Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

Fuori dagli itinerari turistici: Sir John Soane’s Museum

Al n. 13 di Lincon’s Inn Fields c’è la casa di John Soane, uno dei più importanti architetti inglesi del XIX secolo. Ma quando sono arrivata a Londra nel 1999 di lui non ne avevo mai sentito parlare, e il fatto che il John Soane’s Museum sia stato uno dei primi musei che ho visitato appena arrivata nella capitale era dovuto al fatto che l’ingresso libero mi intrigasse più del cosa ci avrei trovato dentro.

Sir John Soane Museum
Sir John Soane Museum

Inutile dire che quello che ci ho trovato dentro è stato a dir poco incredibile. E ancora adesso quando ci ritorno (come oggi, per esempio) mi sembra di tornare indietro nel tempo. Che, grazie ad una clausola che vieta di apportare cambiamenti, la casa è ancora più o meno come Soane la lasciò  alla nazione alla sua morte nel 1837: un’ecclettico susseguirsi di stanze di colori diversi, illuminate da finestre con vetrate multicolori che ospitano la sua immensa collezione di oggetti d’arte antica.

Screenshot_2019-09-25 Sir John Soane’s Museum, London how ‘lost spaces’ were reinstated
Sir John Soane Museum © Howard Sooley

 

E poi la serie completa de La carriera del Libertino di William Hogarth, opportunamente nascosta detro a due grandi pareti mobili, due immense ante che il guardasala di turno apre e chiude ogni mezz’ora per il diletto del pubblico presente. Il tutto perchè il crudo sarcasmo di Hogarth avrebbe potuto essere offensivo e Soane, da gentiluomo qual’era non voleva urtare la sensiblità dei suoi ospiti, soprattutto se si trattava di signore… ☺️

Eppoi che c’è di più bello e solare di un’intera sala dipinta in ‘Turner’s yellow’? 😎 😍

Sir John Soane Museum, 13 Lincoln’s Inn Fields, London WC2A 3BP www.soane.org

2019 Paola Cacciari

Il calzolaio magico: Manolo Blahnik alla Wallace Collection

“I’ve always been mad for little bows, ribbons and satins”

original
Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Forse perché per lavoro sono costretta ad indossare calzature basse e comode, al suono del nome “Manolo Blahnik” vado immediatamente in estasi. Sandali, scarpe da ginnastica, stivali, stivaletti, scarponi e ballerine: adoro le scarpe, in tutte le forme e modelli. E quelle di Blahnik non sono semplici “scarpe” sono vere e proprie opere d’arte.

Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari (4)
Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari

 

 

In questa divertente mostra estiva, le creazioni dello stilista spagnolo sono esposte accanto alle opere d’arte di quella bomboniera settecentesca che è la Wallace Collection, splendido piccolo, prezioso museo a due passi dal caos di Oxford Street. Ho passato un paio d’ore felici ad ammirare le fantasiose creazioni del calzolaio più famoso del mondo (come queste deliziose scarpette rosa, realizzate per il film di Sofia Coppola, Maria Antonietta) esposte accanto a quadri di Jean-Honoré Fragonard e Franz Hals, porcellane di Sèvres e mobili di André-Charles Boulle.

Screenshot_2019-08-27 Exhibition pairs Manolo Blahnik shoes with the paintings that inspired them
Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Sex and the City ha trasformato le scarpe di Blanhik in un personaggio vero e proprio, “le Manolo” venerate da Carrie Bradshaw. Tante sono i suoi riferimenti alle mitiche scarpe dello stilista spagnolo che ci sono addirittura pagine su internet con alcune delle citazioni  piu’ divertenti della nostra eroina calzature-dipendente, come questa .

 

“Please sir, you can take my Fendi baguette, you can take my ring and watch but you can’t take my Manolo Blahniks.”

