A Joint Statement on the Coronavirus Pandemic

In Inghilterra i musei chiudono al pubblico e noi che ci lavoriamo dobbiamo reinventarci un ruolo diverso per far sì che il settore della cultura, già così fragile, sopravviva a questa catastrofe. Ci aspettano tempi difficili, ma l’arte e la cultura sono importantissimi per il morale e la salute mentale delle persone.

Front of House in Museums

A joint statement from FoHMuseums, Fair Museum Jobs and Museum Wellness

We urge museums and their associated organisations to give their unanimous support to the entire museum workforce at this critical time to ensure the long-term health and security of those working in museums.

We encourage museums to give their full support to their workers to ensure their risk to exposure is limited and the effects associated with actions to minimise the spread of Covid-19 are not contributing to the increased vulnerability of their livelihoods.

Not all museum workers are able to work from home, including those working in front facing roles this includes roles associated with keeping museums open to the public such as operations who are more important than ever to minimising the risk of contamination and maintaining the cleanliness of museums. FoH are exposed to the public and are less likely to be able to “work from…

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I love them! +Saltarello — tramineraromatico

Non ho proprio saputo resistere, ho dovuto ribloggare il post di tramineraromatico (se non lo conoscete gia’ fate un giro per il suo blog!)

VANGELO Einstein impallidisce di fronte a certe sinapsi neuroniche 😀 😀 😀 CAPOLAVORO 😀 😀 😀 In aggiunta ci sarebbe il baldo governatore del veneto Zaia, anche lui fervente leghista… …con la sua infelice frase sui“cinesi che mangiano i topi vivi” e le cui abitudini sanitarie e alimentari sarebbero all’origine della pandemia influenzale. Ora […]

via I love them! +Saltarello — tramineraromatico

Febbraio 😷

“Anno bisesto, anno funesto!” direbbe mia nonna, se fosse qui ad assistere a tanta catastrofe. Che il  2020 ha solo due mesi, ma tra uragani, allagamenti e Coronavirus (etc, etc etc) questi due mesi sembrano ormai quasi due anni….

Turist taking a selfie in Milan
Tourist taking a selfie in Milan
More rain and windy weather is due to arrive in London again (Image: MEN)
More rain and windy weather is due to arrive in London again (Image: MEN)

E mentre Bernie Sanders ha il suo da fare a convincere i Democratici che lui e’ il candidato giusto per portare avanti la lotta per portare via la Casa Bianca a trump e al suo stuolo di repubblicani naftalinici,

almeno una buona notizia, quella che Harvey Weinstein è stato giudicato colpevole di violenza sessuale e stupro.

 

And So To Bed

Il CODV 19 secondo Samuel Pepys (e secondo Claudia di London SE4 🙂 )

London SE4

Samuel Pepys CoronavirusNon so bene cosa dire di questo 2020.

Il tempo atmosferico è alquanto anomalo, con primavera nettamente anticipata (il viali di SE4 sono tutti in fiore). Al tempo stesso, ho perso il conto di quante tempeste con nomi astrusi ho avuto a che fare nelle ultime settimane. Pioggia, vento e ombrelli rotti.

E poi c’è un virus nuovo, CODV 19, che viene dalla Cina e terrorizza l’Europa. 

Abbiamo avuto il primo caso ufficiale londinese proprio qui vicino. La paziente non è rimasta a casa, non ha telefonato al numero 111, ma ha chiamato un Uber e si è fatta portare al pronto soccorso! 

C’è stato anche un “super-untore” (o super-diffusore, come lo etichettano gli italiani), sopravvissuto al virus, che lo ha sparpagliato, ignaro, qua e là, anche nelle alpi francesi, fino a Maiorca. La sua faccia è finita in prima pagina: unica colpa, quella di essere andato ad…

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Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

Extinction Rebellion

Qualche settimana fa, all’uscita dal museo mi sono trovata mio malgrado nel mezzo di una protesta di Extinction Rebellion.

Per chi ancora non ne avesse sentito parlare, XR si tratta di un movimento socio-politico non violento fondato nel 2018 nel Regno Unito da un gruppo di accademici e che ha lo scopo di evitare i cambiamenti climatici e minimizzare il rischio di estinzione umana e il collasso ecologico.  La sua arma è la disobbedienza civile e nel’Aprile di quest’anno XR ha è riuscito ad occupare per una decina di giorni quattro zone al centro di Londra: Oxford Circus, Marble Arch, Waterloo Bridge e tutta l’area intorno alla Parliament Square.

