Dai Musei Vaticani al Louvre, mostre e musei da visitare online — Uozzart

Dai Musei Vaticani di Roma alla Pinacoteca di Brera a Milano, dal Louvre di Parigi alla National Gallery of Art di Washington: dieci musei, in Italia e all’estero, da visitare comodamente dal vostro divano… Io resto a casa, certo, ma ciò non significa che si debba sacrificare arte e bellezza. E, grazie alla tecnologia, la…

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A Joint Statement on the Coronavirus Pandemic

In Inghilterra i musei chiudono al pubblico e noi che ci lavoriamo dobbiamo reinventarci un ruolo diverso per far sì che il settore della cultura, già così fragile, sopravviva a questa catastrofe. Ci aspettano tempi difficili, ma l’arte e la cultura sono importantissimi per il morale e la salute mentale delle persone.

Front of House in Museums

A joint statement from FoHMuseums, Fair Museum Jobs and Museum Wellness

We urge museums and their associated organisations to give their unanimous support to the entire museum workforce at this critical time to ensure the long-term health and security of those working in museums.

We encourage museums to give their full support to their workers to ensure their risk to exposure is limited and the effects associated with actions to minimise the spread of Covid-19 are not contributing to the increased vulnerability of their livelihoods.

Not all museum workers are able to work from home, including those working in front facing roles this includes roles associated with keeping museums open to the public such as operations who are more important than ever to minimising the risk of contamination and maintaining the cleanliness of museums. FoH are exposed to the public and are less likely to be able to “work from…

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What’s in a Coffee? — Front of House Museums

This sector is rife with under pay, paying a head of coffee £40,000 is not the problem. The sector is the problem.

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Cappella Sistina, in mostra gli arazzi degli Atti degli Apostoli di Raffaello — Uozzart

In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello, sino al 23 febbraio 2020 la Cappella Sistina sarà magnificamente adorna dei preziosi arazzi degli Atti degli Apostoli realizzati su cartoni di Raffaello In occasione delle celebrazioni per il V centenario della morte di Raffaello Sanzio (Urbino 1483-Roma 1520), sino al 23 febbraio…

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Sfida all’ultimo museo…

Il secondo proposito per l’anno nuovo è visitare alcuni dei musei di Londra in cui non ho ancora messo piede, una sfida notevole visto che se vogliamo credere a Wikipedia, nell’intera area della Greater London ce ne sono circa 250 tra grandi, meno grandi, piccoli e minuscoli, pubblici e privati. So già che fallirò miseramente ma vale la pena provare…

La lista completa (o quasi) dei musei di Londra la trovate qui  😁

We are many Voices — Front of House Museums

“You know what visitors want” Who are we talking about? We are talking front of house in museums, the face of every museum, the embodiment of the values and mission of every museum, where collections become real. Front of house must be valued and celebrated, this is happening, we saw it at Moving On Up, […]

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A Sector Defined by People

I musei nel XXI secolo sono sempre più definiti attrazioni turistiche. Che ci piaccia o no questa e’ la realtà dei fatti.

Front of House in Museums

People are visiting British attractions, across the UK visitor numbers have grown by 9%, growth was highest in Scotland where growth topped 19%. This growth was despite a UK wide drop in international visitors (4%). A sign of growing strength in the UK tourism industry, and a sign that the real growth is coming from us, people across the UK. The greatest growth have been found outside London, in cities like Birmingham and Liverpool, and in the home nations of Northern Ireland and Scotland (Brown 2019 Guardian). The visitor growth and declines we are seeing, ask questions about long term patterns and the impact of Brexit (what ever it actually becomes) will areas experiencing growth now, be more insulated as a result of internal visitor growth patterns with areas like London suffering more, notably the sites which relay on international visitors to make up the bulk of their visitor base?…

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Il Moro di Pietro il Grande

Uno dei motivi per cui amo lavorare in un museo sono le storie che si celano dietro gli oggetti piu’ impensabili. Come questa miniatura, un dono diplomatico, dipinta da Gustav von Mardfelt nel 1720 nascosta in un cassetto delle sale dedicate all’Europa del museo in cui lavoro.