 

La nostra Carrie sarebbe stata davvero in paradiso! 🥰

 

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 1 Settembre 2019

An Enquiring Mind: Manolo Blahnik at the Wallace Collection

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1

Il Museo di Sherlock Holmes, Londra e le sue particolarità

Da sempre adoro Sherlock Holmes, il più famoso “londinese” che non è mai esistito. Ma ammetto che, nonostante quasi vent’anni di permanenza nella Capitale, non sono anora andata a visitare il Museo a lui dedicato. Fortuna che ci ha pensato 50 Sfumature di Viaggio a colmare questa mia lacuna. Almeno per il momento… Buona lettura!

La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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L’altra metà di Dickens

Forse solo un marziano non conosce Il Canto di Natale (anche nella versione Walt Disney con Zio Paperone nelle vesti di Ebenezer Scrooge) Oliver Twist, Grandi Speranze o il Circolo Pickwick, che Charles Dickens è uno dei giganti della letteratura inglese e mondiale del XIX secolo. Ma oltre ad essere un grande scrittore, questo londinese onorario (era nato a Portsmouth) aveva pure trovato il tempo di dedicarsi al’impegno sociale, oltre che a produrre e mantenere nientemeno che dieci pargoli nel corso del suo ventennale matrimonio con la scozzese Catherine Dickens (1815-1879) detta “Kate”, il cui padre il giornalista George Hogarth divenne scrittore e critico musicale al the Morning Chronicle, dove un giovane e squattrinato Dickens lavorava. I due si sposarono nel 1836.

Come ancora adesso spesso accade, l’esistenza delle mogli e compagne di uomini famosi viene spesso schiacciata dall’egoistica personalità dei più noti mariti/compagni. Eppure molte di loro erano lungi dall’essere scialbi fantasmi  (sfido chiunque e a leggere la biografia di Constance Wilde, la moglie del mitico Oscar e pensare che lui l’abbia lasciata per mancanza di stimoli intellettuali). Certamente Catherine Dickens scialba non lo era. Ma ci volevano un direttore donna (la prima) e una donna curatore perchè il Charles Dickens Museum di Londra si decidesse a raccontare la storia dell’altra metà della storica coppia che ha abitato le stanze della casa di Doughty Street e che fin’ora è stata completamente dimenticata.

Catherine Dickens by Samuel Lawrence (1838)
Catherine Dickens by Samuel Lawrence (1838)

E il ritratto che emerge da questa piccola mostra è quello di una donna vivace ed intelligente che amava le feste, il teatro (era anche un’attrice dilettante e recitò anche in numerose produzioni), la musica (suonava il piano molto bene e a 14 anni incontrò persino Felix Mendelsshon), i viaggi (nel 1842 non esita ad accompagnare il marito nel tour americano) e la cucina, tanto da scrivere un libro di ricette dal titolo What Shall we Have for Dinner? Satisfactorily Answered by Numerous Bills of Fare for from Two to Eighteen Persons che ebbe molto successo e fu pubblicato fino al 1860.

Cosa accadde allora? Quello che troppo spesso avviene ancora oggi: il matrimonio finì dopo 22 anni di più o meno felice convivenza quando il famoso marito perde completamente la testa per una attrice diciottenne, Ellen “Nelly” Ternan. La tipica crisi di mezza età. Così cliché!

Certo, i segni che Dickens si stava stancando di lei erano già nell’aria, se Catherine avesse voluto vederli (ma d’altra parte, quale donna in tale situazione vuole farlo??), a cominciare dai sempre più frequenti rimproveri che il sempre più famoso marito le muoveva e che andavano da quello di essere una madre e una padrona di casa incompetente ad quello di accusarla di aver voluto una famiglia numerosa – famiglia che era stata per Dickens la causa di numerose preoccupazioni finanziarie. Il fatto è che Charles era ancora un bell’uomo, giovanile e pieno di energia, mentre Catherine che aveva avuto 10 figli e diversi aborti, non lo era più. Non c’è altro da dire.

I due si separarono nel Maggio 1858, dopo che un braccialetto destinato a Nelly fu recapitato per sbaglio alla casa di Dickens (e che Catherine pensò fosse per lei – chi non l’avrebbe fatto?). Voci che lo scrittore aveva una relazione extraconiugale con la sorella minore della moglie Georgina Hogarth (che viveva in casa con loro) circolavano da qualche tempo per Londra. Voci che lo scrittore e amico di famiglia William Makepeace Thackeray (quello di Vanity Fair) per amor di chiarezza, si affrettò a contraddire dicendo che la separazione di Dickens da Kate era dovuta alla sua relazione con un’attrice. Dickens negò tutto, tanto da arrivare  persino a scrivere un articolo pubblicato su Household Words il 12 Giugno 1858 con cui si affrettava a negare le voci di una separazione, anche senza fornire ulteriori chiarimenti. Inutile dire che l’amicizia con Thackeray non sopravvisse a questo terremoto…

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari
Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Nonostante la consapevolezza di essere stata bistrattata, Catherine si diede da fare con determinazione per ricostruire la sua vita, decisa a trarre il meglio dalla nuova (sebbene indesiderata) libertà che il suo nuovo status di moglie separata le concedeva. Si diede da fare per rinnovare vecchie amicizie, come quelle con gli scrittori del giornale satirico Punch, e per creare nuovi legami soprattutto tra i musicisti suoi vicini.

La mostra racconta anche la storia anche di questo divorzio mostrando come la famiglia affrontò quella che ha tutte le sembianze di una moderna separazione, con i figli che prendono le parti dell’uno o dell’altra, e con i comportamenti che si adeguano alla nuova situazione. Dei numerosi figli avuti da Dickens infatti, solo il ventunenne Charles jr allora già maggiorenne, decise (chiaramente contro il volere del padre) di andare ad abitare con Catherine quando, nel Maggio del 1858, si traferì al n. 70 di Gloucester Crescent, vicino a Regent’s Park, sostenendola anche economicamente, oltre che moralmente.  La scelta si presenta anche per Georgina, la sorella di Catherine, che viveva con loro e che si trova davanti all’opzione di restare con Dickens come governante o prendere le parti della sorella e tornare alla casa paterna, dove avrebbe condotto una vita noiosa da zitella squattrinata. Inutile dire che fu abbastanza furba da scegliere la prima.

In punto di morte Catherine affido alla figlia le lettere scritte dal marito dicendole di darle al British Museum che il mondo sapesse che il grande Dickens una volta l’aveva amata.

All’uscita della mostra non riesco a non pensare che Catherine Dickens era una donna molto più piacevole dell’uomo a cui era sposata…

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 20 Novenbre

The Other Dickens

dickensmuseum.com

La casa del Dr Johnson

E  anche quest’anno siamo arrivati all’Open House London, uno degli eventi che prediligo, un week-end in cui palazzi storici (e non), musei, gallerie ed edifici di culto di tutte le fedi aprono al pubblico quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio, la Royal Court of Justice o il Foreign Office) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso.

 Dr Johnson's House. London, 2014 © Paola Cacciari
Dr Johnson’s House. London, 2014 © Paola Cacciari

E se l’anno scorso è stata la volta del periodo vittoriano, dell’Arts and Crafts e dell‘Estetismo, quest’anno armati di guida, mappa e scarpe comode io e la mia dolce metà ci siamo avventurati alla scoperta della Londra di re Giorgio (II e III) quella della metà del XVIII secolo per intenderci, quella di Handel e del Dr. Samuel Johnson. Ed è proprio costui l’autore della mitica frase “when a man is tired of London, he is tired of life; for there is in London all that life can afford”, coniata mentre, con l’amico James Boswell (avvocato e scrittore scozzese, a cui si deve la biografia appunto di Samuel Johnson – grazie Wikipedia!) discuteva i vantaggi del vivere nella capitale. Ed evidentemente di vantaggi Londra ne aveva molti, perché il Dr Johnson non lascio mai più.

Nato a Lichfield nello Staffordshire nel 1709, Samuel Johnson frequentò il Pembroke College di Oxford per poco più di un anno prima di essere costretto ad abbadonare gli studi per mancanza di fondi. Tornato a Lichfield depresso e senza un soldo, si dedica all’insegnamento aprendo nel 1735 un’accademia privata che peró contava solo tre allievi, tra cui il diciottenne David Garrick, che diverrà uno dei più famosi attori del suo tempo.

E fu proprio in compagnia del suo ex-allievo David Garrick che Johnson il 2 Marzo1737 partì alla volta della Capitale. Inutile dire che entrambi fecere fortuna…

Se l’insegnamento non era il suo forte, Samuel Johnson (1709-1784) si rifece ampiamente in altri settori. Oltre ad essere critico letterario, poeta, saggista e biografo, il Dr. Johnson fu uno tra i più importanti lessicografi britannici, passato alla storia per avere pubblicato nel 1755 il monumentale A Dictionary of the English Language che pur non essendo stato il primo dizionario della lingua inglese, fu di certo considerato per anni il più importante, fino a quando nel 1928 fu soppiantato dall’uscita dell’Oxford English Dictionary (OED).

Samuel Johnson by Joshua Reynolds.jpg

Costruita nell’anno 1700 circa, la casa in cui Samuel Johnson visse dal 1748 fino 1759 (miracolosamente sopravvissuta alle bombe incendiarie della II Guerra Mondiale) si trova al numero 17 di Gough Square, una minuscola piazzetta nascosta dietro Fleet Street ed è una delle poche costruzioni dell’epoca rimaste intatte nella City of London, il cosiddetto ‘Square Mile’ che ci sono molte altre case di questo periodo altrove a Londra; certamente è l’unico edificio originale che si affaccia su Gough Square.

L’interno è arredato in modo semplice, quasi spartano per riflettere le circostanze a volte indigenti del nostro eroe. Ma basta guardare i ritratti, i paesaggi e gli oggetti che la popolano per avere un’idea della sua mente brillante sono un’affascinante testimonianza della vita di uno dei più spiritosi, carismatici e studiati personaggi della storia britannica. Come il bel servizio da tè appartenuto a Mrs Thrales, una delle più care amiche di Johnson che era famoso per la sua predilezione per il tè, e un ritratto che si pensa rappresenti Frances Barber, il servo giamaicano del dottore che gli lasciò in eredità gran parte del suo patrimonio. In quella che ora è la biblioteca (e che forse una volta era la camera da letto del Dr Johnson), è possibile sfogliare un facsimile del suo dizionario in due parti (che abbonda di voci peculiari che non raggiunsero mai la gloria lessicografica, ma che sono nondimento deliziosamente divertenti).

Trasformato in un piccolo museo, la Dr Johnson’s House è una meravigliosa testimonianza della vita nella Londra settecentesca. Consigliato agli amanti di storia sociale e di decorazione d’interni…

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Non perdetevi la piccola statua in bronzo di Hodge, uno dei suoi gatti prediletti, seduto sul famoso Dizionario di Johnson e con un paio di gusci di ostriche vicino.

 

