Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

A Londra le città sommerse d’Egitto

Il Paese in cui ho abitato per quasi vent’anni si sta sgretolando sotto i miei occhi, ma la vita continua e per distrami dalle catastrofe politica, economica e sociale che è l’Inghilterra post-Brexit sono andata ad annegare la mia tristezza al British Museum.

Non ho usato a caso il termine annegare. Atlantide infatti non è stata l’unica leggendaria città sommersa e forse se avessi letto Diodoro Siculo, Strabone ed Erodoto con più attenzione l’avrei saputo prima. Ma non l’ho fatto che letteratura Greca non era parte del mio corso di studi universitari. E allora ben venga Sunken cities: Egypt’s lost worlds a colmare le mie lacune.

Canopus menouthis herakleion.jpgPer oltre mille anni le due antiche città di Thonis-Heracleion e Canopus sono state considerate roba da leggenda. In origine situate sul Delta del Nilo e oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa, Thonis-Heracleion era uno dei piu’ importanti centri di commercio e scambio del mediterraneo, mentre Canopus, dal canto suo era un importante luogo di culto. Pare che le due città siano scomparse attorno al VI o VII secolo d.C. a causa di un progressivo sprofondamento nel mare (presente Venezia?), o forse di un terremoto/maremoto a seguito del quale il terreno si è trasformato in poltiglia. Attraversate da una rete di canali, erano dotate di numerosi ancoraggi per navi e possedevano grandi templi dedicati a Khonsu (che i greci identificarono poi con Eracle) e a Osiride.

I mercanti greci che cominciarono ad arrivare intorno al 650 a.C. e finirono con il mettere radici, integrando la loro cultura greca con quella egiziana. Persino Alessandro Magno (356 a.C.–323 a.C.) che conquistò il paese tre secoli più tardi dimostrò grande rispetto per gli dei egiziani ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e conquistando la fiducia del popolo. E per onorare il grande Ramses II per cui provavava una profonda devozione, Alessandro costruì una stele (seppure di dimensioni impressionanti), per onorare se stesso costruì una città (la prima) chiamata appunto Alessandria d’Egitto. Ma la costruzione di Alessandria (fondata tra il 332 e il 331 a.C.)  segna la l’inizio del declino di Thonis-Heracleion e Canopus. Nominando re l’amico d’infanzia e suo generale Tolomeo Sotere, Alessandro diede vita alla dinastia Tolemaica che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C. fino alla conquista romana – una conquista che come ben sappiamo si chiude con la morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra.

Ma sebbene le fonti greche citassero queste fiorenti città, nessuno di fatto ci credeva alla loro esistenza. Fino al 1996 quando, dopo anni di ricerche, l’archeologo Franck Goddio e il suo team dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine hanno provato il contrario. Gli scavi subacquei portati avanti vicino alla costa di Alessandria hanno portato alla luce un vero e proprio tesoro nascosto a 40m sotto il mare, fatto di gigantesche statue e oggetti sorprendenti, conservati in modo immacolata grazie alla loro immersione nelle acque turchesi del Mediterraneo. E questo secondo Godio è solo l’inizio che, secondo lui, nonostante i circa 300 oggetti in mostra (mostra di cui Goddio è il co-curatore), il “il 95% dei reperti sono ancora da scoprire.”

Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.
Diver Franck Goddio poses with an inscribed tablet he found in the ruins of Heracleion in Aboukir Bay, Egypt.

