La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

Parla della Russia

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

Sebbene la scuola di arte e design Bauhaus sia esistita per soli 14 anni, la radicale novità del suo approccio “olistico” nei confronti del processo creativo continua a riecheggiare ancora oggi nell’arte contemporanea, nell’architettura e nella progettazione, grafica e non.
Così, visto che quest’anno la celeberrima istituzione tedesca compie cento anni, ho pensato di ripubblicare questo articolo che ho scritto nel 2012 per Artribune in occasione della grande retrospettiva della Barbican Art Gallery.
Buona lettura!

Bauhaus building (1925–26) by Walter Gropius. Photo © Tillmann Franzen. © VG Bild-Kunst, Bonn 2018.

Vita da Museo

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

100-2012-0159 Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk

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Scrivere lascia il segno: ce lo racconta la British Library

Mi piace scrivere: questo è il motivo per cui ho aperto un blog. Appartengo ad un’epoca pre-computer, quando si scriveva a mano e a scuola avere “una bella calligrafia” era ancora una cosa ancora importante. Mi piace vedere i miei pensieri che si srotolano sulla carta, le idee che predono forma d’inchiostro, le parole rotonde che si srotolano ordinate sotto i miei occhi. La scrittura elettronica è una grande invenzione, ma non mi da la stessa soddisfazione. Non ho mai smesso di scrivere e certamente non ho mai preso la scrittura sottogamba, che scrivere come il leggere, sono due delle invenzioni più rivoluzionarie dell’umanità. E la British Library ci ha fatto sopra una mostra, un’altra bellissima mostra come solo la British Library sa fare, quando si tratta di affrontare soggetti di questo tipo (ricordo la mostra del 2011 sull’evoluzione della lingua inglese.

Writing: Making Your Mark è una mostra piene di parole, di libri e di stupefacenti artefatti, che vanno da una pietra intagliata mesoamericana di 5000 A.C. ai  manoscritti illuminati, dal primo Microsoft Word al MacBook. In  parole povere: dalle tavolette ai tablet.

Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.
Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.

A proposito, lo sapevate che la lettera “A” deriva dal’evoluzione del geroglifico rappresentante una testa di bue? Nel corso del tempo i Fenici, i Greci, gli Etruschi e infine i Romani, utilizzarono questo geroglifico, stilizzandolo sempre più fino ad arrivare a quella che conosciamo come la prima lettera del nostro alfabeto. E mentre fatico a processare che la lingua di Dante e Shakespeare derivi da qui, non riesco e non pensare che questo geroglifico semi-astrattro sarebbe stato benone sulla copertina di un disco dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin

Eppoi manoscritti, tanti manoscritti. Dai salteri medievali a Mozart e James Joyce; dalle note tironiane alla BIC Cristal, la penna biro più famosa  e affidabile, che ancora oggi si vende ancora a milioni. Il mio oggetto preferito è una tavoletta di cera sulla con i compiti di uno scolaro egiziano che stava imparando il greco: compiti che risalgono al II secolo DC, ma sempre compiti sono…

La domanda finale è quella che mi preoccupa: dove andrà a finire la nostra lingua? E’ fluida malleabile, o si è semplicemente semplificata troppo? Saremo ancora capaci di parlare o finiremo con l’utilizzare un linguaggio più simile agli sms che ad un codice usato da esseri umani? Non ne ho idea. Ma come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo…

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Agosto 2019

Writing: Making Your Mark

www.bl.uk

Lee Krasner, il genio dimenticato dell’Espressionismo Astratto

Alzi la mano chi, come me, non è un fanatico dell’arte contemporanea e ha sentito parlare di Lee Krasner (1908-1984).
Non molti? Lo sospettavo. Che Lee Krasner, nata Lena Krasner, ha trascorso la vita a lottare per uscire dall’ombra, per il diritto di essere se stessa: un’artista complete e indipendente, e non solo la moglie di Jackson Pollock.

 Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.
Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.

Questo, insieme al fatto di essere una donna, era il problema più grande quando cercava di essere presa seriamente all’interno di un gruppo al testosterone come gli Espressionisti Astratti. Ma a volte il cercare di guadagnarsi un posto al sole a furia di gomitate non basta, che questo non era un movimento per mammolette.

“I was a woman, Jewish, a widow, a damn good painter, thank you, and a little too independent.” Lee Krasner

I suoi primi lavori sono densi di influenze cubiste e realiste, e forse lo sarebbero rimasti se i primi brucianti insuccessi non le avessero fatto perdere le staffe a tal punto da distruggere in una fitta di rabbia le tele rimaste invendute, solo per riassemblarle in una sorta di collage astratto pieno di furia e frustrazione. E il risultato è qualcosa di radicamente nuovo e diverso anche per l’America di quegli anni.

'Icarus' (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores
‘Icarus’ (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores

La morte di Pollock nel 1956 in un incidente automobilistico è un’altra pietra miliare per la Krasner, che si getta anima e corpo nella pittura – il suo personale antidoto al dolore. Quello che ne risulta è un gruppo opere che grondano tristezza, nostalgia e perdita, e che forse, per la prima, volta parlando davvero con la sua voce.

Lee Krasner, who died in 1984, at work in her studio in the 60s, painting Portrait in Green. Photograph: Mark Patiky

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 1 Settembre 2019

Lee Krasner: Living Colour @ Barbican Art Gallery

www.barbican.org.uk

Il Limpido Ruscello (The Bright Stream) di Shostakovich

OK, capisco perché Stalin ha vietato questo balletto: è divertente! E quando dico divertente intendo davvero, molto, troppo divertente. Divertente dall’inizio alla fine, con il suo misto di commedia e pantomima, coppie quasi adultere che si scoppiano e si riaccoppiano, ballerine vestite da uomo e ballerini vestiti da ballerine che danzano sulle punte e una sfilza di eccentrici caratteri ispirati allo Shakespeare di Sogno di una Notte di Mezza Estate  (ok, non c’è un uomo con la testa d’asino, ma c’è un cane in sella ad una bicicletta). Uh!

È anche ambientato in un collettivo agricolo sovietico, ma si rifiuta categoricamente di prendere la cosa sul serio, inclusi i frutti del lavoro del collettivo stesso, qui rappresentati sotto forma di frutta e verdura di ciclopiche dimensioni. C’era da aspettarselo che tanto liberalismo e tanta presa in giro della propaganda non siano andati giù a Mosca. Subito dopo il suo debutto nel 1935, The Bright Stream fu dovutamente denunciato in un articolo sulla Pravda, in cui il balletto veniva attaccato per la mancanza di un tema serio. Il compositore, Dmitri Shostakovich fu disonorato, il librettista Fyodor Lupokhov finì in un gulag e il balletto fu condannato all’oblio. Fino a quando, nel 2003, quasi 70 anni dopo, Alexei Ratmansky ha deciso di riportarlo in scena, con una produzione di in due atti che, pur rendendo omaggio all’originale sovietico, adatta il balletto alle necessità di un pubblico moderno.

La trama è semplice. La giovane campagnola Zina, ama suo marito, l’arrogante studente di agricoltura Pyotr. Ma il loro matrimonio viene messo alla prova quando due famosi ballerini entrano in città – conosciuti solo come La Ballerina, e Il Ballerino di danza classica. I due decidono di insegnare a Pyotr (e al suo occhio errante e mani e labbra) una lezione. E a questo punto iniziano le risate.

Non capita spesso di vedere il Balletto del Bolshoi  in piena versione comica, ma con la sua infilata  di interazioni da pantomima, The Bright Stream è un’opportunità per i ballerini di fare proprio questo. E ci si buttano a capofitto, godendosi un mondo l’opportunità di essere sciocchi – anche se lo fanno, ovviamente, con uno stile impeccabile. E per noi che stiamo nell’audience, è una gioia assoluta vedere questa compagnia divertirsi in modo quasi fanciullesco. Tanto che più di una volta sono scoppiata a ridere fino quasi alle lacrime (come non mi capitava da quando proprio a Covent Garden ho visto The Dream, di Frederick Ashton, basato appunto su Sogno di una Notte di Mezza Estate) insieme al resto del pubblico che stipava ogni angolo della Royal Opera House.

Ruslan Skvortsov, una delle più brillanti stelle del Bolshoi, sarà anche abituato a ruoli da “macho” nel balletto classico, ma una volta fattosi prendere dalla farsa, è un vero spasso, con tanto di tutù, petto peloso e tutto il resto. Che si tratti di svolazzare sulle punte o di trascinarsi stancamente sui piedi, il nostro eroe rende una magistrale parodia di quell’ “inseguimi – no, non- inseguirmi” tutto femminile e così  caratteristico diuna certa… (ahem) Odette.

Ma a quanto pare, fare la parodia a Il Lago dei Cigni nell’Unione Sovietica di Stalin era una reato punibile con il gulag, come appunto Lupokhov ha scoperto a sue spese. Una cosa ingiustissima che, lungi dall’essere una presa in giro, questo suo è piuttosto uno scherzo affettuoso che fa tanto più ridere in quanto viene da una compagnia famosa per la sua serietà. Una piacevole scoperta questa  The Bright Stream. Mi sono divertita immensamente!

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

The Bright Stream 7-8 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

Back in time: Aserejé de Las Ketchup

Un altro tormentone modello Macarena, questa Aserejé del gruppo musicale spagnolo Las Ketchup, è stata la colonna sonora dell’estate del 2002.E scommetto che ha fatto ballare anche gli scettici… 😉

Spartacus. Ovvero, la potenza dell’esercito del Bolshoi

Forse solo un marziano non conosce la storia di Spartaco e degli schiavi rivelli nel 73 a.C., diventata nota anche grazie al film di Stanley Kubrick nel 1960 e interpretato da Kirk Douglas. Alla fine del film, sconfitta la rivolta, Crasso propone ai sopravvissuti dell’esercito degli schiavi ribelli (tra cui c’è anche Spartaco) di identificare (vivo o morto) il loro comandante, in cambio della loro vita – una vita che comunque dovranno trascorrere nuovamente in schiavitù. Spartaco decide di consegnarsi, ma quando sta per alzarsi, tutti i suoi compagni fanno lo stesso, pronunciando ognuno la frase “Io Sono Spartaco!”.

Nelle mani di Yuri Grigorovich la storia della ribellione degli schiavi diventa l’allegoria di un popolo oppresso (quello sovietico) che lotta coraggiosamente per rovesciare una classe dirigente fascista e decadente. Creato nel 1968, lo Spartacus del Bolshoi è un’opera tipicamente sovietica, e tipicamente “del” Bolshoi, un luogo dove le dimensioni contano – non per niente il nome del teatro significa “grande” in russo. E come il Bolshoi, questo è un balletto di dimensioni straordinarie, a cominciare dall’esercito di ballerini necessari per un tale spettacolo, tutti identicamente e perfettamente addestrati per finire (ma solo metaforicamente) con la grandiosa musica di Aram Khachaturian.

Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian

La trama è semplice, come lo sono i quattro personaggi principali: il nobile, indomito gladiatore Spartacus, Frigia, la sua amata, bella e dal cuore puro, il folle Crasso, capo dell’esercito romano e la venale cortigiana Aegina. Gli uomini dominano il palco: schiavi e soldati che si muovono all’unisono, dritti come le loro spade, e poi lo Spartaco di Denis Rodkin che affronta il console romano Crasso (Artemy Belyakov).

Più che in frasi liriche, la coreografia di Grigorovich si esprime in spettacolari tableau che utilizzano blocchi di ballerini e cortigiane illuminati da un chiaroscuro di sapore caravaggesco, che entrano ed escono dalla scena muovendosi in perfetto accordo.

Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian

Spartacus è un vero tour de force, non solo da parte dei solisti (Irek Mukhamedov, l’indiscusso Spartaco del Bolshoi dal 1986 al 1991, famosamente ha detto scherzando che la cosa piu’ soddisfacente del ruolo era arrivare vivi alla fine del balletto…), oltre ad essere una meravigliosa esibizione di potenza da parte del corpo di ballo del Bolshoi.

Ed è anche incredibilmente divertente e interessante: la narrativa  tipicamente cinematografica infatti lo rende una sorta di film ‘danzante’ che alterna melodrammatici pas de deux che sfidano la gravità (come quello in cui Spatacus/Rodikin alza Phrygia/Denisova con un solo braccio, momento in cui l’intero teatro di Covent garden e’ esploso in un sonoro applauso…) a *vagamente cominci) baccanali ed esplosive scene di battaglie, il tutto unificato dalla straordinaria partitura di Khachaturian, con le sue potenti percussioni, il suo romantico tema d’amore e qualche sorprendente tocco di jazz spizzicato qua e la’. Spartacus insomma è ancora un balletto per le masse e le masse contunuano a godreselo alla grande. Certamente io l’ho fatto (e non solo per i vigorosi giovanotti in calzamaglia… 😜)

 

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

Monday 29 July-Saturday 17 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

Cosa può dire di te un libro…

Un’amica mi ha sfidato a descrivermi con le mie letture. Chiaramente non potevo non accettare questa sfida, ma davvero non è facile come sembra. Comunque questo è quanto ne è risultato. Almeno per ora… 😉

 

Descriviti: Creatura di sabbia (Tahar Ben Jelloun)

Cosa provano le persone quando stanno con te? Sense and Sensibility (Jane Austen)

Descrivi la tua relazione precedente: Una stagione all’inferno (Arthur Rimbaud)

Descrivi la tua relazione corrente: On The Road (Jack Kerouak)

Dove vorresti trovarti? A Sud del confine, a Ovest del sole (Aruki Murakami)

Come ti senti nei riguardi dell’amore? L’Opera (Emile Zola)

Com’è la tua vita? Notes from a small Island (Bill Bryson)

Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio? Treasure Island (Robert Louis Stevenson)

Dì qualcosa di saggio… Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

Una musica: Norwegian Wood (Tokio blues) (Aruki Murakami)

Chi o cosa temi? Questo sangue che impasta la terra (Loriano Machiaveli e Francesco Guccini)

Un rimpianto: Alla ricerca del tempo perduto (Marcel Proust)

Un consiglio per chi è più giovane: De brevitate vitae (Seneca)

Da evitare accuratamente: La Noia (Alberto Moravia)

E voi come vi descrivereste con un un libro? 🙂

Muore Rutger Hauer, il replicante ribelle di ‘Blade Runner’ — La Promenade, BlogZine di Cultura

L’attore di Blade Runner scompare a 75 anni ”Ho viste cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… e i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. E’ tempo di […]

via Muore Rutger Hauer, il replicante ribelle di ‘Blade Runner’ — La Promenade, BlogZine di Cultura