Fuori dagli itinerari turistici: Sir John Soane’s Museum

Sir John Soane Museum
Sir John Soane Museum

Al n. 13 di Lincon’s Inn Fields c’è la casa di John Soane, uno dei più importanti architetti inglesi del XIX secolo. Ma quando sono arrivata a Londra nel 1999 di lui non ne avevo mai sentito parlare, e il fatto che il John Soane’s Museum sia stato uno dei primi musei che ho visitato appena arrivata nella capitale era dovuto al fatto che l’ingresso libero mi intrigasse più del cosa ci avrei trovato dentro.Inutile dire che quello che ci ho trovato dentro è stato a dir poco incredibile. E ancora adesso quando ci ritorno (come oggi, per esempio) mi sembra di tornare indietro nel tempo. Che, grazie ad una clausola che vieta di apportare cambiamenti, la casa è ancora più o meno come Soane la lasciò  alla nazione alla sua morte nel 1837: un’ecclettico susseguirsi di stanze di colori diversi, illuminate da finestre con vetrate multicolori che ospitano la sua immensa collezione di oggetti d’arte antica.

E la serie completa de La carriera del Libertino di William Hogarth, opportunamente nascosta detro a due grandi pareti mobili, due immense ante che il guardasala di turno apre e chiude ogni mezz’ora per il diletto del pubblico presente. Il tutto perchè il crudo sarcasmo di Hogarth avrebbe potuto essere offensivo e Soane, da gentiluomo qual’era non voleva urtare la sensiblità dei suoi ospiti, soprattutto se si trattava di signore…
Eppoi che c’è di più bello e solare di un’intera sala dipinta in ‘Turner’s yellow’? Geniale! 🙂

13 Lincoln’s Inn Fields, London WC2A 3BP

2019 Paola Cacciari

Nicholas Hiliard, Isacc Oliver e la miniatura elisabettiana

Nella botte piccola ci sta il vino buono” diceva sempre mia nonna. E aveva ragione, che davvero a volte “meno è meglio”. Anche se, data la loro squisita preziosita, quest’aultimo proverbio non si applicata tanto ai ritratti miniati dell’epoca elisabettiana. Teche e teche piene di piccoli, preziosi dipinti che emergono scintillanti come gioielli dalla penombra delle sale della National Portrait Gallery: benvenuti nel magico mondo di Nicholas Hiliard, Isaac Oliver e della miniatura elisabettiana.

I ritratti miniati (allora conosciuti come “limnings”) costituiscono l’apice della pittura inglese nel XVI e all’inizio del XVII secolo; erano apprezzati dall’aristocrazia come doni diplomatici, espressioni di fedeltà al monarca e spesso simboli d’amore. I due più brillanti esponenti del mestiere erano Nicholas Hilliard e Isaac Oliver, le cui raffinate rappresentazioni di cortigiani, aristocratici e sovrani e ci portano letteralmente faccia a faccia con la società elisabettiana e giacobina – solo in formato  ridotto.

E queste miniature, così definite non per le loro minuscole dimensioni, ma dalla tecnica e dal materiale impiegato per la la loro creazione (l’acquerello su pergamena, come in un manoscritto miniato) erano oggetti di lusso intesi per pochi, soprattutti i ricchi e potenti (che sorpresa!!). Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello.

Mi aggiro da una teca all’altra con la lente d’ingrandimento in mano, attenta ad infilarmi veloce in ogni spazio lascitao libero da altri visitatori che si aggirano a loro volta con la lente d’ingrandimento in mano nella galleria buia. Il Victoria and Albert Museum possiede una magnifica collezione di ritratti miniati, molti dei quali sono in prestito, insieme all’esuberante immagine del grande un navigatore, corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh (che, a proposito, era perfettamente in forma), il favorito di Elisabetta I, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584, che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore. Ah, e naturalmente da questa parata di personaggi famosi non mancano Elisabetta I e i più grandi artisti, poeti e scrittori di il tempo.

Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.
Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.

È come sfogliare una copia di Tatler di mezzo secolo fa, solo che invece delle periperipezie dei rampolli dell’upper class britannica, ci troviamo faccia a faccia con lo sguardo abbagliante di Walter Raleigh, il leggendario un navigatore, corsaro e poeta favorito di Elisabetta I e che, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584 (che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore). O con Robert Devereux, il secondo conte dell’Essex allora diciassettenne che, ritratto con aria sognante tra le rose, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta. Che i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici.

Questi dipinti in miniatura sono veri e propri gioielli. Una mano ferma era il requisito più importante. Questi artisti dovevano ottenere una somiglianza in due o tre sedute della durata di non più di un’ora – come Holbein o Van Dyck – ma su un pezzo di pergamena non più grande di una carta da gioco. E le carte erano la forma più comune di supporto; un ritratto di Elisabetta I, in questo spettacolo, ha la Regina di Cuori incollata sul retro. C’è ironia nell’arte dei miniaturisti.

Basta guardare il bel volto dello stesso Hilliard, che trasuda vitalità da tutti i pori. Considerando che gli autoritratti nel’Inghilterra del XVI secolo sono così rari, questa miniatura il giovane pittore si presenta al suo pubblico come un aristocratico non solo è una rarità, ma è soprattutto un incredibile momento di autoaffermazione tutta rinascimentale da parte dell’artista. Stimato da dinastie come i Medici, gli Asburgo e i Borboni, Hiliard fu paragonato dai suoi contemporaniei a Raffaello. E vi posso assicurare che il paragone ci sta.

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 19 Maggio 2019

Elizabethan Treasures: Miniatures by Hilliard and Oliver @National Portrait gallery

Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

www.rct.uk

Banksy contro Brexit

E’ durata solo poche ore l’ultima opera attribuita a Banksy, il popolare street artist inglese, considerato uno dei maggiori esponenti della street art, la cui vera identità rimane ancora sconosciuta. Autore di centinaia di murales contro il capitalismo in tutto il mondo, l’artista ha disegnato sul ponte abbandonato di Scott Street a Kingstone upon Hull, nel Nord del Inghilterra, un bambino con uno scolapasta come elmo, quella che sembra una spada di legno in mano e sopra la scritta ”Draw the raised bridge”una frase che è stata letta come un messaggio contro gli elettori che hanno votato la Brexit, cancellando di fatto il ponte tra la Gran Bretagna e il resto dell’Europa. Inutile dire che il murale è diventato subito oggetto di pellegrinaggio da parte di cittadini e curiosi in genere, ma è stato poco dopo rovinato e imbrattato con della vernice – a dimostrare il livello di rabbia e frustrazione scatenati dall’argomento Brexit.

Non è la prima volta che Banksy ha espresso con i suoi murales la sua opinione (molto critica) sull’uscita del Regno Unito dall’Europa. Nel Maggio del 2017 un graffito rappresentate un uomo intento a cancellare a colpi di scalpello una delle stelle dell’Unione Europea è apparso nei pressi del terminal dei traghetti di Dover, il porto sulla Manica famoso, oltre che per il suo castello e per le bianche scogliere, per collegare l’Inghilterra con Calais in Francia e quindi con il reso dell’Europa.

L’articolo originale su Repubblica

Edward Bawden, un famoso sconosciuto

Come il suo grande amico e contemporaneo Eric Ravilious anche Edward Bawden (1903-1989) con i suoi delicati acquerelli della campagna inglese, è il tipico artista inglese per antonomasia. Incontratisi al Royal College of Art negli anni Venti dove studiano sotto Paul Nash, i due abbracciano allo stesso modo pittura ed illustrazione. E con la loro combinazione di modernismo e tradizione, ci sono momenti in cui il loro lavoro sembra incredibilmente simile

Edward Bawden, Textile Study, 1950s, Watercolour, Private Collection Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, Textile Study, 1950s, Watercolour, Private Collection Estate of Edward Bawden

Ma per quanto belli ed espressivi, non è per i suoi acquerelli che ho attraversato mezza Londra per venire alla mostra allestita dalla Dulwich Picture Gallery, ma per vedere quello che Bawden sa fare meglio: l’illustratore. Anzi, graphic designer, illustratore di libri e incisore per la precisone. Che il nostro eroe ha progettato di tutto: dai biglietti di Natale ai menu, dai poster per Kew Garden e la metropolitana di Londra, alla carta da parati. 

Edward Bawden, [Aesop’s Fables] Gnat and Lion, 1970, Colour linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford) Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, [Aesop’s Fables] Gnat and Lion, 1970, Colour linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford) Estate of Edward Bawden
Per non parlare delle piastrelle di ceramica, di cui il museo in cui lavoro possiede (tra le altre cose) una deliziosa collezione, mentre altri esempi si possono ancora ammirare sulle pareti delle stazioni della metropolitana di Tottenham Hale e Victoria.

Edward Bawden, Kew Gardens London Transport poster, 1939, © TfL from the London Transport Museum collection Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, Kew Gardens London Transport poster, 1939, © TfL from the London Transport Museum collection Estate of Edward Bawden

Dopo la guerra, dimenticato da tutti tranne che dal fisco, Bawden passa dagli acquerelli alle incisoni su linoleum. Con grande successo bisogna dire, che le sue vedute con i monumenti di Londra e di Brighton lo hanno fatto diventare diventato giustamente noto, come d’altronde le spiritose illustrazioni per campagne pubblicitarie realizzate per aziende come Twinings, Shell e Fortnum & Mason.

Edward Bawden, Brighton Pier, 1958, Linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford)
Estate of Edward Bawden

2018 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Settembre 2018

Edward Bawden

Dulwich Picture Gallery, London

dulwichpicturegallery.org.uk

I viaggi di James Cook alla British Library

Sono trascorsi 250 anni dalla partenza da Plymouth dell’ HMS Endeavour, la mitica nave  britannica comandata dal tenente James Cook tra il 1769 e il 1771 durante il suo primo, intrepido viaggio di esplorazione in Australia e Nuova Zelanda. E la British Library celebra con una nuova grande mostra che ripercorre i tre grandi viaggi di Cook alla scoperta di nuove terre e di nuovi oceani, andando oltre al tradizionale motivo “uomo bianco-scopre-nuova-terra”, e includendo le prospettive della gente che Cook ha incontrato, inclusi i disegni del sommo sacerdote polinesiano e il navigatore Tupaia.

Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.
Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.

James Cook era nato nel 1728 in un piccolo villaggio dell’Inghilterra. Le sue prime, durissime esperienze per mare lo aiutarono a diventare un abile marinaio e lo spinsero a documentarsi sull’astronomia, la geografia e la cartografia. Dopo aver ottenuto il suo primo imbarco come mozzo sulle navi che trasportavano il carbone dal Nord dell’Inghilterra verso Londra, Cook si arruolò nella marina militare inglese.

Non essendo un aristocratico e non avendo compiuto studi adeguati, dovette cominciare dal grado di marinaio scelto; ma in poco più di due anni fece una brillante carriera e fu destinato in America Settentrionale dove gli Inglesi erano in guerra con la Francia per la conquista del Québec. Qui si mise in luce per le sue straordinarie capacità di pilota guidando le navi da guerra inglesi nella difficile navigazione del San Lorenzo, un fiume quasi impraticabile. La carta del San Lorenzo disegnata da Cook avrebbe poi permesso agli Inglesi di risalire il fiume e prendere di sorpresa i Francesi, sconfiggendoli in battaglia. Il merito di quella importante vittoria fu dunque anche suo.

Omai by William Hodges © Royal Museums Greenwich

Nell’agosto del 1768 il comandante Cook era pronto a partire dal porto di Plymouth, in Inghilterra, a bordo dell’Endeavour (“Tentativo”) per il suo primo viaggio nel Pacifico. La sua spedizione incarnava lo spirito dei tempi: con l’Illuminismo, infatti, si andava affermando nella società, nella scienza e nella politica un nuovo modo di pensare, che metteva la ragione al centro di ogni ricerca. E proprio per approfondire le conoscenze scientifiche dell’epoca a bordo dell’Endeavour s’imbarcò anche una missione di scienziati: botanici, naturalisti, astronomi, geografi. Tra loro vi erano anche alcuni artisti assoldati per disegnare le particolarità delle nuove terre scoperte.

Per i suoi viaggi Cook aveva bisogno di una nave molto solida e capiente, con un’attrezzatura leggera, capace di ospitare un equipaggio di almeno settanta uomini.

Nel suo primo viaggio (1768-71), dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e toccato la Terra del Fuoco, circumnavigò la Nuova Zelanda e scoprì ed esplorò la costa orientale dell’Australia. Durante il viaggio di ritorno l’Endeavour rischiò il naufragio sulla barriera corallina, ma grazie al fondo piatto e poco profondo dello scafo l’ostacolo fu superato. Questa prima spedizione mise in dubbio la credenze dell’epoca circa un leggendario continente meridionale collocato nell’emisfero australe.

The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library
The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library

Il secondo viaggio di Cook (1772-75) confermò questa tesi: non esisteva nessun continente a sud del Circolo Polare Antartico. Con la sua flotta di due navi, infatti, Cook superò per ben due volte la linea del Circolo Polare Antartico. Dopo aver esplorato alcuni gruppi di isole del Pacifico (la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi, le Marchesi), Cook fece ritorno in Inghilterra doppiando Capo Horn.

Nel luglio del 1776 Cook partì per il suo ultimo viaggio. Lo scopo era quello di trovare un passaggio dal Pacifico all’Atlantico a nord dell’America Settentrionale, il mitico passaggio di nord-ovest. Dopo aver esplorato le coste settentrionali dell’America affacciate sul Pacifico, Cook raggiunse e oltrepassò lo Stretto di Bering. Il freddo e i ghiacci lo costrinsero però a invertire la rotta: lo scontro e la frizione tra gli iceberg mettevano a repentaglio le imbarcazioni. Non riuscendo a passare lo stretto, Cook decide di fermarsi alle Hawaii, scoperte appena un anno prima. Qui venne ucciso in uno scontro con le popolazioni indigene. La leggenda vuole che sia stato mangiato dai nativi…

Alla fine ci si sente completamente sminuiti dall’immensità del mondo che Cook e i suoi uomini hanno navigato e dai popoli che hanno incontrato. Di li’ a poco sarebbe arrivato l’imperialismo in tutta la sua coloniale violenza. Eppure quello e’ stao forse il primo momento in cui popoli estranei si sono guardati l’uno con l’altro con occhi aperti e mente attenta e curiosa.

(fonte www.treccani.it)

Londra// fino al 28 Agosto 2018

James Cook: The Voyages @ British Library

Quando Carlo II inventò l’abito a tre pezzi

Ai nostri giorni è il guardaroba delle donne della famiglia reale britannica ad essere passato al microscopio. Da quando Meghan Markle, la nuova Duchessa del Sussex è entrata a far parte di casa Windsor, non passa giorno che il suo visetto sorridente non faccia capolino dalla prima pagina di qualche quotidiano, di solito accompagnato da un lungo articolo sul cosa la suddetta duchessa indossi (o, nel caso di Kate Middleton, cosa ha indossato e quante volte), cosa indosserà, il prezzo, la marca e naturalmente il nome dello/a stilista di turno. Ma c’è stato un uomo che nonostante essere morto da oltre trecento anni è considerato il creatore di un tipo di abbigliamento maschile ancora in uso adesso, l’abito a tre pezzi. Parlo del re della Restaurazione, Carlo II (1630-1685).

Quando nel 1659 il protettorato retto da Richard Cromwell (il debole figlio di Oliver) cadde, Carlo Stuart, in esilio in Francia alla corte del cugino-sovrano Luigi XIV (1638-1715), fu formalmente invitato a tornare a fare il re in patria. Non se lo fece dire due volte e il 25 maggio del 1660 Carlo sbarcò su suolo inglese. Pochi giorni dopo entrò trionfalmente a Londra dove, il 23 aprile 1661 fu incoronato re d’Inghilterra, Scozia e Irlanda nell’abbazia di Westminster, secondo la tradizione.

 

Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection
Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection

Tuttavia, sebbene fosse stato invitato a tornare in Inghilterra per regnare, Carlo era consapevole che la sua posizione come sovrano era ancora molto incerta. Esasperato da undici anni di puritanesimo, durante il quale Oliver Cromwell e i suoi seguaci avevano soppresso meticolosamente la danza, il teatro, il gioco d’azzardo, il Natale e tutte le cose che rendono la vita interessante, il Paese rivoleva la monarchia nella speranza che con il nuovo re almeno la vita sarebbe tornata ad essere nuovamente divertente. Il sovrano sapeva di non poter permettersi mosse false, che in fondo suo padre Carlo I era stato condannato a morte e decapitato solo undici anni prima, nel 1649, per essere stato troppo stravagante e spendaccione. E allora sceglie la strada del compromesso. Era tornato per fare il re e voleva apparire tale, ma voleva anche mandare un messaggio rassicurante ai suoi nuovi suddidti. E cosa meglio degli abiti per esprimere un concetto così semplicemente complesso? In fondo proprio il suo stesso cugino Luigi XIV  aveva detto “La moda è lo specchio della storia” e il Re Sole di moda se ne intendeva…

Carlo II si buttò con entusiasmo nel suo nuovo ruolo di monarca restaurato, scegliendo con cura cosa indossare e come presentarsi. Il problema principale era che lo splendore francese (e le mode) non erano popolari in patria. Questo era un problema per Carlo, che aveva trascorso parte della sua vita in Francia, dove era stato spedito dal padre nel 1646 quando era ancora principe di Galles, per metterselo al sicuro, una volta chiaro che le Teste Rotonde di Oliver Cromwell avrebbero vinto la guerra civile. Ma Luigi XIV viveva in grande opulenza, ed era evidente che ogni associazione anche remota del sovrano britannico con l’abbigliamento del re Re Sole che era: a) francese, b) cattolico, c) sovrano assoluto (non necessariamente in quest’ordine…) non sarebbe andato giù al Parlamento.

Carlo II deve giostrarsi in una situazione difficile. Come il suo modaiolo cugino francese, anche il nostro è perfettamente cosciente dello strettissimo legame tra moda e potere politico e cerca di ricreare alla corte inglese quello che aveva visto durante il suo esilio alla splendida corte francese, naturalemente in modo molto più ridotto. Ma in un momento in cui l’Inghilterra si stava riprendendo da una serie di tragedie come la guerra del 1664, la peste del 1665 e il grande incendio di Londra che, nel 1666, aveva distrutto una parte della capitale, avevano prostrato l’economia e prosciugato le finanze del Paese, era chiaro che non c’era posto per gli sprechi.

John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II
John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II

Così, per mettere a tacere una volta per tutte le voci che la sua corte fosse dissoluta e spendacciona, il 7 ottobre 1666 Carlo emise una dichiarazione con cui ripudiava le “mode francesi”. Invece, avrebbe adottato ciò che era noto all’epoca come il “giubbotto persiano”, un lungo panciotto bordato di nastri in vita e al ginocchio da indossare con un cappotto, anch’esso al ginocchio, con polsini ampi e risvoltati per mostrare la camicia di lino sottostante, realizzato in lana inglese e non in seta francese. Quello di Carlo è uno stile semplice nei colori e materiali, come mostra il dipinto di Henry Danckerts raffigurante John Rose il giardiniere reale che offre un ananas a Re Carlo II appartenente alla Royal Collection e di cui ne esiste una copia nella seicentesca Ham House, nell sobborgo londinese di Richmond.

Il dipinto è insolito, in quanto raffigura Carlo II che indossa un tipico abbigliamento alla moda degli anni 1670, piuttosto che le vesti cerimoniali o l’armatura in cui veniva solitamente raffigurato e che sembra gridare a chi guarda: “Guardatemi, mi vesto come voi: sono uno di voi!” Certo dietro l’ostentata semplicità di Carlo c’era anche un altro motivo: al contrario di quanto accadeva in Francia, le finanze del sovrano britannico erano strettamente controllate dal Parlamento – e questo valeva anche per le questioni di guardaroba. Gli sprechi non erano permessi. Ma non fatevi ingannare: la ricchezza sta tutta nei dettagli, che stiamo pur sempre parlando del re! L’enfasi si sposta su stoffa e taglio, non su volant e accessori come accadeva in Francia. Unici accessori permessi, una fascia, calze e scarpe con la fibbia. Con il trascorrere del tempo il gilet divenne sempre più corto, fino a raggiungere nel 1790 circa, la lunghezza che conosciamo oggi, arrivata a noi nella versione in bianco o nero indossata dal dandy per eccellenza Beau Brummel.

Sfortunatamente Luigi XIV rimase così poco colpito dall’ostentata semplicità di questo nuovo tipo di abbigliamento che decise di adottarlo per l’unico abito per cui lo riteneva adatto: la livrea dei suoi servitori. L’ennesima dimostrazione che il costume dice cose che le parole non dicono…

2018 ©Paola Cacciari

Grazie a Laura di Bellezza In The City che ha pubblicato questo mio post sul caro vecchio Carlo II sul suo blog! Laura si è fatta promotrice di una bellissima iniziativa sul suo blog, il Blogger Corner in cui ospita guest authors che hanno qualcosa in comune con i suoi interessi e la sua personalita’. Se non conoscete ancora, vi invito a farci un giro perchè è pieno di conisgli utili ed interessanti. Buona lettura!

Gli acquerelli di Singer Sargent

Ah John Singer Sargent! L’americano che amava l’Europa e che dipingeva luminosi ritratti di ricchi aristocratici, attori e socialites della bell’époque con quella sua tecnica levigata dalla pennellata ricca di colore acceso! Quanto lo amo!

Nato a Firenze nel 1856, figlio di un noto chirurgo di Philadelphia che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica,  John Singer Sargent (1856-1925) si trasferisce precispitosamente in Inghilterra da Parigi nel 1884, quando lo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) rischia quasi di stroncare la sua carriera – aiutato in questo da un altro anglofilo convinto, lo scrittore Henry James.

Ma Sargent  aveva però un’altra passione oltre al suo lavoro di gettonatissimo ritrattista: l’acquerello. E di acquerelli questa mostra della Dulwich Picture Gallery ne mostra una quantità industriale e di qualità altissima – una testimonianza della continua ed inossidabile devozione del pittore statunitense a questa tecnica.

Detail of John Singer Sargent’s The Lady with the Umbrella (1911) Credit: Museum de Montserrat. Donated by J. Sala Ardiz. Image © Dani Rovira

Sargent torna sullo stesso soggetto ripetutamete , soprattutto quando si tratta di Venezia, citta’ che ama alla follia e dove torna ogni autunno per 15 anni e che dipinge in tutti i modi possibili e immaginabili con una devozione che rasenta l’ossessione. La sua Venezia dipinta dalla prospettiva ondeggiante di una gondola, cambia in continuazionecome la realtà di Pirandello.

