I social di un tempo che fu

Blog di Demonio

Certo che oggi abituati a ciò che abbiamo è difficile pensare ad un passato diverso senza questa tecnologia della comunicazione! I millenial ad esempio abituati sin dalla nascita ad avere uno smartphone in mano che ne potranno mai sapere di un epoca completamente diversa dove al massimo, recandoti alle poste potevi usare la tecnologia per scrivere (dettando all’operatore!) un telegramma! O prima ancora col telegrafo!

O come ho cercato di spiegare all’incredula nipotina usando i piccioni viaggiatori! Lei voleva che le regalassi uno smartphone ma avendo solo dieci anni ho optato per dei libri dicendole che magari le compravo un piccione viaggiatore e con quello avrebbe potuto messaggiare con la sua amichetta del cuore! Pensava che la prendessi in giro! E lo penserebbe di certo chiunque!

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Ma già la semplice lettera, che oltre a dover scrivere, su un foglio e mettere in una busta, poi dovevi affrancare (secondo voi lo…

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Gite Fuori Porta: Bath

“Oh! Who can be ever tired of Bath?”

Jane Austen ha scritto questa celebre frase ne L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803), la sua personale parodia del genere del romanzo gotico così in voga tra la fine del Settecento e l’inizio del nuovo secolo.

E personalmente non potrei essere più d’accordo: adoro Bath e ci torno ogni volta che posso e ogni volta rimango stupita dalla neoclassica bellezza della sua architettura. Il fatto che a Jane la città non piacesse era più un fatto legato alla sua personale situazione di nomade forzata, che ad obiezioni riguardo all’architettura georgiana. E comunque fu proprio qui che scrisse oltre al suddetto Northanger Abbey, anche un’altro dei miei romanzi pereferiti, Persuasion.

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Jane Austen ceramic teapot, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Jane visse a Bath dal 1801 al 1806, quando l’alta società inglese prese a riversarsi nella città termale per i suoi presunti benefici per la salute. I suoi genitori trasferirono la famiglia qui per seguire quella moda. Durante il periodo trascorso nella citta termale, la famiglia di Jane Austen visse a vari indirizzi, tra cui il n. 4 di Sydney Place, una bella casa a schiera che Jane trovò relativamente piacevole, anche se non era felice per la mossa in generale, come scrive Claire Tomalin descrive nella sua splendida biografia Jane Austen: A Life.Sfortunatamente fu qui che il padre morì improvvisamente nel Gennaio del 1805, lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie, non avendo risorse proprie. Abbandonata Sidney Street, Jane e Cassandra si trasferirono con la madre nella al n. 25 di Gay Street, riducendo il personale ad una sola cameriera di per tutto il lavoro. Al numero 40 di Gay Street, ssi trova il Jane Austen Centre, una tappa da non perdere per tutti gli appassionati di Jane Austen.

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Jane Austen Centre, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Quella di Sydney Place era una delizosa casa a schiera di recente costruzione, vicino a Sydney Gardens , un parco in cui Jane faceva lunghe passeggiate e abbastanza al di fuori dall’affollato centro di Bath, ma a breve distanza a piedi da Pulteney Bridge, il bel ponte in stile palladiano sul fiume Avon, che attraversa la città.

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Pulteney Bridge, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Trovo assolutamente impossibile non restare a bocca aperta davanti alla serena bellezza del suo centro storico, costruito nel XVIII secolo in stile Georgiano, per rispondere al crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme e non mi sorprende neanche un po’ che la città di Bath sia stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

La cosa positiva di Bath è il suo essere una citta compatta, con gli edifici piú significativi l’uno accanto all’atro. E cosi’ raccolti in un breve spazio abbiamo le famossime Terme Romane, L’Abbazia (originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII; ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno di essa nel XIX secolo), e la deliziosa Vittoria Gallery.

Una delle caratteristiche di Bath che amo di piú il Royal Crescent, l’elegante complesso residenziale composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna, che in inglese si chiama crescent. Ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774, questo è il più importante esempio di architettura georgiana del Regno Unito.