Tolomeo I (il generale di Alessandro) e i suoi successori adottarono usi e rituali egizi per dare legittimità al loro regno, e la comunione culturale era tale che egizi e greci si scambiarno anche gli dei, a volte chiamandoli con altri nomi, a volte mantenendo inalterati i loro attributi, a volte modificandoli. Ecco così che Osiride, il dio egizio per eccellenza, diventa il Dioniso dei greci, mentre Iside era rappresentata come Afrodite e Serapide come Zeus. Thoth diventa il romano Mercurio. Ogni cultura rispettava la religione e riti dell’altro. Se potessimo anche noi imparare da loro…

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Novembre 2016

Sunken Cities: Egypt’s Lost Worlds

#SunkenCities

britishmuseum.org

 

I Celti: una faccia una razza. Al British Museum di Londra

Una vecchia foto di molti anni fa mi ritrae in un pub di Leather Lane, alla soglia della City of London con gli (allora) colleghi del Pret a Mager a celebrare la festa di San Patrizio. In mano una pinta di Guinness, in testa il cappellone di spugna bianco e nero con il quadrifoglio. Che quando si pensa ai Celti si pensa al verde smeraldo dell’Irlanda, ad antiche leggende, a druidi e a musiche antiche, al Book of Kells. Giusto?
Sbagliato. Almeno a sentire i curatori di Celts: art and identity, la mostra del British Museum. E visto che loro certamente ne sanno più di me in fatto di questo popolo, sono propensa a credergli. Pare infatti che i celti non fossero neppure un popolo. Certamente non lo erano all’inizio della loro storia…

Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark
Gundestrup cauldron, part of the Celts – Art and Identity exhibition at the British Museum. Photograph John LeeNationalmuseet København Danmark

Con il nome di Celti infatti, infatti si indica un insieme di popoli indoeuropei che tra il IV-III secolo a.C. abitavano un’ampia area dell’Europa che andava dalle Isole britanniche al bacino del Danubio. Ma i Celti arrivarono persino ad insediarsi, seppure in modo più sparso ed isolato, anche più a Sud, persino in Spagna, Italia e Anatolia. Aristotele e Plutarco furono i primi a riferirsi a questi popoli con il termine Κέλται (Kéltai), da cui deriva il latino Celtae.

Celts_in_III_century_BC

Probabilmente il termine Celti indicava inizialmente una singola tribù dell’area della colonia greca di Marsiglia, il primo luogo di contatto con i Greci, per poi diventare sinonimo di tutte le genti che avevano caratteristiche simili. Di fatto pare che la parola “celta” fosse usata dai greci per indicare tutti quei popoli che non erano come loro – barbuti, capelluti e poco civilizzati. Un esempio seguito anche dai romani con i barbari. Nel corso dei secoli successivi, la cultura e le lingue di queste varie tribù e popoli si sparsero per l’Europa (e sul “come” si discute ancora), dando cosi’ origine ai celti che conosciano oggi: un popolo la cui visione del mondo è tanto ricca e  complessa quanto anti-classica.

Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.
Hunterston brooch, Silver, gold and amber, Hunterston, south-west Scotland, AD 700–800. Photo © National Museums Scotland.

 

Lungo il percorso della mostra si incontrano bellissimi oggetti provenienti da Francia, Germania e dalle Isole Britanniche. E non manacano i tesori sepolti da persone che non riuscirono ad andarli a riprendere. Ci sono poi  armi, oggetti sacri e di uso domestico – molti provenienti da Londra, come il famoso Scudo di Battersea, estratto dal fango Tamigi nei pressi del Ponte di Battersea nel 1857.

The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.
The Battersea shield. Iron Age, c. 350–50 BC. Found in the River Thames, London, England. © The Trustees of the British Museum.

 

Ma oltre a quella dei celti di un tempo, la mostra racconta anche un’altra storia, quella dei celti di oggi, gli scozzesi e gli irlandesi, la cui moderna eredità  nasce dalla riscoperta in epoca  vittoriana dell’identità celtica di queste popolazioni. 