Extinction Rebellion Movement June 2019 (1)

Oggi il colpevole in questione era il museo di Storia Naturale, che quella sera avrebbe opitato un’evento privato organizzato da Petroleum Group e il pacifico e colorato gruppo di attivisti aveva deciso di boiccottarlo organizzando a loro volta un evento alternativo tra Exhibition Road e la trafficatissima Cromwell Road.

C’erano persone di tutte  le eta’, giovani e anziani, famiglie con bambini, elegantoni e frikkettoni, musicisti e tamburini, educati giovanotti che distribuivano volantini con un “Signora mi permetta…” d’altri tempi e un Dodo (un uccello estinto da qualche secolo) roso elettrico a gudare la manifestazione. Inutile dire che a bloccare il traffico ci sono riusciti benissimo!

Extinction Rebellion Movement June 2019 (2)
London 2019 © Paola Cacciari

Manifesto

Richieste

Extinction Rebellion basa tutta la propria azione su 3 richieste, che vengono rivolte direttamente ai Governi nei quali il movimento è presente:

  • Il Governo deve dire la verità sul clima e sull’emergenza ecologica in generale, invertire le politiche incoerenti e lavorare al fianco dei media per comunicare con i cittadini.
  • Il Governo deve adottare misure politiche giuridicamente vincolanti per ridurre le emissioni di carbonio allo zero netto entro il 2025 e ridurre i livelli di consumo.
  • De essere resa operativa un’assemblea nazionale dei cittadini per supervisionare i cambiamenti, come parte della creazione di una democrazia adatta allo scopo.

Princìpi fondanti

  1. Abbiamo una visione condivisa del cambiamento: creare un mondo adatto alle generazioni future.
  2. Modelliamo la nostra missione su ciò che è necessario – mobilitando il 3,5% della popolazione per raggiungere il cambiamento di sistema – usando idee come “l’organizzazione guidata dall’impulso” per raggiungere questo obiettivo.
  3. Abbiamo bisogno di una cultura rigenerativa – creando una cultura che sia sana, resistente e adattabile.
  4. Sfidiamo apertamente noi stessi e questo sistema tossico, lasciando le nostre zone di comfort per agire per il cambiamento.
  5. Apprezziamo la riflessione e l’apprendimento, seguendo un ciclo di azione, riflessione, apprendimento e pianificazione per ulteriori azioni. Imparando da altri movimenti e contesti così come le nostre esperienze.
  6. Diamo il benvenuto a chiunque e ad ogni parte di esso, lavorando attivamente per creare spazi più sicuri e accessibili.
  7. Stiamo attivamente mitigando il potere, abbattendo le gerarchie del potere per una partecipazione più equa.
  8. Evitiamo di incolpare e giudicare – viviamo in un sistema tossico, ma nessuno di noi è da biasimare.
  9. Siamo una rete non violenta, che utilizza la strategia e le tattiche non violente come il modo più efficace per apportare cambiamenti.
  10. Siamo basati sull’autonomia e sul decentramento: creiamo collettivamente le strutture di cui abbiamo bisogno per sfidare il potere. Chiunque segua questi princìpi e valori fondamentali può agire in nome di Extinction Rebellion!

https://rebellion.earth/

Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca.

“L’Italia è fatta, gli italiani quasi.” Così si apre l’ntroduzione alla prima edizione di Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca (1920-2011). Apparso nel 1962, il libro fu accolto dalla stampa moderata alla stregua di un libello rivoluzionario in quanto osava parlar male dei ricchi e potenti del paese, prendendosi gioco allo stesso tempo dei valori della borghesia dell’epoca, in bilico tra demagogia e populismo.

“Ciò che non riuscì al papa-re dei guelfi, all’imperatore-messia dell’Alighieri, al principe macchiavellico, alla burocrazia piemontese di Cavour e ai federali di Mussolini sta riuscendo alla civiltà dei consumi e al suo oracolo televisivo: tra non molto gli italiani, popolo compatto, avranno usi, costumi e ideali identici dalle Alpi alla Sicilia, vestiranno penseranno, mangeranno, si divertiranno tutti alla stessa maniera, dettata e imposta dal video.”

