Londra celebra i primi 100 anni di British Vogue

“Chi vede nella moda soltanto la moda è uno sciocco.” E se l’ha detto Honoré de Balzac che non avrei mai pensato potesse essere particolarmente interessato al tema, allora deve essere vero. E a vedere le immagini che mi passano davanti agli occhi mentre mi aggiro tra le sale della National Portrait Gallery ammirando le foto di Vogue 100, la mostra che celebra (come dice il titolo) il centenario della nascita della popolarissima rivista di moda, ha ragione…

Nata nel 1916 per sopperire alla mancanza del pubblicazione americane, British Vogue deve la sua esistenza alla Prima Guerra Mondiale. Poiché infatti, a causa dei problemi di spedizione legati allo scoppio del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie della rivista americana nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast (quello stesso che impedì a Lee Miller di essere investita da un’auto mentre attraversava la strada a New York e la lanciò nel mondo della moda) decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana – unica concessione l’uso dell’ortografia britannica invece di quella americana.

 Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG
Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Nast, che era fermamente convinto che il successo della rivista (che aveva quadruplicato le vendite dalla sua fondazione nel 1914) dipendesse oltre che all’uso della carta migliore, di un design moderno e un’impeccabile presentazione tipografica, anche al suo largo uso della fotografia – impiega i fotografi migliori. Ma il suo primo editore britannico, la battagliera Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e comincia ad inserire anche articoli di costume e società, dando sin da subito a British Vogue quel taglio tutto particolare che ne fa ancora oggi quell’icona contemporanea che conosciamo oggi.

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG
Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Per assicurare la consistenze tra le due riviste gemelle Conde Nast si fa spedire il secondo editore della sorella britannica, Dorothy Todd a New York perche imparasse a fare il suo lavoro alla maniera americana. Tornata alla direzione editoriale nel 1922, non era del tutto chiaro cosa avesse imparato dal suo soggiorno americano, visto che con lei Vogue si trasforma da rivista di moda che si occupa anche di arte, in una rivista di arte che, a tempo perso, parla anche di moda.

 Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd
Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Gli appartenenti al Bloomsbury Group erano tra gli entusiasti della rivista e la stessa Virginia Woolf scrisse almeno cinque saggi per la Vogue, ma le preoccupazioni letterarie della Todd furono un disastro commerciale per lei (che fu licenziata) e per il giornale. Ma da questo momento la rivista britannica ottiene la reputazione di una rivista per tutti, tanto per i “pensatori” che per gli amanti della moda. Durante la Guerra Vogue ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere alto il morale delle donne rimaste a casa a mandare Avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte. Non solo: nell’ora piu’ drammatica della Gran Bretagna, la rivista si propone come fronte d’informazione di primo piano con i reportage di Cecil Beaton e Lee Miller

Vogue è sempre rimasto fedele al suo obiettivo iniziale che era quello di riferire sul mondo della moda e dello stile, e lo fa utilizzando i migliori talenti dell’epoca e con un occhio attento alla cultura e alla società contemporanee , cosa che conferisce a Vogue una base di lettori molto più ampia delle riviste di moda. D’altra parte Vogue è sempre stato molti di più di una semplice rivista di moda, come dimostrano i reportage di guerra di Lee Miller. Tra i suoi collaboratori troviamo anche Huxley e persono il sindaco di Londra Boris Johnson, riuscito a infilarsi tra le sue pagine, fortunatamente in qualità di scrittore piuttosto che di fotomodello. E naturalmente ci sono tanto la regina Elisabetta II che la regina madre, che era una grande amica di Cecil Beaton.

Innumerevoli i volti famosi immortalati da vari grandi fotografi: dalle stelle del cinema come Helena Bohnam Carter, Hugh Grant e Kate Winslet, a quelle della moda come Stephen Jones, Il cappellaio matto del New Romantic e le ‘Supermodels’ degli anni Novanta; non mancano icone come del mondo dell’arte come Matisse, Francis Bacon, Lucian Freud, David Hockney e naturalmente lui, l’iperfotografato Damien Hirst.

 Alexander McQueen, photographed by Tim Walker Picture credit: Tim Walker
Alexander McQueen, photographed by Tim Walker
Picture credit: Tim Walker

Persino Margaret Thatcher che, in linea con la sua condotta di vita, vedeva le riviste di moda come una frivolezza inutile soccombe al potere di Vogue e abbigliata di velluto nero e perle, prende posto nel pantheon della moda fotografata da David Bailey.

Tra i protagosnisti del 2000 naturalmente non poteva mancare lui, il geniale ed infelice Alexander McQueen, la cui mostra al Victoria and Albert Museum è stato l’evento del 2015, con file chilometriche, scene isteriche da parte di grandi e piccini e aperture notturne per sopperire all’incredibile domanda di biglietti.