Rappresenta Pietro il Grande (1672-1725) zar e, dal 1721, imperatore di Russia. Peter indossa un abito di foggia francese ed è rasato (aveva obbligato i nobili a radere le barbe, simbolo della vecchia Russia) porta le insegne del potere , il bastone del comando, l’aquila imperiale.
Nel corso del suo regno, Pietro il Grande introdusse un programma di riforme civili, militari, religiose e amministrative ispirate dai suoi viaggi in europa nel 1697 che diedero indizio alla modernizzazione dlel Russia e al suo sviluppo come stato europeo. La sua passione per gli esercizî militari, le costruzioni navali e la navigazione, l’immensa sete di apprendere e la decisa volontà di far progredire la Russia secondo il modello dell’Occidente, lo spinsero a varcare (1697), col nome di Pietro Michajlov, i confini della patria per un lungo viaggio di studio e di aggiornamento. Dai cantieri d’Olanda passò in Inghilterra, dove seguì un corso di costruzione navale; si recò quindi in Prussia, in Boemia e a Vienna. Stava per recarsi a Venezia quando una rivolta degli strelcy lo richiamò precipitosamente a Mosca, dove centinaia d’impiccagioni (sett.-ott. 1698) segnarono l’inizio del suo duro regime autocratico. Lo sforzo espansivo, sul Baltico e sul Mar Nero e verso i Balcani, e l’opera riformatrice di P. costituiscono gli aspetti congiunti di un unico sforzo, diretto a mettere la Russia in condizione di reggere a un confronto armato con le potenze dell’Occidente, anche più progredite.

Miniature painting showing Peter the Great, by Baron Gustav von Mardefeld, 1720. Victoria and Albert Museum

Con lui è un paggio di colore, Abram Petrovič Gannibal (1696-1781). Le sue origini sono incerte. Nato nel 1696 in Africa, in una famiglia nobile le cui origini geografiche precise sono molto discusse (tra Etiopia, Eritrea e Camerun), nel 1703 Gannibal fu portato a Costantinopoli alla corte del Sultano Ottomano come ostaggio per garantire il buon comportamenteo del padre. Con lui fu catturata anche la sorella, che pero’ morì durante il viaggio.

Nel 1704, dopo aver trascorso un anno a Costantinopoli, Gannibal fu riscattato e portato in Russia, dove fu donato all’Imperatore Pietro il Grande che, colpito dall’intelligenza del ragazzo, lo adottò e lo crebbe assieme ai suoi figli. Gannibal fu battezzato nel 1705, nella chiesa di Santa Parasceve, a Vilnius, con Pietro come padrino. Nel 1717, ormai ventunenne, Abram si traferisce a Metz, in Francia, per studiare le arti, le scienze e le discipline militari, tra cui l’ingegneria. Qui, dopo un anno, il nostro giovanotto decise  – con l’incoraggiamento dello Zar – di unirsi all’esercito francese per  fare esperienza pratica nel campo nell’ingegneria militare. Arruolatosi nell’esercito di Luigi XV di Francia combatte contro Filippo V di Spagna, si distinse fino a raggiungere il grado di capitano. Fu durante il soggiorno francese che adottò il cognome Gannibal, in onore del celebre generale cartaginese Annibale (Gannibal è, infatti, la tradizionale traslitterazione del nome in russo). A Parigi, Gannibal ebbe modo di conoscere famose personalità dell’Illuminismo come Denis Diderot, il barone di Montesquieu e Voltaire (che lo definì “stella oscura dell’Illuminismo“), con i quali strinse rapporti d’amicizia.

Una volta conseguita un’istruzione universitaria e un’esperienza sul campo di battaglia, nel 1723 Abram tornò a Mosca. Non ancora trentenne, il giovane ufficiale era ansioso di intraprendere una carriera di successo nell’esercito imperiale russo. Sfortunatamente per lui, il destino aveva altri piani. Lo zar Pietro I morì a soli 52 anni dopo una lunga malattia nominando erede la moglie, Caterina, che salì al trono come Imperatrice, ma il vero potere era nelle mani di un gruppo di “consiglieri”, tra cui il corrotto principe Aleksandr Danilovich Menshikov che detestava Abram per la sua influenza a corte. Cosi’ il principe Menshikov fece assegnare il capitano Gannibal ad un’unità dell’esercito di stanza in Siberia, con il compito di usare le sue abilità ingegneristiche per misurare la Grande Muraglia cinese, allora appena oltre il confine russo. Fu un breve esilio, comunque. In uno dei drammatici cambiamenti di fortuna che caratterizzano la stori dell’impero russo, Menshikov perse favore con la nuova imperatrice Anna I (1693-1740) e fu mandato in esilio in Siberia. Nel 1730 Gannibal tornò a Mosca, dove riprese la sua carriera nell’esercito imperiale da punto in cui era stata interrotta.

