La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

Parla della Russia

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Wagner e L’anello del Nibelungo

“Lo sai che non posso ascoltare troppo Wagner… sento già l’impulso ad occupare la Polonia!”

dice Woody Allen a Diane Keaton in Misterioso omicidio a Manhattan. Questa scena mi ha sempre fatto ridere, ma non mi ero mai fermata a considerare l’impatto che la sua musica ha sulla gente. Forse perché fino a qualche tempo fa non avevo mai ascoltato Wagner. Ascoltato DAVVERO.
Che la musica di Wagner abbia sempre avuto una strana presa sulla gente non è una novità. Basta pensare che il più famoso dei sui ammirartori (dopo il devotissimo sovrano-patron Ludwig II di Baviera) era Adolf Hitler.
E dopo la maratorna fisica e mentale delle quattro opere che compongono il ciclo de L’anello del Nibelungo alla Royal Opera House di Londra (quattro opere in una settimana per un totale di 15 ore di musica) posso solo confermarlo e fortunatamente senza aver ambizioni espansionistiche… Che dopo un inizio nervoso e vagamente preoccupato, del tipo perché mi sto facendo questo e cose del genere, sono finita completamente ipnotizzata, assorbita quasi fisicamente dalla quasi soprannaturale potenza della musica, e della storia, e ancora adesso sono totalmente incapace di spiegare il perché.

Che Wagner fosse uno degli esseri umani più impossibili che fosse mai vissuto non è un segreto: arrabbiato, ossessionato da se stesso, nevrotico, sempre a corto di denaro, inaffidabile, ingrato, infido e patologicamente offensivo: se non fosse stato un genio della musica, sarebbe stato rinchiuso. E con giusta ragione.

In un momento in cui il suo matrimonio con Minna (la prima moglie) cadeva a pezzi a causa (tra le altre cose) dalle sue numerose relazioni extraconiugali, consumate e platoniche, in cui la produzione parigina di Tannhäuser in cui aveva riposto tante speranze, risoltasi in uno spettacolare disastro, con Tristano e Isotta, L’oro del Reno, La Valchiria e tre quarti di Sigfrido completati, ma mai suonati, il nostro Wagner cosa fa? Si mette a scrivere una nuova opera lunga (tanto per cambiare) quattro ore e mezza, I maestri cantori di Norimberga. Chiunque altro si sarebbe buttato sotto una carrozza e l’avrebbe fatta finita con questo mondo ingrato.

Le sue riserve di ottimismo sembrano inesauribili. E ciò che Madre Natura gli aveva negato dal punto di vista fisico (era basso, con una testa enorme e gli occhi sporgenti, il viso spesso coperto di brutte macchie rosse, lesioni e pustole spesso di origine psicosomatica) Wagner l’aveva rimpiazzato ampiamente da un’inesauribile energia e da una cieca fiducia in se stesso e nella sua missione, cose che indubbiamente gli conferivano un enorme carisma con l’altro sesso. Qualunque fosse il motivo, le donne erano pazze di lui. E non solo le donne. Che Wagner era uno di quegli artisti la cui visione era così potente da trasformare persino il mondo intorno a lui in un universo popolato da nani, draghi o giganti. Riuscì persino a evocare il perfetto mecenate, nel Re pazzo Ludwig di Baviera, che gli diede tutto ciò di cui aveva bisogno (soldi e adorazione), e altro ancora.

Il suo antisemitismo è ben noto, oggetto di infiniti dibattiti tra coloro che sentono contaminare la sua musica e coloro che la considerano completamente separata. Ma solo quando ho letto Being Wagner: The Triumph of the Will scritto dall’attore, regista e sceneggiatore inglese Simon Callow, una deliziosa biografia del compositore tedesco (di cui Callow è, nonostrante tutto, un grandissimo ammiratore), mi sono resa conto di quanto l’odio di Wagner verso gli ebrei fosse virulento tanto da definire questo popolo “il nemico nato della pura umanità e di tutto ciò che è nobile”. Il che spiega il perché Hitler vedesse in lui il perfetto tedesco, una sorta di anima gemella insomma. Eppure la musica dura, a dispetto di tutto e di tutti, soprattutto a dispetto del suo compositore. E qui entra in scena il ciclo de L’anello del Nibelungo. 