Certo, il più delle volte Vogue vede la vita con gli occhiali rosa dell’ottimismo, avendo il suo baromentro puntato su elemti come bellezza, eleganza e stile, ma come dice Alexandra Shulman, che dirige la risvita dal 1992, Vogue permette alle persone di indulgere per un attimo in un mondo non è necessariamente il loro, ma è comunque qualcosa che si divertono a guardare. E comunque la pensiate, il divertimento è assicurato.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 22 Maggio 2016

National Portrait Gallery

npg.org.uk

La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Le figlie dei fiori: a Londra Liberty in Fashion

Non è un mistero che il mio passatempo preferito sia andare in giro per musei di Londra. Il Fashion and Textiles Museum nel quartiere di Bermondsey è una “scoperta” relativamente recente (vedi storia del costume da bagno) anche se ne conoscevo l’esistenza da anni, ed ora è uno dei miei preferiti, vicino com’è al Tamigi e alla Torre di Londra.  Come ho ho avuto occasione di dire in precedenza, Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea e ancora per qualche giorno ospita una mostra super interessante dal titolo Liberty in Fashion.

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Liberty &. C. London, 2014. Photo by Paola Cacciari

In Italia Stile Liberty è sinonimo di Art Nouveau. Ma in realtà il nome deriva da quello della ditta omonima fondata nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty (1843-1917) il figlio primogenito di un commerciante di stoffe di Chesham che con grande spirito di iniziativa ha cambiato il corso della storia del costume. Impiegato nei grandi magazzini in Regent Street di proprietà della Farmer & Rogers, Arthur Liberty ne era diventa in breve tempo il responsabile; ma quando la ditta lo rifiuta come socio allora il nostro eroe capisce che è giunto il momento di spiccare il volo. E nel 1875 crea Liberty & Co. un negozio specializzato in tessuti, ornamenti e oggetti d’arte importati dall’Oriente

La mania per l’arte e la cultura giapponese che aveva investito l’Europa nella seconda meta’ dell’XIX secolo in seguito alla Restaurazione Meiji del 1868, fa sì che il Giappone ponga fine al tradizionale isolamento, aprendosi i suoi porti al commercio con l’Occidente.  E, come spesso accade con le novità, il mondo diventa improvvisamente pazzo per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante e Liberty, lungimirante come al solito, da subito comincia a ricercare oggetti provenenti dall’estremo oriente per soddisfare la mania per il Giapponismo e l’Orientalismo in genere che aveva investito Londra e l’Inghilterra alla vigilia del nuovo secolo. La purezza delle linee dell’arte giapponese, la semplicità e il naturalismo del suo modellato avranno un’influenza determinate non solo sull’arte Britannica ed europea, ma anche sul costume femminile: non a caso Liberty diventa sinonimo di esotismo e indumenti come il Kimono, che sono alla base di vestaglie e abiti avvolgenti, diventano tipico del Liberty look.

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Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Questa possibilità non sfuggi ad Artur liberty che, quando aprì al mondo le porte del suo ‘bazar orientale’ in Regent Street, decise che non avrebbe seguito la moda esistente, ma ne avrebbe create di nuove. E lo fece non solo incoraggiando gli artisti e artigiani delle Arts and Crafts , ma anche i seguaci del nuovo stile Art Nouveau e dell’Estetismo.

Ma se tutti gli ggetti in vendita erano di alto valore artistico, Liberty divenne noto a livello internazionale per i suoi tessuti morbidi, ideali per la moda fluida favorita dall’Estetismo. Questo movimenti infatti, promuoveva abiti dalla linea fluida che celebravano la linea naturale del corpo femminile anziché costringerlo  nei corsetti e nelle imbottiture che caratterizzavano l’abbigliamento femminile degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e presto il nome ‘seta Liberty’ diventa sinonimo del materiale utilizzato da sarte e modiste per l’artistic dress, l’abito artistico prediletto dalle anticonvenzionali signore associate al movimento, indipendentemente dal fatto che provenisse da da Liberty o meno. L’assenza di decorazione applicate, nastri, piume (etc etc.) porta allo sviluppo del ricamo.

 Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari
Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La sua merce ebbe un successone tra gli artisti dell’epoca e personaggi come Oscar Wilde, Dante Gabriel Rossetti, Ellen Terry, James McNeill Whistler e Frederick Leighton furono tra i suoi primi clienti. Le vetrine del suo negozio, un vero e proprio arcobaleno di tessuti  stampati e divennero un’attrazione turistica. Non sorprende gli furono commissionati i costumi per il cast originale del Mikado di Gilbert e Sullivan.

Gli affari andavano così bene che, nel 1924, l’azienda si trasferisce nell’incantevole edificio Arts and Crafts di Great Marlborough Street, che è ancora la sua sede. Disegnato dagli architetto Edwin Thomas Hall, la costruzione, in stile mock Tudor come viene chiamato il revival dell’architettura Tudor ed Elisabettiana che caratterizza l’Epoca Edoardiana, incorpora anche le travi di due vecchie navi da guerra nella facciata la HMS Impregnable e la HMS Hindustan, il cui legno stagionato conferisce quell’alone di autenticità che fa sì che i turisti spesso scambino l’edificio per un vero superstite dell’epoca Tudor.

