I ritratti di Picasso @National Portrait Gallery

A pochi metri da quella di Caravaggio, c’è la mostra dedicate da un altro genio della pittura: Pablo Picasso (1881- 1973). Nonostane non sia uno dei miei artisti preferiti, è difficile entrare nelle sale di quel tempio del ritratto che è la National Portrait Gallery senza soccombere davanti al genio del catalano. Anzi, è decisamente impossibile anche solo varcare la soglia della mostra ospitata dalla galleria londinese senza sentirsi vagamente sopraffatti da tanta abbondanza pittorica, che per amor del catalano la NPG ha sacrificato parte della sua collezione permanente, letteralmente rimuovendola dalle pareti per fare posto alle circa ottanta opere di Picasso.

Negli ultimi anni ci sono state diverse mostre dedicate a Picasso da quella molto discussa alla National Gallery del 2009 che esplorava il rapporto tra Picasso e i maestri del passato (ma che e’ stata vista come un ovvio tentativo di allestire un blockbuster che avrebbe fatto accorre le folle sconfinando nel territorio della Tate la cui collezione parte dal 1900) ad una preziosa quanto gratuita mostra delle stampe commissionate dal gallerista ed editore Ambroise Vollard al British Museum nel 2012.

Questa volta si tratta  di ritratti, e visto che Picasso non lavorava su commissione, i soggetti sono perlopiù gli amici della cerchia di Barcellona, Parigi e Antibes e le numerose mogli, amanti e muse che dipinge in tutti i modi possibili e con tutte le possibili tecniche. Inutile dire che la maggior parte dei personaggi dei suoi quadri sono donne. Donne che amava, consumava ed abusava con la stessa sensuale avidità, e che poi gettava via quando un’opzione migliore appariva all’orizzonte, come racconta con crudele chiarezza la sua biografia che occupa una parete della mostra (e che ho letto con aria sbalordita, che non avevo mai realizzato in pieno la portata della sua misoginia). Non era una persona semplice Picasso – basso e tarchiato com’era, non era certamente un Adone, ma era carismatico e famoso e le giovani donne erano attirate da lui come le falene dalla luce. Il fatto che le trattasse come uno zerbino non sembrava importare a nessuna di loro, a parte Françoise Gilot, ma a questo arriveremo dopo.

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London
Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Certo il numero di mogli, amanti e muse è tale da generare il panico nel più esperto dei biografi (e fare salire alle stelle la mia indignazione). Fernande Olivier, incontrò Picasso al Bateau-Lavoir nel 1904, e l’anno successivo andò a viverci insieme. La loro tempestosa  relazione durò sette anni, fino a quando il successo artistico di Picasso coincise con la perdita di interesse verso Fernande e i due si separarono nel 1912. Ol’ga Chochlova (1891-1955) fu la prima moglie. Ballerina di origine ucraina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, sposò Picasso nel 1918 e passarono gran parte del loro tempo partecipando a eventi e feste nei saloni aristocratici. Dall’unione nacque un figlio, Pablo. Quando Ol’ga scoprì i tradimenti del pittore impazzì, pedinando lui e le sue amanti finché non morì in totale solitudine. Questo non sembra aver fermato lo spagnolo che nel 1927 iniziare una lunga relazione con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter (1909-1977) con la quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga) e che morì suicida quattro anni dopo la morte di Picasso. La fotografa Dora Maar non ebbe una sorte migliore. Conosciutisi nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e lui 54, i due si imbarcarono in una relazione che durò quasi nove anni. Picasso, che evidentemente non sopportava di non essere la primadonna assoluta nel loro rapporto convince Dora, già apprezzata autrice di collage e fotomontaggi surrealisti, ad abbandonare la fotografia per la pittura (un campo in cui l’artista sapeva che lei non poteva competere con lui) solo poi per abbandonarla quando nel 1944, Picasso incontra la giovane artista francese, Françoise Gilot.  Conosciuta dopo la liberazione di Parigi, Gilot diventa la compagna e musa di Picasso fino al 1953 quando, stanca delle sue infedeltà, decide di lasciarlo – unica tra tutte a farlo. Ma Picasso, nonostante fosse ormai settantenne, non rimase solo per molto. Nel 1953 conosce Jacqueline Roque che all’epoca aveva 26 anni mentre lui di anni ne aveva 72; i due si sposarono nel 1961 e forse fu la donna che ritrasse più di tutte. Ognuna di loro coincide con un particolare periodo della sua vita  e della sua carriera, e  ne ha influenzato  lo stile e i dipinti, inspirando passione, ansia, rabbia, gelosia.

