. È un’immagine tragica, di perdita totale ed assoluta e non sono di beni fisici (casa, terra, lavoro), ma di prospettive, di speranza e di identità. Lange chiamò questo stato “erosione dell’umanità”, rispecchiando nell’anima di queste persone ciò che stava accadendo al terreno agricolo che, coltivato in eccesso si era arreso alla natura, portando con sé questo pezzo del Sogno Americano.

È solo una parte della storia, però. Se i ritratti scattati alla gente comune che aveva deciso di migrare per sfuggire alla Grande Depressione e al Dust Bowl (la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture) sono la parte piu’ conosciuta del lavoro della Lange, non sono le uniche immagini che la fotografa raccoglie degli Stati Uniti in ginocchio.

Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California
Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California

E così ci troviamo faccia a faccia con l’estrema povertà e il persistente e profondo razzismo del profondo Sud, con l’inumano confino dei giapponesi  e dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale (qualcosa che sembra nuovamente possibile nell’era distopica del Governo Trump), e con la distruzione postbellica della sua amata California da costruttori edilizi senza scrupoli e cultori dell’automobile.

Al piano superiore della galleria d’arte, il lavoro di Vanessa Winship richiede un po’ di tempo per essere apprezzato. Sebbene non sia una fan delle didascalie poetico-oscure che descrivono (o no) le fotografie, devo dire che si respira un’atmosfera mistica nelle sue immagini (specialmente quelle degli stati balcanici post-comunisti); immagini permeate di una struggente e dolce-amara bellezza

Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship
Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship

Qui bambini e vecchi giocano tra monumenti commemorativi sovietici in rovina, memorie di un passato ancora molto recente. A differenza di quelle di Dorothea Lange, nelle immagini di vanessa Winship le persone sembrano riaffermarsi sul paesaggio. Ma come quelli della fotografa americana, anche questi sono  esseri umani erosi, ancora in parte legati a un regime morto come quello post comunista.

Ma e’ She Dances on Jackson la serie di fotografie che la  Winship ha scattato negli Stati Uniti nel 2011 che riecheggia maggiormente l’opera della Lange. Anche se i suoi giovani americani (alcuni sorridenti e ottimisti, alcuni impacciati, alcuni bianchi, altri appartenenti a minoranze etniche o linguistiche) non sono ridotti alla fame, il loro futuro nel mondo distopico dell’attuale America di Trump tuttavia non sembra più roseo di quello dei mezzadri sfollati immortalati dalla Lange.

Londra//fino al 2 Settembre 2018

Dorothea Lange: ‘Politics of Seeing’/ Vanessa Winship: And Time Folds

Barbican Art Gallery, Beech Street, London, EC2Y 8AE

Barbican Centre

2018 ©Paola Cacciari

Diario russo (A Russian Journal, 1948) di John Steinbeck con fotografie di RobertCapa

Cosa succede quando il premio Nobel John Steinbeck (1902-1968) e il suo amico fotografo, l’ungherese americano Robert Capa (1913-1954)decidono di unire le forze? Succede che nasce Diario russo (in inglese A Russian Journal, pubblicato nel 1948) uno dei libri di viaggio più poetici e divertenti del XX secolo.
Entrambi in bilico tra progetti finiti e progetti non ancora iniziati, nel 1947 i due amici decidono di visitare Mosca, l’Ucraina e la Georgia passando per quella che allora si chiamava ancora Stalingrado (nel 1961 ribattezzata Volgograd per decisione dell’allora segretario generale del PCUS Nikita Chruščёv).

La loro missione? Scoprire il popolo dell’Unione Sovietica, la gente comune e vedere con i loro occhi (e quelli della macchina fotografica) cosa indossano le persone, cosa servono per cena, come celebrano le loro festività – evitando per quanto possibile la propaganda della Guerra Fredda che allora al suo culmine.

