Dialogo della natura e di Dale Chihuly: a Kew Gardens

Perfino chi come me conosce bene il lavoro dell’americano Dale Chihuly, che il museo in cui lavoro possiede – oltre  numerosi suoi pezzi, anche un grande lampadario che pende come una spada di Damocle sopra i colleghi dell’Information Desk,  puo’ trovare questa retrospettiva decisamente sorprendente.  Le straordinarie sculture di vetro di Dale Chihuly trovano la loro naturale controparte  nel mondo incantato dei Royal Kew Gardens, il meraviglioso orto botanico di Londra.

E in questa splendida giornata di fine ottobre, aria frizzante e cielo azzuro, mi sono goduta una meritata passeggiata per i giardini vestiti d’autunno ammirando le sgargianti Reflections on Nature uscite dall’immaginazione dell’altrettanto straordinario Dale Chihuly. 😊😎😍 

Kew Gardens Chihuli (16)
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Kew Gardens Chihuli (4)
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Ottobre 2019

Chihuly: Reflections on Nature @ Kew Gardens.

2019 ©Paola Cacciari

Il surreale mondo di Dorothea Tanning

“Certo che la vita moderna può essere davvero surreale!!” mi viene da pensare mentre me ne sto affascinata davanti all’enorme girasole abbandonato sul pianerottolo di quello che sembra essere il sinistro corridoio di un sinistro albergo.

Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning 1910-2012, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997
Eine Kleine Nachtmusik 1943 by Dorothea Tanning. Tate, Purchased with assistance from the Art Fund and the American Fund for the Tate Gallery 1997

Dipinta nel 1943 quando Dorothea Tanning stava con il suo compagno, l’artista Max Ernst (all’epoca ancora sposato con Peggy Guggenheim) in Arizona, la tela si chiama Eine Kleine Nachtmusik, come l’omonima serenata in Sol maggiore K 525 scritta nel 1787 da Wolfgang Amadeus Mozart, che lei amava molto. Ma al contrario della seranata di Mozart, il dipinto della Tanning sembra un incrocio tra una romanzo gotico e un’incubo freudiano, che pare gridare a gran voce “se la vita domestica è questa, preferisco passare, grazie!”. E chi può darle torto? Vivere con Max Ernst, che sposa nel 1946 quando divorza da Peggy  Peggy Guggenheim e condividere la vita di un surrealista doveva essere un’esperienza a di poco ….surreale!

Nata a Galesburg, nell’Illinois, Dorothea Tanning (1910-2012) si trasferì giovane a Parigi, dove visse per ventotto anni, prima di tornare in America, a New York dove, nel dicembre 1942 conobbe il pittore Max  Ernst. Ernst – che all’epoca era ancora sposato con Peggy Gughenheim – stava selezionando opere per una mostra dedicata ad artisti donne alla galleria d’arte Art of This Century che apparteneva alla moglie. I due si innamorano e si imbarcano in una vita insieme che li porta a Sedona in Arizona, e più tardi in Francia. Con lui la Tanning inizia a frequentare i circoli del Surrealismo e si sposano nel 1946 una volta che Ernst ottiene il divorzio dalla moglie.

Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957
Dorothea Tanning Insomnies (Insomnias) 1957

Ma come sempre accade in questi casi, l’essere una donna e per di più un’artista in passato non era una cosa semplice (a dire il vero non lo è neanche adesso, ma va meglio…) e già negli anni Cinquanta la Tanning il Surrealismo lo aveva già abbandonato (ma non il marito surrealista) per dedicarsi ad una pittura meno esplicita fatta di immagini frammentate e prismatiche, come quelle di Insomnias (1957) in cui forme di semi-astratte di corpi avvinghiati il cui  tormentato espressionismo degni di Francis Bacon (anche s e con colori meno cupi bisogna dirlo…) alcuni davvero molto belli, altri cosi’ spaventosi che ancora una volta mi chiedo quali incubi si celassero nell’inconscio di questa donna.