Ma fu durante il regno dell’imperatrice Elisabetta (1709-1762), la figlia di Pietro salita al trono nel 1741, che la fortuna torna davvero a sorridere al nostro Gannibal, che divenne un personaggio molto importante a corte. Raggiunto il grado di maggior generale, Gannibal è nominato soprintendente di Reval (oggi Tallinn, in Estonia, carica che ricoprì dal 1742 al 1752) dall’imperatrice, che nel 1742 gli assegna la tenuta di Mikhailovskoye, nella provincia di skov, con centinaia di servi dove il nostro eroe si ritira nel 1762.

Gannibal si sposò due volte. La sua prima moglie fu Evdokija Dioper, una nobildonna di origine greca che gli diede una figlia. Ma non fu un matrimonio felice. Evdokija disprezzava suo marito, che era stata costretta a sposare; quando Gannibal scoprì che lei gli era stata infedele, la fece arrestare e gettare in prigione, dove la poveretta trascorse undici anni in condizioni terribili. Gannibal si consolò con Christina Regina Siöberg (1705–1781), discendente da una nobile famiglia di origini scandinave e tedesche, e la sposò a Reval, nel 1736, un anno dopo la nascita del loro primo figlio, mentre lui era ancora legalmente sposato con la prima moglie. Ma visto che il suo divorzio da Evdokija non divenne definitivo fino al 1753, Gannibal, in quanto bigamo, dovette pagare una multa e fare una penitenza (se la cavò comunque molto meglio della povera Evdokija che dopo aver passato undici anni in prigione, fu costretta a ritirarsi in un convento per il resto della sua vita…). Il secondo matrimonio di Gannibal venne comunque ritenuto legale dopo il divorzio.

In un documento ufficiale presentato nel 1742 dallo stesso Gannibal all’Imperatrice Elisabetta per acquisire un blasone, il noetro chiese il diritto di usare come stemma di famiglia un elefante e la misteriosa parola FVMMO, che forse sta per “patria” in lingua Kotoko-Yedina – anche se a me sembra molto piu’ appropriata la versione che vuole che FVMMO stia per la locuzione latina Fortuna Vitam Meam Mutavit Oppido, ovvero «La fortuna ha cambiato la mia vita completamente». Se non l’ha cambiata a lui…

Abram Gannibal e Christina Regina Siöberg ebbero dieci figli, tra cui un maschio, Osip, che, a sua volta, ebbe una figlia, Nadežda, che ebbe un figlio. Questo bambino crebbe fino a diventare un pilastro della letteratura russa. Il suo nome era Aleksandr Puškin.

Orgoglioso delle sue origini africane, Puškin immortalò il celebre bisnonno in un romanzo rimasto incompiuto, Il Negro di Pietro il Grande, scritto tra il 1827–1828 e pubblicato nel 1837 e  la prima opera in prosa del grande poeta russo.

2019 ©Paola Cacciari

Perché abbiamo bisogno di toccare?

Lavorando in un museo ho a che fare tutti i giorni con gente che tocca. E allora non potevo non ribloggare questo articolo di Daniele Corbo su Orme Svelate. Buona lettura!