La prosa di Steinbeck è una delizia e e le foto di Capa sono superlative. Mi pare di vederli all’opera, questi due giovanottoni americani – così caldi, onesti e divertenti. Uno Steinbeck semi-serio ammette apertamente che le loro osservazioni sono superficiali e non potrebbero mai essere altrimenti – e comunque quello non era il punto. Ma il tono è sempre pieno di affetto: il suo punto infatti è che le persone sono persone in tutto il mondo e come tali meritano il nostro rispetto (con l’eccezione dei prigionieri di guerra tedeschi che stanno ricostruendo Stalingrado – in fondo l’aveno distrutta loro…)

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.
USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck. © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Ma la cosa per me più divertente sono le descrizioni che Steinbeck da’ di Robert Capa. Per anni ho venerato questo guerriero della macchina fotografica, ammirandone le storiche immagini della Guerra Civile Spagnola e dello Sbarco in Normandia. Ma non avevo idea della persona. Nelle parole di Steinback, Capa si trasforma: non piu’ un’entità astratta dietro la macchina fotografica, diventa una persona in carne ed ossa (e tanti capelli!) dotato da un’infaticabile energia, che si chiude in bagno per ore a leggere i libri sottratti di nascosto ai giornalisti e ai diplomatici americani a Mosca, e che parla tutte le lingue del mondo con gli accenti sbagliati. È triste pensare che solo sei anni dopo l’uscita di questo libro, quella bomba di energia che era Robert Capa sarebbe morto, ucciso da una mina antiuomo in Indocina.

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Una magnifica istantanea, testuale e visiva, della Russia stalinista del dopoguerra, vista attraverso gli occhi di due viaggiatori che non si prendono troppo sul serio.

Nel sito dell’agenzia Magnum Photos trovate le altre magnifiche foto di Robert Capa www.magnumphotos.com/arts-culture/travel/robert-capa-russian-journal/

2018 ©Paola Cacciari

I giovani disoccupati di Tish Murtha

Vedendola da fuori, dalla realtà ovattata della mia piccola vita bolognese fatta di scuola, compiti, sabati pomeriggio in centro e domeniche pomeriggio al cinema, l’Inghilterra della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta sembrava un posto straordinariamente eccitante. Quegli erano gli anni dei Clash, dei Pink Floyd, di David Bowie e del New Romantic. Anni di grande innovazione e non solo nella musica pop, che avevano visto l’Inghilterra sconvolta da una controrivoluzione sociale, culturale e politica seconda solo a quella degli anni Sessanta. Avrei voluto esserci.

La “mia dolce metà” invece che in quegli anni c’è cresciuto, cerca di dimenticare di esserci stato. E dopo aver visto le foto di “Tish” Murtha (1956-2013) capisco anche perché.

 Kids jumping onto Mattresses, 1980 - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Kids jumping onto Mattresses, 1980 – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Nessuna bomba era caduta di recente su Kenilworth Road a Elswick, ma avrebbe potuto benissimo averlo fatto appena qualche giorno prima. Ma non ci troviamo nell’Inghilterra del dopoguerra, martoriata dalla bombe di Hitler, ma nella Newcastle Upon Tyne degli anni Ottanta dove, nel nord-ovest del Paese, grazie all’alacrità del governo di Margaret Thatcher nel distruggere l’industria manifatturiera e nel chiudere le miniere, in poco tempo erano spariti un milione di posti di lavoro.

La periferia ovest di Newcastle era tra i luoghi più colpiti. Qui i giovani si affacciavano alla vita adulta senza opportunità, tra il declino industriale e la stagnazione economica, vittime di una società che non era in grado di offrire una soluzione o un’alternativa ai loro problemi. Ora capisco cosa intenda il mio lui quando mi dice che non era facile essere adolescente sotto la Thatcher.

Youth Unemployment (1981)​ - Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Youth Unemployment (1981)​ – Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Le foto della Murtha sono una coraggiosa critica al governo conservatore, più impegnato a oscurare la portata del problema con la creazione di schemi fumosi come il “Programma per le opportunità giovanili”, che a fare qualcosa di concreto per coloro che avevano lasciato la scuola e si trovavano senza lavoro e senza alcuna speranza di trovarne uno. Quello della ragazza sulla sedia rovesciata, che sembra affondare sotto le macerie fumose della sua vita, era un mondo lontano anni luce dalla bolla dorata della City e dai suoi Yuppies.

Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha
Karen on overturned chair, 1980. Photograph: Tish Murtha/© Ella Murtha, All rights reserved.© Ella Murtha

Come racconta Owen Jones nel suo Chavs: The Demonization of the Working Class il sistema di classe britannico è “una prigione invisibile” da quale è sempre più difficile uscire per chi è nato in una famiglia della classe operaia. Sempre piú spesso solo un settore della popolazione può permettersi un’istruzione superiore in una scuola prestigiosa che a sua volta permetta di accedere ad un’Università prestigiosa e sucessivamente ad carriera redditizia. La Gran Bretagna è sulla buona strada per diventare una società gestita dai ricchi per i ricchi. A partire da quello della Thatcher, ogni governo successivo sembra essersi impegnato a smantellare i diritti politici ed economici della la classe operaia, e allo stesso tempo a trasformare agli occhi del ceto medio l’immagine del vecchio proletariato di un tempo (deferente, lavoratore, morale) in una crudele caricatura di se stesso (pigro, scansafatiche, amorale).

Ho letto questo libro nel gennaio del 2016, alla vigilia del Referendum e con ogni pagina cresceva la consapevolezza che l’uscita dall’Unione Europea fosse una realtà davvero da non sottovalutare. Londra (e il sud-est del Paese) è una bolla multietnica e multiculturale in una realtà politica, sociale e culturale che non ha nulla in comune con la Capitale. Gli adolescenti fotografati da Tish Murtha sono diventati adulti e hanno votato per la Brexit. E vedendo queste foto capisco anche il perché.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 14 Ottobre 2018.

Tish Murtha: Works 1976-1991, The Photographer’s Gallery

thephotographersgallery.org.uk

Tutti pazzi per Frida

Anche chi non ne conosce il nome probabilmente ne riconoscerà i grandi occhi scuri, il severo monosopracciglio, le alaborate acconciature e l’abbigliamento colorato di Frida Khalo (1907-1954).

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Kahlo with an Olmeca figurine, Coyoacán 1939 Credit: Nickolas Muray

E sono proprio i suoi abiti (e i cosmetici, e le scarpe, prostetiche e no) ad essere i protagonisti della mostra del Victoria and Albert Museum. Nata a Coyoacán, una delegazione di Città del Messico, il 6 luglio del 1907 anche se amava dire di essere nata nel 1910, data della rivoluzione messicana di cui Frida si sentiva profondamente figlia.

Frida Kahlo On White Bench, a photograph by Nickolas Muray, taken in 1938
Frida Kahlo On White Bench, a photograph by Nickolas Muray, taken in 1938

Fino al 2004, l’iconico guardaroba dell’artista e’ stato tenuto gelosamente sottochiave, chiuso nel bagno (sì, il bagno) della casa di Città del Messico che Frida aveva condiviso con il marito Diego Rivera. Per quarant’anni la Casa Blu, come era conosciuta, ha ospitato oltre seimila fotografie, gioielli, medicine, cosmetici e, naturalmente, i suoi preziosi abiti. La moda per Frida era politica fatta tessuto, e lungi dall’essere un “costume di scena” da indossare in certe occasioni, era per lei una seconda pelle e abbraccia con entusiasmo il colore e il costume tradizionale del Messico meridionale, che usa per esprimere la sua identità culturale e la sua devozione alla causa della rivoluzione messicana.

Tutto di Frida Kahlo era coraggioso: era una rivoluzionaria, un’amante appassionata, un’artista audace. Ma la sua vita fu una sequenza di tragedie – dalla polio che da bambina la lascia con una gamba più corta all’incidente che, nel 1925, la lasciò invalida e dolorante per tutta la vita. Questa mostra sembra un santuario di quel dolore. Ci sono i corsetti di gesso su cui dipinge la falce e il martello del Partito Comunista a cui era devota; le medicine e gli antidolorifici, le stampelle e scarpe ortopediche e persino  la  gamba prostetica con un civettuolostivale rosso.