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Liberty & C. London, 2014. Photo by Paola Cacciar

I delicati motivi floreali che Liberty aveva cominciato a produrre già da prima della Prima Guerra Mondiale, diventano largamente popolari nel periodo tra le due guerre con il revival dell punto smock per i capi di abbigliamento femminili, un motivo decorativo utilizzato dai lavoratori agricoli nel XVIII e XIX secolo e che Liberty utilizza principalmente per l’abbigliamento dei bambini. confermo: da bambina avevo anch’io un abitino simile…)

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I romantici fiori Liberty raggiungono nuove punte di popolarità negli anni Cinquanta che porta alla creazione del Liberty Design Studio, mirato a creare il meglio in fatto di abbigliamento. Ma chi credeva che l’avvento della Swinging London fosse la fine per questi tessuti colorati si sbagliava di grosso, che le stampe Liberty sono riproposte con rinnovato vigore anche negli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni di stilisti come Mary Quant e Jean Muir che li rivitalizzano, facendone simbolo di una moda giovane e libera, romantica e anticonvenzionale.

 Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari
Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Gran parte dei pezzi presenti alla mostra del Fashion and Textile Museum provengono dalla collezione privata di Mark e Cleo Butterfield, una coppia di coniugi appassionati di tessuti Liberty che negli anni Sessanta hanno setacciarono i mercatini di Portobello e Kensington alla ricerca di questi – ora preziosissimi – abiti e tessuti per la loro collezione. Vero e proprio paradiso per disegnatori, costumisti teatrali e cinematografici e oltre che da stilisti come Vivienne Westwood e da marchi come Nike, la loro collezione è stata usata di recente per creare gli abiti indossati da Eddie Redmayne nel film The Danish Girl.

2016 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 28 Febbraio 2016

Liberty in Fashion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

 

 

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressure con quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che in quel torrido giorno di Luglio del 1985 sotto i miei occhi si stesse verificando una specie di miracolo.

Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive
Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive

C’era una certa incredulità questa mattina tra i colleghi, e molte facce tristi: neanche fosse scomparso un caro amico o un parente. Ma questa è stata esattamente la sensazione che hanno provato tutti coloro che (come la sottoscritta) hanno sperimentato sulla propria pelle l’isteria che aveva avvinghiato il museo e i suoi visitatori durante quei quattro lunghi mesi e mezzo dell’estate del 2013 alla notizia che David Bowie era morto di cancro a 69 anni. “Ma come…” ci guardavamo un po’ allibiti, “… solo due (anzi tre, siamo nel 2016 adesso) anni fa era qui, c’era la sua mostra...”Che se il 2015 resterà per sempre l’anno di Alexander McQueen e di Savage Beauty, negli annali del mio museo il 2013 è stato l’anno in cui Londra (se non l’intera Inghilterra e, a giudicare dal numero dei turisti stranieri, forse il mondo intero…) è stata assalita (o ri-assalita) dalla bowiemania. Ed io, come molti altri miei colleghi, c’ero. E ho fatto la mia parte nel gestire le code, calmare gli isterici, soccorrere gli sfiniti, e consolare gli sfortunati che non erano riusciti a procurarsi un biglietto per l’evento dell’anno. Perchè più che una mostra, David Bowie Is è stato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio, un santuario a cui un devoto esercito di nostalgici pellegrini per mesi e’ accorso per venerare le vestigia di questo dio della musica e della performance.

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People queueing outside the Museum. London, 2013 © Paola Cacciari

C’erano costumi di scena, fotografie, disegni, strumenti musicali, dischi, videoclips, testi di canzoni scritti a mano da Bowie su pezzi di carta a casaccio, film, dipinti, foto. Ma non erano solo gli adolescenti di ieri come me e la mia dolce metà quelli che aspettavano più o meno pazienti in fila per ore per assicurarsi uno dei pochi, preziosissimi, biglietti messi in vendita quotidianamente (quelli on-line erano esauriti da settimane) che avrebbero permesso loro di riassaporare la loro gioventù: c’erano anche un sacco di giovani davvero troppo giovani per averlo vissuto di persona l’uragano Bowie (ho parlato un ragazzino di 12 anni che conosceva tutte le canzoni a memoria…), ma che lo amavano come se Ziggy Stardust e One Direction fossero in qualche modo contemporanei…

David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features
David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features

E comunque, perchè sorprendersi? Se gli Anni Sessanta sono stati quelli dei Beatles e dei Rolling Stones, David Bowie ha sequestrato le decadi successive e neppure quel silenzio di dieci anni interrotto proprio nel 2013 con l’abum The Next Day era bastato a farlo uscire di scena. E d’altra parte è difficile restare impassibili davanti a pezzi iconici come il costume da Ziggy Stardust (1972) quello disegnato da Freddie Burretti, o quello incredibile creato da Kansai Yamamoto per l’Aladdin Sane tour (1973); oltre a copertine di album, pezzi di film e, naturalmente, tanta, tantissima musica.

Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012
Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012

Ma quella mostra è stata bella anche percè ha portato alla ribalta il ruolo creativo di Bowie nella storia del costume, e le sue collaborazioni con artisti e designer nel campo di moda e costume, grafica, teatro, arte e cinema. Ricordo la delusione dei curatori quando Bowie, pur mettendo a dispozione del museo il suo archivio privato di New York, si era rifiutato ostinatamente di collaborare alla mostra a lui dedicata, lasciando al museo l’onore (e l’onere…) di presentare la sua vita e le sue opera come meglio ritenevano opportuno. “Mi dispiace non averlo mai incontrato“ si era lamentata una dei due curatori. E aveva ragione che un sacco di altra gente era venuta, incluso Robert Redford che, apparso nel primo pomeriggio di una normalissima gionata d’estate, aveva gettato l’intero museo in uno stato di puro delirio… ). Eventualmente, Bowie decise di cedere e, una mattina presto, all’insaputa di tutti, venne a visitare la sua mostra, visto praticamente da nessuno a parte i curatori e uno dei miei colleghi che trovandosi accidentalmente nei paraggi, ebbe il privilegio di stringergli la mano diventanto in modo pressoche’ istantaneo un fan a vita del Duca Bianco.

The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands
The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands

Per noi dello staff erano state organizzate serate speciali per visitare la mostra fuori orario e quella è stata una delle (molte) occasioni in cui ringrazio la mia stella che mi ha fatto lavorare in un museo. Varcare la soglia di quella mostra è stato come ritornare adolescente, quando ascoltavo Ashes to Ashes. E se i video dei concerti live come Heroes al Freddie Mercury Tribute del 1992 con i Queen mi hanno fatto venire le farfalle nello stomaco come non mi capitava da tempo, quelli proiettati sul mega-schermo all’interno della sala principale della mostra erano a dir poco epici. Addio David, e grazie di tutto.

David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A
David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A

Ricordo di essermi seduta su una delle panche per un tempo che mi è sembrato interminabile ad ascoltare il concerto Ziggy Stardust The Motion Picture. Quando è finito Rock ‘n’ Roll Suicide, avevo le lacrime agli occhi.

Bye bye, David. E grazie.

Com’è la vita in Giappone? Lo vorrei tanto sapere…

Oggi sono stata in Giappone. Beh, non proprio in Giappone. Ho lavorato nella sala dedicata all’arte giapponese, la Toshiba Gallery of Japanese Art. Inaugutrata ventinove anni fa, ha da poche settimane riaperto al pubblico dopo una chiusura durata sei mesi per rinnovamento. Con la sua carrellata di meravigliosi, quanto disparati, oggetti che vanno dalle spade dei Samuarai  alla cerimonia del Te, ai Manga e alle radio – la sala racconta la storia dell’arte e del design di questo enigmatico Paese dal VI secolo D.C. ai giorni nostri.Woman at Mirror from Edo Beauties by Kikukawa Eizan (early 19th century). Photograph: © Victoria and Albert Museum

Non l’avrei mai pensato, ma da quando, qualche anno fa, nella mia vita è entrata la mia collega giapponese di Tokio, mi è salita un’incredibile curiosità per questo incredibile paese. Ed ora quella del Giappone è una delle mie sale preferite nell’intero museo. Siamo diventate amiche, io e la mia collega. D’altra parte abbiamo la stessa età e lei come me è cresciuta con Heidi, Candy Candy e Il Grande Mazinga. Le chiedo se li conosce. Mi dice che li conosce e che si chiamano Manga. E mi sembra incredibile che nello stesso momento, in due punti diversi del pianeta due bambine di sette anni stavano guardando Goldrake. Potere della globalizzazione… Ma a parte Goldrake e Candy Candy, qualche film di guerra americano in cui i kamikaze giapponesi bombardavano Pearl Harbour e i Sette Samurai di Kurosawa che non ho mai guardato fino alla fine addormentandomi sempre prima (ok: chi lo ha fatto DAVVERO, guardare la fine di quel film??) il Giappone è sempre stato per me un universo sconosciuto.

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Samurai suit of armour, c1800. Victoria and Albert Museum, London

Un’universo che, ad essere onesti, non mi hai mai particolarmente incuriosito (Giappone= Panasonic, Honda, Fuji) innamorata come sono sempre stata del Sud America, io (Sud America=Inca, Machu Picchu, Ande). E contro tale mancanza di curiosità a nulla era servito neppure la lettura di quel capolavoro della letteratura di viaggio che è In Asia del meraviglioso Tiziano Terzani. Ma sto cercando di recuperare il tempo perduto perlopiú leggendo a tappeto tutto quello di Haruki Murakami che mi capita sotto mano, abbuffandomi di Sushi con la mia mica giapponese ad ogni possibile occasione. Mi incanta sentirla ordinare in quella sua lingua così dura ed espressiva, piena di inchini e piccole riverenze. Mi incanta vederla padroneggiare le bacchette come se fossero estensioni delle sue mani – io che non chiedo una forchetta per puro orgoglio. Come molti connazionali abituati come siamo ad una cucina tra le migliori al mondo, ho sempre avuto seri pregiudizi sul pesce crudo e ho dovuto attendere i miei primi quarant’anni per poter cambiare idea. Ti senti rigenerato, con ogni boccone ti senti più in salute, con lo Jing e lo Yang riequilibrati. Ti senti quasi più buono… Ma a parte il sapore, forse quello che mi piace del sushi è la sua bellezza, l’equilibrio di forme e colori, l’eleganza della sua semplicità. Ogni piatto è un piccolo capolavoro di armonia che si deve magiare con la dovuta reverenza. E quando avrò imparato ad usare bene i bastoncini, conto di farlo anch’io…