Con i costumi teatrali è tutta un altra storia. Non sapevo che avesse disegnato i costumi per i balletti di Balanchine ed è una meravigliosa sorpresa. Dorothea Tanning incontrò per la prima volta il coreografo russo George Balanchine nel 1945 e tra il 1946 e il 1953 crea costumi e scenografie per quattro dei suoi balletti. Inutile dire che, come i suoi dipinti, anche le creazioni della Tanning per il teatro ed il balletto evocano luoghi misteriosi ispirati ai romanzi gotici e alle fiabe.

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Giugno 2019

Dorothea Tanning @ Tate Modern

www.tate.org.uk

Biennale d’Arte di Venezia 2019, le 10 cose da non perdere

Anche quest’anno per questioni logistiche non riesco ad andarci a La Biennale, e allora mi consolo con questo interessantissimo post di Davide Astegiano. Buona lettura!

looking for europe

L’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia giunge quest’anno alla 58° edizione. Il titolo è May You Live In Interesting Times per la curatela dell’americano Ralph Rugoff, attuale direttore della Hayward Gallery di Londra. L’esposizione resterà aperta ai visitatori sino al 24 novembre 2019. Ecco cosa non perdere tra le 87 partecipazioni nazionali e le 79 proposte della mostra collettiva dei Giardini della Biennale e dell’Arsenale.

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Banksy contro Brexit

E’ durata solo poche ore l’ultima opera attribuita a Banksy, il popolare street artist inglese, considerato uno dei maggiori esponenti della street art, la cui vera identità rimane ancora sconosciuta. Autore di centinaia di murales contro il capitalismo in tutto il mondo, l’artista ha disegnato sul ponte abbandonato di Scott Street a Kingstone upon Hull, nel Nord del Inghilterra, un bambino con uno scolapasta come elmo, quella che sembra una spada di legno in mano e sopra la scritta ”Draw the raised bridge”una frase che è stata letta come un messaggio contro gli elettori che hanno votato la Brexit, cancellando di fatto il ponte tra la Gran Bretagna e il resto dell’Europa. Inutile dire che il murale è diventato subito oggetto di pellegrinaggio da parte di cittadini e curiosi in genere, ma è stato poco dopo rovinato e imbrattato con della vernice – a dimostrare il livello di rabbia e frustrazione scatenati dall’argomento Brexit.

Non è la prima volta che Banksy ha espresso con i suoi murales la sua opinione (molto critica) sull’uscita del Regno Unito dall’Europa. Nel Maggio del 2017 un graffito rappresentate un uomo intento a cancellare a colpi di scalpello una delle stelle dell’Unione Europea è apparso nei pressi del terminal dei traghetti di Dover, il porto sulla Manica famoso, oltre che per il suo castello e per le bianche scogliere, per collegare l’Inghilterra con Calais in Francia e quindi con il reso dell’Europa.

L’articolo originale su Repubblica

David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968
Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm
Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York
Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.
Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk

Dialogo della Natura e di un Islandese: Ragnar Kjartansson a Londra

La prima cosa che colpisce quando si varca la soglia della retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicato all’islandese Ragnar Kjartansson, è la musica. Dieci “trobadours” languidamente sdraiati su poltrone e materassi disposti ad arte sul pavimento, circondati da bottoglie di birra vuote, suonano languidamente una stupenda partitura polifonica stupenda con le loro chitarre, tutto il giorno per tutta la durata della mostra. La musica è incantevole, avvolgente, quasi ipnotica. Ma quella che i menestrelli cantano con tanto trasporto non è una semplice canzonetta dal ritornello un po’ malinconico, bensì il dialogo tra la casalinga annoiata e l’idraulico della pellicola soft-porn proiettata nella stessa sala. Il dialogo (“prendimi sulla lavastoviglie…”) è stato trasposto in musica da Kjartan Sveinsson, ex componente del gruppo rock islandese Sigur Rós. Gli attori sono i genitori dell’artista. Niente male come inizio: con Kjartansson, Sigmung Freud avrebbe trovato pane per i suoi denti…

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Nato a Reykjavik nel 1976 da un’attrice e un regista teatrale, Kjartansson ha certamente avuto la sua parte di infanzia bohémien crescendo praticamente dietro le quinte del Reykjavik City Theatre. E indubbiamente la sua storia personale (ma non solo), fornisce materiale in abbondanza per una serie di performances fortemente emotive e se non si sta attenti, il pomeriggio passa in un baleno avvolto nel buio delle sale del Barbican immersi in un mondo surreale fatto di performance art, video, dipinti e tanta, tantissima musica.