Se mi aspettavo le croci e i collari torcs, gli scudi e gli elmi e la pittoresca rivisitazione vittoriana della Celtificatione, non mi aspettavo di veder pezzi di murales di Belfast o le magliette bianco-verdi del Celtic F.C., una delle due squadre di calcio di Glasgow, tradizionalmente associato alla comunità cattolica, ma che ha anche un nutritissimo seguito tra i cattolici irlandesi (l’altra squadra, i Rangers rappresentano la parte protestante). Con il referendum per la separazione della Scozia dall’Inghilterra dello scorso anno ancora fresco nella memoria, non posso che applaudire i curatori per non aver tralasciato argomenti spinosi come l’aspetto nazionalistico e religioso che ancora oggi divide gli abitanti dello stesso stato.

Una cosa mi fa trasalire guardando la mappa delle popolazioni Celtiche sparse per l’Europa che fa bella mostra di se’ sulle pareti della mostra: in Italia, l’Emilia era parte della Gallia Cisalpina. Quando, nel V-IV secolo a.C. i Galli scesero nella penisola, gli Etruschi furono progressivamente sopraffatti. Il dominio gallico sulla zona durò fino al 196 a.C., anno in cui i Galli Boi furono soggiogati dai Romani. Nel 189 a.C. questi ultimi fondarono sul sito una colonia di diritto latino, Bononia. Ma allora sono un po’ celtica pure io?? 😉

2016 © Paola Cacciari

Londra// fino al 31 Gennaio 2016

Celts: art and identity

British Museum

britishmuseum.org

L’Egitto dopo i faraoni

Per un’appassionata di Storia Greca e Romana come la sottoscritta il British Museum è la grotta di Alí Babà: pieno di tesori. Inutile dire che ci capito appena possibile momento, per ammirare i marmi del Partenone (non infognamoci nelle discussioni sulla legittimità della loro presenza a Londra…), vasi, sculture, mosaici e per salutare il mio imperatore preferito, Traiano. O in questo caso Augusto, visto che la mostra in questione parte dalla sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra ad Azio il 2 settembre 31 a.C ad opera della flotta di Ottaviano.

Head of Augustus, bronze head from an over-life-sized statue, likely made in Egypt, C.27-25 BC Credit British Museum
Head of Augustus, bronze head from an over-life-sized statue, likely made in Egypt, C.27-25 BC Credit British Museum

Con queste premesse, potevo perdermi quindi Egypt: faith after the pharaohs? Inutile dire che questa mostra è una vera chicca per tutti coloro che sono interessati al mondo tardo-romano e bizantino e oltre, che il periodo in esame va dall’Egitto romano fino alla conquista araba – 1200 anni di storia che vanno da Cleopatra a Maometto. È un viaggio incredibile attraverso importanti migrazioni culturali e di popoli, ciascuno con la propria cultura e religione. Religioni e culture che nell’Egitto post-romano si sovrappongono l’una all’altra, lottano tra loro ma che il più delle volte coesistono l’una accanto all’Altra.

Portrait of a priest of Serapis. Egypt, AD 140-160. © The Trustees of the British Museum
Portrait of a priest of Serapis. Egypt, AD 140-160. © The Trustees of the British Museum

Come reagiscono le arti visive a questi cambiamenti? In 1200 anni L’Egitto si muove dal paganesimo al Cristianesimo, fino a diventare la terra prevalentemente islamica che tutti conosciamo. E non dimentichiamo la presenza ebraica che in momenti diversi della storia egiziana, ha avuto ruoli di grande importanza. Il risultato? Il farmi pensare che come Howard Carter quando scopese la tomba di Tutankamun anch’io stavo vedendo “cose meravigliose”. Perché anche se non ci sono oggetti cult come la maschera di Tutankamun, ci sono davvero una serie di oggetti che mi hanno fatto restare a bocca aperta. Una statua del dio Horus per esempio, con la testa di falco e il corpo di un imperatore romano (con tanto di uniforme e corazza) o l’immagine di un prete cristiano dipinta su un piatto di maiolica realizzato a lustro metallico, una tecnica mediorientale.

Standing-figure-of-the-Roman-god-Horus-wearing-Roman-military-costume-bronze-Egypt-1st-2nd
Standing figure of the Roman god Horus wearing Roman military costume bronze Egypt

Ma la cosa che mi colpisce di più è una Bibbia ebraica che risale al 1005 scritta in arabo. Devo rileggere la spiegazione sulla targhetta accanto alla bacheca un paio di volte perché temo di aver frainteso, ma no, è davvero quello che penso che sia. Al Cairo infatti vivevano tre comunità ebraiche, una delle quali, quella caraitica, non seguiva il Talmud in quanto rifiuta la tradizione orale dell’ebraismo, la cosiddetta “Torah orale”, ma seguiva (segue) la Bibbia; ma vivendo Al Cairo la loro lingua comune era l’arabo, questa Bibbia è scritta nella lingua di Maometto. E se questo mi riempie di stupore, le mie sorprese non sono finite che nella teca vicna ci sono brani del Corano scritti in ebraico nel XII-XIII secolo. Tanto che per un attimo ho la visone di Paul McCarney e Stevie Wonder cantare insieme Ebony ad Ivory nel 1982 (avete presente Ebony and ivory live together in perfect harmony Side by side on my piano keyboard, oh Lord, why don’t we?)

Ivory pyxis box depicting Daniel with arms raised in prayer flanked by two lions, Egypt 5th century AD Credit The Trustees of the British Museum
Ivory pyxis box depicting Daniel with arms raised in prayer flanked by two lions, Egypt 5th century AD Credit The Trustees of the British Museum

È un meraviglioso viaggio in un periodo difficile, denso di conflitti e distruzione, di instabilità politica e religiosa, ma anche di grandissima creatività. E in un momento come questo in cui l’Europa è in sommersa da un’ondata migratoria paragonabile solo a quella delle invasion barbariche e gli estremisti del IS, tra gli altri orrori commessi, stanno sistematicamente distruggendo le vestigia del passato della Siria, questa è una mostra davvero attuale e a tratti davvero commovente.

Londra// fino al 7 Febbraio 2016

Egypt: faith after the pharaohs

britishmuseum.org

Pompei ed Ercolano al British Museum

Ogni tanto mi piace guardare indietro e riproporre post di mostre ed eventi che ho particolamente amato. Oggi e’ la volta di Life and death in Pompeii and Herculaneum, una bellissima mostra tenutasi al British Museum nel 2013.

Vivo a Londra da 14 anni e non sono mai stata a Pompei ed ad Ercolano. Lo so, è una vergogna. E così in mancanza d’altro ieri sono stata con la mia dolce metà al British Museum a vedere una delle mostre più spettacolari degli ultimi tempi. L’ho detto anche l’anno scorso della mostra su Shakespeare (davvero strepitosa), ma anche questa Life and death in Pompeii and Herculaneum non è da meno. Soprattutto in un periodo storico disgraziato come questo dove, oltre all’economia, anche i siti archeologici del Bel Paese stanno lentamente cadendo a pezzi. Un fato, quello dell’incuria e della mancanza di fondi, che come ben si sa non ha risparmiato neppure Pompei e che per questo motivo rende una mostra come questa particolarmente emozionante. Troppe brutte notizie negli ultimi tempi: era ora che si riportassero gli occhi del mondo sull’Italia per ragioni diverse del bunga-bunga di Berlusconi. Ma ammetto che da italiana quale sono, pare una cosa strana che a fare questo sia un museo inglese invece che il Governo italiano. Comunque.