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Royal Crescent, Bath, 2019 © Paola Cacciari

A complementare il Royal Crescent è vicino Circus (dal latino circus, che significa anello, ovale o cerchio), un’altro complesso residenziale di forma circolare, anch’esso ideato da John Wood il Vecchio e realizzato da John Wood il Giovane tra il 1754 e il 1768, e suddiviso in tre corpi di ugual misura, con al centro una strada circolare ed un ampio spazio verde all’interno. Le tre strade di accesso perfettamente equidistanti puntano ognuna verso uno dei tre corpi curvilinei del complesso, permettendo ai visitatori una visione ottimale del Circus da qualunque parte si giunga. Ogni segmento è diviso in più unità abitative, esattamente speculari ed ognuna col proprio ingresso, sullo stile del Royal Crescent. Entrambi i complessi residenzialei sono la quen’essenza del sogno visionario dell’architettura georgiana.

E naturalmente non si poteva non fare un pellegrinaggio da Sally Lunn’s, la sala da il té che ha reso celebre quella che e’ diventata la specialità cittadina: i bun. Questi sono simili a brioches di pasta lievitata e leggermente dolci, e possono essere serviti dolci o salati, un po’ come le crepes. Non a caso l’inventrice di tale leccornia fu una certa Sally Lunn, una francese sfuggita alla persecuzione degli Ugonotti nel 1680.

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Sally Lunn’s Tea Room, Bath, 2019 © Paola Cacciari

La Victoria Art Gallery La collezione comprende arte decorativa e dipinti di pittori britannici del XVIII secolo ad oggi, tra cui Thomas Gainsborough, Walter Sickert ed Howard Hodgkin.

Victoria gallery, Bath. 2019 © Paola Cacciari (32)
Victoria Gallery, Bath, 2019 © Paola Cacciari

Lungo il perimetro della sala si srotola in stucco bianco il fregio del Partenone.  La ciliegina sulla torta. 🙂

visitbath.co.uk

 

 

 

 

 

 

Back in time: Simple Minds – Don’t You (Forget About Me)

Don’t You (Forget About Me) del gruppo scozzese Simple Minds, uscito nel 1985 come primo estratto dalla colonna sonora del film di John Hughes The Breakfast Club. La colonna sonora di una delle estati piu’ belle della mia vita. Buon ascolto (e buona nostalgia! 🙂 )

Simple Minds – Don’t You (Forget About Me)

A Sector Defined by People

I musei nel XXI secolo sono sempre più definiti attrazioni turistiche. Che ci piaccia o no questa e’ la realtà dei fatti.

Front of House Museums

People are visiting British attractions, across the UK visitor numbers have grown by 9%, growth was highest in Scotland where growth topped 19%. This growth was despite a UK wide drop in international visitors (4%). A sign of growing strength in the UK tourism industry, and a sign that the real growth is coming from us, people across the UK. The greatest growth have been found outside London, in cities like Birmingham and Liverpool, and in the home nations of Northern Ireland and Scotland (Brown 2019 Guardian). The visitor growth and declines we are seeing, ask questions about long term patterns and the impact of Brexit (what ever it actually becomes) will areas experiencing growth now, be more insulated as a result of internal visitor growth patterns with areas like London suffering more, notably the sites which relay on international visitors to make up the bulk of their visitor base?…

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Sunshine Blogger Award 2018.

sunshine-blogger-award-2018Finalmente Ci sono arrivata a scrivere questo post, piuttosto insolito per il mio blog che, non mi capita tutti i giorni di essere nomitata per il Sunshine Blogger Award 2018, un riconoscimento per bloggers che con le loro pagine ispirano gioia e positività. (Wow! 😉 ) A nominarmi e’ stata Elena, autrice di La Casetta del Merlo un blog che ho scoperto di recente e che mi piace molto: grazie Elena! 🙂

Le regole del contest sono semplici:

  • Ringraziare la persona che ti ha nominato e fornire un link al suo sito o blog.
  • Rispondere alle domande.
  • Nominare altri 11 blogger e fare loro altre 11 domande.
  • Informare i candidati del contest commentando uno dei loro post sul blog.
  • Elencare le regole e mostrare il logo con il sole sul loro sito o sul post.