Il boom economico arriva in Borsa tra il 1959 e il 1960. Speculatori d’Europa e d’America scoprono che i titoli italiani costano poco e rendono molto. L’Italia e’ da poco entrata nel Mercato Comune Europeo e tra il 1955 e il 1963 un’ondata di euforia attraversa il Paese. E fu proprio la rapidità con cui questi i cambiamenti socio-economici si verificarono, che si gridò al “miracolo economico”. Un miracolo che pur trasformando radicalmente lo stile di vita degli italiani (almeno di una parte), fece sì che il paese non riusci’ tutavia a risolvere i fondamentali problemi che si portava dietro da prima della guerra, tra cui le differenze tra nord e sud. La ricchezza si concentra soprattutto al Nord, nel cosiddetto “triangolo industriale” formato da Milano, Torino e Genova, città che attirano flussi di disoccupati dal meridione (essi stessi divisi da profonde differenze culturali) e vedono in pochi anni la loro popolazione quasi raddoppiare. Inutile dire che lo shock culturale è fortissimo. Per la prima volta gli italiani si incontrano tra loro e non si piacciono.

Dire che l’Italia degli anni Sessanta è una nazione profondamente nuova è inadeguato. Il miracolo italiano è avvenuto a ritmo talmente serrato da dare le vertigini: l’artigiano diventa imprenditore, piovono i miliardi, ma la gente è troppo occupata a fare soldi e a moltiplicare le cose che hanno per chiedersi il perché queste “cose” siano improvvisamente diventate una necessità, perlomeno su quella scala.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”

Sembra il mantra di Gordon Gekko nel film del 1987 Wall Streetma questa frase di Giorgio  Bocca (riferita non a New York, ma a Vigevano) è ancora adesso attualissima quando si pensa al nostro Centro-Nord, alle distese infinite di brutti capannoni che sfregiano con la loro bruttura le campagne di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Tutto questo non è una novita’: le avvisaglie di questa trasformazione erano già in atto allora e Bocca lo aveva notato, mentre si gli altri si coprivano gli occhi e si turavano le orecchie davanti alla mancanza di un’ideologia, di una fede, di una prospettiva sociale di qualche tipo.

Il fatto è che, come osserva Bocca, nell’italia ghettizzata del dopoguerra, dove ognuno stava al suo posto e dove un piccolo borghese non avrebbe mai messo piede a Cortina o Portofino, il miracolo economico degli anni Sessanta aveva portato una fluidità di classe dapprima impensabile. Quella in atto era una vera e propria rivoluzione che stava mescolando le classi e la storia in modo irreversibile.

“Non riuscimmo a vedere bene quali moltiplicatori di disordine e degradazione sociale stavano mettendosi in moto e come avremmo poi pagato duramente i comodi e le disinvolture del capitalismo assistito, della partitocrazia , la saturazione del consumismo di massa, i pericoli della scuola di massa.”

Tra gli indici di più diffuso benessere, la crescita dell’industria automobilistica e l’aumento di consumi legati agli elettrodomestici. Le automobili ed elettrodomestici si moltiplicano con essi cambia lo stile di vita, gli interni delle case (in particolare la cucina), il modo di vestirsi e di mangiare, persino di parlare che in questi anni si attua lo spostamente della lingua dall’uso del dialetto a quello dell’Italiano. Anche la famiglia si modifica e con esso  i rapporti generazionali. I giovani degli anni Sessanta godono di una maggiore indipendenza economica e libertà di scelta dapprima impensabile.

Nasce l’idea del tempo libero (il week-end), la gente va in vacanza e le code in autostrada delle famiglie operaie che si mettono in marcia tutte insieme alla chiusura delle grandi fabbriche, sembravano “cortei trionfali”. Oltre alla televisione, è l’automobile che diventa il simbolo di questo nuovo benessere. Mio padre aveva una Fiat Cinquecento e si sentiva un re.