“Il nome mi suona famigliare…” penso qualche giorno prima quando leggo la recensione sul Time Out London. E infatti scopro di aver già incontrato Ragnar Kjartansson, non una ma addirittura due volte e non in uno dei libri popolati da sassoni e vichinghi di Bernard Cornwell che tanto mi piace leggere, ma a La Biennale di Venezia, dove dove Kjartansson ha rappresentato l’Islanda prima nel 2009 e poi nel 2013 (anche se io questo non lo sapevo, che a La Biennale ci vado più per sacra curiosità che per reale interesse nell’arte contemporanea. E comunque Venezia è bellissima e ogni scusa è buona per andarci…).

Per molti, inclusa la sottoscritta, la sua barchetta di legno con la vela bianca, che salpava dolcemente da una banchina all’altra dell’Arsenale di Venezia con il suo carico di musicisti impegnati a suonare una bellissima musica dall’alba al tramonto (infatti i musicisti hanno suonato strumenti a fiato per sei ore al giorno per sei mesi), non era solo un’indimenticabile che celebrava marinai e navigatori, ma anche uno degli spettacoli più magici e surreali  dell’intera Biennale del 2013. Il video della S.S. Hangover (2 ore e 46 minuti) si ritrova nella retrospettiva del Barbican. Inutile dire che non l’ho riguardato tutto, ma solo un po’…

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover , La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover, La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Una foto di Kjartansson e del suo amico Páll Haukur Björnsson che emerge da un pozzo veneziano pieno di bottiglie di birra mi riporta indietro nel tempo e sorrido al ricordo di questa bizzarra performance in cui sono incappata per puro caso mentre mi trovavo a Venezia a fare visita alla mia amica Marta. Quello che non ricordavo e’ che alla Biennale del 2009 Kjartansson ha abitato per sei mesi  il pianterreno di Palazzo Michiel dal Brusa splendido palazzo del XIV secolo sul Canal Grande, vicino al Ponte di Rialto, che ospitava per l’occasione il Padiglione Islandese, trasformato per l’occasione  in uno studio  bohémien, dipingendo instancabilmente dipinto il ritratto del collega-artista islandese Páll Haukur Björnsson, in varie pose, ma sempre inesorabilmente in costume da bagno, sigarette e birra in mano. Il risultato sono 144 tele che formano l’installazione The End, una parodia agrodolce dell’artista romantico che deve seguire la sua vocazione, anche se (in quel periodo) l’Islanda e’ in bancarotta e Venezia e’ impenetrabilmente grande. Una parodia che tuttavia tocca da vicino tocca la vita stessa di Kjartansson che come artista film-maker, musicista, scultore e performance artist, può solo interpretare la parte di un pittore.

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

 

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari
Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ma l’ironia di Kjartansson non solo verso sé stesso. A Lot of Sorrow mostra la gruppo indie rock americano The National sul palco davanti a un pubblico dal vivo al VW Dome al MoMA PS1 nel Maggio 2013; di fronte a sei telecamere che riprendono costantemente la performance da diversi punti di vista, la band suona la sua popolare canzone Sorrow (della durata di circa 3 minuti), per sei ore alla fine delle quali sfido chiunque ad essere ancora sano di mente. Il titolo della vide-installazione gioca sulla ripetizione e sul doppio significato. Certo, non so a quale punto del video sono entrata nella sala, ma Matt Berninger il chitarrista frontman della band sembra alquanto provato…

E questi della ripetizione e resistenza sembrano essere gli elementi comune a tutte le sue installazioni, questo spingere le cose agli estremi per vedere fino a che punto è possibile arrivare: ripetere una canzone, una performance, un dipinto. L’ombra dell’arte di Marina Abramovich, con le sue caratteristiche di durata e ripetizone, aleggia apertamente sull’opera di Kjartansson.