E se la maggioranza sono nello stile cubista per cui è meglio noto, devo dire che per me i ritratti più belli sono quelli più figurativi del periodo Blu o Rosa che precedono il Cubismo. O le caricature ad inchiostro di Guillaume Apollinaire, Santiago Rusiñol i Prats, Carlos Casagemas e degli altri amici de Els Quatre Gats («ai quattro gatti»), il locale aperto nel 1897 in cui si riuniva la scapigliata bohème barcellonese, o di scrittori e musicisti che incontra per via, come Erik Satie con cui aveva condiviso una fase del percorso dei Balletti Russi, quando nel 1917 aveva disegnato costumi e scene per il balletto Parade di Jean Cocteau e con Igor Stravinsky, con il quale aveva collaborato nel 1920 in Pulcinella, altro balletto commissionato da Diaghilev e coreografato dal danzatore Léonide Massine per cui Picasso crea ancora una volta costumi e scene.

 

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920
Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

E questo è il motivo per cui amo i ritratti: non si tratta mai solo di semplice pittura su tela (o qualunque tecnica sia stata usata), ma della storia dietro la persona che viene ritratta, il perché, il quando, il come. E se non sono uscita dalla mostra con un’idea diversa del Picasso-artista (che non sia uno dei miei prferiti non significa che non mi piaccia e che non sia comunque un piacere aggirarsi tra stanze piene dei suoi quadri) certamente penso molto meno di lui come persona.

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017 @National Portrait Gallery

Picasso Portraits

npg.org.uk

Rodin e Nijinsky

Quando penso ad un’artista ossessionato dalla danza il primo nome che mi viene in mente è Degas. Eppure la danza non fu meno importante per Auguste Rodin, in particolare nella fase più tarda della sua carriera. Rappresentare le dinamiche di movimento, la tensione muscolare e l’espressività del corpo umano professionalmente addestrato alla danza era una sfida che decise di raccogliere.

E qui comincia un’altra piccola e preziosa mostra allestita dalla sempre impeccabile Courtauld Gallery, dal titolo Rodin and Dance: The Essence of Movement che riunisce un gruppo di disegni e di piccole sculture in varie pose di danza, spesso appena abbozzate che Rodin non ha mai mostrato in pubblico (e che forse non aveva intenzione di mostrare – pare uno di quei casi in cui un gruppo di sconosciuti se ne va a ficcare il naso in qualche cassetto e tra i calzini e mutande trova cose che non deve trovare…). Visti nell’insieme, chiusi nella teca di vetro, queste piccoli bozzetti di gesso o terracotta sembrano una raccolta di primitive divinità di terracotta, solo aggressivamente moderne.

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Ma mentre Degas si limitava a studiare le ballerine, Rodin era affascinato da una nuova generazione di radicali innovatori della danza come Loie Fuller, Isadora Duncan e Vasilij Nijinsky (1889-1950), “musa” e amante (almeno per un certo tempo) del padre di tutti gli impresari e il creatore dei Balletti Russi, Sergei Diaghilev.

Ma chi era Nijinsky? Nato a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia, Nijinsky frequentò la Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900, dove studiò con Enrico Cecchetti. A 18 anni si esibì sul palco del Teatro Mariinskij in ruoli da protagonista insieme alla sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa.

L’entusiamo dell’Europa occidentale per Nijinsky era generale, anche se la sua performance de L’Après-midi d’un Faun di Claude Debussy prodotta da Diaghilev in cui ruolo principale fu danzato dal giovane ballerino, qui anche in veste di coreografo, aveva scandalizzato mezza Parigi tanto che Le Figaro, il cui editore Gaston Calmette giudicò malissimo il balletto, iniziò una campagna contro di lui.

Fortunatamente, nel Maggio del 1912 Rodin vide danzare Nijinsky e, colpito dal virtuosismo e dall’intensità del giovane russo, pubblicò insieme al pittore simbolista Odilon Redon un articolo in difesa della coreografia su Le Figaro. Forse fu proprio per ringraziare lo scultore del sostegno datogli durante la controversia sui Balletti Russi che Nijinsky abbia accettato di posare per lui, probabilmente nel mese di luglio 1912. Rodin lo disegnò in varie pose derivate dal balletto L’Après-midi d’un Faun prima di fermarne le forme in  un rapido bozzetto di creta (al contrario della tradizione accademica che voleva li voleva fermi in pose statiche durante la posa, Rodin preferiva che i modelli si muovessero con naturalezza nel suo studio).  Se gli schizzi sono sopravvissuti, lo stampo per la figurina di Nijinsky fu scoperta solo dopo la morte dello scultore e il piccolo bronzo fu creato solo nel 1957.

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin
Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

Devo dire che dopo tanti disegni, fotografie e figurine dell’acrobata e ballerina Alda Moreno, diventata (sebbene a sua insaputa) la musa di Rodin, questo piccolo, esplosivo bronzo di Nijinsky cosi’ carico di selvaggia vitalità e straripante trattenuta energia, è una e propria ventata d’aria fresca – certamente il pezzo più espressivo e affascinante della mostra.  anche se il bronzo è di per sé di piccole dimensioni. Mi manca il respiro: davanti a questa piccola bomba di selvaggia enegia posso solo immaginare l’effetto esplosivo che Nijinsky ebbe sulla società d’inizio secolo.

Londra//fino al 22 gennaio 2017

Rodin and Dance: The Essence of Movement @ Courtauld Gallery

courtauld.ac.uk

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Da quando ho letto Guerra e Pace sono stata assalita dalla curiosità per la Russia e per la storia e la cultura di questa immensa nazione. Che si tratti di trascorrere intere giornate a lavorare nelle sale dell’europa, quelle dedicate e Napoleone e Caterina II La Grande, di leggere con rinnovato interesse e attenzione articoli che sembrano apparire dal nulla ogni volta che riordino la mia mia collezione di Art & Dossier, o lo sbrodolare d’invidia per lo stage di una mia giovane collega/studentessa universitaria di Lingua e Letteratura Russa che ha trascorso tre mesi di studio nientemeno che a San Pietroburgo per migliorare la lingua e a fare la gallery assistant come volontaria all’Hermitage, il fascino per l’arte russa non mi ha ancora abbandonato.

Ma se conosco i grandi nomi della letteratura come Tolstoy, Dostoevsky, Chekhov, Turgenev  della musica come Tchaikovsky, Mussorgsky e Rimsky-Korsakov (etc etc etc) e naturalemente l’impresario  per antonomasia, Sergei Pavlovich Diaghilev che con il suo protetto il danzatore Vaslav Nijinsky hanno preso d’assalto l’Europa Occidentale con i Balletti Russi (e qui non in mostra perchè al di fuori del periodo storico qui preso in esame), devo ammettere che la mia conoscenza della pittura russa, soprattutto quella del XIX secolo, è praticamente inesistente: una voragine storica artistica profonda come la Fossa delle Marianne che sembra contemplare il nulla nel periodo compreso tra le icone bizantine e le Avanguardie.

E così la piccola e perfetta mostra della National Portrait Gallery, con i suoi 12 dipinti provenienti dal Museo Tretyakov di Mosca è la benvenuta (il titolo Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky non necessita ulteriori spiegazioni) arriva a proposito ad allargare le mie magre conoscenze dei grandi russi della pittura.

Il ricco mercante e filantropo Pavel Mikhaylovich Tretyakov (1832-1898) cominciò a collezionare opere di artisti russi nel 1856 e già nel 1881 ne aveva accumulati così tanti che nel 1881  eventualmente trasformando la sua dimora vicino al Kremlino in un tesoro di arte russa che desiderando celebrare i grandi musicisti, compositori, scrittori, drammaturghi russi, ne commissiona ritratti in un momento in cui il ritratto realista si stava aprendo ad influenze  dell’Impressionismo e al Simbolismo. Ne accumulò così tanti che nel 1881 aprì un’importante pinacoteca che porta il suo nome e che fu da lui donata alla città di Mosca nel 1892.

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow
Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Tra tutti i ritratti in esposizione, quello di Modest Mussorgsky (1839-1881) è il mio preferito. E non solo perché la pennelata larga e intrisa di colore di Ilya Repin (1844-1930) mi ricorda quella di un altro mio grande favorito, l’olandese Franz Hals, ma perché è l’ultimo che ritrae il musicista ancora in vita. Eseguito nella primavera del 1881 nell’ospedale di San Pietroburgo dove il compositore di opere come Boris Godunov e la straordinaria Quadri da un’esposizione era ricoverato per alcolismo, lo mostra in vestaglia, con i capelli arruffati, gli occhi brillanti e il naso rosso dell’acolista cronico. Repin rimase profondamente colpito dalla brillante personalità del musicista, con cui aveva passato il tempo a discutere di politica e a leggere i giornali insieme. Ma quando, qualche giorno dopo, il pittore ritornò  per continuare la seduta, il compositore era già morto: nonostante gli stretti ordini di mantenersi sobrio infatti, quailcuno gli face avere una bottiglia di cognac per il suo onomastico che gli fu fatale. Sulla fronte, un ricciolo morbido ci ricorda che Musorgskij era ancora un uomo nel fiore degli anni, che 42 anni sono davvero ancora pochi. Più che un ritratto, quello di Repin è un atto di riverenza, da un grande artista ad un altro.

Repin dipinse anche Ivan Turgenev (1818-1883), ma i due ebbero un dissenso. Tretyakov volle ugualmente che il pittore terminasse il ritratto, ma lo sdegno e freddezza che i due uomini provavano l’uno per l’altro è evidente e, a differenza di quello Mussorgsky, il ritratto manca totalmente  di empatia.

Portrait of Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov
Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov, 1893.

Ilya Repin è l’unico artista tra quelli esposti di cui avevo già sentito parlare in occasione di una mostra tenutasi alla Royal Academy nel 2008 da titolo From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg, ma qui ci sono molti altri grandi (per me) sconosciuti, come Valentin Serov per esempio che ci regala uno splendido Nikolai Rimsky-Korsakov (1844-1908) all’opera, all’apparenza inconsapevole della presenza del pittore. O Nicholai Kutnezon che ritrae un malinconico Peter Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) nel 1893, una mano posata su uno spartito, l’altra nascosta dietro la schiena. Tchaikovsky era un uomo molto infelice e il ritratto non fa nulla per nasconderlo. All’apice del successo dopo aver diretto vari concerti della Carnegie Hall a New York nel 1891, il compositore trova sempre più difficile celare al mondo la sua omosessualità. La sua scomparsa nel 1893, dove aver terminato la sua ultima sinfonia Pathétique, fa ancora discutere: l’ opinione comune è che abbia commesso suicidio, ma si è anche parlato di colera, contratto bevendo acqua infetta, e persino da avvelenamento da arsenico.

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow
Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Uno degli allievi di Repin fu Iosi Braz che ci regala questo spelndido ritratto del drammaturgo Anton Chekhov (1860-1904) eseguito nel 1898, quando lo scrittore aveva 38 anni, solo sei anni prima che la tubercolosi se lo portasse via. Comodamente appoggiato allo schienale della poltrona, Cechov si porta un dito alla tempia pensieroso, guardandoci dritto attraverso le lenti del pince-nez con l’espressione attenta del medico che contempla una diagnosi. Chechov, che era davvero laureato in medicina ed esercitò la professione per qualche tempo mentre cercava di sfondare come scrittore.

Al contrario, Fedor Dostoevsky (1821- 1881), ritratto nel 1879 da Vasily Perov, si trova nell’oscurità, la testa, di tre quarti, il cranio ossuto e pallido. Arrestato nel 1849, all’età di 28 anni, per il suo coinvolgimento in una società socialista segreta, lo scrittore dovette subire una finta esecuzione, prima di trascorrere quattro anni in un campo di lavoro e altri cinque in servizio militare forzato. Quanto torna in libertà, la sua salute era irrimediabilmente compromessa.

Tutto quello a cui riesco a pensare quando esco dalla mostra è quanto sia forte la presenza della storia in questa piccola mostra che racconta una societtà sull’orlo del baratro in cui chi non muore di morte naturale (di solito per tubercolosi o alcolismo) sembra essere destinato ad essere spazzato via dal lungo braccio della Rivoluzione Bolscevica del 1917 che, a mio avviso, lungi dall’aver segnato l’inizio del Modernismo Russo, ha segnato la tragica fine di un periodo d’oro per l’arte russa.

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Londra// fino al 26 Giugno 2016.

National Portrait Gallery,


From Russia: capolavori francesi e russi dal 1870–1925 in mostra alla Royal Academy di Londra

Attesa, discussa, politicizzata: ha rischiato di non farsi. Alla Royal Academy of Arts di Londra centoventi opere provenienti dai quattro maggiori musei russi arrivano per la prima volta nel Regno Unito a colmare un vuoto storico durato decenni….

Che fosse destinata a creare scalpore si sapeva. Ma quando due anni fa la della Royal Academy decise di organizzare From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg contando sulla collaborazione dei quattro maggiori musei stato russi (il Museo Pushkin, la Galleria Nazionale Tretyakov di Mosca, l’Ermitage e il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo) che avevano acconsentito al prestito di oltre centoventi capolavori, non avrebbe mai immaginato di rischiare il disastro. Appena qualche settimana prima dell’arrivo delle opere, l’agenzia di stato russa aveva infatti annullato la mostra temendo che i discendenti degli antichi proprietari potessero reclamare sul suolo inglese i capolavori nazionalizzati da Lenin dopo la Rivoluzione del 1917. Con i cataloghi già in stampa e nessuno show d’emergenza, l’annullamento della mostra avrebbe potuto costare alla la Royal Academy la bancarotta. Momentaneamente accantonata la freddezza che dal 2006 turba le relazioni diplomatiche con la Russia in seguito all’omicidio dell’ex agente del KGB Alexander Litvinenko, il governo britannico ha emanato a tempo di record una legge che tutela i beni stranieri da eventuali sequestri e le opere arrivano: il 9 Gennaio…

Preceduta da molto clamore e da notevoli aspettative, From Russia non delude. Cronologicamente organizzata in nove sale e strutturata in quattro sezioni, la mostra è incentrata sul periodo compreso tra il 1870 e il 1925.

Henri Matisse - The Dance – 1910- olio su tela- 260 x 391 cm Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.
Henri Matisse – The Dance – 1910- olio su tela, Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.

Paesaggi e scene di vita quotidiana ispirati a Corot che si alternano a dipinti realisti di carattere marcatamente sociale, come Manifesto of October 17th 1905  (1911) di  Ilya Repin nella prima sala, preludono alla seconda  sezione dedicata ai capolavori appartenuti ai due ricchissimi mercanti di tessuti Sergei Shchukin e Ivan Morozov. Tra i primi ad apprezzare le opere degli Impressionisti francesi, le loro collezioni contavano centinaia di tele di Monet, Cézanne, Renoir, Van Gogh, Gauguin, Picasso. Diventato uno dei maggiori committenti del giovane Henry Matisse, Shchukin gli commissionò La dance (1910) qui esposta nella terza sala, la più grande. Per la prima volta nel Regno Unito, si tratta della seconda versione esistente al mondo. Il percorso espositivo prosegue fluido nella quarta sala, dove l’intimo Portrait of Sergei Diaghilev with his nanny (1906) di Léon Bakst celebra il ruolo centrale avuto dall’impresario teatrale Sergei Diaghilev, nello scambio culturale avvenuto tra Francia e Russia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo. Fondatore del Ballets Russes, Diaghilev introdusse l’arte francesce in Russia, promuovendo allo stesso tempo l’arte russa in Occidente.

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870-1925 from Moscow and St Petersburg 26 January 2008 to 18 April 2008 Key. 87 / Cat. 0 L??on Bakst Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906 Oil on canvas 161 x 116 cm The State Russian Museum, St Petersburg Photo ?? The State Russian Museum, St Petersburg
Leon Bakst, Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo – courtesy of Photo © The State Russian Museum, St Petersburg

Questo affascinante scambio culturale portò nelle prime due decadi del Novecento gli artisti russi a cercare nuove direzioni. Dagli esperimenti di Natalia Goncharova che in A Smoking Man (1911) innesta il vigore dell’arte folkrorica sul Post-impressionismo francese, a Bathing the Red Horse (1912) di Kuzma Petrov-Vodkin impensabile senza il  colorismo di Matisse, la mostra si conclude con le geometrie pure di Malevich e del celebrato trittico Black square, Black Circle e Black Cross (1923).

Nazionalizzate dai commissari di Lenin, le opere di Shchukin e Morozov divennero con Stalin la personificazione dei valori malati della borghesia occidentale e per meglio sottrale alla vista nel 1941 vennero nascoste nei magazzini di stato in Siberia.

I capolavori francesi furono mostrati al pubblico solo molti anni dopo la morte di Stalin, alterando per decenni la comprensione di un capitolo fondamentale della storia dell’arte moderna. Merito di From Russia è restituire al pubblico la storia di questo capitolo.

Paola Cacciari, articolo pubblicato su  Exibart

Londra//fino al 18 Aprile 2008

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg. Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

www.royalacademy.org.uk/

 

I ritratti di Hoppé a Londra

Sono una fotografa frustrata. E allora mi sfogo ammirando le fotografie altrui, come questa bellissma mostra alla National Portrait Gallery di Londra dal titolo Hoppé Portraits: Society, Studio and Street.

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Ezra Pound (1918) by E.O. Hoppé

Ma chi era Hoppé? Ammetto senza remore che non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. E allora ho fatto qualche ricerca biografica. Nato in Germania, ma naturalizzato cittadino britannico, Emil Otto Hoppé (1878 –1972) è uno dei più importanti fotografi della prima metà del XX secolo.
Famosissimo tra i suoi contemporanei -tanto da indurre Cecil Beaton a chiamarlo “il Maestro”- ed ora quasi completamente dimenticato, tra il 1907 e il 1945 Hoppé sembra avere fotografato tutte le maggiori personalità del mondo della politica, della letteratura e delle arti: da Henry James a Rudyard Kipling, da Leon Bakst a Vaslav Nijisky (e numerosi altri ballerini della compagnia dei Balletti Russi); da Richard Strauss a Jacob Epstein. Negli anni Venti, oltre ai ritratti di Albert Einstein, Benito Mussolini, Aldous Huxley, Hoppé è invitato a fotografare la Regina Madre, Re Giorgio VI ed altri membri della famiglia reale.

Figlio di un banchiere ed egli stesso destinato ad una carriera finanziaria, Hoppé arriva a Londra nel 1902 dove si appassiona alla fotografia. Abbandonata la carriera commerciale, nel 1907 apre uno studio e in pochi anni diventa il leader indiscusso del ritratto fotografico in Europa.
Spinto da un’instancabile curiosità, a partire dal 1919 Hoppé comincia a viaggiare per  il mondo alla ricerca di nuovi soggetti (‘tipi’) e paesaggi.  I suoi viaggi lo portano in Africa, Germania, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Cuba, Giamaica e i Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Singapore, Malesia, India e Ceylon. Esperienze che culminano nella pubblicazione di due libri fotografici, Taken from Life  (1922) e London Types (1926).

British Museum Underground Station, 1937 – EO Hoppé
 A partire dagli anni Trenta, Hoppé esce dallo studio con sempre maggiore frequenza per cercare in strada i soggetti da fotografare. Affascinato dalla diversità culturale della società Britannica, esplora la multienicità della capitale fotografando persone appartenenti ad etnie differenti impegnate in lavori diversi (addetti delle pulizie, cameriere, venditori ambulanti), spesso servendosi di una macchina fotografica nascosta in un sacchetto di carta per non togliere nulla alla spontaneità della scena. Le sue foto sono cariche di atmosfera. Una vera ri-scoperta e una mostra da non perdere per gli amanti della fotografia!
Fino al 30 Maggio 2011
[NB: il post in qui sopra si riferisce ad una mostra del 2011; per chi vuole saperne di più su questo fotografo, il Mast di Bologna presenta Emil Otto Hoppé: Il Segreto Svelato dal 21 Gennaio al 3 Maggio 2015, dedicata alle sue fotografie industriali http://www.mast.org/it/home ]

La bella addormentata alla Royal Opera House

Tutti conoscono la storia della Bella Addormentata (o almeno si spera che tutti la conoscano anche in quest’era digitale di e-books e e-reader): alla corte di re Floristano, viene indetta una festa per il battesimo della principessa Aurora: cavalieri, dame e le fate buone del regno sono invitati al battesimo. Tutti tranne lei, la strega Carabosse che verde dalla rabbia si vendica dell’affronto gettando una maledizione alla piccola: al sedicesimo anno di età, la principessa morirà pungendosi con un fuso. Ma la fata dei Lillà modifica la maledizione e invece della morte la principessa sprofonderà in un sonno eterno e con lei tutta la corte. Solo il bacio di un giovane principe porrà fine all’incantesimo.

La Bella Addormentata è il primo per cronologia di composizione, dei tre balletti creati da Pyotr Ilyich Tchaikovsky – gli altri sono Lo Schiaccianoci (1892) e Il lago dei Cigni (1895). Il libretto, basato sulla fiaba di Charles Perrault e scritto interamente dal principe e sovrintendente dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo Ivan Vsevolozhsky, fu coreografato da Marius Petipa. La prima rappresentazione ebbe luogo il 3 gennaio 1890 presso il Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, Russia: inutile dire che il successo fu immediato.

Steven McRae and Sarah Lamb in Sleeping Beauty
Steven McRae and Sarah Lamb in Sleeping Beauty

Ma ieri sera sono stati Steven Mc Rae nel ruolo del Principe e Sarah Lamb in quello di Aurora a gettare un incantesimo sull’intero auditorium della Royal Opera House che ha seguito le loro piroette in un silezio completamente rapito. E ci credo: i sue sono stati divini dall’inizio alla fine e il celebre passo a due, in cui i due promessi sposi danzano (e con loro anche tutti gli invitati in onore del futuro re e della futura regina e anche molti dei personaggi delle fiabe di Perrault  come Il gatto con gli stivali e la gatta bianca, Cenerentola e il Principe Fortuné, Cappuccetto rosso e il lupo) è un capolavoro di bravura, grazia e leggerezza. E se sono i movimenti diagonali che si notano subito con Sarah Lamb il modo in cui braccia, gambe e piedi formano linee perfette, l‘australiano McRae combina sensibilità di interpretazione con una mascolina eccellenza tecnica. Inutile dire che il loro virtuosismo e la perfezione tecnica dell’intero cast del Royal Ballet fa di questo balletto una performance assolutamente da non perdere.

Londra//fino al 9 Aprile 2014

Royal Opera House
Bow Street
Covent Garden
London WC2E 9DD

L’altra rivoluzione russa: Diaghilev e i Balletti Russi:

Venerdì sera alternativo, passato per una volta non al museo, ma ad un concerto della London Philarmonic Orchestra a sentire  La  sagra della  Primavera (Le Sacre du printemps) di Igor Stravinskij.

Ma questa di Stravinskij, lungi dall’essere una nuova sinfonia in realtà era la musica per il balletto da lui creato con la coreografia di Vaslav Nijinsky per i Balletti Russi di Djaghilev nel 1913. Come spesso accadde con i Balletti Russi, la prima rappresentazione al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare un vero e proprio pandemonio tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano vedendo in esso la nascita della musica moderna. Ma, diciamocelo: Stravinskij non sarebbe stato nulla senza il supporto di quel personaggio geniale che era Sergei (Serge) Pavlovich Diaghilev (1872-1929).

Nato in Russia nel 1872 da una famiglia aristocratica di Novgorod, Diaghilev studia legge all’università prima di dedicarsi alla pittura, al canto e alla musica. Critico d’arte e amante del balletto, diventa consigliere artistico dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Il mondo dell’arte.

Affascinato dal balletto, che occupa nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea (incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo), nel 1909 Diaghilev si imbarca nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Avventura che è stata sapientemente raccontata da Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929, un’elettrizzante mostra al Victoria and Albert Museum di Londra. Circa trecento oggetti che vanno da scenari teatrali cubisti a costumi originali disegnati da geni come Picasso, De Chirico, Bakst e Matisse, accompagnati da poster e filmati d’epoca cronologicamente organizzati nelle tre sale, ad esplorare la storia della compagnia e soffermandosi occasionalmente, su temi personaggi o tematiche.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg
“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

E per chi come me è ancora un po’ una profana in fatto di balletto (ma sto studiando molto…), la mostra del Victoria and Albert Museum è davvero illuminante. Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel!

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo di Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London
Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E improvvisamente tutto cambia. Se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, quattro anni dopo si trovano improvvisamente as essere esililiati e senza patria, in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Ma non tutto il male viene per nuocere. Perchè questi sono gli anni vedono l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti.

Materiali e costumi riflettono le alterne fortune dei balletti Russi – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. Ma è il potere evocativo dei piccoli oggeti quotidiani presenti nella mostra che cattura l’immaginazione e ricorda il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi. Un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia.

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Illustrations by Léon Bakst

La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico.

Di Picasso il V&A si è assicurato la presenza del monumentale (10.4mx11.7m) sipario de Le Train Bleu, disegnato dallo spagnolo nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire. E se le dimensioni sono sorprendenti, ancora di più lo sono i segni dell’usura, le pieghe sulla sua superficie. Un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

Diaghilev (1872 –1929) si spegne, povero ed esausto nell’agosto del 1929, al Grand Hotel di Venezia. Cosi povero infatti, che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi resta un’insostituibile risorsa per coreografi di tutto il mondo. Un miracolo, che ancora adesso cattura l’immaginazione.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011

Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk