Cinque mostre per l’estate a Londra e dintorni

British Folk Art: The House that Jack Built, Tate Britain. Fino al 31 Agosto
Se la Folk Art, l’arte popolare, è un genere ben definito in molti paesi, in Gran Bretagna ha faticato a lungo ad essere riconosciuta come forma d’arte. Questa mostra, la prima ospitata in una galleria nazionale, mira a rivalutare il ruolo di primo piano che l’arte popolare ha svolto nel plasmare la cultura britannica. Ci sono circa 200 dipinti, sculture, polene, tessuti, ceramiche e altri oggetti provenienti da collezioni regionali in tutto il paese, molti dei quali mai esposti in un contesto artistico prima d’ora. Istruttiva.

folkartbanner
Making Colour, National Gallery. Fino al 17 Settembre
Che cos’è il colore e come si crea? Avvalendosi delle competenze del dipartimento scientifico della della National Gallery, questo mostra esplora i materiali che sono stati utilizzati per creare i colori che animano dipinti, ceramiche , tessuti e altre opere d’arte nel corso di 700 anni. Dalle origini dei materiali al loro sviluppo, la mostra approfondisce le sfide tecniche affrontate artisti nel realizzare le loro ambizioni pittoriche. Affascinante.

Digital Revolution, Barbican. Fino al 14 Settembre
Opere commissionate a personaggi come il duo Umbrellium o ad una star della musica mondiale come Will.i.am? Effetti speciali da premio Oscar come quelli dietro Inception e Gravity? Benvenuti alla Barbican Gallery, dove più che in una mostra ci si trova nel bel mezzo di un vero e proprio festival della creatività digitale, in cui artisti, registi, architetti, designer, musicisti e creatori di video giochi sembrano competere nell’utilizzare le ultime tecnologie. Sculture laser interattive, il primo sito web creato da Tim Berners-Lee e vari esempi di tecnologie indossabili sono tra gli oggetti esposti. Una mostra certamente unica nel suo genere.

Dennis Hopper: The Lost Album Royal Academy of Arts. Fino al 19 Ottobre.
Dai motociclisti dell’Hells Angels agli Hippie dei Figli dei Fiori, passando per movimenti per la pace e i diritti civili, Dennis Hopper ha catturato con la sua macchina fotografica una serie incredibile di immagini che testimoniano un periodo straordinario nella storia americana come quello tra il 1961 e il 1967. Libero dai vincoli di una formazione professionale o dall’appartenenza ad un movimento artistico particolare, Hopper fotografava semplicemente tutto ciò che lo affascinava. Da Martin Luther King a Ed Ruscha, da Paul Newman ad un barbone di Harlem: tutto nelle sue immagini ha la stessa importanza. Tornato definitivamente al cinema nel 1967 con Easy Rider, Hopper abbandona la fotografia. Ma guardate attentamente quel film e ci ritroverete lo stesso realismo ela stessa enfasi sulla cultura giovanile. Davvero da non perdere.

Malevich, Tate Modern. Fino al 26 Ottobre
Nato nel 1879 da una famiglia polacca trasferitasi a Kiev, Kazimir Malevich trascorse la sua infanzia in l’Ucraina sviluppando l’amore per l’arte contadina che contraddistingue le sue prime opere. Trasferitosi a Mosca, studia pittura, scultura e architettura sperimentando con vari stili moderni e partecipando alle principali mostre dell’avanguardia insieme a Vasilij Kandinskij e Michail Larionov prima di arrivare al su approccio radicale alla produzione artistica che lo porterà al Suprematismo. Malevich alla Tate Modern riunisce primi dipinti dell’artista di paesaggi russi, i lavoratori agricoli e scene religiose con le sue composizioni astratte e suprematiste. Insieme, i dipinti illustrano l’evoluzione del suo stile, alla luce degli eventi storici che hanno ispirato la sua nuova rivoluzionaria estetica. Un altro blockbuster per la Tate.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Cinque mostre da vedere a Londra

Vikings: Life and Legend, British Museum
Razziatori sanguinari e predoni guerrafondai? Beh, non proprio o perlomeno non così tanto, almeno quanto sostiene la mostra di primavera del British Museum, che suggerisce che in realtà i Vichinghi erano un popolo culturalmente illuminato i cui viaggi in luoghi lontani li aveve portati a contato con culture, religioni e idee diverse. E non basta. Chi si aspetta una conferma dell’immagine tradizionale dei vichinghi sarà deluso: una moltitudine di nuove scoperte archeologiche hanno fatto luce su miti passati – incluso quello che non indossavano elmi le corna. Questa è la prima mostra nella nuova ala del museo, la Sainsbury’s Wing, il cui enorme spazio significa che il British Museum ha potuto includere la ricostruzione di una vera nave da guerra vichinga lunga 37m la più lunga mai ritrovata. http://www.britishmuseum.org/ Fino al 22 Giugno.

Veronese: Magnificence in Renaissance Venice, National Gallery
Vero e proprio maestro del colore, Paolo Veronese (1528-88) ha ispirato con il suo brillante cromatismo artisti del calibro di Van Dyck, Rubens e Delacroix – il che rende incredibile il fatto che il nostro compatriota fu quasi dimenticato nel XIX secolo. Ma niente paura: la splendida mostra della National Gallery – un carosello di ritratti, pale d’altare, allegorie mitologiche e opere a soggetto religioso, ha restituito a questo grande della pittura italiana il posto che merita nella storia dell’arte occidentale. Assolutamente da non perdere. http://www.nationalgallery.org.uk/ Fino al 15 Giugno.

3. The Fashion World of Jean Paul Gaultier: From the Sidewalk to the Catwalk, Barbican
Volete vedere il famoso reggisenoconicoindossato da Madonna negli anni ’90o i costumi disegnati per il film di fantascenza Il quinto elemento? Allora la Barbican Art Gallery è il posto per voi, dove le stravaganti creazioni di Jean PaulGaultier, il bambino terribile della moda, sono in mostra fino ad Estate inoltrata. Si tratta di un’affascinate viaggio nella mente creativa di uno dei più audaci stilisti contemporanei, un personaggio atipico i cui abiti celebrano una giocosa sessualità, il piacere dell’ostentazione e la diversità della bellezza femminile. http://www.barbican.org.uk/ Fino al 25 Agosto.

4. Matisse: The Cut-Outs, Tate Modern
In seguito ad una grave malattia che lo aveva costretto su una sedia a rotelle impedendogli di dipingere al cavalletto, Henri Matisse (1869-1954) avrebbe facilmente potuto ritirarsi dalla scena. Ma invece di arrendersi al destino il francese reinventò la sua pratica di lavoro sostituendo le forbici ai pennelli. E le sue forme ritagliate da carta colorata sono brillanti e colorate come la pittura dei suoi quadri. Vedere per credere nella magnifica retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a questa fase della carriera di Matisse. Una fase, quella dei papiers découpé che prima d’ora non era mai stata esaminata nei dettagli non solo a causa della dispersione delle opere in collezioni internazionali, ma anche e soprattutto per la loro fragilità. Cosa che rende un’altra mostra di questa portata altamente improbabile nel prossimo futuro. http://www.tate.org.uk/ Fino al 7 Settembre.

5. Comics Unmasked: Art and Anarchy in the UK, British Library
Il più grande evento mai dedicato al fumetto britannico, la mostra della British Library include esempi che risalgono addirittura all’età vittoriana, quando l’illustrazione di questo tipo divenne un mezzo di comunicazione popolare. Rare e originali opere d’arte-da Batman al Sandman di Neil Gaiman -illustrano i diversi modi in cui i fumetti sono stati utilizzati per esplorare questioni politiche e sociali che vanno dalla violenza alla droga, dai conflitti di classe alla sessualità. Argomenti difficili e particolari quelli trattati che hanno fatto guadagnare a questa mostra l’etichetta di vietata ai minori di 16 anni. http://www.bl.uk/ Fino al 19 Agosto.

Paola Cacciari Pubblicato su Londonita 

Pop Art Design, Barbican Art Gallery

Alzi la mano chi non ha mia sentito parlare della Pop Art e dei suoi discepoli, Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Warhol, quello dei barattoli di zuppa Campbell, del culto della celebrità e del consumismo etc etc. E Roy Lichtenstein, quello dei fumetti trasformati in quadri.
Ma forse meno conosciuto è il fatto che la Pop Art oltre ad artisti come Warhol e Lichtenstein (e Martial Raysse e Claes Oldenburg), è stata per i designers un’impareggiabile fonte d’ispirazione.

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican
The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

E allora ci pensa Pop Art Design, una splendida e divertentissima mostra alla Barbican Gallery, che  esamina quel momento di trasformazione sociale avvenuto tra il secondo dopoguerra e il Postmodernismoquando, in seguito a profondi mutamenti storico-sociali, gli Stati Uniti assumono un ruolo di primo piano nella politica mondiale.Con ripercussioni di portata storica anche sul vecchio continente. Questa nuova forma d’arte “popolare” è in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto e rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. L’appellativo “popolare” deve essere inteso però in modo corretto. Non come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone (almeno a sentire Wikipedia…).

Just what is it that makes today's homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.
Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

La mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo piu’ sfrontato diventano nuovi valori di riferimento come nei collages dell’inglese Richard Hamilton, considerato uno dei primi artisti Pop del dopoguerra . In questo mondo cosi superficiale, il fumetto diventa l’unico veicolo rimasto di comunicazione scritta. tutti fenomeni a cui gli artisti pop hanno attinto a piene mani le loro motivazioni. Tirata giù dal suo piedistallo (almeno metaforicamente) l’arte entra di prepotenza nelle case, diventa parte della vita quotidiana – specialmente di quella della società americana – basandosi sul fatto che i soggetti di cui si occupa sono noti a tutti e sono per tutti riconoscibili. E picohe’ da cosa nasce cosa, il consumismo e la prosperità diventano presto evidenti anche nel design.

Girovagare per questa mostra è elettrizzante: sono due piani di colorata celebrazione dell’energia e della produttività del dopoguerra americano ed europeo. Qui sono esaminate e rielaborate questioni come funzione, rappresentazione ed iconografia; qui oggetti quotidiani sono investiti da nuovi significati. Artisti e designers condividono lo stesso vocabolario, stilizzano ed esagerano fumetti, figure politiche, miti del cinema, dei giornali e della TV. Le donne sono idealizzate per la ragione sbagliata e divengono miti del quotidiano alla pari di divani e poltrone come sembra pensare Gaetano Pesce che nella sua celebre UP5 e 6 riprende le forme delle statue votive delle dee della fertilità per dare vita a un vero e proprio manifesto di espressione politica sulla condizione femminile. La società della fine degli anni Sessanta non è pronta a riconoscere alle donne le loro numerose capacità e le rilega ai margini del panorama politico e sociale. E allora poltrona e sgabello si trasformano in  una donna con una palla attaccata alla gamba, l’immagine di un prigioniero. L’immagine delle donne di tutto il mondo, prigioniere del pregiudizio e di un mondo maschile. E su questo c’è ancora molta strada da percorrere…

Up 5 e 6 (1969-73)
Gaetano Pesce, Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce è  solo uno dei grandi italiani presenti in questa mostra. Che se la Pop Art è generalmente considerata come un fenomeno angloamericano, molti degli oggetti di design più interessanti vengono dall’Europa continentale  e in particolare dall’Italia.
Personaggi come Ettore Sotsass cominciano e a sperimentare con nuovi materiali creando oggetti provocatori che sono anche e soprattutto un commento sociale alla realtà italiana. di un’epoca come gli anni Sessanta in pieno boom economico. Di questo periodo il computer Elea(1964), la macchina da scrivere Tecne 3 e la mitica  portatile Valentine (1969). E il 1961 è l’anno della prima edizione del Salone Internazionale del Mobile di Milano. La diffusione della plastica e del poliuretano, sintetizzato già nel 1941 e utilizzato per le imbottiture, sarà poi utilizzati nel settore del furniture design da aziende come la Gufram con i suoi celebri Pratone.

Novelli William Morris o Bahuaus, i designers Pop del primo dopoguerra volevano fare cose belle che rendessero il mondo un posto migliore. Ma progressivamente spogliata dei suo valori didascalico-morali, l’arte del passato diventa un cliché come la sedia Capitello di Studio 65  realizzata in schiuma di poliuretano e modellata come un elemento architettonico in stile ionico. L’ironia  sta nel contrasto tra il materiale moderno morbido e flessibile in cui è stata modellata e la durezza della forma portante dell’architettura greca. I riferimenti visivi derivati ​​da architettura e l’arte sostituiscono la funzionalita’ come del resto capita nella maggior parte degli oggetti disegnati da Studio 65 e da altri gruppi di designers di questo periodo, trasformando mobili, gioielli, accessori, e anche architettura stessa in oggetti di fantasia. Tutti elementi che ritroveremo nel nuovo stile che mette faccia a faccia passato e presente: il Postmodernismo.
Pop Art Design

Londra//fino al 9 febbraio 2014

Barbican Gallery
barbican.org.uk

 

 


The bride and the bachelors @ Barbican


Marcel Duchamp’s Fountain (1950, replica of 1917 original). Photograph: Succession Marcel Duchamp, 2013, ADAGP/Paris, DACS/London

Marchel Duchamp è considerato uno dei più rappresentativi artisti del XX secolo. E se non fu per tutti, certo lo fu per i quattro artisti americani del dopoguerra protagonisti della grande mostra della Barbican Gallery: Jasper Johns, Robert Rauchenberg, il coreografo Merce Cunningham e il compositore John Cage.

Duchamp che era tanto filosofo quanto artista e il cui contributo alla storia dell’arte, il readymade – un oggetto già pronto presentato come un’opra d’arte – dimostra che è l’idea che conta e non l’oggetto in sè, era entusiasmato dall’idea della “possibilità”. Lo stesso concetto esplorato nell’opera di questi quattro artisti, a partire dalla musica di John Cage le cui composizioni sono suonate da due pianoforti sono appositamente programmati. Allo stesso modo, uno stage offre un’assggio delle performances dal vivo create da Cunningham.
Jasper Johns’s Figure 8 (1959). Photograph: The Sonnabend Collection, New York
E se Rauschenberg unisce dipinti e readymade, Jasper Johns inverte il concetto di readymadestesso producendo opere che sembrano oggetti d’uso.

Una mostra affascinante in cui c’è molto da vedere e soprattutto da sentire.


Londra // fino al 9 giugno 2013
The bride and the bachelors
BARBICAN ART GALLERY
Silk Street
+44 0845 1207550

Percorsi. Tutte le mostre fotografiche in corso a Londra

Nonostante il clima economico incerto, il dibattito sull’eurozona e i bisticci della classe politica abbiano gettato un alone di cupa austerità sulla Gran Bretagna, la stagione artistica di Londra parte alla grande. Protagonista la fotografia in tutte le sue forme, con alcuni tra i più grandi musei e gallerie che ospitano importanti retrospettive e rassegne dedicate a questo mezzo.

Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007

Da quando fu inventata, poco meno di due secoli fa, la fotografia non ha mai smesso di far discutere. È arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? La risposta della National Gallery a questo eterno dilemma è Seduced by Art: Photography Past and Present, la prima mostra ospitata nella storica galleria britannica che offre un esame approfondito del dialogo che da sempre è esistito (e continua ad esistere) tra l’arte e la fotografia d’arte. E se fotografi vittoriani come Julia Margaret Cameron e Roger Fenton imitavano la pittura quando, agli albori, esploravano le possibilità artistiche di questo nuovo mezzo, artisti contemporanei come Thomas Struth e Tacita Dean non sono da meno nel creare fotografie persino più “artistiche” dei dipinti a cui sono ispirate. Basta guardare il magnifico vaso di fiori di Ori Gersht, che si rifà all’opera di Henri Fantin-Latour: a differenza del francese, Gersht accelera la scomparsa di questa natura morta congelando la composizione floreale prima di farla esplodere, creando così qualcosa allo stesso tempo di bello e terribile.
2

Se invece preferite il fotogiornalismo d’azione, quello che coglie “il momento decisivo” e racconta i grandi eventi del mondo con immediatezza e oggettività, allora non perdetevi Everything Was MovingPhotography from the 60s and 70s  al Barbican, una straordinaria rassegna che esplora due decadi – gli anni Sessanta e Settanta – che hanno visto la società cambiare in modo drammatico. Sono gli anni di Woodstock, dell’Apartheid, delle marce per i diritti civili in America, della rivoluzione culturale in Cina, del Vietnam e del ‘68. È la storia nel suo farsi, raccontata da dodici fotografi che hanno vissuto dall’interno le rivoluzioni politiche e socio-culturali di quegli anni tumultuosi. E accanto a leggende come David Goldblatt, William EgglestonBruce Davidson, ce ne sono altri meno conosciuti ma non meno significativi, come il sudafricano Ernest Cole i cui documenti fotografici delle condizioni di vita dei neri (lui stesso era di colore) durante gli anni dell’Apartheid costituiscono uno dei documenti più potenti dell’intera mostra.

Paola Cacciari © 2012
Leggi il resto su Artribune

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

100-2012-0159
Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale. Nel Bauhaus non ci sono artisti ma artigiani, e non vi insegnano professori ma maestri di straordinario talento. Personaggi come Paul Klee, Wassily Kandinsky, Oskar Schlemmer, Laszlo Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Gunta Stölzl, l’unica donna a insegnare alla scuola.
Tutto questo e molto di più in Bauhaus: Art as life, la più grande mostra dedicata alla scuola dal 1968. Un epico viaggio in quattrocento oggetti nella storia di questa rivoluzionaria istituzione nelle sue tre incarnazioni di Weimar, Dessau e Berlino. Organizzata in un approssimato ordine cronologico, la mostra curata da Catherine Ince e Lydia Yee si svolge sui due piani dello spazio cavernoso della Barbican Gallery. Uno spazio difficile per un soggetto altrettanto complesso.
Ciò che colpisce del Bauhaus è non solo la diversità della sua estetica, ma l’incredibile ricchezza delle sue discipline che, oltre a pittura e scultura, includono anche fotografia, teatro, danza, design, decorazione d’interni, tessuti e persino giocattoli per bambini e cartelloni pubblicitari.

23.-Bauhaus.-Marcel-Breuer.-Barbican-480x373
Bauhaus.-Marcel-Breuer

Al piano superiore, dedicato alla prima fase della scuola, a Weimar, dipinti di Kandinsky vanno di pari passo con le marionette di Kurt Schmidt, i caratteri da stampa di Herbert Bayer o i servizi da tè e da caffè di Marianne Brandt (l’unica donna impegnata nella fabbricazione di oggetti in metallo), tutti esempi tipici della tipologia standardizzata prediletta da Gropius. Il piano inferiore è invece dedicato al Bauhaus di Dessau, dove la scuola si trasferisce nel 1925 nello splendido edificio progettato da Gropius stesso, una pietra miliare nella storia dell’architettura moderna. Qui studenti e maestri vivono e lavorano insieme: una vibrante comunità artistica, diversa per provenienza geografica e formazione culturale, impegnata in uno sforzo artistico senza precedenti. Curiosamente l’architettura, per cui il Bauhaus è famoso ovunque, non diventa parte del programma di studio fino al 1927, quando Hannes Meyer si unisce alla scuola.
Certo, come per tutti gli esperimenti, anche per il Bauhaus sorgono, inevitabili, i problemi: le grandi industrie tedesche non sono interessate alla nuova estetica e rifiutano di partecipare alla produzione di massa. Senza di loro, i prodotti usciti dai laboratori della scuola sono destinati a rimanere costosissime ed esclusive creazioni che solo pochi possono permettersi. E così, come Morris prima di lui, anche Gropius non riesce a portare la bellezza alle masse.

5.-Bauhaus.-Walter-Gropius-and-masters-on-the-roof.-Barbican-480x339
Bauhaus.Walter-Gropius-and-masters-on-the-roof.

È un tempo difficile quello tra le due guerre per la Germania, in balìa degli effetti della Grande Depressione e di una lunga instabilità politica. Ma neanche l’atmosfera pesante che si respira negli anni della Repubblica di Weimar sembrano intaccare l’umorismo e l’entusiasmo dei membri del Bauhaus. Nel pensiero di Gropius, il gioco è una parte importante della vita artistica della scuola, e le brillanti fotografie di Lucia Moholy e Joseph Albers aprono una spassosa finestra sulle abitudini, hobby, vestiario e amicizie di studenti e insegnanti, catturandone i preziosi e fugaci momenti di intimità.
L’ascesa al potere di Hitler è per il Bauhaus l’inizio della fine. Nonostante l’approccio apolitico tenuto da Ludwig Mies van der Rohe, il direttore in quell’ultimo, terribile anno a Berlino, la scuola diventa il bersaglio della stampa nazionalsocialista e della Gestapo, che chiude la sede per tre mesi, nel 1933. Privato di fondi, gli insegnanti accusati di bolscevismo, il Bauhaus non riaprirà mai più.
Tanto è successo e tanto in fretta nella storia del Bauhaus che si stenta a credere che tutto ciò sia accaduto in soli quattordici anni. Ed è proprio questa incredibile ricchezza di eventi (e di intenti) che rende ancora più evidente la mancanza di una conclusione nella parte finale della mostra, di una valutazione della straordinaria eredità lasciata dal Bauhaus nell’architettura, nell’arte e nel design di oggi. Ma questa è l’unica nota negativa in un viaggio altrimenti molto approfondito ed estremamente appassionante.

2012 by Paola Cacciari

Londra // fino al 12 agosto 2012
Bauhaus: Art as Life
BARBICAN ART GALLERY
Silk Street
+44 0845 1207550
www.barbican.org.uk/artgallery 

pubblicato su Artribune

Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now

Stimolante e provocatoria. Una mostra coraggiosa. Rigorosamente vietata ai minori…

Nelle Cast Courts del Victoria and Albert Museum di Londra troneggia una copia in gesso a grandezza naturale del David di Michelangelo. Sul retro, una bacheca contenente una foglia di fico di circa mezzo metro commissionata nel 1857 per rimediare al trauma subito dalla Regina Vittoria di fronte alla nudità  della statua. La stessa foglia di fico apre la mostra alla Barbican Art Gallery, Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now.
Trecento opere. Settanta artisti. I nomi di Beardsley, Klimt, Picasso, Robert Mapplethorpe e Tracey Emin tra gli altri. Un percorso storico e tematico che abbraccia oltre duemila anni. Seduced non è una gratuita esibizione di pornografia: è il frutto di cinque anni di solida ricerca storica.

La sessualità non è una realtà  estranea al cambiamento. Nel mondo Greco-romano la nudità  del corpo non costituiva un offesa. La società greca lo aveva trasformato nel simbolo stesso dell’uomo libero, padrone del proprio destino. Con l’avvento del Cristianesimo, vergogna e senso di colpa si impossessano di ciò che prima era bello e puro. Emblematico in apertura della motra, il confronto tra l’Emafrodito addormentato della Galleria Borghese e la selezione di oggetti provenieneti dai Gabinetti segreti del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal British Museum. Creati per ospitare immagini esplicitamente erotiche rinvenute a Pompeii, tali sub-collezioni erano rigorosamente separate dal resto per proteggere le menti impressionabili di coloro non in grado di vedere alla bellezza del corpo in senso spirituale.

2010ee4343_jpg_l
Fig leaf, plaster (ca. 1857) Victoria and Albert Museum

Il percorso espositivo della mostra si srotola labirinticamente tra l’ossessionante ricerca della realtà  dell’arte europea e l’interesse decorativo per forme e colori dell’Oriente. Miniature erotiche indiane illustranti il Kama Sutra, acquerelli cinesi e stampe pornografiche giapponesi, si alternano a capolavori rinascimentali e barocchi a creare una contraposizione di atteggiamenti mentali, non solo di stili. In Woman and a man with oysters lo sconosciuto artista giapponese riproduce accuratamente i genitali maschili e femminili in quanto presenza visibile e naturale del corpo umano.

Un atteggiamento che non potrebbe essere più lontano dalle provocazioni pittoriche di Schiele. Ma basta guardare all’eroticissimo Satyr flogging a nymph di Agostino Carracci, o Jupiter and Antiope di Rembrandt per rendersi conto di quanto sia fuorviante pensare che l’esplicitazione della sessualità  nell’arte Occidentale sia una scoperta del nostro secolo.

L’ostentazione moderna costituisce una reazione a secoli di repressione. Ma nel tentativo di esorcizzare l’ancora presente vergogna, la sessualità  è stata trasformata in materia da fast food. Ciò che prima era sacro perchè segreto, diventa di qualcosa da dividere (senza necessariamente condividere) con gli altri. Ecco allora il piano superiore, i dissacranti ritratti fotografici di Jeff Koons con La Cicciolina al tempo della loro relazione nel 1990, Blowjob (1963) di Andy Warhol, Erotos di Nobuyoshy Araki dove nulla èlasciato all’immaginazione.

Ironia, una grande sensibilità e una seria ricerca storiografica hanno trasformato quello che avrebbe potuto rivelasi un totale disastro per i curatori in una mostra provocante ed intellettualmente stimolante. Seduced è una sfida a guardare in faccia l’evoluzione della sessualità nei secoli senza ammiccamenti e falso imbarazzo.

E l’assenza di ipocrisia della mostra non risparmia neanche un caposaldo dell’arte iglese come  JMW Turner, il cui taccuino degli schizzi testimonia che anche il più serio degli artisti britannici non dedicò tutto il suo tempo alla contemplazione del paesaggio…

Londra//fino al 7 gennaio 2008

Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now. Per via dei contenuti espliciti, la mostra è vietata ai minori di 18 anni.

Barbican Art Gallery Barbican Centre, Silk Street, London EC2Y 8DS

Orario: tutti i giorni dalle ore 11-20; martedi ore 11-18; giovedi` ore 11-22.

barbican.org.uk/

 

This Is War! Robert Capa at Work/Gerda Taro: A retrospective. London, Barbican Art Gallery

Istintivo e coraggioso, lui. Elegante e raffinata, lei. Amanti nella vita, compagni nel lavoro: alla Barbican Art Gallery una grande mostra sull’epica storia di due grandi del fotogiornalismo moderno…

Gerda Taro - Robert Capa - Segovia front, Spain Late May-early June 1937 © International Center of Photography.Un giovane uomo dalla folta capigliatura nera e dallo sguardo volitivo scruta il mondo attraverso la lente della macchina fotografica: è Robert Capa (1913–1954). Nasce a Budapest da una famiglia ebrea non ortodossa e il suo nome è ancora Endre Friedmann quando, nel 1932 -accusato di attività sovversiva dal governo di estrema destra- fugge a Berlino dove diventa fotografo. Ma la sua vita è destinata a cambiare quando nel 1934, incontra a Parigi l’ebrea polacca Gerda Pohorylle (1910-1937). Insieme inventano il personaggio di ‘Robert Capa’, fantomatico fotografo Americano. E lei diventa Gerda Taro. Giovani, belli e ambiziosi, nel 1936 i due si spostano in Spagna incaricati dalla rivista francese Vu di documentare la Guerra Civile spagnola, eccitati da quella lotta appassionatadi cui condividono l’ideale libertario.
Fedele al suo motto “se le tue foto non sono abbastanza buone è perchè non sei abbastanza vicino”, Capa segue i soldati repubblicani al fronte, armato della sua Leica. Sono foto emozionanti quelle che scatta a Cerro Muriano, vicino a Cordova, cariche di potente intimità. Tra queste la sua foto più famosa, The falling Soldier (1936) raffigurante un soldato dell’esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile franchista. L’immagine, una delle più controverse del fotogiornalismo moderno (è davvero un soldato? è una messa in scena?) pubblicata su Vu, lo rende famoso in tutto il mondo, diventando il simbolo della Guerra Civile spagnola e della precarietà della vita. Anche per questo forse Capa chiede a Gerda di sposarlo, ma lei rifiuta, votata ormai solo alla causa repubblicana. E muore nel 1937, vicino a Brunete durante una battaglia, schiacciata da un carro armato a soli ventisei anni.

Gerda Taro - Republican militiawoman training on the beach, outside Barcelona, August 1936 © International Center of Photography
Gerda Taro – Republican militiawoman training on the beach, outside Barcelona, August 1936 © International Center of Photography

La notiza raggiunge Capa in Cina dove nel 1938 si trova a fotografare la resistenza cinese contro l’invasione giapponese. Nonostante la limitata libertà di cui gode, Capa riesce ugualmente a realizzare alcune potenti foto come Boy soldier (1938), che diventa l’iconica copertina del numero di Maggio di Life. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale lo trova ancora una volta in prima linea. Il 6 giugno 1944 partecipa al del D-Day fotografando il sanguinoso sbarco del contingente americano ad Omaha Beach, in Normandia. Scatta per un’ora e mezza, consumando i quattro rullini di pellicola che aveva con sè. Poi scappa, senza sapere che ha rischiato la vita per nulla in quanto –una volta a Londra – la maggior parte delle sue foto va perduta per un errore di sviluppo. Si salvano solo una decina di fotogrammi. E queste foto sgranate, sfocate (effetto ottenuto scossando leggermente la macchina fotografica) di soldati che strisciano nell’acqua di Omaha Beach, trasmettono la terribile drammaticità e l’orrore eccitato della battaglia. Ma il destino di Capa è cadere sul campo. E lo fa con la macchina fotografica alla mano, in Indocina nel 1954, per una mina antiuomo.
Nella sua breve vita la stessa Gerda Taro è una fotografa di successo, ma la sua storia, al contrario di quella di Capa, è meno conosciuta. Questa del Barbican è la prima retrospettiva dedicata al suo lavoro. La leggenda la vuole pupilla di Capa, ma nell’intensità psicologica l’allieva supera il maestro. Nel 1936 scatta forse la sua foto più famosa: una donna-soldato ripresa di profilo sulla spiaggia, un ginocchio sul terreno, lo sguardo determinato nell’atto di prendere la mira, piccola figura dolce e forte, simbolo di bellezza e libertà.

Robert Capa - American soldiers landing on Omaha Beach, D-Day, Normandy, France June 6, 1944 © Cornell Capa/Magnum International Center of Photography
Robert Capa – American soldiers landing on Omaha Beach, D-Day, Normandy, France June 6, 1944 © Cornell Capa/Magnum International Center of Photography

Se lui ha il coraggio, lei ha la sensibilità. E la dimostra nell’inconsueta resa della luce e nelle prospettive improvise che ricordano fotografi dell’avanguardia come Alexander Rodchenko. Le due sale dedicate a Taro rivelano che il fronte non è solo guerra e morte, ma è fatto anche di soldati che suonano e bambini che giocano. Trasformata dall’oblio del tempo in poco più di una parentesi nella grande avventura di Capa, con questa mostra Taro finalmente riceve l’omaggio dovuto.

paola cacciari, pubblicato su Exibart

Londra//fino al 25 gennaio 2009

This Is War! Robert Capa at Work/Gerda Taro: A retrospective
Mostre curate da Richard Whelan e Irme Schaber
Barbican Art Gallery Barbican Centre, Silk Street, London EC2Y 8DS

barbican.org.uk