Il Vittorio Gassman de Il Sorpasso è la personificazione del “miracolo” italiano: il borghese fanfarone dalla vitalità debordante che nasconde (o cerca di farlo) con l’esuberanza un vuoto della vita e paura del futuro. Girato del 1962, lo stesso anno in cui Giorgio Bocca scrive il suo Miracolo all’italiana, il film descrive un’Italia al culmine della ricchezza dove macchine veloci, spiagge affollate, locali pieni di musica e di gente che balla sfrenataente diventano il simbolo di una vita finta, quella della borghesia arricchitasi con il miracolo italiano, un’esistenza effimera che si schianterà duramente sul muro degli anni di piombo della decade successiva.

E mentre leggevo, mi veniva da chiedermi che è successo a quel patto sociale da cui tutto ciò aveva avuto origine alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che vedeva un equilibrio di fondo tra capitalismo e democrazia e stato sociale. Il processo che aveva permesso il raggiungimento di tale benessere si è spezzato: il giocattolo del miracolo si è rotto e nessuno sa come riaggiustarlo. Certo la classe politica non sa che pesci pigliare, e questo accade non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tutte nazioni in quel diritto inossidabile alla scelta che è il voto politico, si è ridotto ad uno sfogo rabbioso di quella parte di popolazione che si è sentita rapinata del proprio futuro.

2019 ©Paola Cacciari

L’Italia del miracolo economico (1958-1963) Alberto Saibene https://www.doppiozero.com/materiali/made-in/l-italia-del-miracolo-economico-1958-1963

La Casa del Futuro al Design Museum

C’è una scena ne  Il ragazzo di campagna del 1984 in cui Renato Pozzetto alias Artemio, decide di lasciare il piccolo paese lombardo in cui è nato e ha sempre vissuto, per cercare fortuna a Milano. Nella metropoli trova alloggio in un fin troppo moderno monolocale in cui lo spazio è razionalizzato all’ennesima potenza: pareti scorrevoli trasformano l’angolo cottura in bagno o in zona giorno, il tavolo ribaltabile con tovaglia al metro e sedie pieghevoli e rientranti.  Un po’ come la Total Furnishing Unit, l’unità abitativa compatta progettata da Joe Colombo nel 1972, dove si poteva vivere in soli 28 metri quadrati esposta al Design Museum, parte della mostra Home Futures.

Che se il problema dello spazio è esistito da quando la Rivoluzione Industriale aveva fatto accorrere le masse contadine a cercare lavoro nelle fabbriche tessili nella Gran Bretagna del Settecento, non è mai stato così pressante come nel nostro secolo. E come sarà la casa del futuro è un interrogativo che gli architetti e i designer si sono posti sin dal tempo della Russia post-rivoluzionaria, quando El Lissitzky tenta di progettare appartamenti compatti per i lavoratori sovietici, con letti aerodinamici modello pre-Le Corbusier. E come dimenticare i mobili ultramoderni di Villa Arpel, quelli creati per il film francese del 1950 Mon Oncle di Jacques Tati, a cui fanno eco quelli contemporanei dell’Ideal Home del 1956, la casa del “futuro” in cui tutto è automatizzato, abitata da una coppia moderna il cui momento chiave della giornata è quello di far apparire il tavolo della sala da pranzo premendo un bottone.

 Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.
Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.

Stupiti? Non dovreste. Che il dopoguerra portò con sé oltre ad un supersonico boom economico, anche un incontrollato sviluppo edilizio e un’altrettanto incontrollata crescita delle città. E non solo in Italia. Per un breve momento  infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che il sogno della casa automatizzata, razionale e futuristica fosse lì per lì per realizzarsi. Nel futuro immaginato dagli architetti più progressisti, le abitazioni non sarebbero state più in materiali statici come mattoni e cemento, ma fatte di membrane di plastica trasparenti, facilmente trasportabili ovunque e trasformabili in pratici spazi casa/lavoro con vista a 360◦ sul proprio giardino preferito come quelle progettate da Hans Hollein.

Hans Hollein in his transparent Mobile Office, 1969. Photograph: Gino Molin-Pradl, Copyright: Private Archive Hollein

Ma come spesso accade, tra il dire e il c’è di mezzo il mare che in questo caso (a parte la scomodità di dover avere sempre a portata di mano un compressore per gonfiare la bolla una volta arrivati in giardino…), si è materializzato sotto forma della crisi del petrolio del 1973. Che saranno anche stati futuristici, ma questi progetti presumevano infatti illimitate forniture di energia a basso costo per riscaldare e raffreddare questi i rifugi mobili. La bolla è scoppiata e la moda architettonica lasciò così il posto al Postmodernismo, uno stile che non pretendeva di cambiare il mondo o la vita delle persone, ma solo di intrattenerli e tenerli al caldo e al coperto. E la dura realtà per gli architetti è accettare che la casa del futuro è sorprendentemente simile a quella del passato, certo più confortevole ed ecologica, ma sempre fatta da pareti soffitti, cucine, camere da letto etc etc.

ome Futures exhibition at the Design Museum, London

In breve, la storia si ripete e il sogno degli architetti di costruire case aperte, organiche, economiche e sostenibili, si è rivelato ancora una volta (appunto) un sogno e che la maggioranza dei comuni mortali in ogni grande città, deve accontentarsi di quello che trova.

A volte l’ottimismo senza fiato viene temperato dall’ironia, come nel caso dell’architettura radicale del gruppo italiano Archizoom Associati che nel 1970 con la loro No Stop City propongono non una città migliore, ma una città adeguata ai bisogni della nuova modernità, dove il design prevale sull’architettura e dove progetti provvisori e fluidi prevalgono su quelli tradizionali, e  in cui i nomadi moderni possono vivere senza oggetti o definire la loro casa come meglio preferiscono.

A universal grid that would allow all humans to live a nomadic life. Supersurface was a speculative proposal for a universal grid that would allow people to live without objects or the need to work, in a state of permanent nomadism. Credit | Superstudio, Supersurface: The Happy Island, 1971. Image: The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Resta da vedersi se questo futuro sia da considerarsi una cosa buona o meno. Già negli anni Venti, i film di Sergei Eisenstein mostrano un mondo dalle case trasparenti, che accese negli architetti contemporanei la passione per le strutture fatte di vetro, dove la perdita della privacy e le possibilità di sorveglianza diventano una spaventosa realtà  nella Russia di Stalin. Ma l’idea della casa di vetro non è poi tanto surreale anche nella nostra società, che  quelle in cui viviamo saranno anche di pietra, ma le case sono divenate trasparenti come la bolla di Hollen (citare Stalin mi pareva esagerato…) da quando internet è entrato nelle nostre vite. L’idea della condivisione dell’essere connessi 24 ore su 24 ha reso l’idea stessa della privacy intrinsecamente fluida, trasformandola in qualcosa con cui non siamo interamente a nostro agio. Almeno io non lo sono.

Allo stesso tempo, un altro problema si pone agli abitanti delle città moderne, vale a dire trovare un luogo decente in cui vivere. Senza di questo è irrilevante considerare un progetto di doccia mobile (sebbene quella progettata da Ettore Sotsass, gridi all’ottimismo e all’ironia) se non c’è lo spazio in cui muoverla… Mi sembra che la tecnologia non faccia altro che sostituire spazio fisico con quello digitale: intere librerie possono stare in un kindle, mentre per CD e DVD ci sono iTunes e le chiavi usb. Che il bisogno di spazio sta diventando un problema pressante non solo a Londra, ma nel resto della vecchia Inghilterra e sempre più palazzoni a più piani con appartamente non più grandi dei Khrushchyovka russi degli anni Sessanta che si sostituiscono alle tradizionali villette a schiera con giardinetto. E la chiamano modernità… :/

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Marzo 2019

Home Futures @ Design Museum

designmuseum.org

Assurbanipal, Re dell’Assiria al British Museum

Certo che l’essere un leone nell’Assiria di Assurbanipal non era davvero una gran cosa che a guardare i bassorilievi pare che il passatempo preferito del sovrano fosse infilzare le povere bestie con tutte le armi a disposizione all’epoca.  Ma se Assurbanipal aveva armi in abbondanza per combattere i leoni, furono le sue capacità amministrative che lo resero un formidabile domatore di popoli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Servito da un efficentissimo esercito di eunuchi che, liberi da ambizioni di farsi una famiglia erano  funzionari pubblici ideali, Assurbanipal assomigliava più allo spietato direttore di un’impresa globale che alla figura del conquistatore romantico impersonata da Alessandro Magno. In un periodo in cui le città-stato greche (come Atene e Sparta) erano ancora agli albori e Roma era ancora solo un piccolo insediamento di pastori,

Assurbanipal (669- 631 aC), fa dell’Assiria il più grande impero al mondo, che si estendeva da Cipro all’Iran e persino l’Egitto con capitale Ninive (nell’odierna Iraq). Quando non era impegnato a uccidere leoni e nemici, Assurbanipal amava leggere e studiare (saper leggere e scrivere era allora insolito per un re) ed era molto fiero delle sue doti accademiche , e la sua immagine è opportunamente rappresentata nei rilievi di palazzo con uno stilo nella cintura, insieme alla spada. Che se la penna è più potente della spade, bisogna dire che Assurbanipal è stato molto destro con entrambe…

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che proprio fu proprio Assurbanipal  a dare inizio alla prima biblioteca sistematicamente raccolta e catalogata al mondo. Il sovrano voleva una copia di ogni libro che valesse la pena avere e mandò i suoi servi in giro per l’impero a raccogliere tutte le conoscenze del mondo su tavolette d’argilla con una scrittura  a simboli chiamata cuneiforme. Le centinaia di migliaia di tavolette raccolte, erano conservate gelosamente di Assurbanipal nella sua grande biblioteca: la prima testimonianza che il sapere è potere e come tale deve esser preservato Eventualmente la biblioteca bruciò nella distruzione di Ninive alla fine del VII secolo A.C. – una vera fortuna se lo chiedete a me, che le tavolette di argilla non bruciano: si cuociono. E così, indurite e preservati dal calore, queste tavolette d’argilla provengono dalla grande biblioteca Assurbanipal  sono sono preservate: il più grande e duraturo contributo del re assiro alla civiltà.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Ma come accade a tutti i regni,ad un glorioso apogeo segue quasi inevitabilmente un inglorioso declino, che nel caso di dell’Assiria si materilizza intorno al 612 A.C. quando, dopo la morte di Assurbanipal, l’impero si indebolì e vari gruppi di saccheggiarono le città assire, portando al collasso dell’impero a alla distruzione di Ninive senza troppi preamboli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

E cosi finirono  Ninive e Nimrud, periodicamente attaccate e saccheggiate dal predone di turno. L’ultima volta, nel 2014 dai militanti dell’Isis che che, nei tre anni di vita del “califfato” dal giugno 2014 al luglio 2017, hanno fatto sistematicamente  saltare in aria quello che altri vandali avevano lasciato in piedi dei resti  della cultura pre-islamica dell’Assiria di Assurbanipal, prima di essere a loro volta cacciati da Mosul, alla periferia della quale si trovano  le rovine di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro – ma non prima di aver distrutto anche il Museo di Mosul.

Secondo le cifre ufficiali del consiglio di stato iracheno delle antichità, il 70% di Ninive, nella provincia di Mosul [un tempo il centro del califfato autoproclamato da Iside] fu distrutto. In Nimrud parliamo dell’80%. C’e’ molto da fare molto per valutare i danni a questi siti archeologici, ragion per cui il British Museum ha lanciato in Aprile un programma di formazione per archeologi (donne e uomini) dell’area di Mosul, la maggior parte dei quali hanno vissuto come rifugiati. Una grande speranza per il futuro. #Ashurbanipal

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino all’24 Febbraio 2019

I am Ashurbanipal king of the world, king of Assyria

British Museum

Londra celebra Renzo Piano

Ho sempre avuto un debole per Renzo Piano (nato a Genova nel 1937), da quando molti anni fa mi sono trovata adammirare le forme allo stesso tempo razionali e surreali di quello strano e incredibile edificio a forma di nave che ospita il NEMO di Amsterdam, il Museo di Scienza e Tecnologia più grande d’Olanda. E non a caso, che in fondo il nostro Renzo nazionale è colui che nel 1971 insieme all’italo britannico Richard Rogers  ha dato vita al controverso Centro nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou a Parigi.

Ma per chi come me abita a Londra, è lo Shard ad essere diventato uno degli edifici più iconici dell’architetto genovese, nonchè uno dei punti di riferimento più riconoscibili della Capitale.

Renzo Piano Building Workshop, The Shard, London Bridge Tower and London Bridge Place, London, 2012.
Renzo Piano Building Workshop, The Shard, London Bridge Tower and London Bridge Place, London, 2012.

Disegnato da Piano nel 2012, questa torre di forma triangolare che prende il nome dalle otto “schegge di vetro” inclinate che costituiscono le facciate dell’edificio, è stato progettato per accomodare vari usi: uffici alla base della piramide, dove i livelli sono più grandi, con ristoranti e hotel nel centro, e appartamenti privati e una galleria panoramica in cima di l’edificio dove la sua forma è più stretta. Ma, come ha dimostarato l’esempio del Beaubourg di Parigi, l’edificio è anche e soprattutto un esempio di come un progetto può essere un catalizzatore per il cambiamento. Il suo completamento infatti, ha promosso la riqualificazione della stazione ferroviaria di London Bridge  e dell’area circostante.

Richard Rogers (left) and Renzo Piano pose in front of the Pompidou Center in 2017. Credit MARTIN BUREAUAFPAFPGetty Images
Richard Rogers (left) and Renzo Piano pose in front of the Pompidou Center in 2017. Credit MARTIN BUREAUAFPAFPGetty Images

Ed ora la Royal Academy (RA) di Londra celebra gli oltre 50 anni di carriera dell’architetto genovese (personalmente odio il termine archistar) con una grande mostra, Renzo Piano: The Art of Making Buildings.

La retrospettiva include materiali d’archivio rari, modelli, fotografie e disegni, il tutto a svelare la metodologia di lavoro dell’architetto e il suo approccio al design ‘pezzo per pezzo’, dove ogni dettaglio viene testato con prototipi a grandezza naturale per verificare come appariranno alla vista e al tatto.

Renzo Piano

Gli edifici del nostro Renzo nazionale sono spesso molto diversi tra loro, e il suo portfolio include oltre al suddetto Centre Pompidou e a grattacieli, teatri, musei e gallerie d’arte (Whitney Museum of American Art, 2007-15), un terminal aeroportuale simile a un aliante su un’isola artificiale nella baia di Osaka (Aeroporto Internazionale del Kansai, 1988-94) la nuova sede del New York Times e le sale da concerto dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (1994-2002) – edifici molto diversi tra loro che tuttavia hanno in comune il loro essere leggeri e ariosi, con facciate di vetro che riflettono il cielo e sembrano essere fatti per riflettere il blu del Mediterraneo ma che indipendentemente dalla loro posizione geografica, finiscono inevitabilmente per definire la città che li ospita. Il vetro extra bianco utilizzato conferisce all’edificio una leggerezza e riflette il cielo che cambia intorno ad esso.

Renzo Piano Building Workshop, Sketch of the California Academy of Sciences, 2009.
Renzo Piano Building Workshop, Sketch of the California Academy of Sciences, 2009.

Negli edifici di Piano non ci sono significati nascosti: fatti di vetro, aria e luce, fanno, esattamente  ciò per cui sono progettati. Grattacieli e musei sembrano levitare da terra su colonne impossibilmente delicate; Piano è famoso per l’eleganza e la raffinatezza delle sue creazioni e il suo impiego di materiali hi-tech come il vetro e l’acciaio, ma che tuttavia appaiono sfidare la gravità, e sembrano ergersi senza sforzo sugli edifici circostanti

© Rpbw, Renzo Piano Building Workshop
© Rpbw, Renzo Piano Building Workshop

ll genio creativo e progettistico di Piano è fuori discussione e da genovese purosangue già sta progettando un sostituto per il ponte dell’autostrada crollato il 14 Agosto scorso a Genova causando una catastrofe di dimensioni mai viste prima.

Ma per chi come me non è del mestiere e ama  l’architettura come arte e non comprende le abbondanti informazioni tecniche e contestuali che accompagnano ogni progetto, gli oggetti più interessanti sono gli schizzi a mano dei progetti stessi: fogli caoticamente ordinati, dove una selva di linee disegnate a mano libera in pennarello verde scuro con tratti ordinati di evidenziatore giallo, costituisce l’inizio di ciò che sarà.

Avrebbe potuto essere più chiaro per facilitare la comprensione ai profani come me, ma la mostra è comunque un incredibile viaggio nella mente di uno dei più straordinari architetti del nostro secolo. Un genio, un artista e in ultimo, un costruttore di bellezza. 

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 20 Gennaio 2019

Renzo Piano: The Art of Making Buildings

Royal Academy