Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum

Il calzolaio magico: Manolo Blahnik alla Wallace Collection

“I’ve always been mad for little bows, ribbons and satins”

original
Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Forse perché per lavoro sono costretta ad indossare calzature comode, al suono della parola “scarpe” vado immediatamente in estasi. Sandali, scarpe da ginnastica, stivali, stivaletti, scarponi e ballerine: adoro le scarpe, in tutte le forme e modelli. E quelle di Manolo Blahnik non sono semplici “scarpe” sono vere e proprie opere d’arte.

Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari (4)
Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari

 

In questa divertente mostra estiva, le creazioni dello stilista spagnolo sono esposte accanto alle opere d’arte di quella bomboniera settecentesca che è la Wallace Collection, splendido piccolo, prezioso museo a due passi dal caos di Oxford Street. Ho passato un paio d’ore felici ad ammirare le fantasiose creazioni del calzolaio più famoso del mondo (come queste deliziose scarpette rosa, realizzate per il film di Sofia Coppola, Maria Antonietta) esposte accanto a quadri di Jean-Honoré Fragonard e Franz Hals, porcellane di Sèvres e mobili di André-Charles Boulle.

Screenshot_2019-08-27 Exhibition pairs Manolo Blahnik shoes with the paintings that inspired them
Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Sex and the City ha trasformato le scarpe di Blanhik in un personaggio vero e proprio, “le Manolo” venerate da Carrie Bradshaw. Tante sono i suoi riferimenti alle mitiche scarpe dello stilista spagnolo che ci sono addirittura pagine su internet con alcune delle citazioni  piu’ divertenti della nostra eroina calzature-dipendente, come questa .

 

“Please sir, you can take my Fendi baguette, you can take my ring and watch but you can’t take my Manolo Blahniks.”

 

La nostra Carrie sarebbe stata davvero in paradiso! 🥰

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 1 Settembre 2019

An Enquiring Mind: Manolo Blahnik at the Wallace Collection

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

Sebbene la scuola di arte e design Bauhaus sia esistita per soli 14 anni, la radicale novità del suo approccio “olistico” nei confronti del processo creativo continua a riecheggiare ancora oggi nell’arte contemporanea, nell’architettura e nella progettazione, grafica e non.
Così, visto che quest’anno la celeberrima istituzione tedesca compie cento anni, ho pensato di ripubblicare questo articolo che ho scritto nel 2012 per Artribune in occasione della grande retrospettiva della Barbican Art Gallery.
Buona lettura!

Bauhaus building (1925–26) by Walter Gropius. Photo © Tillmann Franzen. © VG Bild-Kunst, Bonn 2018.

Vita da Museo

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

100-2012-0159 Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk

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Scrivere lascia il segno: ce lo racconta la British Library

Mi piace scrivere: questo è il motivo per cui ho aperto un blog. Appartengo ad un’epoca pre-computer, quando si scriveva a mano e a scuola avere “una bella calligrafia” era ancora una cosa ancora importante. Mi piace vedere i miei pensieri che si srotolano sulla carta, le idee che predono forma d’inchiostro, le parole rotonde che si srotolano ordinate sotto i miei occhi. La scrittura elettronica è una grande invenzione, ma non mi da la stessa soddisfazione. Non ho mai smesso di scrivere e certamente non ho mai preso la scrittura sottogamba, che scrivere come il leggere, sono due delle invenzioni più rivoluzionarie dell’umanità. E la British Library ci ha fatto sopra una mostra, un’altra bellissima mostra come solo la British Library sa fare, quando si tratta di affrontare soggetti di questo tipo (ricordo la mostra del 2011 sull’evoluzione della lingua inglese.

Writing: Making Your Mark è una mostra piene di parole, di libri e di stupefacenti artefatti, che vanno da una pietra intagliata mesoamericana di 5000 A.C. ai  manoscritti illuminati, dal primo Microsoft Word al MacBook. In  parole povere: dalle tavolette ai tablet.

Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.
Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.

A proposito, lo sapevate che la lettera “A” deriva dal’evoluzione del geroglifico rappresentante una testa di bue? Nel corso del tempo i Fenici, i Greci, gli Etruschi e infine i Romani, utilizzarono questo geroglifico, stilizzandolo sempre più fino ad arrivare a quella che conosciamo come la prima lettera del nostro alfabeto. E mentre fatico a processare che la lingua di Dante e Shakespeare derivi da qui, non riesco e non pensare che questo geroglifico semi-astrattro sarebbe stato benone sulla copertina di un disco dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin

Eppoi manoscritti, tanti manoscritti. Dai salteri medievali a Mozart e James Joyce; dalle note tironiane alla BIC Cristal, la penna biro più famosa  e affidabile, che ancora oggi si vende ancora a milioni. Il mio oggetto preferito è una tavoletta di cera sulla con i compiti di uno scolaro egiziano che stava imparando il greco: compiti che risalgono al II secolo DC, ma sempre compiti sono…

La domanda finale è quella che mi preoccupa: dove andrà a finire la nostra lingua? E’ fluida malleabile, o si è semplicemente semplificata troppo? Saremo ancora capaci di parlare o finiremo con l’utilizzare un linguaggio più simile agli sms che ad un codice usato da esseri umani? Non ne ho idea. Ma come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo…

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Agosto 2019

Writing: Making Your Mark

www.bl.uk

Lee Krasner, il genio dimenticato dell’Espressionismo Astratto

Alzi la mano chi, come me, non è un fanatico dell’arte contemporanea e ha sentito parlare di Lee Krasner (1908-1984).
Non molti? Lo sospettavo. Che Lee Krasner, nata Lena Krasner, ha trascorso la vita a lottare per uscire dall’ombra, per il diritto di essere se stessa: un’artista complete e indipendente, e non solo la moglie di Jackson Pollock.

 Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.
Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.

Questo, insieme al fatto di essere una donna, era il problema più grande quando cercava di essere presa seriamente all’interno di un gruppo al testosterone come gli Espressionisti Astratti. Ma a volte il cercare di guadagnarsi un posto al sole a furia di gomitate non basta, che questo non era un movimento per mammolette.

“I was a woman, Jewish, a widow, a damn good painter, thank you, and a little too independent.” Lee Krasner

I suoi primi lavori sono densi di influenze cubiste e realiste, e forse lo sarebbero rimasti se i primi brucianti insuccessi non le avessero fatto perdere le staffe a tal punto da distruggere in una fitta di rabbia le tele rimaste invendute, solo per riassemblarle in una sorta di collage astratto pieno di furia e frustrazione. E il risultato è qualcosa di radicamente nuovo e diverso anche per l’America di quegli anni.

'Icarus' (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores
‘Icarus’ (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores

La morte di Pollock nel 1956 in un incidente automobilistico è un’altra pietra miliare per la Krasner, che si getta anima e corpo nella pittura – il suo personale antidoto al dolore. Quello che ne risulta è un gruppo opere che grondano tristezza, nostalgia e perdita, e che forse, per la prima, volta parlando davvero con la sua voce.

Lee Krasner, who died in 1984, at work in her studio in the 60s, painting Portrait in Green. Photograph: Mark Patiky

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 1 Settembre 2019

Lee Krasner: Living Colour @ Barbican Art Gallery

www.barbican.org.uk

Il surreale mondo di Dorothea Tanning

“Certo che la vita moderna può essere davvero surreale!!” mi viene da pensare mentre me ne sto affascinata davanti all’enorme girasole abbandonato sul pianerottolo di quello che sembra essere il sinistro corridoio di un sinistro albergo.

Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning 1910-2012, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997
Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning. Tate, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997

Dipinta nel 1943 quando Dorothea Tanning stava con il suo compagno, l’artista Max Ernst (all’epoca ancora sposato con Peggy Guggenheim) in Arizona, la tela si chiama Eine Kleine Nachtmusik, come l’omonima serenata in Sol maggiore K 525 scritta nel 1787 da Wolfgang Amadeus Mozart, che lei amava molto. Ma al contrario della seranata di Mozart, il dipinto della Tanning sembra un incrocio tra una romanzo gotico e un’incubo freudiano, che pare gridare a gran voce “se la vita domestica è questa, preferisco passare, grazie!”. E chi può darle torto? Vivere con Max Ernst, che sposa nel 1946 quando divorza da Peggy  Peggy Guggenheim e condividere la vita di un surrealista doveva essere un’esperienza a di poco ….surreale!

Nata a Galesburg, nell’Illinois, Dorothea Tanning (1910-2012) si trasferì giovane a Parigi, dove visse per ventotto anni, prima di tornare in America, a New York dove, nel dicembre 1942 conobbe il pittore Max  Ernst. Ernst – che all’epoca era ancora sposato con Peggy Gughenheim – stava selezionando opere per una mostra dedicata ad artisti donne alla galleria d’arte Art of This Century che apparteneva alla moglie. I due si innamorano e si imbarcano in una vita insieme che li porta a Sedona in Arizona, e più tardi in Francia. Con lui la Tanning inizia a frequentare i circoli del Surrealismo e si sposano nel 1946 una volta che Ernst ottiene il divorzio dalla moglie.

Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957
Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957

Ma come sempre accade in questi casi, l’essere una donna e per di più un’artista in passato non era una cosa semplice (a dire il vero non lo è neanche adesso, ma va meglio…) e già negli anni Cinquanta la Tanning il Surrealismo lo aveva già abbandonato (ma non il marito surrealista) per dedicarsi ad una pittura meno esplicita fatta di immagini frammentate e prismatiche, come quelle di Insomnias (1957) in cui forme di semi-astratte di corpi avvinghiati il cui  tormentato espressionismo degni di Francis Bacon (anche s e con colori meno cupi bisogna dirlo…) alcuni davvero molto belli, altri cosi’ spaventosi che ancora una volta mi chiedo quali incubi si celassero nell’inconscio di questa donna.

Con i costumi teatrali è tutta un altra storia. Non sapevo che avesse disegnato i costumi per i balletti di Balanchine ed è una meravigliosa sorpresa. Dorothea Tanning incontrò per la prima volta il coreografo russo George Balanchine nel 1945 e tra il 1946 e il 1953 crea costumi e scenografie per quattro dei suoi balletti. Inutile dire che, come i suoi dipinti, anche le creazioni della Tanning per il teatro ed il balletto evocano luoghi misteriosi ispirati ai romanzi gotici e alle fiabe.

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Giugno 2019

Dorothea Tanning @ Tate Modern

www.tate.org.uk

Le stampe di Edward Much al British Museum

Solitudine, ansia, gelosia, paura e tormento: davvero Edvard Munch (1863-1944) non doveva essere l’anima della festa, ma sicuramente aveva un talento per l’arte. Questa mostra non è facile, anzi: è roba pesante e severa che fin dall’inizio ti si appiccica addosso come fuliggine scura.


Tutto ciò che si trova nei dipinti di Munch è anche nelle sue stampe, eccetto il colore. Ci sono amanti dai corpi intrecciari, figure solitarie avvolte nella loro angoscia esistenziale, donne irraggiungibili. Non manca la versione a stampa de L’Urlo che nel suo spoglio bianco e nero è, se possibile, quasi più tormentato della versione dipinta. Munch era profondamente consapevole del potere devastante delle malattie mentali: comprendere e di conseguenza esprimere il funzionamento della mente  era per lui estremamente importante, ed era ciò che cercava di ritrarre. Inutile dire che è una cosa che ha un’enorme risonanza oggi

The Scream, Oslo’s Munch museum. Photograph Thomas Widerberg Courtesy British Museum
L’opera di Munch è iconica per una ragione. Quando ti arriva addosso, tutto quel dolore e quel tormento ti resta addosso. Gli occhi inquietanti e angosciati dei soggetti dei suoi quadri ci seguono per la stanza e continuano a seguirci anche quando quando si lascia la mostra. Questo è l’aspetto dell’arte di Much che trovo meno piacevole, che a nessuno piace essere seguito da un paio di occhi vuoti e da una bocca urlante, ma è la prova di quanto geniale sia questo artista.

Londra// fino al 21 Luglio 2019

Edvard Munch: Love and Angst, at the British Museum

2019 © Paola Cacciari

Biennale d’Arte di Venezia 2019, le 10 cose da non perdere

Anche quest’anno per questioni logistiche non riesco ad andarci a La Biennale, e allora mi consolo con questo interessantissimo post di Davide Astegiano. Buona lettura!

looking for europe

L’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia giunge quest’anno alla 58° edizione. Il titolo è May You Live In Interesting Times per la curatela dell’americano Ralph Rugoff, attuale direttore della Hayward Gallery di Londra. L’esposizione resterà aperta ai visitatori sino al 24 novembre 2019. Ecco cosa non perdere tra le 87 partecipazioni nazionali e le 79 proposte della mostra collettiva dei Giardini della Biennale e dell’Arsenale.

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Viaggio nel mondo di Stanley Kubrick

Ci sono film di cui si conosce tutto. Si conoscono le musiche, i trailer. Le immagini, gli attori, i costumi. Film che sono così famosi da essere entrati a fare parte del nostro immaginario collettivo che si finisce con pensare di averli visti tutti. Eccetto che non lo si è fatto.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019

A me questo è capitato con la mostra che il Design Museum ha dedicato al regista Stanley Kubick (1928-1999). Li conosco tutti i suoi film, so chi li ha interpretati, fischietto la musica, rinconosco i costumi e posso citare alcune delle frasi storiche tipo “Io sono Spartaco!”. Eccetto che non ne ho visto per intero nemmeno uno. Nemmeno Spartaco.

A parte il Western, a cui è andato vicino, Kubrik si è cimentato con tutti i generi a lui disponibili: dalla fantascienza di 2001: Odissea nello spazio (1968) alla guerra con Orizzonti di gloria (1957) e Full Metal Jacket (1987); dal thriller con Il bacio dell’assassino (1955) all’horror di The Shining (1980), eppoi ancora la satira politica (ll dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, 1964), il dramma storico (Spartacus, 1960 e Barry Lyndon, 1975), quello psicologico (Eyes Wide Shut, 1999) e i suoi discussi capolavori Lolita (1962) e Arancia meccanica (1971). Ci sono oggetti di scena, poster, costumi e storyboard originali: l’attenzione al dettaglio è sbalorditiva per non dire ossessiva. Kubrick era coinvolto in ogni singola fase del film, dal casting al set, ai poster: il suo perfezionismo era tale da estendersi anche alle scatole di stoccaggio.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019 © Paola Cacciari

Anche per chi come me non è un patito del cinema, questa mostra si rivela brulicante di piccole curiosità da non perdere. Come la vecchia sedia da regista utilizzata da Kubrick, accanto alla quale ci sono scaffali pieni dei libri che ha usato per ricercare il suo mai fatto epico “filmone” su Napoleone, insieme alla cortese lettera inviata da Audrey Hepburn per rifiutare il ruolo di Giuseppina, e lo schedario pieno di note, carte e fotografie che tracciano ogni giorno della vita di Napoleone.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019 © Paola Cacciari

Che dire? Spero che prima o poi qualcuno arrivi a farlo.

Londra/fino al 15 Settembre 2019

Stanley Kubrick: The Exhibition
Design Museum
designmuseum.org/

2019 © Paola Cacciari

Don McCullin

Guerra, morte, fame e povertà: se non fossero così incredibilmente magnifiche le foto di Don McCullin potrebbero rappresentare ciò che resta dopo il passaggio dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. E Mccullin è lì, presente e allo stesso tempo invisibile e neutrale (per quanto si possa restare neutrali in mezzo a tanta tragedia) a fotografare e tramite i suoi occhi noi assitiamo alla la storia nel suo accadere. È lì presente a fotografare la costruzione del Muro di Berlino, la guerra in Vietnam, a Cipro, nel Congo, gli scontri nell’Irlanda del Nord, il Libano e il Biafra – sempre così vicino da rischiare spesso la vita, come racconta la sua vecchia Nikon esposta in una teca di vetro, colpita da un proiettile AK47. McCullin dice che la tiene come ricordo di quanto sia fortunato ad essere sopravvissuto a sei decenni di conflitti.

Near Checkpoint Charlie, Berlin 1961 Don McCullin born 1935

Eppure per qualcuno che si è trovato tanto spesso sotto il fuoco nemico le scene d’azione sono davvero poche: la potenza di McCullin sta proprio nella solenne immobilità delle sue immagini. Nello sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile possiamo leggere morte, distruzione e di un’anima completamente violentata. È un’immagine che non cessa mai di stupirmi e di farmi mancare il respiro: un inno all’ inutilità della guerra. Certo non fu una buona pubblicità per la guerra in Vietnam.

Shell-shocked US Marine, The Battle of Hue 1968, printed 2013 Don McCullin, born 1935

Questa della Tate Britain è un mostra difficile e dolorosa, soprattutto considerando che queste foro sono state commissionate ada giornali di cronaca per raccontare gli orrendi effetti della guerra e della miseria e si prestano male ad essere appese in sequenza alle pareti di una galleria d’arte. Ammiro il lavoro di McCullin e non sono nuova alle sue immagini, ma devo ammettere che alla fine del percoso mi sembrava di essere uscita dalla centrifuga di una lavatrice e sono dovuta correre a tirarmi su il morale con qualche sognante immagine preraffaellita.

Protester in Whitechapel
 

Detto questo le sue fotografie sono splendide, anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando e’ usato per descrivere il viso di un barbone irlandese dell East End di Londra o una manisfestazione di protesta. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. Sono solo molto, molto difficile da guardare. davanti ai nostri occhi ci sono persino vere, morte o morenti e che forse moriranno.

Catholic Youths Attacking British Soldiers in the Bogside of Londonderry 1971, Don McCullin born 1935

Ed è il passare dall’ammirare la bellezza della composizione alla realizzazione che si sta guardando il corpo di un giovane soldato ferito a morte che ti colpisce all’improvviso come un pugno nello stomaco. Non vuole essere etichettatao come fotografo di guerra Don Mccullin, ma ne ha fotografate troppe per fare qualcosa completamente diverso e anche le sue foto non di guerra come quelle dell’East End di Londra, sembrano foto di guerra.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 6 Maggio 2019
Don McCullin 
www.tate.org.uk