Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

Malick Sidibé: L’occhio di Bamako. A Sommerset House

Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, ammetto che la mia conoscenza della geografia Africana ha sempre lasciato un po’ a desiderare. Il fatto è che non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee  dritte, trattaciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose.

Per cui prima di entrare a Sommeset House a visitare la retrospettiva che l’istituzione londinese ha dedicato al fotografo Malick Sidibé (1936-2016) ho dovuto cercare su Google lo stato del Mali (“il Mali è uno stato dell’Africa occidentale situato all’interno e senza sbocchi sul mare che confina a nord con l’Algeria, ad est con il Niger, a sud con il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, a sudovest con la Guinea e ad ovest con il Senegal e la Mauritania.” Grazie Wikipedia…).

Malick Sidibé
Malick Sidibé

Il fatto che il Mali si chiamasse Sudan Francese prima di proclamare la sua indipendenza dalla Francia nel 1960 non ha reso le cose più semplici. Un’indipendenza di breve durata, che il giovane stato si libera da un colonialimo solo per passare ad un altro anche se di un’altro tipo, quello americano del Rock’n’Roll, jeans e delle motociclette. E Sidibé è pronto ad immortalare con grande entusiasmo questo incredibile momento storico ed economico di un paese che si scrolla di dosso le restrizioni del colonialismo accogliendo la cultura Pop a braccia  aperte.

Le sue straordinarie foto in bianco e nero della gioventù di Bamako hanno un’immeditezza travolgente: coppie che ballano il Twist, pantaloni a zampa di elefante, occhiali da sole oversize e giacche dalle stampe caleidoscopiche la fanno da padroni. E non mi meraviglio che “l’occhio di Bamako”, come Sidibé era conosciuto, ha ricevuto molti premi nella sua lunga carriera diventanto nel 2007 il primo fotografo e il primo artista africano a vincere il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia.

Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York
Regardez-moi (1962) by Malick Sidibé. Photograph: Malick Sidibé/Jack Shainman Gallery, New York

 

Nuit de Noël (Happy Club), 1963 (c) Malick Sidibé. Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris
Malick Sidibé Les jeunes bergers peulhs, 1972 Tirage argentique baryté Papier : 50 x 60 cm Signé et daté © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, ParisBB=9.99Topaz2

 

“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris
“Les très bons amis en même tenue”, 1972 © Malick Sidibé Courtesy Galerie MAGNIN-A, Paris

Chissà ne è stato di quei volti sorridenti e di tutto quell’ottimismo, quale futuro e quali difficoltà aspettavano questi giovani dopo quel breve peridodo di promettente democrazia, e che ha portato guerre civili e colpi di Stato militare. Chissà se sono ancora vivi e come se la passano. Ma in queste bellissime fotografie, avvolte dalla magnifica colonna sonora di Rita Ray, questi volti sorridenti rimarranno per sempre giovani e felici.

2016 by Paola Cacciari.

Londra// estesa fino al 26 Febbraio 2017

Malick Sidibé: The Eye of Modern Mali a Sommerset House

somersethouse.org.uk

Entrata libera

L’Egitto dopo i faraoni

Per un’appassionata di Storia Greca e Romana come la sottoscritta il British Museum è la grotta di Alí Babà: pieno di tesori. Inutile dire che ci capito appena possibile momento, per ammirare i marmi del Partenone (non infognamoci nelle discussioni sulla legittimità della loro presenza a Londra…), vasi, sculture, mosaici e per salutare il mio imperatore preferito, Traiano. O in questo caso Augusto, visto che la mostra in questione parte dalla sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra ad Azio il 2 settembre 31 a.C ad opera della flotta di Ottaviano.

Head of Augustus, bronze head from an over-life-sized statue, likely made in Egypt, C.27-25 BC Credit British Museum
Head of Augustus, bronze head from an over-life-sized statue, likely made in Egypt, C.27-25 BC Credit British Museum

Con queste premesse, potevo perdermi quindi Egypt: faith after the pharaohs? Inutile dire che questa mostra è una vera chicca per tutti coloro che sono interessati al mondo tardo-romano e bizantino e oltre, che il periodo in esame va dall’Egitto romano fino alla conquista araba – 1200 anni di storia che vanno da Cleopatra a Maometto. È un viaggio incredibile attraverso importanti migrazioni culturali e di popoli, ciascuno con la propria cultura e religione. Religioni e culture che nell’Egitto post-romano si sovrappongono l’una all’altra, lottano tra loro ma che il più delle volte coesistono l’una accanto all’Altra.

Portrait of a priest of Serapis. Egypt, AD 140-160. © The Trustees of the British Museum
Portrait of a priest of Serapis. Egypt, AD 140-160. © The Trustees of the British Museum

Come reagiscono le arti visive a questi cambiamenti? In 1200 anni L’Egitto si muove dal paganesimo al Cristianesimo, fino a diventare la terra prevalentemente islamica che tutti conosciamo. E non dimentichiamo la presenza ebraica che in momenti diversi della storia egiziana, ha avuto ruoli di grande importanza. Il risultato? Il farmi pensare che come Howard Carter quando scopese la tomba di Tutankamun anch’io stavo vedendo “cose meravigliose”. Perché anche se non ci sono oggetti cult come la maschera di Tutankamun, ci sono davvero una serie di oggetti che mi hanno fatto restare a bocca aperta. Una statua del dio Horus per esempio, con la testa di falco e il corpo di un imperatore romano (con tanto di uniforme e corazza) o l’immagine di un prete cristiano dipinta su un piatto di maiolica realizzato a lustro metallico, una tecnica mediorientale.

Standing-figure-of-the-Roman-god-Horus-wearing-Roman-military-costume-bronze-Egypt-1st-2nd
Standing figure of the Roman god Horus wearing Roman military costume bronze Egypt

Ma la cosa che mi colpisce di più è una Bibbia ebraica che risale al 1005 scritta in arabo. Devo rileggere la spiegazione sulla targhetta accanto alla bacheca un paio di volte perché temo di aver frainteso, ma no, è davvero quello che penso che sia. Al Cairo infatti vivevano tre comunità ebraiche, una delle quali, quella caraitica, non seguiva il Talmud in quanto rifiuta la tradizione orale dell’ebraismo, la cosiddetta “Torah orale”, ma seguiva (segue) la Bibbia; ma vivendo Al Cairo la loro lingua comune era l’arabo, questa Bibbia è scritta nella lingua di Maometto. E se questo mi riempie di stupore, le mie sorprese non sono finite che nella teca vicna ci sono brani del Corano scritti in ebraico nel XII-XIII secolo. Tanto che per un attimo ho la visone di Paul McCarney e Stevie Wonder cantare insieme Ebony ad Ivory nel 1982 (avete presente Ebony and ivory live together in perfect harmony Side by side on my piano keyboard, oh Lord, why don’t we?)

Ivory pyxis box depicting Daniel with arms raised in prayer flanked by two lions, Egypt 5th century AD Credit The Trustees of the British Museum
Ivory pyxis box depicting Daniel with arms raised in prayer flanked by two lions, Egypt 5th century AD Credit The Trustees of the British Museum

È un meraviglioso viaggio in un periodo difficile, denso di conflitti e distruzione, di instabilità politica e religiosa, ma anche di grandissima creatività. E in un momento come questo in cui l’Europa è in sommersa da un’ondata migratoria paragonabile solo a quella delle invasion barbariche e gli estremisti del IS, tra gli altri orrori commessi, stanno sistematicamente distruggendo le vestigia del passato della Siria, questa è una mostra davvero attuale e a tratti davvero commovente.

Londra// fino al 7 Febbraio 2016

Egypt: faith after the pharaohs

britishmuseum.org

La porta delle lacrime (Cutting for Stone) di Abaraham Verghese

Una delle cose piu’ difficili da rendere per un traduttore sono i titoli. In inglese questo libro si chiama Cutting for Stone, una frase del giuramento ippocratico che purtroppo tradotta letteralmente in italiano non avrebbe avuto la stessa potenza espressiva. E allora si è scelto un super-tragico La porta delle lacrime che secondo me non rende completamente l’atmosfera di questo bellissimo libro.

Marion e Shiva sono gemelli identici, frutto della relazione segreta tra una giovanissima suora indiana e un impenetrabile chirurgo inglese che lavorano insieme in un ospedale missionario di Addis Abeba negli anni Cinquanta. Orfani della madre, che muore durante il parto, e abbandonati dal padre, che scompare senza dare più notizie di sé, i bambini vengono adottati da una coppia di medici indiani di stanza al Missing Hospital e crescono uniti da un’intesa fortissima, quasi paranormale, e dalla medesima passione per la medicina, sullo sfondo dell’Etiopia scossa da fermenti rivoluzionari. A dividerli però non è la politica ma la passione per la stessa donna: sconvolto, Marion lascia l’Africa per gli Stati Uniti, dove si rifugia nel lavoro di medico presso un povero ospedale del Bronx. Quando il passato ritorna – e quasi lo uccide Marion si ritrova ad affidare la propria vita ai due uomini di cui meno si fida al mondo: il padre chirurgo che l’ha abbandonato e il fratello che lo ha tradito. Ed è proprio lui a raccontare in prima persona la storia di tutti. (thank you ibs.it!)

97800994436362014 ©Paola Cacciari