Scene 1 of Das Rheingold from the first Bayreuth Festival production of the Bühnenfestspiel in 1876

Wagner era ossessionato da se stesso e dalla sua opera, questo lo abbiamo già detto. Ma la sua ossessione con la sua creazione era tale da arrivare a produrre non solo musica e libretto, ma anche la scenografia delle sue opere, seguendo la produzione tecnica in ogni minimo dettaglio, per la gioia di chi doveva avercelo attorno ogni minuto della giornata…
Ma questo diventa secondario una volta che ci si trova davanti all’opera (o opere visto che sono quattro) compiuta. Con la sua musica infatti, Wagner racconta la storia delle tre forze che fanno girare il mondo: amore, potere e religione. Raccontano cosa accade del mondo degli uomini e cercano di comprendere tali emozioni. E la cosa sorprendente è che ci riesce e dite quello che volete, ma che ci piaccia o no, è difficile essere indifferenti a Wagner. E una volta incontrata la sua musica è impossibile tornare indietro. Parola di pucciniana convinta.
Nel il ciclo de L’anello del Nibelungo musica e testo hanno la stessa importanza. Senza a tare a raccontare la storia (che trovate qui seppure in questa incerta versione di Wikipedia) il ciclo de L’anello è fondamentamente la storia delle conseguenze che seguono la rinuncia di un uomo al suo lato buono per ottenere il potere. A questo si aggiungono altri temi mica da ridere, come il crollo dell’autorità del leader, in seguito al tradimento della stessa autorità da lui incarnata, e infine l’eliminazione del male del mondo grazie alla caduta dell’ordine prestabilito. Uh!

Con queste premesse non sorprende che scrittori e artisti e filosofi in tutte le epoche abbiano letto L’Anello in tutte le chiavi possibili e immaginabili, inclusa quella anarchica e Marxista di G.B. Shaw. Ma il vero messaggio sta nelle parole e nella azioni dei personaggi di Wagner, parole ed azioni che reinterpretano sotto i nostri occhi le nostre azioni e soprattutto, i nostri errori.
Certo con i suoi dei, gli elfi, i giganti, le valchirie e gli eroi, è facile ridurre l’epica de L’Anello ad una semplice favola, alla saga delle saghe nata dalla collazione di leggende germaniche, islandesi e norvegesi, con un occhio alla Grecia dell’Oresteia.
Ma c’è molto di più: Wagner dimostra come un solo atto malvagio porta quasi inevitabilmente ad un altro e come le persone possano facilmente diventare schiave degli eventi. Insomma per dirla come Isaac Newton, ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale ed contraria. Sigfrido è insieme alle valchirie forse uno dei personaggi più noti dell’intero ciclo, un anarchico modellato sulla figura dell’anarchico per eccellenza, il russo Mikail Bakunin. Come Bakunin, Sigfrido vede nell’atto del forgiare una nuova spada con i pezzi di quella vecchia e rotta, piuttosto che ripararla, un simbolo della rincincia alle vecchie idee per abbracciare quelle nuove.
Vero o no, L’Anello del Nibelungo fa ancora oggi discutere. A dimostrare che Wagner aveva ragione quando disse che

“l’unicità del mito è nel suo essere sempre attuale.”

Parole sante.

2019 ©Paola Cacciari

Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters
Riccardo Muti. Photograph: Reuters

2017 ©Paola Cacciari

Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde, Franny Moyle

Poco si sapeva di Constance Wilde prima che la scrittrice inglese Franny Moyle le dedicasse una biografia. La sua esitenza – come spesso accade a quella delle mogli e delle compagne di uomini famosi – diventa funzionale al personaggio del marito, una sorta di Luna al sole del compagno. 

Lo stesso accade a Cosntance, per anni rimasta prgioniera del personaggio di moglie paziente, fedele al marito Oscar anche quando fu accusato di=el reato di omosessualità, processato e condannato a due anni di carcere e lavori forzati.

Ma non fu sempre così. Attingendo ad una fino ad’ora poco esplorata miniera di lettere scritte dall’instancabile Constance, Franny Moyle ci regala un affascinante ritratto di una donna la cui vita e le cui conquiste sono state troppo a lungo dimenticate.

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Constance Wilde. Photograph: Williams Andrews Clark Memorial Library, University of California

È la Primavera del 1895. Constance Lloyd (1858-1898) – giornalista, autrice di letteratura per l’infanzia, modello di stile e moda e femminista attivamente impegnata nella lotta per i diritti delle donne – vede la sua vita sconvolta oltre ogni aspettativa quando suo marito, Oscar Wilde, si trova coinvolto in un processo che lo vedrà condannato per crimini omossessuali.
Già nel 1991 Lord Alfred Bosie Douglas detto “Bosie”, aveva preso il suo posto nel cuore dell’adorato Oscar. Colta nel mezzo di uno scandalo pubblico di dimensioni epiche, Constance (che è pur sempre una donna vittoriana e come tale prigioniera di certe convenzioni) è costretta a fuggire, abbandonando Londra e l’Inghilterra, portando con se i suoi figli Cyril e Vyvyan e lasciandosi dietro la sua bella casa, le sue lotte politiche e sociali ed una brillante carriera letteraria. Deve lasciare persino il suo cognome, Wilde, che la donna cambia in Holland, per dissociarsi dallo scandalo che aveva distrutto la sua vita. Morì a Genova nel 1898, e la sua tomba si trova tutt’ora nel Cimitero monumentale di Staglieno

Per chi legge in inglese: Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde.

2015 ©Paola Cacciari

9781848541627

Desperate Romantics di Franny Moyle

Senza nulla togliere ai biografi italiani, ci sono cose che gli inglesi (e non sono) fanno meglio, come scrivere biografie. Esiste un piacere di raccontare la storia nel mondo anglosassone che trovo assente nei libri di non fiction italiani. Come in questo Desperate Romantics: The private Lives of the Pre-Raphaelites.

Il soggetto, come si deduce dal titolo sono i famigerati cattivi ragazzi della Confraternita dei Preraffaelliti, le celebrità della tarda epoca vittoriana. Nata nel settembre del 1848, sviluppatasi ed esauritasi nel corso di un decennio, la confraternita deve il suo successo iniziale ad una critica positiva di John Ruskin che, nel 1851, scrisse due appassionate elegie dei dipinti Preraffaelliti ed un saggio intitolato Preraphaelitism, in cui annoverava la loro pittura nell’arte moderna e confrontava le loro tecniche con quelle di William Turner. Un netto cambiamento di rotta se guardiamo le feroci critiche dello Household, del Times e del grande Charles Dickens, che proprio di loro non ne voleva sapere. Uh!

La loro vita anticonformista, che infranse i tabù morali e di classe e che piegò  le rigide norme che regolavano i ruoli dei sessi, sconvolse la società  bacchettona del tardo XIX secolo. Donne straordinarie come Elizabeth Siddal, Effie Ruskin e Jane Burden (poi Morris) furono attirate nell’orbita di carismatiche figure come Dante Gabriel Rossetti, William Holman Hunt, John Everett Millais, William Morris ed Edward Burne-Jones, attorno ai quali orbitava nel bene e nel male il grande critico John Ruskin.

Desperate Romantics è un  libro affascinante e terribilmente ben scritto, che cattura in pieno il pazzo spirito di uno straordinario gruppo di individui in uno straordinario momento. Un altra chicca di Franny Moyle, fantastica scrittrice e biografa, purtroppo ancora solo in inglese. Da questo libro la BBC2 ha tratto uno sceneggiato in sei puntate mandato in onda nel 2009 dall’omonimo titolo, davvero divertente ben fatto. Se vi capita di vederlo, non fatevelo scappare!

2014 ©Paola Cacciari

Desperate Romantics. Photograph: Laurence Cendrowicz/BBC
Desperate Romantics. Photograph: Laurence Cendrowicz/BBC