Il Fan Museum, il museo dei ventagli a Londra

Dopo aver visitato la preziosa collezione del Fan Museum, il museo del ventaglio di Greenwich, non guarderete mai più un ventilatore nello stesso modo! Fondato nel 1991, il museo ospita una collezione di circa quattromila ventagli d’epoca – un’incredibile viaggio nella storia della moda e del costume dal X al XIX secolo. Spesso decorati con disegni delicati e altrettanto delicati dipinti, e realizzati con materiali di lusso come pizzo, tartaruga, piume, avorio, seta, raso, osso e corno, il ventaglio era, per una donna, uno degli oggetti “da possedere”.
Il museo si trova in un edificio storico che risale al 1720, restaurato con cura per riportarlo all’originaria magnificenza e mostrare questi splendidi oggetti nell’ambiente più adatto.
I pezzi in mostra permanente sono opere complesse di straordinaria fattura: potrai scoprire come tali oggetti sono stati realizzati in base al periodo storico e poi goderti una tranquilla passeggiata nel giardino giapponese. Il museo si trova a Greenwich e ospita tra le altre cose la straordinaria collezione Hélène Alexander.
Potrete pensare che il Fan Museum sia un museo per sole donne; non è così e ve ne renderete conto solo visitando questo piccolo ma prezioso museo.
Avrete modo come sempre nei musei di Londra, di fare un salto indietro nel tempo, riscoprendo la bellezza e l’ eleganza di grandi periodi inglesi, come l’ Epoca Georgiana e il periodo Vittoriano, tempi in cui i ventagli, come i cappelli e l’ eleganza in genere la facevano da padrone tra le classi più abbienti.
Il Ventaglio è un oggetto non solo bello ma anche utile e non è mai passato di moda, anche se ha attraversato momenti “bui” in periodi come il nostro dove il concetto di classe ed eleganza è leggermente diverso. Quindi, un consiglio sincero per chi ha occasione di vistare Londra più volte è quello di vedere queste piccole perle, specchio di una intera società passata ma anche di femminilità già allora in evidenza e ancor oggi alla ricerca di oggetti atti a dare un tocco in più di eleganza e di fascino. Il ventaglio è anche questo e il Fan Museum di Greenwich, il museo dei ventagli più famoso al mondo, vi darà la spinta per apprezzare nuovamente un oggetto grazioso e allo stesso tempo utile.  La gente del sud ne sa qualcosa quando l’ unico modo per avere un po’ di refrigerio alle alte temperature sempre più frequenti è proprio un ventaglio. Se non c’è, se ne sente la mancanza!
Tra i pezzi da non perdere nelle collezioni del Fan Museum, anche ventagli dipinti da Paul Gauguin, Walter Sickert e Salvador Dali.

Fan Museum, Greenwich
Fan Museum, 12 Crooms Hill, Greenwich London SE10 8ER 020 8305 1441 www.thefanmuseum.org.uk

Piccoli Musei pubblicato su Londonita

Fuori dagli itinerari turistici: Horniman Museum and Gardens

Non ne potete più delle file interminabili di persone che si frappongono fra voi e il Natural History Museum? Allora armatevi di piantina e Oyster card e dirigetevi a Sud.

Horniman Museum, London. 2010. Paola Cacciari
Horniman Museum, London. 2010. Paola Cacciari

Nascosto al Sud-Est di Londra, nel quartiere di Forrest Hill, l’Horniman Museum and Gardens è un piccolo gioiello in stile Arts and Crafts. Commissionato nel 1898 all’architetto Charles Harrison Townsend e aperto al pubblico nel 1901, l’Horniman Museum possiede circa 350.000 oggetti e la sua collezione va dall’antropologia, alla storia naturale agli strumenti musicali.

Possiede anche un piccolo, ma splendido acquario. Star di questa eclettica, un tricheco imbalsamato troppo imbottito è diventato una vera e propria celebrità con persino il suo profilo su twitter @HornimanWalrus.
Walrus Natural History Gallery,HornimanMuseum and Gardens

I 16 acri di giardino che circondano il museo ospitano, oltre ad offrire un magnifico panorama sulla Capitale, ospitano un piccolo zoo, anche un programma annuale di eventi e attività.

Per gli appassionati di strumenti musicali antichi, l’Horniman Museum ospita anche in prestito permanente parte della collezione di strumenti musicali del Victoria and Albert Museum.

L’ingresso al Museo e ai giardini è libero, ma c’è un piccolo supplemento per chi desidera visitare l’Acquario e per alcune mostre temporanee.

Horniman Museum and Gardens 100 London Road, Forest Hill London SE23 3PQ www.horniman.ac.uk

pubblicato su Londonita