Da solo o in compagnia di altri amici-artisti, con ogni installazione Kjartanssonci trasporta in una dimensione diversa, dove gesti quotidiani ripetuti all’infinito. Immagini e suoni si fondono in canzoni ripetute all’infinito, e nulla è più vero che nell’apice assoluto dello show, The Visitors, un’installazione a nove schermi  il cui titolo è ispirato all’album finale degli ABBA, in cui il tempo e lo spazio sembrano fermarsi. Insieme ad un gruppo di amici musicisti islandesi, Kjartansson esegue una canzone scritta da Ásdís Sir Gunnarsdóttir, la sua ex moglie. Il risultato è una creazione meravigliosa, una rapsodia ipnotizzante che colpisce critta al cuore: una ninna nanna per consolare i cuori infranti come il suo, o un inno a chi è fortunato ad aver incontrato l’amore. Dura per più di un’ora, ma si potrebbe rimanere lì per sempre, avvolti dall’atmosfera magica di quella sala immersa nel buio. Una cosa è certa: è impossibile uscire dal Barbican senza un’opinione. Se riuscite ad uscire…

Londra//fino al 4 settembre 2016

Ragnar Kjartansson

barbican.org.uk

 

 

Botticelli reinventato al Victoria and Albert Museum di Londra

Venus Sandro Botticelli 1490s Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz Photo Volker-H. Schneider
Venus by Sandro Botticelli (1490s) Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz. Photo Volker-H. Schneider

In inglese si chiamerebbe ‘little barrel’, ma per qualche strano motivo il nome gli si addice, che c’è una certa rotonda musicalità di sapore quasi dickensiano (Little Dorrit?) che suggerisce la linea sinuosa delle sue figure. Così come il titolo Botticelli Reimagined si addice a questa mostra del V&A che esplora la riscoperta e reinvenzione di questo grande maestro del primo Rinascimento italiano.

Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo e durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Questo non gli impedì tuttavia di essere praticamente dimenticato dopo la sua morte. Fino a quando, a metà dell’Ottocento, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni che lo rispolverarono dall’oblio in cui i post-raffaelliti (scusatemi il neologismo lo mettiamo con petaloso??) lo avevano relegato. E questa, insieme alla sezione dedicate alle opere di Botticelli (quelle VERE) è la parte della mostra che mi piace di più.

Quando studiavo storia dell’arte alle superiori e all’università non avevo mai realizzato in pieno la portata dell’effetto che le dame sognanti del nostro fiorentino ebbero su intere generazioni di pittori e artisti moderni e post-moderni. Anche se (e non intendo essere blasfema…) non riesco a capacitarmi del come la sua linea grafica e arricciolata, la relativa piattezza delle sue figure e con la loro eterea bellezza possano avere ispirato tanta passione terrena, non solo nelle veneri dalle rosse criniere e labbra carnose di Rossetti e compagni, ma anche nelle generazioni successive. Basta varcare la soglia della mostra per trovarsi catapultato in un universo psicadelico abitato dalle creazioni di artisti come Andy Warhol, musicisti come Lady Gaga, stilisti come Dolce e Gabbana. Non mancano anche gli omaggi cinematografici, il più famoso dei quali appartiene al film di 007 Dr No, con Ursula Andress nei panni di Honeychile Rider (descritta nel libro di Ian Fleming come “Botticelli’s Venus seen from behind”) che esce dal mare in bikini bianco con tanto di conchiglia. Non so quanto quanti degli ammiratori di James Bond abbiano colto la referenza alla Venere pittorica degli Uffizi, ma è indubbiamente un insolito incontro tra cinema popolare e alta cultura…

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate
The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

È solo nell’ultima sala che Botticelli ci appare in tutta la sua delicata bellezza, anche se chi si aspetta i capolavori che hanno ispirato tante opere della prima parte della mostra, resterà deluso che la Nascita di Venere e la Primavera lasciano gli Uffizi tanto spesso quanto la Monna Lisa lascia il Louvre, cioè mai (l’ultima volta pare sia stata negli anni Trenta quando un Mussolini ansioso di accrescere la sua popolarità in Gran Bretagna acconsentì al prestito). Manca anche uno dei miei preferiti, La Calunnia, così come non c’è traccia del mio adorato Valentino (non so il vero nome, così l’ho inventato…) che abita le pareti della National Gallery, anche se c’è un altro ritratto maschile quasi altrettanto bello. E comunque devo ammettere che gli eleganti ritratti di profilo della bellissima Simometta Vespucci colmano assai bene il vuoto lasciato dall’assenza di altre opere piu’ famose.

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London
Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Ma da brava laureata in Lettere, i miei preferiti sono i disegni che illustrano la Divina Commedia, in particolare l’Inferno, da sempre il mio preferito dei tre libri. Realizzati attorno al 1490 per volere di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici che affidò al nostro firentino il compito di illustrare il poema dantesco copiato su pergamena da Nicolaus Mangona, i disegni sono un’affascinante testimonianza del continuo fascino esercitato sugli artisti dell’epoca dal capolavoro di Dante.

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 - 1495)
Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 – 1495)

Londra // Fino al 3 Luglio 2016

Botticelli Reimagined

vam.ac.uk

London Art Fair 2016

Non sarà famosa come Frieze, ma la London Art Fair resta comunque la più grande fiera di arte moderna e contemporanea del Regno Unito e dove artisti conosciuti e nuovi talenti vanno a braccetto. Ospitata come d’abitudine nell’elegante edifico del Business Design Centre di Angel, il super-trendy quartiere al Nord di Londra e quest’anno giunta alla sua ventottesimo edizione, la London Art Fair inaugura il nutrito calendario artistico londinese.

London Art fair 2016. 2016 © Paola Cacciari
London Art fair 2016. London, 2016 © Paola Cacciari

E non occorre essere collezionisti di arte contemporanea per godersi una bella passeggiata a curiosare tra gli stands (tutti e 126…) per verificare lo stato dell’arte contemporanea da questa parte della Manica. Certamente io e la mia amica A. che oggi mi ha accompagnato oggi in questa passeggiata tra i geni (ok, non sempre…) collezioniste non lo siamo, anche se devo ammettere non mi dispiacerebbe esserlo, soprattutto dopo aver realizzato che un disegno di Mirò non è poì così costoso…. 🙂 E così abbiamo trascorso un ameno pomeriggio curiosando tra le sculture a forma di medicinali di Damian Hirst, le macchie colorate di Patrik Heron, gli incubi di Francis Bacon e le levigate superfici di Barbara Hepworth e molti, molti altri, meno famosi ma altrettanto interessanti. E certamente piu’ divertenti, come questo fotomontaggio della Torre di Babele fatto di cartelli che si trovano in giro per la Capitale: una’ironica quanto azzecatissima metafora di Londra.

Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art
Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art. 2016 © Paola Cacciari

Sulla scia del successo ottenuto gli anni passati con insolite partnership con Hepworth Wakefield, museo dello Yorkshire dedicato a Barbara Hepworth, e con la prestigiosa Pallant House di Chichester, l’insolita collaborazione tra una fiera ed un museo ritorna nell’edizione del 2016 con la  Jerwood Gallery di Hastings, nella Contea dell’East Sussex, al Sud del Paese e specializzata in arte contemporanea made in Britain.

Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art. 2016 © Paola Cacciari
Emily Allchurch, London Babel (after Bruegel) 2015. GBS Fine Art. 2016 © Paola Cacciari

Come sempre, ampio spazio è come sempre dato alla fotografia contemporanea con Photo 50 2016, una vera e propria mostra nella mostra, curata quest’anno dalla nostrana Federica Ciocchetti dal titolo Feminine Masculine: On the Struggle and Fascination of Dealing with the Other Sex. La mostra è liberamente ispirata al capolavoro di  Jean-Luc Godard del 1966  Masculin Féminin e si propone di esplorare la sfida della rappresentazione delle misteriose dinamiche che si verificano tra uomo e donna.

London Art fair 2016. By Paola Cacciari
London Art fair 2016. © Paola Cacciari

E come sempre la mia sezione preferita è stata quella degli Arts Projects, le gallerie emergenti, che presenta  gli ultimi sviluppi del contemporaneo britannico e non, con  installazioni, mostre personali e collettive. Quello che mi piace è la varieta’ di questa sezione, con gallerie tedesche, olandesi e coreane e italiane, come l’emergente dalla Rosa Gallery della formidabile Giovanna Paternò.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Gennaio 2016

London Art Fair 2016, Business Design Centre, 52 Upper Street London N1 0QH

londonartfair.co.uk