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Fortunatamente il rinnovamento della Toshiba Gallery non ha fatto scomparire dalle teche vecchie conoscenze come le armature da Samurai e le Katana, le elegantissime quanto letali lunghe spade ricurve dalle magnifiche impugnature e dalle lame così taglienti che (mi si dice) i restauratori sono stati addestrati nel combattimento da uno dei curatori del dipartimento del Sud est asiatico. Non mancano poi le bellissime scatole di legno laccate e i meravigliosi netsuke, le piccole sculture in legno o avorio che si usavano come contrappeso per i contenitori porta monete, porta tabacco, porta spezie che i giapponesi si portavano appesi alla cintura con una corda per evitare che scivolassero via, visto che i kimono non avevano le tasche. Queste piccole sculture mi hanno sempre affascinato, ma da quando ho letto il libro di Edmund de Waal Un’eredità di avorio e ambra desidero ardentemente possederne uno…

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Carved wood netsuke in the form of a curled rat, 1850-1900. Victoria and Albert Museum, London

Ma ci sono anche altre novità che raccontano l’evolversi storico e sociale di questo enigmatico Paese, dalle solite radio, aspirapolveri, calcolatrici all’immancabile Sony Walkman (anch’io ne avevo uno negli anni Ottanta, quando esser cool era davvero faticoso) ad una pentola per cuocere il riso rosa confetto di Hello Kitty.

Hello Kitty rice steamer, Japan, 2014 Photograph: Victoria and Albert Museum, London
Hello Kitty rice steamer, Japan, 2014 Photograph: Victoria and Albert Museum, London

Devo dire però che il mio preferito, per la sua bizzarra giapponesità, è un manichino che indossa uno dei nuovi outfit stile “Lolita”, un abito rosa e azzurro, tutto pizzi e volant del marchio Baby, The Stars Shine Bright che dal 1988 crea moda ispirata alla storia di Alice nel Paese delle meraviglie. Il mio primo incontro con questa corrente di abbigliamento è avvenuta nel 2011 quando, proprio nella stessa sala del Giappone il dipartimento del Sud Est asiatico aveva allestito una piccola mostra dal titolo Kitty and the Bulldog che esplorava i collegamenti tra la street style inglese e quella giapponese. Ma attenzione! Che se nel mondo occidentale il termine Lolita ha indibbie connotazioni sessuali  per via del (bellissimo) libro di Vladimir Nabokov, nella cultura giapponese essere kawaii ha davvero poco a che fare con il fascino e il sex appeal e molto invece con l’essere carina e modesta – una reazione alla sessualizzazione delle donne nella cultura giapponese. Per questo chiamarla moda è inesatto, che essere una Lolita non è solo un modo di vestire, ma una vera e propria filosofia di vita che comporta assomigliare ad una bambola di porcellana vittoriana o rococò, con cerchietti con il fiocco, zainetti a forma di animaletto, spillette, ombrellini di pizzo, baschi, ogni genere di gadget alla saccarina e con capelli sono spesso acconciati in boccoli o codini.

Sweet Lolita outfit, Japan, 21st century. Photograph: Victoria and Albert Museum, London
Sweet Lolita outfit, Japan, 21st century. Photograph: Victoria and Albert Museum, London

Ma la mia amica mi racconta che la metropolitana di Tokio impiega personale specializzato per spingere ben benino i pendolari all’interno dei vagoni (‘Studenti…’ mi spiega allegra, fosse la cosa più normale del mondo) per evitare ritardi alle chiusure delle porte di un sistema di trasporto tra i più efficienti del mondo, la guardo con gli occhi sgranati, che a Bologna non c’è neppure la metropolitana, figuriamoci i pigiatori-di-persone. Aurea mediocritas diceva Orazio. Chi troppo chi troppo poco (sto pensando all’Italia…). E comincio a capire perché anche la mia collega se n’è andata. Che a volte anche troppa efficienza può dare ai nervi…

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Train pusher at the Yamanote line, Tokio

 


Il magico mondo di Mademoiselle Privé alla Saatchi Gallery

Dato il mio scarso interesse per l’arte contemporanea, la Saatchi Gallery non è il tipo di museo in cui capito così per caso, tanto per godermi la collezione come faccio con la National Gallery ogni volta che mi trovo a passare dale parti di Trafalgar Square. Anche se, a dire il vero, i motivi non mancherebbero, a cominciare dall’architettura.