Plaster cast of a dog. Dalla Domus di Orfeo, Pompeii, 79 d.C. - Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum
Calco in gesso di un cane. Dalla Domus di Orfeo, Pompeii, 79 d.C. – Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

 

La devastazione e allo stesso tempo la conservazione di Pompei ed Ercolano hanno affascinato il mondo da quando, nella prima metà del XVIII secolo, iniziarono gli scavi nei due siti. Pompei, una città di circa 20.000 abitanti, fu coperta da cenere e pomice così rapidamente che molti residenti morirono nelle loro case. A Ercolano, piccola e sofisticata località marittima più vicina al vulcano, l’ondata piroclastica fu l’unica causa di morte: la popolazione fu semplicemente annientata. Ma proprio la loro diversa posizione geografica e il modo diverso in cui le due località furono sepolte, ne ha influenzato la conservazione. E così mentre Ercolano ci ha restituito mobili carbonizzati e parti strutturali di edifici, Pompei ha preservato gli affreschi e i calchi dei corpi che tutti conoscono. Unendo per la prima volta gli oggetti trovati in entrambe le città, Paul Roberts ha imbastito questa affascinante panoramica della vita quotidiana pre-eruzione. Una quotidianità vista attraverso la sua espressione più universale: l’abitazione.

E per un’appassionata di storia sociale come la sottoscritta, questo è  un invito a nozze. Quella che la mostra vuole ricreare è una casa romana ispirata alla Casa del Poeta Tragico. Una casa affacciata su una strada su cui si aprono botteghe e taverne dai nomi evocativi e divertenti, composta da un atrium con il celebre mosaico del Cave Canem, il cane al guinzaglio che vegliava l’ingresso della Casa di Orfeo a Pompei (forse lo stesso famosissimo cane del calco in gesso posto all’entrata della mostra), da un cubiculm, un triclinium e la culina – con pane, fichi e datteri vecchi di duemila anni. Il mio preferito è il rigoglioso hortus conclusus della Casa del Bracciale d’Oro di Pompei, i cui affreschi di piante a uccelli gentilmente “prestati” a Roberts dai colleghi della Sovrintendenza sono così reali da mozzare il fiato.

British Museum's Pompeii exhibition: garden room, fresco from the Villa Arianna
Affresco da Villa Arianna, Boscoreale. Photograph: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei

 

È una realtà multiculturale e socialmente mobile quella di Pompei ed Ercolano, in cui si muovono liberti provenienti da ogni parte dell’impero e in cui donne come la moglie del fornaio Terenzio Neo sono attive e visibili a tutti i livelli della società. La bellezza di questo ritratto è incredibile. Sono giovani e belli, hanno status, hanno una vita intera davanti a se’. Guardando quei volti sereni che sappiamo già condannati, uno spera – una speranza del tutto irrazionale – che quel giorno d’estate del 79 d.C. Terenzio e sua moglie siano in qualche modo riusciti a sfuggire al loro destino.

Terenzio Neo e sua moglie.
Terenzio Neo e sua moglie. Dalla Domus di Terentius Neo, Pompei, 50-79 d.C. Copyright Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei / Trustees of the British Museum

 

Tuttavia camminando tra oggetti quotidiani così lontani nel tempo eppure a noi così vicini nell’uso – una panchina da giardino, una pagnotta, una culla – quella che ci accompagna per le stanze di questa casa-mostra non è la morte, ma una vita ricca e pulsante di una civiltà a misura d’uomo. Una civiltà che non demonizzava i piaceri, ma li faceva suoi.

Wall painting of Flora, goddess of fertility and abundance, from the Villa Arianna, Stabiae
Flora (dettaglio) Villa Arianna, Stabiae. Photograph: Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei  

È solo alla fine del percorso, quando sono arrivata davanti ai calchi in gesso di quelle che una volta erano persone e che ora sono solo figure tragiche immerse nella penombra – fantasmi usciti da un girone dantesco- che mi è venuto un groppo alla gola. Un padre, una madre, due bambini. Chissà, forse erano gli stessi monelli che avevano inciso con un punteruolo guerrieri e animali sui meravigliosi affreschi della sala da pranzo nella Casa del Criptoportico. Ed è stato allora ho capito in pieno cosa intendeva dire Paul Roberts, il curatore, quando diceva che noi “siamo abituati a vedere i romani come l’imperatore, il soldato, il gladiatore, ma la maggioranza erano gente come noi”. Ha ragione. E quest’enfasi sulla quotidianità dona alla mostra una dimensione completamente diversa, certamente più vera. Applausi.

Vikings life and legend al British Museum


Quando si pensa ai vichinghi si pensa a giganti biondi che indossano elmi con le corna, hanno spade gigantesche e solcano i mari su navi eleganti dalle teste di drago. O almeno questa era  l’idea che me ne ero fatta. Potete immaginare la delusione quando sono andata a vedere al British Museum a vedere Vikings life and legend e ho scoperto che gli elmi cornuti erano un’ invenzione vittoria abilmente sfruttata da Wagner. 

Pettini vichinghi, circa 900-1000. British Museum. Londra 2014©Nebbiadilondra

E se i giganti in questione erano biondi e sanguinari, è vero anche che tenevano parecchio al loro aspetto, non risparmiavano in pettini e non si vergognavano di usare il bistro per gli occhi o di adornarsi di bracciali e spille tanto grandi  e risplendenti che oggi sarebbero l’invidia ogni rapper. Certo si davano nomi terrificanti, ma in fondo (è la linea adottata dai curatori) erano pacifici mercato che commerciavano, creavano bellissimi oggetti di oreficeria e scrivevano poesie. Anche se non credo che i monaci di Lindisfarne, isoletta al Nord dell’Inghilterra che nel 793 ebbero la sfortuna di ricevera la visita della prima incursione vichinga registrata nei documenti storici, sarebbero della stessa opinione…

Spille vichinghe, circa 800-900. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra
Erano anche agricoltori, almeno fino a quando non andavano in giro a fare i vichinghi (cioè i pirati) e ad invadere le terre altrui – attività a cui questi giganti provenienti da Danimarca, Svezia e Norvegia si dedicarono con puntigliosa costanza per un paio di secoli, dall’800 al 1050. E come gli inglesi sanno bene, avendolo sperimentato di persona durante quei due secoli, i vichinghi oltre a a morte e distruzione, hanno lasciato dietro di sè anche una scia di preziosi artefatti (alcuni davvero meravigliosi), oltre alle bellissime saghe messe per iscritto nel XII secolo dai loro discendenti. Ma nonostante lo sforzo dei curatori, proprio non ce li vedo i vichinghi come creatori di una cultura raffinata. La vita quotidiana che traspare dagli oggetti di questa mostra appare dura, crudele e ripetitiva e al loro cospetto la raffinatezza degli artefatti franchi e bizantini sembra davvero di un altro pianeta.

Roskilde 6. Photograph: Frantzesco Kangaris for the Guardian 

Poi mi sono trovata davanti la Roskilde 6mi sono dovuta ricredere: che i vichinghi erano di fatto degli artisti raffinati. Ma le loro più grandi opere d’arte erano le navi lunghe. E questa qui del British Museum, con i suoi 37 metri, lunga lo è davvero. Certo bisogna lavorare un po’ di fantasia per ricostruire i pezzi mancanti visto che della struttura originale di legno è sopravvissuto solo il venti per cento, ma la forma della nave è li, davanti a voi. Ed oltre ad essere lunga, è elegante e potente e bella da mozzare il fiato. Con navi così hanno conquistato terre lontane e sono diventati la leggenda che tutti conoscono. È impossibile guardare questa nave (anche se allo stato attuale di scheletro) e non provare un fremito di emozione lungo la schiena. Fu trovata nel 1997 durante i lavori di costruzione del Museo delle navi vichinghe diRoskilde, in Danimarca e poteva contenere un centinaio di guerrieri.