La sua vita fu una sequenza di tragedie: dalla polio che da bambina la lascia con una gamba più corta dell’altra, all’incidente nel quale perde quasi la vita e che la lascia severamente menomata e impossibilitata ad avere figli. E che dire del matrimonio con Diego Rivera (1886-1957), pittore e muralista messicano, molto più grande di lei e donnaiolo impenitente? Neanche a dirlo le sofferenze sentimentali non si fecero attendere e anche Frida si buttò nei rapporti extraconiugali, etero e non. Nel 1939 arrivarono persino a divorziare in quanto Rivera arriva a tradirla con Cristina Kahlo, la sorella di Frida, ma si risposarono nel 1940 a San Francisco.
In mostra anche i suoi autoritratti e le luminose e coloratissime fotografie di Nicholas Murray, con cui la Khalo ebbe una celebre storia d’amore. Ed ora scusate, ma devo andare a comprare qualche fiore da mettere tra i capelli…

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 4 Novembre 2018
Frida Khalo: Making Herself Up

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Rankin x Sergei x Husky Loops = Tempo

Sergei x Rankin(2018) Music “Tempo” by Husky Loops

Questo accade quando Sergei Polunin è lasciato completamente libero di esplorare le sue emozioni tramite il movimento. 🙂

Grazie al fotografo di moda (e non solo) Rankin e al suo website Hunger Magazine  per questa chicca! 🙂

#Polunin

I giganti della fotografia vittoriana

Ci siamo così abituati avendo a portata di mano macchine fotografiche sempre più sofisticate come quelle dei nostri smartphones, che è facile dimenticare che che solo due secoli fa la fotografia non esisteva. Alcuni ragazzini nati dopo l’invenzione dello smartphone di fatto non riescono a concepire un mondo senza Instagram e Facebook . Eppure qualcuno l’ha inventata (Henry Fox Talbot) e qualcun’altro l’ha resa grande.

Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London
Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London

Un’intera generazione di fotografi vittoriani l’ha elevata a forma d’arte in un momento in cui questo stumento era considerato appunto … uno strumento, qualcosa di puramente meccanico utile unicamenbte per documentare la realta’. Ma Julia Margaret Cameron (1815-1879), Lady Clementina Hawarden (1822-1865), Lewis Carroll (1832-1898 – sí, quello di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) e Oscar Gustave Rejlander (1813-1875) la pensavano diversamente e hanno cominciato a sperimentare con la fotografia come e forma d’arte.

Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London
Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London

Ma bisogna dire che, sebene interessanti siano le immagini di Rejlander , soprattutto quelle utilizzate per illustrare il trattato di Charles Darwin, The Expression of the emotions in man and animals, eleganti quelle della Hawarden o inquietanti quelle delle bambine ritratte da Carrol (il fatto che Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, fotografasse ragazzine nude ha contribuito alla tesi che fosse un pedofilo, anche se bisogna dire che le fotografie di bambini nudi erano molto comuni all’epoca e altri fotografi vittoriani si sono cimentati sul tema), ancora una volta è Julia Margaret Cameron che torreggia sui colleghi. Con il suo bianco e nero sfumato, lei è la vera visionaria e la vera artista. #VictorianGiants

Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography
Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography

 

 

Londra// fino al 2 Maggio 2018

Victorian Giants: The Birth of Art Photography

National Portrait Gallery

npg.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Il genio di Roger Mayne

Anni fa, mentre mi trovavo a passare nella Photography gallery del museo, un collega mi ha indicato un ragazzino che corre insieme ad altri in una strada senza automobili. “Quello sono io…” Mi dice soddisfatto. E ha ragione ad esserlo: la sua vita così come la sua faccia sono state consegnate ai posteri….

È una bellissima foto in bianco e nero degli anni cinquanta scattata a Southam Street, nella zona Ovest di Londra, non lontano da Portobello Road . Il fotografo è Roger Mayne.

Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne
Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne

Tra il 1956 e il 1961 Southam Street divenne il soggetto principale delle foto di Mayne e nel suo lavoro c’è la sensazione che sia la vita a fornire le pose piuttosto che il contrario. Basta guardare le sue foto per avere la sensazione che che fuggisse l’artificialità come la peste.

L’Inghilterra del dopoguerra non era un bel posto per essere ragazzini, c’era povertà e il razionamento. Ma in quella foto c’è una cosa fondamentale: l’esuberanza dell’essere giovani, dell’essere vivi . Come le altre sue foto di bambini che giocano con le biglie è bellissima e dà un senso di comunità completamente assente dalle nostre attività quotidiane.