Partendo dal presupposto che non mi piacciono le catene, devo dire che ciò che mi ha spinto a partecipare (oltre alla gentile nomina di Elena, grazie Elena! 🙂 ) è il piacere di poter condividere con altri alcuni tra i miei  blog preferiti. Spero che li troverete interessanti quanto me.

  1. Parla della Russia
  2. London SE4
  3. Libri
  4. A Compass for Books 
  5. L’Orsa nel carro
  6. Raf Around The World – Expat&Travel Blogger
  7. Flaneur in Bologna
  8. Bhutadarma
  9. Massi Tosto-Travel with the Wolf
  10. StefaniaSanlorenzo ~ 4 passi di danza e dintorni
  11. Isabella Scotti

Queste sono le mie domande per i bloggers che decideranno di partecipare:

  1. Perchè un blog? 
  2. Parliamo di libri: fiction o non fiction?
  3. Il libro che vorresti aver scritto o l’opera d’arte che vorresti aver creato?
  4. Se fossi un’artista, chi saresti?
  5. Ragione o sentimento?
  6. Parti: zaino o valigia?
  7. L’edificio che vorresti comprare?
  8. Chi ti interpreterebbe nel film della tua vita?
  9. Hai la DeLorean di Ritorno al Futuro e puoi viaggiare nel tempo: quale epoca vorresti visitare?
  10. Il personaggio storico che avresti voluto conoscere?
  11. La colonna sonora della tua vita?

Ed ecco, invece, le mie risposte alle domande che mi ha rivolto Elena

  1. Sei l’autore di un blog: qual’è il post che più ti rappresenta, tra tutti quelli che hai pubblicato?  Davvero noi saprei dire, visto che in Vita da Museo colgo l’occasione per trattare (in modo semi-serio, che non ci vogliamo prendere troppo sul serio…! 😉 ) e approfondire argomenti che mi interessano e mi incuriosicono. Ma visto che ci lavoro da moltissimi anni, forse Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum.
  2. Che libro c’è in questo momento sul tuo comodino?  Opps… Ne ho tre al momento, che leggo seconda dell’umore. Sono ancora impallinata con la Russia, per cui sto leggendo Bolshoi Confidential sulla storia del famoso teatro di Mosca e del suo altrettanto famoso (nel bene e nel male…) corpo di balloe eThe Anna Karenina Fix, libro semiserio sul potere taumaturgico della letteratura russa. E per non perdere il contatto con la patria lontana e cercare di capire cosa e’ successo all’Italia dopo il boom economico e dove abbiamo sbagliato, un illuminante Miracolo Italiano di Giorgio Bocca.
  3. E il libro che hai divorato sperando non finisse mai?  Guerra e Pace è sicuramente uno tra i libri più magici e coinvolgenti che abbia mai letto.
  4. Se ti è capitato, al cospetto di quale opera d’arte sei stato colpito dalla sindrome di Stendhal?  La Madonna del Coniglio di Tiziano, che si trova al Louvre nella stessa sala in cui era esposta la Gioconda. E mentre tutti si accalcavano davanti al quadro di Leonardo, io mi perdevo nel cielo rosato e nel blu zaffiro dei colori di Tiziano. E ho pianto. Di felicita’.
  5. So che questa è una domanda stereotipata, ma … se avessi un genio della lampada pronto ad esaudire tre desideri, cosa chiederesti?  Un’intera libreria … con tutti i libri che ci sono dentro (meno quelli di sport, lo sport non mi interessa ;)). E tutto il tempo del mondo per leggerli!
  6. Siamo in cucina, il pomeriggio della Vigilia: cosa prepari di buono per cena?  Io non preparo, ma mia suocera sì. 😉 Per motivi logistici infatti, da qualche anno trascorro il Natale in Inghilterra con la famiglia del mio compagno, suoceri, sorella, cognato e nipoti – la mia famiglia inglese. Il pranzo di Natale tipico lo descrivo qui.
  7. Siamo sempre in cucina (eh be’, del resto è la mia stanza preferita…): qual’è il profumo che vorresti non mancasse mai?  Caffè fresco la mattina: imbattibile! ❤
  8. E ora andiamo al cinema: di quale film avresti voluto essere il protagonista?  Orgoglio e Pregiudizio, ma rigorosamente la serie televisiva trasmessa della BBC con Colin Firth nel ruolo di Mr Darcy!
  9. Se fosse possibile viaggiare nel tempo, per quale epoca partiresti?  Perchè una sola?
  10. E chi è il personaggio storico che avresti voluto conoscere? Jane Austen, perchè i suoi libri mi hanno insegnato ad osservare i dettagli delle piccole cose e ad apprezzarne la poesia.
  11. Quale brano sceglieresti come colonna sonora della tua vita?  Vissi d’Arte, dalla Tosca di Giacomo Puccini; ma anche I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2

E qui concludo, sperando che abbiate trovato questo contest divertente! Grazie ancora a Elena e … a presto!

Paola

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Dorothea Lange/ Vanessa Winship

Uscendo dalla mostra, dopo un paio d’ore mica da ridere alle prese con la Grande Depressione americana e i Balcani post-comunisti, capisco il motivo per cui la Barbican Art Gallery ha deciso di allestire queste due mostre insieme. Ci sono molte sovrapposizioni nell’opera di queste due eccezionali fotografe, Dorothea Lange (1895-1965) e Vanessa Winship (nata nel 1960): dislocazione, spostamento, il modo in cui non solo i visi delle donne e dei bambini, ma anche gli edifici, i paesaggi e persino le automobili riflettono il collasso della società.

Dorothea Lange è venerata come una dea della fotografia documentaria del XX secolo. La fama della sua “Migrant Mother” – un’immagine scattata nel 1936 di Florence Leona Christine Thompson, una dei 300.000 americani negli anni Trenta fuggiromo dalla fame e dalla povertà del Midwest colpito dalla siccità – è tale che può a mio avviso che solo l’immagine del soldato morente scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola  può equiparala. Tanto che il Barbican le ha dedicato una sorta di piccola cappella.

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Dorothea Lange. Portrait os Florence Thompson with several of her children in a photograph known as “Migrant Mother”. 1936

In questa immagine la donna fissa cupamente un punto lontano, lo sguardo perso nella distanza, lontana dalla sua famiglia, dalla sua disperata situazione e persino dall’atto di essere fotografata. È un’immagine tragica, di perdita totale ed assoluta e non sono di beni fisici (casa, terra, lavoro), ma di prospettive, di speranza e di identità. Lange chiamò questo stato “erosione dell’umanità”, rispecchiando nell’anima di queste persone ciò che stava accadendo al terreno agricolo che, coltivato in eccesso si era arreso alla natura, portando con sé questo pezzo del Sogno Americano.

È solo una parte della storia, però. Se i ritratti scattati alla gente comune che aveva deciso di migrare per sfuggire alla Grande Depressione e al Dust Bowl (la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture) sono la parte piu’ conosciuta del lavoro della Lange, non sono le uniche immagini che la fotografa raccoglie degli Stati Uniti in ginocchio.

Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California
Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California

E così ci troviamo faccia a faccia con l’estrema povertà e il persistente e profondo razzismo del profondo Sud, con l’inumano confino dei giapponesi  e dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale (qualcosa che sembra nuovamente possibile nell’era distopica del Governo Trump), e con la distruzione postbellica della sua amata California da costruttori edilizi senza scrupoli e cultori dell’automobile.

Al piano superiore della galleria d’arte, il lavoro di Vanessa Winship richiede un po’ di tempo per essere apprezzato. Sebbene non sia una fan delle didascalie poetico-oscure che descrivono (o no) le fotografie, devo dire che si respira un’atmosfera mistica nelle sue immagini (specialmente quelle degli stati balcanici post-comunisti); immagini permeate di una struggente e dolce-amara bellezza

Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship
Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship

Qui bambini e vecchi giocano tra monumenti commemorativi sovietici in rovina, memorie di un passato ancora molto recente. A differenza di quelle di Dorothea Lange, nelle immagini di vanessa Winship le persone sembrano riaffermarsi sul paesaggio. Ma come quelli della fotografa americana, anche questi sono  esseri umani erosi, ancora in parte legati a un regime morto come quello post comunista.

Ma e’ She Dances on Jackson la serie di fotografie che la  Winship ha scattato negli Stati Uniti nel 2011 che riecheggia maggiormente l’opera della Lange. Anche se i suoi giovani americani (alcuni sorridenti e ottimisti, alcuni impacciati, alcuni bianchi, altri appartenenti a minoranze etniche o linguistiche) non sono ridotti alla fame, il loro futuro nel mondo distopico dell’attuale America di Trump tuttavia non sembra più roseo di quello dei mezzadri sfollati immortalati dalla Lange.

Londra//fino al 2 Settembre 2018

Dorothea Lange: ‘Politics of Seeing’/ Vanessa Winship: And Time Folds

Barbican Art Gallery, Beech Street, London, EC2Y 8AE

Barbican Centre

2018 ©Paola Cacciari

Siberia: terra di santi di guaritori e di sette segrete

Tutti hanno sentito parlare di Rasputin (se non altro nella versione musicale nella canzone di Boney M…) ma la Siberia offre ben altro. Qualche giorno fa alla BBC2 ho visto un documentario (ah, i documentari della BBC!!) dal titolo “Russia with Simon Reeve” dove il suddetto giornalista intervistava colui che ritiene di essere la reincarnazione di Gesù Cristo. Non potevo non ribloggare questo interessantissimo articolo di Bhutadarma… 🙂 Buona Lettura!

Russia with Simon Reeve

Bhutadarma

Con i suoi undici milioni di chilometri quadrati la Siberia è uno dei territori più vasti e remoti del pianeta. Per generazioni i russi lo hanno utilizzato come luogo di raccolta per tutti i generi di esuli religiosi e prigionieri. La prima cosa che bisogna pensare a proposito della Siberia, è l’idea di uno spazio vasto e desolato in cui vive pochissima gente. I russi lo hanno sempre visto come uno spazio vuoto che si trovava lì per essere colmato, ma purtroppo non ci riuscirono mai in quanto era troppo vasto! Non c’erano strade adatte per viaggiare per il paese; e questo ha contribuito al senso di isolamento che la comunità russa provava in questo ambiente freddo e ostile.

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Perdonami, Apple, perché ho peccato.

Ok, ammetto che il post in questione non c’entra molto con il soggetto di questo blog, ma quando ho letto la notizia sull’Evening Standard  la tentazione di riportarla qui è stata troppo forte. Che a quanto pare per la modica cifra di £1.19 ora è possible scaricare un’applicazione per l’iPhone (per chi ce l’ha) che offre consigli e suggerimenti per chi si vuole confessare, ma si vergogna del faccia a faccia o è un po’ arrugginito dalla mancanza di pratica. Insomma, lo strumento perfetto per ogni penitente.

Sviluppata negli Stati Uniti (e dove se non lì?) da una piccola compagnia dell’Indiana chiamata Little iApps, con l’assistenza del reverendo Thomas Weinandy della United States Conference of Catholic Bishops, e il Reverendo Dan Scheidt, pastore della Queen of Peace Catholic Church in Mishawaka, Indiana, iHave Sinned è un’applicazione mirata ad aiutare i cattolici durante il rito della confessione e ad incoraggiare coloro che si sono un po’ persi per strada a ritrovare la fede. Autorizzata e approvata  dalla chiesa cattolica americana, quest’applicazione permette ai fedeli di esaminare la loro coscienza prendendo in considerazione caratteristiche come l’età, il sesso e lo stato civile. Uh!
D’altronde non aveva Benedetto XVI sottolineato l’importanza della presenza cristiana nel mondo digitale?  Certo, l’applicazione non sostituisce la confessione vera e propria. Per l’assoluzione bisogna ancora andare dal un prete in carne ed ossa. Troppo facile sennò!