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          SaatchiGallery, Duke of York’s Headquarters

Dal 2008 infatti, da quando ha lasciato gli spazi del County Hall sul Tamigi, la galleria d’arte del miliardario e collezionista (spesso le due cose vanno di pari passo…) Charles Saachi è ospitata in quel magnifico esempio di architettura Georgiana che è il Duke of York’s Headquarters, disegnato da John Sanders (l’allievo di Sir John Soane, l’architetto della Dulwich Picture Gallery) nel 1801.

Eppoi la posizione, che si affaccia sulla super-trendy King’s Road, la strada del Re, chiamata così in quanto era un tempo una strada privata che Carlo II utilizzava per andare al villaggio di Kew. Cuore pulsante della Swinging London degli anni Sessanta, King’s Road vide svolgersi la rivoluzione della minigonna di Mary Quant (che ha ancora un negozietto da queste parti) diventando negli anni Settanta e Ottanta il quartier generale del punk con i suoi trasgressivi numi tutelari, Vivienne Westwood e Malcom McLaren.

Ma la Saatchi Gallery resta per sempre una galleria di arte contempoaranea. E allora, uno si chiede, che ci faccio qui, in fila insieme a svariate decine di persone (perlopiù donne) attendendo pazientemente il mio turno per entrare in questo tempio dell’arte contemporanea? La risposta è semplice, quanto insolita per la galleria del magnate di origine araba: Gabrielle “Coco” Chanel. Fino al 1 Novembre infatti, la Saatchi Gallery ha messo a disposizione delle creazioni senza tempo della Maison Chanel i tre piani della sua galleria d’arte e, per la gioia di molti, inclusa la sottoscritta, questo tempio dell’arte contemporanea è stato trasformato (seppure temporaneamente) in un tempio dedicato alla moda e alla bellezza.

Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari
Mademoiselle Privé. London, 2015 © Paola Cacciari

Oltre a celebrare le novità introdotte da Karl Lagerfeld, che da oltre trent’anni è il direttore creativo di Chanel, la mostra racconta la storia della casa Chanel, il suo ruolo nella haute couture e le vicende che portarono alla nascita del suo iconico profumo, Chanel No 5. E se non bastano una serie di abiti mozzafiato (anche se non abbastanza per i miei gusti…) per farci sognare, c’è anche la famosa collezione ‘Bijoux de Diamants’, la prima ed unica collezione di gioielli create dalla stessa Coco Chanel nel 1932.

Mademoiselle Prive. Chanel

‘Coco’ Chanel famosamente disse che “Per essere insostituibili bisogna essere diversi”. E visto l’immutato successo della casa di moda francese, la signora aveva certamente aveva ragione…

Londra// fino al 1 Novembre 2015.
Saatchi Gallery

Scarpe: Il paradiso di Carrie Bradshaw

Shoes: Pleasure and Pain si chiama la mostra che il Victoria and Albert Museum dedica alle scarpe, la passione, gioia e dolore di quasi tutte le donne (e di molti uomini) del mondo. Ma per me che ho trascorso la prima parte degli anni Duemila a guardare Sex and the City, questa incredibile distesa di scarpe di tutte le forme e colori si dovrebbe chiamare “Il paradiso di Carrie Bradshaw”…

"I thought these were an urban shoe myth!"
“I thought these were an urban shoe myth!”

E non solo perché ci sono le mitiche Mary Jane disegnate da Manolo Blanick, quelle che fanno esclamare a Carrie: “pensavo che queste scarpe fossero una leggenda metropolitana!” quando le scopre nel magazzino di Vogue America, ma perché ammassati in questo piccolo e afoso spazio espositivo ci sono almeno venti secoli di storia: 200 esemplari che vanno da vere e propri delizie come un antico sandalo egizio del 30 A.C. finemente decorato in foglia d’oro, alle famose scarpette da ballo rosse del film omonimo del 1948, accabto ai moderni capolavori del suddetto Blahnik e dei due Christian più  famosi del mondo: Dior e Louboutin.

Christian Louboutin © Victoria and Albert Museum, London
Ma se Sex and the City ha ufficialmente trasformato Manolo Blanick nel calzolaio delle fiabe e le sue calzature nel simbolo di uno stile di vita elegante e raffinato come quello delle mitiche quattro donne che le indossano nel mio telefilm preferito, il ruolo giocate dalle calzature nella sociologia della moda e del costume è noto da tempo. Dimmi che scarpe porti e dirò chi sei. Forse perche’ più di ogni altro aspetto dell’abbigliamento le scarpe esprimono la nostra personalità, dettano il modo in cui ci muoviamo, rivelano le nostre passioni la nostra identità e, più che mai nel caso di noi italiani, la nostra nazionalità.

Da sempre poi le scarpe sono potenti indicatori dello stato sociale di chi le indossa. Chi non ricorda le scarpette rosse di Giustiniano nei mosaici di San Vitale a Ravenna, simbolo del suo stato imperiale?

The mosaic of Emperor Justinian and his retinue, 547 D.C. San Vitale, Ravenna.
The mosaic of Emperor Justinian and his retinue, 547 D.C. San Vitale, Ravenna.