ORME SVELATE

Risultati immagini per touch saatchi art Touch (Mihail Korubin-Miho)

Ogni anno, i musei sostengono il costo di riparare i danni causati alle loro opere dai visitatori che li toccano. Perché le persone vogliono toccare oggetti che possono vedere chiaramente? Qual è la visione che aggiunge quel tocco? I filosofi, a partire da René Descartes, hanno tutti notato che il tocco ha fornito “un senso di realtà” e ci ha fatto sentire in contatto con il mondo esterno. Al contrario, gli psicologi tendono ad assumere che il tatto non ha superiorità intrinseca rispetto agli altri sensi. La nostra tendenza al “controllo dei fatti” al tatto è comune, ma rimane inspiegabile: dal resoconto biblico dell’apostolo dubbioso San Tommaso, vediamo ora un “effetto Tommaso” nei telefoni cellulari e in altre nuove tecnologie, dove le persone preferiscono ancora premere per selezionare gli elementi su uno schermo e nel punto vendita in cui i negozi consentono alle persone di toccare i…

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Il dilemma del XXI secolo: vivere la vita o fotografarla?

Quesito: state davvero vivendo questo momento? Questo essere qui, ora a fare quello che state facendo – scrivendo sulla tastiera delo vostro computer, mangiando un gelato, guardando un quadro, un paesaggio, assistendo ad uno spettacolo, leggendo il giornale, o questo post. Lo chiedo perchè ovunque vada, per la strada o al lavoro al museo, tutto ciò che vedo sono persone di tutte le età che guardano nei fissi nei loro smartphone. Io sono una delle colpevoli, lo ammetto.

Perchè sentiamo così ungentemente il bisogno di aggiornare lo status di Facebook o di controllare per la millesima volta Twitter, Instagram gli e-mail sui nostri smartphones, la mano ansiosa che scava nella borsa o nelle tasche dei jeans a cercare il telefono non appena sentiamo il bing di una notifica indipendentemente dal luogo in cui ci troviamo?  La cosa mi preoccupa. Sarò antiquata, ma trovo estremamente maleducato verso gli artisti e gli altri spettatori usare il telefono a teatro o al cinema durante uno spettacolo. Come qualche sera fa alla Royal Albert Hall, la bellissima sala da concerti vittoriana in quel di South Kensington, dove per un colpo di fortuna stratosferico avevo trovato un biglietto bazza per un magnifico concerto di musica sinfonica russa, una fantastica hit-parade di grandi compositori come Borodin, Mussorgsky, Rimsky-Korsakov e Tchaikovsky per intenderci. Davanti a me era seduta una giovane coppia di turisti che continuava ad ignorare allegramente i richiami della maschera che ripetutamente chiedeva loro di smettere di filmare il concerto e spegnere il telefono.

Dal mio posto nella fila dietro, li vedevo incessantemente inviare messaggi su WhatsApp, picchiettare la tastiera dello smartphone con dita più veloci della luce. La luce emanata dallo schermo del telefono era in linea con la mia visione del direttore d’orchestra che finiva così per diventare tutt’uno con lo sfondo verde e giallo di WhatsApp. Ogni tanto la ragazza alzava il telefono per scattare una foto al palcoscenico prentamente condivisa su Facebook. Vedere il concerto attraverso lo schermo di un cellulare altrui non era la mia idea di una serata live. Vincedo la tentazione di afferrare il suo smartphone e ficcarglielo in gola, mi sono limitata a picchiettare gentilmente la ragazza sulla spalla chiedendole con tutta la cortesia che sono riuscita a raccogliere di metterlo via perché disturbava noi che si stava dietro. La maschera mi ha lanciato uno sguardo grato e lo stesso ha fatto la signora seduta a poca distanza da me. Non capisco. Che senso ha pagare per un concerto (ma potrebbe essere uno spettacolo teatrale, una mostra o un balletto) se poi non la si vive in pieno perché si è troppo occupati a condividerla con i milleetrecentocinquadue amici che si hanno in Facebook?

Uno studio del 2013 ha scoperto che le persone che vanno in giro per musei fotografando tutto ricordano molto meno della loro visita di coloro che invece si limitano a guardare e a scattare qualche foto occasionale. La cosa non mi sorprende. In fondo perché affaticare il cerverlo con ricordi “inutili” (cosa discutibile) quando possiamo accedere all’immenso archivo fotografico del nostro iPhone o simili o trovare la stesssa informazione su Google? Detto questo, io adoro la fotografia e scatto foto ovunque. I ricordi scivolano via come sabbia tra le dita e la fotografia è un mezzo meraviglioso per fermare il tempo. Ma c’è un tempo e un luogo per tutto. Voi cosa ne pensate?

2018 © Paola Cacciari