Armi vichinghe. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra

Immaginate di trovarvi dalla parte sbagliata della prua di questa nave e trovarvi davanti cento giganti biondi armati di asce da guerra decorate da serpenti argentati e spade risplendenti che (come Excalibur) avevano un nome e forse anche un’anima ed erano al centro della sociologia vichinga, visto che le spade erano “sacrificate” agli dei come le persone o gli animali! Immaginate…

fino al 22 giugno

British Museum,
Great Russell Street,
London, WC1B 3DG
www.britishmuseum.org/

Afghanistan: ovvero, il crocevia del Mondo Antico al British Museum

La figura del giovane seminudo dal manto delicatamente drappeggiato sul braccio che apre la mostra del British Museum è innegabilmente greca. Ma i lunghi capelli gli ricadono liberi sulle spalle in uno stile tipicamente orientale. Ritrovata nel 1964, la statua appartiene agli oggetti escavati ad Ai Khanum, città fondata da uno dei generali di Alessandro Magno ai confini del mondo greco. Danneggiata da vandali in un lontano passato, l’opera presenta cicatrici molto più recenti. Nel 2001, durante la dittatura dei talebani, fanatici religiosi fecero irruzione nel museo di Kabul e ne distrussero la testa. Nonostante le modeste dimensioni, la statua è un simbolo potente e doloroso della ricca quanto complicata storia culturale dell’Afghanistan: minacciata, fratturata, ma in qualche modo ancora viva.

Un tempo al centro della Via della Seta, l’Afghanistan godeva di ricchi scambi commerciali che andavano dall’Asia centrale all’Iran, dall’India alla Cina, e che arrivavano persino al lontano Mediterraneo, Incentrata sulla storia antica del Paese e suddivisa in quattro sezioni, ognuna dedicata agli oggetti ritrovati durante gli scavi archeologici di quattro siti diversi, questa mostra è una preziosa istantanea di una civiltà da tempo scomparsa. Un’ istantanea resa possible dal coraggio di un gruppo di curatori e responsabili del Museo di Kabul che hanno nascosto questi preziosi artefatti in un luogo segreto per proteggerli dai talebani

fino al 17 Luglio.

British Museum
Great Russell Street, London, WC1B 3DG
ingresso: intero £10; ridotto £8

Journey through the afterlife: ancient Egyptian Book of the Dead al British Museum

Jon Bodsworth, Papyrus of Hunefer. British Museum

Nome collettivo per una raccolta di incatesimi, consigli e formule magico-religiose che dovevano servire al defunto nel suo viaggio ultraterreno, il Libro dei Morti è un vero e proprio manuale di sopravvivenza per l’aldilà.
Inizialmente tracciati sulle pareti della camera sepolcrale, nel Medio Regno (1987 a.C. – 1780 a.C.) i geroglifici erano dipinti sui sarcofagi, per poi essere sostituiti (a partire dalla XVIII dinastia) da papiri posti nella tomba o nel sarcofago del defunto, assieme ai tesori e alle suppellettili ritenute necessarie per il suo viaggio nell’aldilà..

Una rara opportunità  per ammirare la straordinaria collezione di Libri dei morti del British Museum, artefatti così preziosi e fragili che solo di rado sono esposti.
 

Fino al 6 Marzo 2011.

I cavalli del Partenone

Pigro pomeriggio al British Museum. La sala dei marmi di Elgin è stracolma di turisti più  o meno stranieri, di famiglie con bambini più o meno urlanti, di scolaresche con alunni più o meno interessati.

Ma tutto questo non tocca i cavalli divini del fregio del Partenone – narici frementi e criniere al vento: bellezza secolare immobilizzata nel suo eterno furore.

“Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei.”

Nella testa i versi dell’Iliade di Omero, sono uscita nel freddo di Gennaio. E un brivido di piacere mi è sceso lungo la spina dorsale. Piccoli piaceri della vita…

Parthenon Frieze. British Museum, London. 2010 ©Paola Cacciari
Parthenon Frieze. British Museum, London. 2010 ©Paola Cacciari

2010 ©Paola Cacciari