John Singer Sargent’s The Church of Santa Maria della Salute, Venice (c1904-09). Photograph: Catarina Gomes Ferreira/Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbon

Il senso di libertà che deve aver provato al di fuori delle costrizioni della ritrattistica su commissione è palpabile cosi come l’influenza della fotografia. Si concentra sui primi piani, inquadrando la sua composizione proprio come un fotografo con la sua macchina fotografica. E così quando dipinge l’enorme statua del Nettuno della mia Bologna finisce con l’ignorare in modo pressoche completo la statua bronzea del Gigante e del suo tridente per concentrarsi invece sirene e sui delfini che stanno alla base della fontana.

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection
John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

Nei suoi acquerelli miriadi di persone sono impegnate a vivere la loro vita – operai, amici, soldati, famigliari: tutti sono dipinti con la stessa democratica brillantezza. E questa è la nota che colpisce di più: in un Europa sempre più divisa della lotte di classe, lo sguardo di Sargent va a posarsi su si soggetti immuni da tutto questo come i soldati al fronte per esempio, o i paesaggi alpini.

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge
Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Poi la Prima Guerra Mondiale arriva a porre fine all’avventura Sargent nel Vecchio Continente. L’americano non farà mai più ritorno nella sua amata Europa: nel panorama artistico del dopoguerra, dominato dalle Avanguardie di Picasso e Matisse, semplicemente non c’era più posto per lui. #SingerSangent

Londra//fino all’8 Ottobre 2017

al Dulwich Picture Gallery

http://www.dulwichpicturegallery.org.uk

 

10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 2

Come promesso, ecco la seconda parte della carrelata di capolavori provenienti dai musei londinesi compilata da Arianna di La Sottile Linea d’Ombra. Che ne dite? E come dice lei, quali sono i vostri preferiti? Buona lettura! 🙂

La sottile linea d'ombra

Come ho già accennato, si possono dire molte cose sulla Gran Bretagna, ma ciò che non finirò mai di ammirare è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui si può entrare tranquillamente, senza nemmeno perdere tempo a fare i biglietti.

Ho iniziato a parlarne nello scorso post, in cui potete trovare i primi quattro capolavori di questa galleria, siti alla National Gallery (se ve lo siete perso, cliccate qui: 10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1) e oggi continuerò con gli altri sei che vi avevo promesso.


British Museum

Per gli appassionati di storia, archeologia e storia dell’arte antica, il British Museum è un vero paradiso. Sono raccolti qui reperti inestimabili di antiche civiltà e passeggiare attraverso i suoi locali è una sorta di bellissimo viaggio nel tempo e nello spazio. Data la sua importanza, non potevo che inserirlo in questa galleria di…

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10 capolavori d’arte che si possono vedere gratis nei musei di Londra – parte 1

Curando un blog che si chiama Vita da Museo, lavorando in un museo e vivendo a Londra, non potevo non ribloggare questo delizioso articolo di Aranna, altrimenti nota come La Sottile Linea d’Ombra… Buona lettura! (e a quanto pare questo e’ solo la prima parte1 🙂 )

La sottile linea d'ombra

Miei cari amanti della cultura, riuscireste ad immaginare qualcosa di più bello che poter visitare tutti i musei che volete senza spendere un centesimo?Oppure, ancora meglio, di potervi permettere di entrare liberamente in una galleria d’arte in una mezz’oretta libera, magari solo per perdervi di fronte ad un capolavoro che ammirate?

Ecco, tutto questo può succedere in Gran Bretagna.Una cosa che non finirò mai di ammirare di questo Paese infatti è la gratuità di moltissimi suoi musei, in cui ci si può infilare tranquillamente, senza nemmeno fare i biglietti oppure essere obbligati a depositare la borsa. Semplicemente, si varca la soglia e ci si immerge dove si preferisce: trovo sinceramente e spassionatamente questo che sia stupendo.

Dovete poi sapere che io sono una di quelle persone fastidiose che fotografano i quadri che vedono (per la precisione, uno scatto alle opere che reputo interessanti per qualunque minima ragione e…

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