E quanto più sono scomode e poco funzionali, quanto più le scarpe indicano che chi le porta non deve lavorare. Basta guardare le vertiginose pianelle indossate XIV e il XVII secolo dalle donne veneziane (prima) ed europee (poi) o delle minuscole scarpine di seta ricamata, lunghe solo 10 cm che coprivano i mozziconi di piedi delle donne cinesi, che erano regolarmente sottoposte alla barbarica pratica della fasciatura dei piedi – pratica abolita ufficialmente da un decreto imperiale solo nel 1902, ma continuata pare fino agli anni Cinquanta.

Chopines, Punched kid leather over carved pine, Venice, Italy,1600s © Victoria and Albert Museum, London
Chopines, Punched kid leather over carved pine, Venice, Italy,1600s © Victoria and Albert Museum, London

A 19th-century ‘Lotus’ shoe. Footbinding left women’s feet 8cm (3 in) long. V&A Museum

Dai tacchi rossi di Luigi XIV, alle vertiginose piattaforme delle geishe giapponesi, alle caratteristiche suole rosse di Christian Loubutin, le scarpe indicano appartenenza (o no) ad un circolo esclusivo e trasformano almeno idealmente, chi le indossa in re o regina per un giorno. E mentre, durante uno dei miei numerosi turni di lavoro all’interno della mostra, mi rifaccio gli occhi con una paio di strepitosi sandali argentati di Jimmy Choo, so tuttavia che mi sentirei molto più a mio agio indossando gli stivaloni dei moschettieri che fanno bella mostra di sé nella teca successiva, che più che Cenerentola, non mi dispiacerebbe essere D’Artagnan per un giorno. Certo non scambierei le mie Adidas con i famigerati zatteroni blu creati da Vivienne Westwood da cui Naomi Campbell è famosamente caduta nel 1993…

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Londra//fino al 31 Gennaio 2016

Victoria and Albert Museum

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Il Cappellaio Matto: Stephen Jones

Spulciando tra gli articoli che ho scritto in passsato per Exibart ho trovato questo di una mostra dedicata allo stilista Stephen Jones tenutasi al V&A nel 2008. All’epoca non sapevo chi fosse il signore in questione, ma conoscevo tutti gli altri di nomi…

Portrait of Stephen Jones
                                                            Portrait of Stephen Jones

Un giardino ‘barocco’ al tramonto. Siepi ordinate e bassi steccati. Luci soffuse. E magia nell’aria: benvenuti nel magico mondo di Stephen Jones (Wirral, 1957- vive a Londra). Non siamo tra le pagine di Alice nel paese delle meraviglie, ma negli spazi avvolgenti di Hats: An Anthology by Stephen Jones, la nuova mostra curata per il Victoria and Albert Museum da uno tra i più geniali creatori di acconciature femminili della nostra epoca.

Silk and straw bonnet, 1807
Silk and straw bonnet, 1807

Frustrato dalla noiosa uniformità che permeava la moda di fine anni Settanta, tutta toni beige e tessuti tweed, Stephen Jones – allora punk dalle unghie smaltate che studia alla prestigiosa St Martins School of Art di Londra- decide di riversare la sua ironica creatività nella creazione di cappelli da donna. Mossa coragiosa. Soprattutto in un periodo in cui indossarne uno non era affatto cool. Ma con l’avvento della nuova decade tutto cambia. Gli anni Ottanta vedono Londra al centro di uno dei periodi più brillanti e oltragiosi della storia del costume. Con le sue stravaganti acconciature ispirate alla storia della moda, il movimento New Romantic trasforma il concetto di cappello da polveroso obbligo da indossare ai matrimoni in accessorio pieno di vitale ironia. Al cuore della scena giovanile locale, la musica pop ha un’enorme importanza per Jones. Abbandonato il punk per il New Romantic comincia a frequentare il leggendario Blitz club in Covent Garden e crea copricapi per amici come Boy George e Spandau Ballet. Ed è grazie alla musica dei Culture Club che, nel 1984, lo stile di Stephen Jones raggiunge le passerelle parigine. Jean-Paul Gaultier vede il video di ‘Do You Really Want to Hurt Me’, in cui Jones indossa un fez da lui stesso disegnato, e lo invita a collaborare con lui. E il resto è storia.

Da sempre affascinato dalla psicologia del cappello, o meglio da ciò che porta e com-porta l’indossarlo Stephen Jones ha creato – con la collaborazione del disegnatore teatrale Michel Howells e dalla curatrice del V&A Oriole Cullen- un mondo fantastico popolato da oltre trecento copricapi, molti dei quali letteralmente ‘dissotterrati’ dall’immensa collezione del V&A. Tematicamente suddivisa in quattro sezioni –Inspiration, Creation, The salon, The client– la mostra esplora l’intero ciclo della vita del cappello, strizzando l’occhio alla storia del costume. E così se gli appasionati di storia possono gioire davanti alla maschera di Anubi del 600 A.C. e all’esuberante cappellino del 1845 appartenuto ad una giovane regina Vittoria ancora lontana dalla vedova triste a cui la storia più ha abituati, per gli amanti del cinema ci sono il tricorno indossato da Johnny Deep in Pirati dei Caraibi, il cappello di paglia di Audrey Hepburn in My Fair lady e il copricapo in plastica del cattivo di Guerre Stellari, il tetro Darth Vader, esibito a fianco dell’elmo da samurai a cui è ispirato.

Portrait of Stephen Jones, 2008
                                                             Portrait of Stephen Jones, 2008

E naturalmente non mancano le creazioni di Jones per Christian Dior, John Galliano e Giles Deacon, accanto a quelle ‘storiche’ di <b>Elsa Schiaparelli, Cecil Beaton e Baleciaga. Accessorio universale, il cappello è per tutti, giovani e meno giovani allo steso modo. Finisce e definisce un look. Rispecchia la personalità di chi lo indossa. Come sanno le celebri clienti di Stephen Jones. Regine del Pop come Madonna e Kylie Minogue e regine di altro tipo, da sua Maestà Elisabetta II a Carla Bruni nella sua nuova veste di signora Sarkozy. Piume, nastri, fiori, legno, plastica e chi più ne ha più ne metta: tutto può diventare un cappello, anche un disco a quarantacinque giri. A patto che il tutto sia condito da una buona dose di satira e di spiritosa ironia, caratteristiche possedute in abbondanza dagli inglesi e che Jones eleva all’ennesima potenza. E davanti a tanta ottimistica esuberanza e gioiosa frivolezza, si sorride. E apertamente, si ride. E, segretamente, si sogna.

Londra// fino al 31 maggio 2009

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I Do Like to Be Beside The Seaside: anche il costume da bagno ha una sua storia.

Arrivare a Bermondsey Street è come arrivare in una parte di Londra dimenticata dal tempo. Nel quartiere di Southwark, sulla riva Sud del Tamigi a dieci minuti a piedi dal Tower Bridge, il distretto di Bermondsey è tuttavia un mondo a parte. Edifici georgiani, piccole boutiques e caffè indipendenti che non si sa come sono riusciti a sfuggire alla serializzazione delle High Sreet con le sue catene di negozi e sandwich bars che sono sparsi ad ogni angolo della Capitale.

Nata come zona industriale, fu gravemente danneggiata durante la Seconda gerra Mondiale e per decenni  fu lasciata al suo destino. Basti pensare che, nonostante fosse in Zona 1 (quindi centralissima) la stazione della metropolitana di Bermondsey fu costruita solamente nel 1999. Naturalmente le potenzialità di quest’area non potevano sfuggire in eterno alla rigenerazione edilizia ed ora Bermondsey Village è diventata una delle aree più trendy e costose della Capitale.

È una zona di Londra che non conosco affatto, nascosta com’è dietro la stazione ferroviaria di London Bridge ed ero così impegnata guardarmi attorno che quasi l’ho mancato il Fashion and Textile Museum. Non che l’edificio sia incospicuo, sia ben chiaro. Voluto dalla stilista Zandra Rodhes e progettato dall’archtetto messicano Ricardo Legorreta, è dipinto di un bell’arancione brillante che si alterna ad un rosa elettrico come che si accorda al colore dei capelli della signora in questione.

Zandra Rhodes Photograph by Gene Nocon
Zandra Rhodes Photograph by Gene Nocon

Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea – oltre, aggiungo io, ad essere uno dei (purtroppo ancora molti) musei in cui non sono mai stata per vari motivi, non ultimo quello che essendo privato l’ingresso è a pagamento e dopo anni di free entry nei musei londinesi uno finisce con l’essere viziato e vedere l’entry charge come qualcosa fuori dall’ordinario…
Ma questa mostra non me la sarei persa per tutto l’oro del mondo che adoro la storia del costume e non capita tutti i giorni che un museo decida di dedicare una mostra alla storia del costume … da bagno!

Plage de Calvi, Corse, 1928 (Colour Litho) Broders Roger Private Collection Photo © Christies Images Bridgeman Images.
Plage de Calvi, Corse, 1928 (Colour Litho) Broders Roger Private Collection Photo © Christies Images Bridgeman Images.

Perchè questo è il soggetto di Riviera Style: Resort and Swimwear Since 1900. Guardando alcuni minuscoli esempi di bikini in vendita al giorno d’oggi è difficile pensare che i primi costumi da bagno furono creati con uno scopo unicamente funzionale quando, nel XIX secolo, i medici avevano cominciato a prescrivere gite al mare ai pazienti per ragioni di salute. Fu solo negli anni venti del XX secolo quando essere abbronzati diventa di moda, che si assiste ad un radicale cambiamento dell’abbigliamento da spiaggia. Un cambiamento magistralmente analizzato dalla msotra del FTM che esplora non solo la trasformazione della moda dall’epoca vittoriana ai nostri giorni attraverso i suoi cambiamenti di design e di materiali, ma anche il mutamento dell’atteggiamento nei confronti del pudore avvenuto nel nostro secolo.

Fashion and Textile Museum. London. 2015© Paola Cacciari
Fashion and Textile Museum. London. 2015© Paola Cacciari

 

Londra//fino al 13 Settembre 2015
Fashion and Textile Museum

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Articolo pubblicato su Londonita