Al giorno d’oggi i ragazzini sono assorbiti dal loro smartphone, non hanno tempo o voglia per parlare gli uni con gli altri, per condividere giochi e passatempi semplici come le biglie. Anch’io in un’epoca non troppo lontana giocavo con le biglie, in cortile a Bologna, o al mare sulla spiaggia di Rivazzurra. Sembra una vita fa. Forse perché lo è. E mi sento improvvisamente molto vecchia.

2018 ©Paola Cacciari

 

A Londra, le Polaroid di Wim Wenders

Il nome di Wim Wenders per me sarà sempre sinonimo de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) il meraviglioso film del 1987 con Bruno Ganz nei panni di Damiel, l’angelo che decide di diventare umano, ispirato dalle poesie di Rainer Maria Rilke. Ma oltre ad eccellere come regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, il tedesco Wenders non se la cava male anche con le fotografie (che in fondo ripensandoci, cosa sono le pellicole cinematografiche se non un susseguirsi di fotogrammi??). Soprattutto con le fotografie che molti di coloro che appartengono alla generazione per digitale ricorderanno bene: le Polaroid.

Magari avessi tenuto quelle poche che ho scattato quando ero piccola! Anche se sinceramente dubito che The Photographers’ Gallery si sarebbe disturbata a montarci sopra una mostra come invece ha fatto con quelle di Wenders. C’era qualcosa di magico nel premere il pulsante e attendere il piccolo miracolo che si verificava dopo qualche minuto, quello del vedere uscire la pellicola fotografata uscire dalla pancia di plastica della macchina fotografica. Ricordo l’impazienza, la trepidazione (sara’ uscita bene? non sara’ venuto nulla?) e la sorpresa di tenere fra le mani quel piccolo pezzo di carta che aveva stampato sopra un pezzo della mia vita. Perché quella foto era una cosa vera, un oggetto unico ed irripetibile. La Polaroid era un pezzo di passato traferito nel presente. La tecnologia moderna ci ha derubati del gusto dell’attesa.

They were made from theValley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt
Valley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Scattate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, le Polaroid di Wenders non sono poi così diverse da migliaia altre istantanee scattate in vacanza. Stropicciate, sovraesposte, spesso mosse nel tentativo di catturare il movimento – lo sventolare di una bandiera, l’ondurale ritmico di una parata per les trade di New York, il volto della sua amica Annie al volante dulle strade della California in un’epoca in cui Photoshop era utilizzato ancora da pochi eletti, queste immagini hanno i tipici colori leggermente azzurognoli e sbiaditi delle vecchie istantanee. Sara’ per questo che mi piacciono tanto: mi riportano indietro nel tempo. Ma nel contesto di una galleria d’arte, diventano un monito potente ad un mondo irrimediabilmente perduto, un’epoca soffusa da mistero e romanticismo, popolata da macchine fotografiche ingombranti e difficili da mettere a fuoco che producevano fotografie “vere”. Un’epoca insomma che pare già impossibilmente lontana.

‘They are a healthy memory of how things were –New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation
New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

Lo scopo originale di una fotografia, che era quello di ricordare, è scomparso: la fotografia digitale  ha ucciso la magia della pellicola . Ed ora, come dice anche Wenders, la fotografia è una cosa del passato. Che non è solo il significato dell’immagine che è cambiato, ma l’atto di “osservare”. Ora si fotografa principalemnete per condividere sui social media. Lo vedo tutti i giorni al museo – gente che entra in una sala, scatta foto a raffica e poi esce, senza neppure degnare di uno sguardo l’oggetto “vero” – come se ora le persone siano diventate incapaci di guardare al mondo se non attraverso la lente di una macchina fotografica, preferibilmente quella del loro cellulare. La fotografia non è più qualcosa essenzialmente legata  all’unicità dell’immagine, all’inquadratura o alla composizione. Con la fotografia digitale tutto ciò è sparito. Peccato. #WimWenders

Londra// fino all’11 Febbraio 2018

Wim Wenders: Instant Stories @ Photographers’ Gallery

2018 ©Paola Cacciari

Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968
Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk