La vita in Gran Bretagna? E’ un test: specie se volete la cittadinanza

Posso descrivere i miei primi vent’anni a Londra come una parabola ascendente che ha inizio il giorno in cui sono atterrata all’aereoporto di Heathrow colma di filiali sensi di colpa per aver preferito il Fish & Chips e le nuvole al sole del Bel Paese e alle lasagne della nonna, ma elettrizzata al prospetto della nuova avventura che mi aspettava.

Nulla mi aveva preparato allo shock culturale che mi aspettava in Terra Angla. La mia ignoranza del Paese, dalla lingua agli usi e costumi della gente, era a dir poco spettacolare. A quanto pare la visione compulsiva di La Banda dei Cinque, Black Beauty e Attenti a Quei Due a cui mi ero sottoposta da piccola (e a cui avevo sottoposto i miei genitori) non mi aveva insegnato niente di utile. Certamente non mi avevano insegnato a difendermi dai terribili phrasal verbs pronunciati tra i denti dalla cassiera del mio supermercato di Camberwell.  Ma Londra e l’inglese mi piacevano troppo per farmi dissuadere da qualche verbo ostinato, al punto che mi sono sempre sentita a casa sotto la bandiera della Union Flag.

Non solo: ero una cittadina europea, e come tale certa che niente e nessuno avrebbero interferito con la mia legittima posizione nella società britannica. Almeno prima che il referendum del Giugno 2016 e l’avvento dell’era della Brexit venissero a spogliarmi dell’arrogante sicurezza che la bandiera azzurra con le stelle e le tasse pagate per anni al governo di sua maestà fossero una garanzia sufficiente a garantirmi una vita tranquilla. Sbagliavo.

Così ho deciso di diventare cittadina britannica. L’ironia è che ho deciso di farlo proprio nel momento in cui la mia patria adottiva mi piace meno. Come racconta Bill Bryson nel suo Piccola Grande Isola, il seguito di un’altro mio grande favorito Notizie da un’isoletta, l’unico modo per diventare cittadini britannici se non si è nati sull’isola di Shakespeare o se non si hanno parenti (o almeno un quarto di parente) di origine britannica, è riempire una serie di moduli e giurare fedeltà alla Regina. E visto che i miei genitori erano entrambi bolognesi, e non sono arrivata nella terra del fish and chips portata dalla cicogna, ma bensì da un volo di linea della British Airways, per forza di cose ho dovuto seguire la seconda opzione. Che consiste, oltre a dimostrare una conoscenza approfondita della lingua (cosa utile quando si pensa di vivere in pianta più o meno stabile in un paese straniero…), nel superare un esame chiamato Life in The UK. E se chi viene da un paese di lingua inglese (come Bill Bryson che è americano) è esonerato dal test di lingua, nessuno, proprio nessuno (neppure Bryson stesso), è escluso dal sostenere l’esame. Così ho comprato Life in the United Kingdom: A guide for new residents e mi sono messa a studiare.

Life in the UK test united kingdom official 3rd edition for 2019 book-LF

Non importa quanto bene un aspirante britannico pensi di conoscere la geografia, la storia e la letteratura del proprio adottivo. O a quante overdosi di Tribuna Politica ci si sottoponga per cercare di capire cosa accadrà alla nazione dopo la Brexit, ammesso che questa accada. Ciò che non si sa sono proprio le cose necessarie per superare il test. Come chi ha corso il miglio in meno di un minuto (Sir Roger Bannister nel 1919 se lo volete sapere), cosa significa l’espressione bowled a googly (necessaria nel caso decidiate di capire le regole del Cricket, cosa a cui io ho rinunciato dopo cinque minuti), come si chiama l’edificio in cui si riunisce l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (Stormont, memorizzatelo qualora decideste di partecipare ad un quiz al pub), di cosa si compone l’Ulster Fry, la variante nord-irlandese della colazione all’inglese (per la cronaca, contiene soda bread, il nostro pane di soda, invece del toast tradizionale).

Come Bill Bryson, anch’io inizialmente avevo pensato di prendere qualche scorciatoia, convinta di conoscere il Paese in cui vivevo da quasi vent’anni piuttosto bene, e mi sono messa a fare i test di prova online prima di aprire il libro. Solo per ritornarci immediatamente, con la coda tra le gambe, la secchiona che è in me mortalmente umiliata dai terribili risultati ottenuti e determinata a memorizzare cose che sfido qualunque britannico a sapere, come quanti deputati ha l’Assemblea del Galles.

Avrei superato il test a pieni voti, ci fossero stati pieni voti alla fine del test. Ma non c’erano: solo un insoddisfacente pass/fail stampato su un foglio di carta con la data dell’esame da allegare alla domanda di cittadinanza insieme ai documenti necessari. Capita. E poi una piccola cerimonia con cui ufficializzare a suon di inno nazionale e giuramento a Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la mia entrata nella grande famiglia britannica. Mi sono quasi commossa.

Pubblicato su la Repubblica.it

Paola Cacciari © Riproduzione riservata

Gli impressioni australiani @ National Gallery

“In un paese bruciato dal sole”, penso mentre guardo sbalordita il quadro che mi sta davanti. Si tratta di Fire’s On di Arthur Streeton (1867-1943).

 Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales
Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Il collegamento con il libro di Bill Bryson, che nella traduzione italiana porta come titolo quella frase, mi sembra più che appropriato che questo paesaggio  è un’esplosione di colori densi  illuminati da una luce così accecante da sembrare quasi piatta e dura. Chiamarlo impressionistra mi sembra una forzatura che lo spazio qui non è indistinto e la luce non è morbida ed opalescente come nei quadri dei francesi. Anzi, qui le superfici sembrano aride e asciutte, come se il caldo sole degli antipodi avesse asciugato il colore troppo in fretta. Dipinto nel 1891 fa parte di quella  piccola chicca di mostra che è Australia’s Impressionists alla  National Gallery.

L’Australia mi sembra così lontana che mi sembra quasi impossibile pensare che l’Impressionismo francese sia arrivato pure down under. Ma ripensandoci, in fondo non è poi così strano: i contatti era frequenti almeno con Il Regno Unito che utilizzava questo continente per le colonie penali.

A Melbourne Streeton conosce due emigrati inglesi, Charles Conder (1868-1909) e Tom Roberts (1856-1931) e i tre diventano amici. Tre artisti artisti che avevano avuto l’opportunità durante viaggi e permanze in Europa di intravedere barlumi di modernità nei notturni di Whistler e nella luce mutevole dell’impressionismo francese e volevano adattare questo vocabolario visivo ai paesaggi di casa loro. E l’Australia del dell’Ottocento era un luogo sorprendentemente urbanizzato, basta guardare alcune tele di Steenton che raccontano di città sotto la pioggia (“Ma piove anche in Australia?” chiede perplessa la signora elegante che mi sta accanto alla sua amica…), di translatlantici che allagano di fumo l’aria del porto, di folle di persone con ombrelli. Il ricordo della piovosa Inghilterra in cui Roberts aveva studiato, pesa  su queste immagini, così come l’influenza del grande James Whistler.

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide
A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

Ma anche quando, come nel caso di Conder, provano a rappresentare un soggetto “europeo” come la spiaggia di Mentone, nessuno li potrà mai scambiare per impressionisti francesi che la loro pennellata è robusta e pesante, quasi aggressiva e decisamente più descrittiva che intuitiva. Il loro mondo è lontano da Antibes, e se vogliamo anche dall’Impressionismo stesso (certe immagini annegate nel sole mi ricordano più i macchiaoli che altro). E’ come parlare una lingua straniera: il vocabolario c’è, ma l’accento della terra d’origine resta nonostante gli anni di pratica. E parlo per esperienza. Il paesaggio australiano è misterioso, imponente, a tratti persino minaccioso. Nella pennellata di Streeton si percepisce l’urgenza di fermare sulla tela questa intensità anche quando dipinge un paesaggio marino come Ariadne, dove Arianna e’ abbandonata nel sole accecante degli antipodi: una figuretta solitaria sulla spiaggia bianchissima, contro il turchese dell’oceano.

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra
Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Il quarto e ultimo della compagnia è John Peter Russell (1858- 1930). Nato  a Sidney, alla morte del padre (un ingegnere australiano) riceve un conspicua eredità che gli permette di scambiare l’ingenieria per l’arte. Nel 1881 il nostro eroe lascia il sole di Sydney per la pioggia e lo smog di Londra prima, dove si iscrive alla Slade School of Fine Art (l’Accademia di Belle Arti) e poi per Parigi. Fu qui che s’imbatté in Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Monet, Sisley e Matisse. Restera’ in Francia per trent’anni e ritorna in Australia da vecchio. Certo, i suoi turbolenti paesaggi marini sono esplosioni vorticose di blu, verde e bianco. Sono confusi, sfocati e così intensi che paiono infrangersi sul vetro della cornice.

2017 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 26 Marzo 2017

Australia’s Impressionists @ National Gallery

nationalgallery.org.uk

Una città o l’altra (Neither here Nor there)

Ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono periodicamente per varie ragioni – sono capolavori, sono classici (ho realizzato che sento il bisigno fisico di leggere Jane Austen e in particolare Pride and Prejudice circa ogni due anni…) o semplicemente hanno quel feel good factor che ti fa sentire bene. Neither here Nor there (da noi tradotto come Una città o l’altra) è uno di quelli: la versione cartacea quello che per me è Pane e Tulipani.  Qui Bill Bryson racconta le sue esperienze durante un viaggio durato quattro mesi nel “vecchio continente” nel 1991 – dall’estremo nord della Norvegia alla Turchia. È divertentissimo (il libro dico, ma anche Bryson…), e mi scopro sempre a ridacchiare da sola – cosa che in genere mi capita quando leggo i libri del nostro Beppe Severgnini (o il blog di Guido Sperandio).

9780552998062Ho scoperto Bill Bryson un giorno per caso durante una delle mie quotidiane (allora lavoravo nei dintorni…) visite alla Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana a Bologna. Era il 1996 e mi capitò tra le mani America Perduta (The Lost Continent). Lessi le prime dieci righe e decisi in quel momento che se mai avessi cominciato a scrivere volevo farlo come lui.

Americano trapiantato in Gran Bretagna, Bryson (oltre ad essere il mio idolo letterario) è giornalista e scrittore, autore di libri sulla storia della lingua inglese e americana, di scienza e -soprattutto- di divertentissimi libri di viaggio ora (finalmente tutti tradotti in italiano) in cui la capacità di prendere in giro (e prendersi in giro) va di pari passo con una serie di gustosissimi aneddoti che mi riempiono di ammirazione. Che non è da tutti la capacità di vedere il lato divertente delle cose, sopratutto al giorno d’oggi dove tutti si prendono tremendamente sul serio.  Da quel momento i libri di Bryson mi hanno chiamato così forte che in questi anni ho letto tutto quello che ha scritto. Che io sono così. I libri mi devono chiamare perché io li possa leggere. Non sono mai stata capace di leggere qualcosa perché di moda. O perché fa discutere. Credo di essere una delle poche persone in Italia a non aver mai letto Gomorra di Roberto Saviano. E non ne vado fiera. Ma fino ad ora non mi ha chiamato abbastanza forte. Lo farà a suo tempo, ne sono sicura.  I libri importanti lo fanno sempre.

Inutile dire che quando anni fa è venuto al Museo per presentare il suo nuovo libro At Home: A Short History of Private Life (interessante storia sociale sul perché e il percome le case ‘moderne’ sono fatte e disposte come sono), mi sono precipitata che volevo verificare se anche di persona era così divertente e interessante come appare dai suoi libri e fortunatamente lo era.

Mi sono fatta autografare la mia malconcia copia di The Mother Tongue sulle origini e la storia della lingua inglese, comprata a Victoria Station nel 1999 e piena di sottolineature e note scribacchiate a bordo pagina in vari colori di biro quando stavo cercando di imparare, o meglio, dare un senso all’inglese. Anzi è stato il primo libro che ho letto interamente in inglese. E tutto sommato devo dire che ha funzionato…

2015 ©Paola Cacciari

bill bryson
Bill Bryson