Scrivere lascia il segno: ce lo racconta la British Library

Mi piace scrivere: questo è il motivo per cui ho aperto un blog. Appartengo ad un’epoca pre-computer, quando si scriveva a mano e a scuola avere “una bella calligrafia” era ancora una cosa ancora importante. Mi piace vedere i miei pensieri che si srotolano sulla carta, le idee che predono forma d’inchiostro, le parole rotonde che si srotolano ordinate sotto i miei occhi. La scrittura elettronica è una grande invenzione, ma non mi da la stessa soddisfazione. Non ho mai smesso di scrivere e certamente non ho mai preso la scrittura sottogamba, che scrivere come il leggere, sono due delle invenzioni più rivoluzionarie dell’umanità. E la British Library ci ha fatto sopra una mostra, un’altra bellissima mostra come solo la British Library sa fare, quando si tratta di affrontare soggetti di questo tipo (ricordo la mostra del 2011 sull’evoluzione della lingua inglese.

Writing: Making Your Mark è una mostra piene di parole, di libri e di stupefacenti artefatti, che vanno da una pietra intagliata mesoamericana di 5000 A.C. ai  manoscritti illuminati, dal primo Microsoft Word al MacBook. In  parole povere: dalle tavolette ai tablet.

Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.
Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.

A proposito, lo sapevate che la lettera “A” deriva dal’evoluzione del geroglifico rappresentante una testa di bue? Nel corso del tempo i Fenici, i Greci, gli Etruschi e infine i Romani, utilizzarono questo geroglifico, stilizzandolo sempre più fino ad arrivare a quella che conosciamo come la prima lettera del nostro alfabeto. E mentre fatico a processare che la lingua di Dante e Shakespeare derivi da qui, non riesco e non pensare che questo geroglifico semi-astrattro sarebbe stato benone sulla copertina di un disco dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin

Eppoi manoscritti, tanti manoscritti. Dai salteri medievali a Mozart e James Joyce; dalle note tironiane alla BIC Cristal, la penna biro più famosa  e affidabile, che ancora oggi si vende ancora a milioni. Il mio oggetto preferito è una tavoletta di cera sulla con i compiti di uno scolaro egiziano che stava imparando il greco: compiti che risalgono al II secolo DC, ma sempre compiti sono…

La domanda finale è quella che mi preoccupa: dove andrà a finire la nostra lingua? E’ fluida malleabile, o si è semplicemente semplificata troppo? Saremo ancora capaci di parlare o finiremo con l’utilizzare un linguaggio più simile agli sms che ad un codice usato da esseri umani? Non ne ho idea. Ma come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo…

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Agosto 2019

Writing: Making Your Mark

www.bl.uk

Anglosassoni

Mi piacciono gli anglosassoni. Mi sono piaciuti da quando alle scuole elementari mi è capitata sotto il naso un’immagine dell’Evangeliario di Lindisfarne. L’immagine di San Matteo che, seduto tra iscrizioni greche e latine che gli pendono pericolosamente sulla testa, scrive il Vangelo con lo stesso impegno di un bambino alle prese con l’alfabeto amorosamnete veglaito da un angelo che fa del suo meglio per aiutalo spostandogli la tenda come per fare entrare più luce in quell’età buia, mi ha sempre fatto sognare. Quell’immagine, cruda e bellissima sapeva di maghi e fate, di nebbie e incantesimi, di cavalieri coraggiosi e di spade nella roccia (ok questo era Re Artù ma io allora non avevo chiare le date…). Sapeva di terre remote e misteriose. Sapeva di Inghilterra insomma. Per cui immaginate la mia gioia quando ho ritrovato questa immagine in esposizione alla mostra Anglo-Saxon Kingdoms: Art, Word, War alla British Library!!

La cosa ironica, sopratutto alla luce delle vicende della Brexit, è che gli antenati  dei moderni inglesi altri non erano che un’accozzaglia di popolazioni germaniche e danesi che nel V secolo avevano attraversato il mare del Nord per sistemarsi armi e bagagli nella perfida Albione, colmando il vuoto di potere lasciato da un altro gruppo di immigrati, i romani che, come i polacchi adesso, non avendo più motivo di rimanere sull’isola vista la decadenza, avevano deciso di ritornarsene sul Continente senza neppure tanti saluti.

Uno si chiede se i curatori l’abbiano fatto apposta  a sottolineare con tanta enfasi il fatto che ANCHE gli antenati  di chi ha votato per la Brexit sono il prodotto di un fiorente rapporto di scambio commerciale e di persone con la proto-UE del  Medioevo. Mi viene quasi da ridere al pensiero! 😉

Ma a differenza dei romani che avevano una passione per la parola scritta, gli anglosassoni preferivano la trasmissione orale della loro cultura. Il che, insieme all’iconoclastia innescata dalla riforma aprotestante di Enrico VIII e ai vari incendi che nel corso dei secoli hanno colpito biblioteche e istituzioni religiose, ha fatto si che restasse davvero poco in fatto di testimonianze scritte dell’epoca. Ma qualcosa ci resta  e il risultato di questi scambi culturali è esposto nelle stanze in penombra della British Library: manoscritti religiosi, libri di poesie e rimedi erboristici, censimenti ed  enormi Bibbie. È la nascita letteraria dell’Inghilterra, ed è memorabile.

Sutton Hoo gold belt buckle Early 7th century © Trustees of the British Museum

Ci sono Alcuino da York che influenza Tours in Francia e la delegazione inglese che va a Roma per ottenere il permesso di sciogliere l’arcivescovado di Lichfield. L’Europa era una grande, fluttuante, interconnessa confluenza di potere e influenza.

E naturalmente non poteva mancare la Cronaca di Beda il venerabile, il monaco benedettino vissuto nel monastero di San Pietro e San Paolo a Wearmouth. La sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum in latino, che tratta della storia della Chiesa inglese e, più in generale della storia dell’Inghilterra, dal tempo di Cesare all’anno 731, con particolare attenzione al conflitto tra la Chiesa di Roma e il Cristianesimo celtico. Già perché nell’VIII secolo gran parte dell’isola era già ferventemente cattolica , grazie all’opera di proselitismo iniziata nell’V secolo da un gruppo di coraggiosi missionari inviati da Roma. la Chiesa comincia ad importare libri dal Continente e a raccoglierne altri localmente, mentre i sovrani dal canto loro cominciano a vedere i vantaggi del documentare per iscritto non solo le leggi, ma anche i loro affari.

E ciò che ci si presenta sotto gli occhi è una vera e propria telenovela del potere,  in cui re creano  regni, li perdono, conquistano, uccidono e vengono uccisi. Non per niente Bernard Cornwell ha dedicato a questo periodo un’intera serie di romanzi storici, Le cronache dei Sassoni (The Saxon Stories nell’originale inglese) che ha per protagonista il sassone Uhtred di Bebbanburg, cresciuto tra i vichinghi e ambientato nella Gran Bretagna di Alfredo il Grande nel  IX secolo.

Secondo il Venerabile Beda, la Gran Bretagna era un crogiolo di quattro popoli (Pitti, scozzesi, britannici e anglosassoni) e cinque lingue (le lingue dei suddetti popoli, più il Latino) e prosperò a causa dell’influenza esterna, grazie al commercio, alla religione e alla conoscenza di altri paesi. Ci aspettano tempi difficili. 😦

2019 ©Paola Cacciari

Londra// Fino al 19 Febbraio 2019

Anglo-Saxon Kingdoms: Art, Word, War @ British Library

I viaggi di James Cook alla British Library

Sono trascorsi 250 anni dalla partenza da Plymouth dell’ HMS Endeavour, la mitica nave  britannica comandata dal tenente James Cook tra il 1769 e il 1771 durante il suo primo, intrepido viaggio di esplorazione in Australia e Nuova Zelanda. E la British Library celebra con una nuova grande mostra che ripercorre i tre grandi viaggi di Cook alla scoperta di nuove terre e di nuovi oceani, andando oltre al tradizionale motivo “uomo bianco-scopre-nuova-terra”, e includendo le prospettive della gente che Cook ha incontrato, inclusi i disegni del sommo sacerdote polinesiano e il navigatore Tupaia.

Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.
Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.

James Cook era nato nel 1728 in un piccolo villaggio dell’Inghilterra. Le sue prime, durissime esperienze per mare lo aiutarono a diventare un abile marinaio e lo spinsero a documentarsi sull’astronomia, la geografia e la cartografia. Dopo aver ottenuto il suo primo imbarco come mozzo sulle navi che trasportavano il carbone dal Nord dell’Inghilterra verso Londra, Cook si arruolò nella marina militare inglese.

Non essendo un aristocratico e non avendo compiuto studi adeguati, dovette cominciare dal grado di marinaio scelto; ma in poco più di due anni fece una brillante carriera e fu destinato in America Settentrionale dove gli Inglesi erano in guerra con la Francia per la conquista del Québec. Qui si mise in luce per le sue straordinarie capacità di pilota guidando le navi da guerra inglesi nella difficile navigazione del San Lorenzo, un fiume quasi impraticabile. La carta del San Lorenzo disegnata da Cook avrebbe poi permesso agli Inglesi di risalire il fiume e prendere di sorpresa i Francesi, sconfiggendoli in battaglia. Il merito di quella importante vittoria fu dunque anche suo.

Omai by William Hodges © Royal Museums Greenwich

Nell’agosto del 1768 il comandante Cook era pronto a partire dal porto di Plymouth, in Inghilterra, a bordo dell’Endeavour (“Tentativo”) per il suo primo viaggio nel Pacifico. La sua spedizione incarnava lo spirito dei tempi: con l’Illuminismo, infatti, si andava affermando nella società, nella scienza e nella politica un nuovo modo di pensare, che metteva la ragione al centro di ogni ricerca. E proprio per approfondire le conoscenze scientifiche dell’epoca a bordo dell’Endeavour s’imbarcò anche una missione di scienziati: botanici, naturalisti, astronomi, geografi. Tra loro vi erano anche alcuni artisti assoldati per disegnare le particolarità delle nuove terre scoperte.

Per i suoi viaggi Cook aveva bisogno di una nave molto solida e capiente, con un’attrezzatura leggera, capace di ospitare un equipaggio di almeno settanta uomini.

Nel suo primo viaggio (1768-71), dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e toccato la Terra del Fuoco, circumnavigò la Nuova Zelanda e scoprì ed esplorò la costa orientale dell’Australia. Durante il viaggio di ritorno l’Endeavour rischiò il naufragio sulla barriera corallina, ma grazie al fondo piatto e poco profondo dello scafo l’ostacolo fu superato. Questa prima spedizione mise in dubbio la credenze dell’epoca circa un leggendario continente meridionale collocato nell’emisfero australe.

The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library
The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library

Il secondo viaggio di Cook (1772-75) confermò questa tesi: non esisteva nessun continente a sud del Circolo Polare Antartico. Con la sua flotta di due navi, infatti, Cook superò per ben due volte la linea del Circolo Polare Antartico. Dopo aver esplorato alcuni gruppi di isole del Pacifico (la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi, le Marchesi), Cook fece ritorno in Inghilterra doppiando Capo Horn.

Nel luglio del 1776 Cook partì per il suo ultimo viaggio. Lo scopo era quello di trovare un passaggio dal Pacifico all’Atlantico a nord dell’America Settentrionale, il mitico passaggio di nord-ovest. Dopo aver esplorato le coste settentrionali dell’America affacciate sul Pacifico, Cook raggiunse e oltrepassò lo Stretto di Bering. Il freddo e i ghiacci lo costrinsero però a invertire la rotta: lo scontro e la frizione tra gli iceberg mettevano a repentaglio le imbarcazioni. Non riuscendo a passare lo stretto, Cook decide di fermarsi alle Hawaii, scoperte appena un anno prima. Qui venne ucciso in uno scontro con le popolazioni indigene. La leggenda vuole che sia stato mangiato dai nativi…

Alla fine ci si sente completamente sminuiti dall’immensità del mondo che Cook e i suoi uomini hanno navigato e dai popoli che hanno incontrato. Di li’ a poco sarebbe arrivato l’imperialismo in tutta la sua coloniale violenza. Eppure quello e’ stao forse il primo momento in cui popoli estranei si sono guardati l’uno con l’altro con occhi aperti e mente attenta e curiosa.

(fonte www.treccani.it)

Londra// fino al 28 Agosto 2018

James Cook: The Voyages @ British Library

Buon compleanno Harry Potter!

Nel 2017 si sono celebrate molte cose: nascite, morti, rivoluzioni politiche e religiose che hanno cambiato il corso della storia umana. Ma davanti alla creazione di J.K. Rowling, anche eventi come il bicentenario della morte di Jane Austen, il cento anni della Rivoluzione Russa e i cinquecento della Riforma Protestante sembrano passare in secondo piano. Che chi come me ha letto Harry Potter and the Philosopher’s Stone quando era ancora un semplice libro per ragazzi e non un caso letterario di proporzioni globali, deve rassegnarsi al fatto che siano già passati vent’anni dalla sua pubblicazione. E così, per celebrare l’evento, qualche mese fa ho deciso che era arrivato il momento di rileggerlo. E alla luce di quasi due decadi di vita nella terra del Fish and Chips e forte della mia nuova pratica linguistica, la mia opinione non è cambiata: Harry Potter continua a piacermi adesso come la prima volta che l’ho letto. Tanto che dopo aver letto il primo, sono andata in libreria e ho ricomprato tutti gli altri libri della saga, che stupidamente avevo regalato in giro (insieme a molti alti libri) in vista di un trasloco una decina di anni fa, e li sto rileggendo poco a poco, con calma – un magico antidoto ad un periodo un po’ difficile.

Il fatto è  che sono molto affezionata a questo ragazzino e al suo magico mondo, visto che Harry Potter and the Philosophers’ Stone è stato in assoluto il primo libro che ho letto per intero in inglese senza dovermi fermare ogni 5 minuti a cercare la parola sul dizionario. Posso dire che entrare nel mondo magico di Hogwarths mi ha aiutato ad apprendere i primi rudimenti dell’inglese. E per questo sarò sempre grata alla Rowling.

E vista la marea umana che si accalca ad ogni momento del giorno e della notte (sì, anche delle notte, confermo) davanti a Platform 9/3, il negozio nella stazione di King’s Cross dove ogni babbano (Muggle, nella versione inglese) può sognare per un momento di poter entrare nel mondo magico di Hogwarts, non sono la sola ad apprezzare l’abilità letteraria della scrittrice. Una marea umana destinata (se possibile) ad accrescersi, visto che alla vicina British Library si è da poco inaugurata una mostra dedicata non tanto al maghetto, ma alla storia della magia sulla quale si basa molto del mondo di Harry Potter & C. Il titolo? Ma naturalmente Harry Potter: A History of Magic. Poteva forse essere diverso? #BLHarryPotter  #HarryPotter20

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Londra// fino al 28 Febbraio 2018

Harry Potter: A History of Magic @ The British Library

2017 ©Paola Cacciari

L’arte della Rivoluzione Russa 1917-1932

La propaganda non è una cosa nuova: dalle piramidi egiziane alle statue degli imperatori romani, passando per ritratti di re e regine, l’arte è stata per millenni un modo per legittimare e manipolare il pubblico. Ma nessuno l’ha fatto nel modo cosi assolutamente sfrontato come il i bolscevichi di Lenin (prima) e di Stalin (dopo). D’altra parte non avevano scelta. I bolscevichi di Lenin erano perfettamente coscienti della fragilità del loro potere e per questo erano pronti a fare di tutto per mantenere l’ autorità che avevano guadagnato nell’ottobre del 1917.E allora Lenin in bronzo. Lenin dipinto. E ancora Lenin, questa volta sotto forma di statuetta di porcellana. Ma il suo viso lo si trova anche su foulard, piatti, vasi, tazze. Davvero, vivo o morto, non c’è verso di evitare lo sguardo severo del leader della Rivoluzione Bolscevica.

La Russia era un paese primitivo, sorprendentemente arretrato nel 1917. E alla guida di una vasta popolazione di servi che abitavano in primitive capanne di legno in migliaia di villaggi fangosi, era la classe di proprietari terrieri chiusi nelle loro eleganti case di campagna servita da medici locali e avvocati che a loro volta, aspiraravano ai lussi goduti dalle classi superiori nelle poche città degne di questo nome – Kiev, San Pietroburgo, Mosca. Questa era la classe rappresentata nelle opere di Anton Chekov (1860-1904). In queste grandi città l’aristocrazia si mescolava a una piccola classe di autocompiaciuti intellettuali che si congratulvano per la fioritura delle arti che aveva trasformato la vita culturale russa alla fine del XIX secolo – molti dei quali (artisti, scrittori ed impresari) hanno trovato posto nella bellissima mostra “Russia and the arts tenutasi la scorsa primavera alla National Portrait Gallery.

Bolshevik (1920) by Boris Mikailovich Kustodiev. State Tretyakov Gallery. Photo © State Tretyakov Gallery

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Russia stava attraversando una tarda quanto velocissima rivoluzione industriale. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 aveva abolito la servitù della gleba e dato la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano. Inutile dire che, lungi dallessere in grado di trasformarsi in piccoli proprietari terrieri, nel 1881 la meta’ di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la propria libertà. Migliaia di ex servi si trovavano improvvisamente liberati e poverissimi non hanno altra scelta che abbandonare la loro vecchia vita e cercare impiego in fabbrica. Le dimensioni di città come San Pietroburgo raddoppiano nel giro di soli quindici anni. Ma con al loro entrata nella classe operaia, gli ex servi cominciano a chiedere condizioni di lavoro migliori (la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore e il salario minimo giornaliero) e più rispetto da parte dei datori di lavoro. Ed è  qui che cominciano i problemi. In seguito ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar. I tapini erano infatti convinti che se lo Zar avesse saputo delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Illusi. Per tutta risposta le truppe imperiali spararono sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti, uccidendo così per sempre la cieca fiducia che il popolo russo aveva da sempre nello Zar.

Quando lo Zar, il debole e indeciso Nicola II, trascina il Paese nella trappola della Grande Guerra nel 1914 che l’arrettratezza e la debolezza dell’economia russa emersero in tutta la sua tragedia. Le truppe, mandate a combattere con armi antiquate ed uniformi e attrezzature inadeguate, furono rapidamente sconfitte dall’esercito tedesco – una sconfitta resa più facile dal fatto che lo Zar insistette (come il suo predecessore Alessandro I, quello di Guerra e Pace) a guidare personalmente la guerra invece che lasciare le manovre militari in mano agli esperti. Presto la mancanza di cibo e altre privazioni andarono ad aggiungersi all’umiliazione nazionale e alla raffica di sconfitte. Con lo Zar al fronte, il vuoto di potere da lui lasciato viene colmato dalla figura di Rasputin. La reputazione della zarina Alexandra fu rovinata. La guerra fu un disastro per i Romanov. Operai e agricoltori erano trascinati via dei loro posti di lavoro per essere trucidati dall’armata tedesca. Con le fabbriche vuote e i campi abbandonati, seguirono inevitabili la mancanza di cibo e l’inflazione. La gente era affamata e arrabbiata e fu la fame che alla fine condannò la dinastia. Alla fine, persino i soldati dell’armata imperiale, stanchi di sparare sui loro concittadini decisero di unirsi a loro. La rivoluzione era cominciata. La cosa sorprendente è che bisognerà aspettare fino alla primavera del 1917 perchè  il governo dello Zar sia rovesciato e Nicola II costretto ad abdicare.
La visione di Lenin di una Russia ideale si tramanda cristallizzandosi pienamente in quella di Stalin che, dal 1932 al 1952 regolerà profondamente la realtà sovietica in tutti i campi della vita. Le parate militari promuovevano un immagine di forte identità politica e lo sport, come la marcia, era considerato fondamentale nella vita del cittadino sovietico. Lo sport serviva a disciplinare a mente non solo il corpo, mentre quest’ultimo era modellato dall’esercizio – che lo  rendeva simile ad una scultura.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Il mondo ideale della Rivoluzione è abitato da giovani contadine che lavorano nei campi indossando abiti ricamati straordinariamente ordinate e pulite, e da contadini (naturalmente) anch’essi giovani e belli che, sudati ed abbronzati, sorridono con emozione all’arrivo della nuova trebbiatrice a motore mostrando un fila di perfetti denti bianchissimi e da statuari operai rappresentati orgogliosamente con gli strumenti di lavoro su piatti e tazze di ceramica che (a differenza di dipinti) portano il messaggio propagandistico del governo anche nei più remoti confini dell’ex impero russo. Ma la realtà era molto diversa. Le promesse fatte dai bolscevichi quando presero il potere nel 1917 non furono mantenute (suona famigliare??) e i contadini, ben diversi dagli eroi rurali dipinti dalla propaganda rivoluzionaria, non avevano nulla di cui sopravvivere.

Non sorprende pertanto che, anche nel pieno della rivoluzione russa, le foreste di betulle e le cupole a forma di cipolla continuano ad essere potenti simboli di identità nazionale. Il fatto che molti tra filosofi, poeti ed intellettuali avevano n nostalgia del fascino e della bellezza della vecchia Russia, quella degli zar che stava velocemete scomparendo sotto gli scarponi delle masse proletarie. In un’epoca che aborriva ogni cosa legata al passato e che aveva fatto della confisca della proprietà privata la sua bandiera, molti si ritrovano a pregare il governo di non distruggere le vecchie chiese ortodosse dale cupole colorate. Quadri come The Day of the Annunciation (1922) di Knstantin Youn celebrano la nostalgia per una Russia magica che non esiste più.

The day of the Annunciation, 1922 – Konstantin Yuon Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

Per un breve periodo tuttavia, dopo la presa di potere da parte dei bolscevichi, artisti, compositori e scrittori furono presi da un vero e proprio furore creativo. Che se c’era una cosa che gli intellettuali condividevano con i rivoluzionari era la convinzione che l’arte potesse servire uno scopo ben più altro che quello di semplice decorazione. L’arte, pensavanno loro, poteva aiutare a ricostruire una nazione, a  rifarla da zero partendo dai posters per arrivare alle uniformi dei lavoratori e alle tazze per il tè. Era un mondo in continuo movimento quello dell’Europa del primo Novecento. Un mondo dove le idee si diffondevano in fretta e Picasso aveva appena finito di inventare il Cubismo che Malevich già lo adatta alla realtà di Mosca. Ma con l’avvento di Stalin intellettuali e artisti come Chagall,  Kandinskij, Tatlin e Shostakovich, da patrioti qual’erano, diventarono sovversivi e agli occhi di un governo paranoico e furono costretti a fuggire per non essere uccisi – il loro sogno del Comunismo trasformatosi in incubo.

2017 ©Paola Cacciari

Revolution: Russian Art 1917–1932 (dall’11 Febbraio al 17 Aprile 2017)

Royal Academy of ArtsImagine Moscow (dal 15 Marzo al 4 Giugno 2017)

Design MuseumRussian Revolution: Hope, Tragedy, Myths (dal 28 Aprile al 29 Agosto 2017)

British LibraryRed Star Over Russia: A revolution in visual culture 1905–55 (dall’8 Novembre al  18 Febbraio 2018) Tate Modern

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino. Di sei mesi più giovane, il mio ribelle parente è stato durante l’adolescenza, la cosa più vicina ad un fratello. Che sono figlia unica in fondo. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.
Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari
Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

Shakespeare 400: celebrando il Bardo a Londra

Per oltre quattro secoli William Shakespeare (1564-1616) ha influenzato le arti come pochi altri hanno fatto. Le sue storie senza tempo, tragedie e commedie hanno emozionato artisti di ogni genere, ispirando la creazione di numerosi capolavori con ogni mezzo espressivo – dalla musica alle arti visive. Il 2016 commemora i 400 anni dalla morte del Bardo e la Gran Bretagna lo celebra in grande stile con Shakespeare 400, un consorzio di organizzazioni culturali, creative e didattiche coordinato dal King’s College di Londra che propone spettacoli teatrali, concerti, mostre e conferenze nella capitale e altrove. Qui sotto trovate qualche suggerimento artistico.

  1. Shakespeare and London

Per commemorare l’anniversario quarto centenario, la City of London Heritage Gallery ci propone questo affascinante ‘Shakespeare Deed’, l’atto notarile che contiene uno dei soli sei esemplari autenticati della firma di Shakespeare. L’atto è per un’abitazione nella City of London nei pressi di Blackfriars che Shakespeare acquistò il 10 marzo 1613 per £140 da Henry Walker, ‘cittadino e menestrello’. Il luogo esatto in cui sorgeva abitazione è sconosciuto, anche se si pensa si affacciasse sulla strada ora conosciuta come St. Andrew Hill e che fu poi distrutta nel grande incendio del 1666. L’atto è particolarmente significativo in quanto si riferisce all’unica proprietà che il Bardo abbia mai posseduto a Londra. La sua vicinanza ai teatri come la Blackfriars Playhouse e il Globe ne avrebbe fatto una residenza perfetta, anche se non esiste alcuna prova che suggerisca Shakespeare abbia vissuto lì nei quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel 1616. City of London Heritage Gallery; fino al 31 Marzo 2016. cityoflondon.gov.uk

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By Me William Shakespeare
  1. By me William Shakespeare: A life in writing

Sarà anche stato il figlio di un guantaio e conciatore di Stratford-upon-Avon, ma Shakespeare morì da uomo ricco e By me William Shakespeare ci offre l’opportunità studiare il suo testamento, accanto ad altri documenti unici che offrono uno squarcio di luce sulla sua vita. Parti del testamento sono forse basate su una bozza dal 1613, ma furono apportati significativi cambiamenti nei mesi e forse anche nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta il 23 aprile 1616. Il testamento di per sé non fu scritto da Shakespeare in persona, ma contiene tre dei sei esempi superstiti della sua firma: in fondo alle pagine 1 e 2 e alla fine, concluso dalla frase ‘By me William Shakespeare’. Le sue disposizioni finanziarie proteggono le sue figlie Judith e Susanna, che ereditano la maggior parte dei beni del padre, tra cui la grande casa di New Place, a Stratford, lasciata in eredità alla figlia maggiore Susanna, mentre a Judith resta l’altra casa. La moglie Anne invece ricevette solo il ‘secondo miglior letto’. Una mostra intrigante per conoscere meglio la vita di Shakespeare a Londra e l’uomo dietro la scritta: cortigiano, autore, amico, marito e padre. King’s College London, Inigo Rooms, Somerset House East Wing; fino al 29 Maggio 2016. bymewilliamshakespeare.org

  1. Shakespeare in Ten Acts

Si dice spesso che l’opera di Shakespeare sia universale, ma questo significa ignorare il fatto che le sue opere sono state costantemente reinventate per adattarsi ai tempi. Attraverso i secoli le sue opere sono state trasformate e tradotte, falsificate e contraffatte, modificate, riformulate e ridisegnate per attrarre nuove generazioni di frequentatori del teatro inglese e mondiale. Come dice il titolo stesso, Shakespeare in Ten Acts esplora l’impatto dei dieci momenti più significativi della produzione teatrale di Shakespeare. In mostra ci sarà l’unico copione originale sopravvissuto, oltre a due delle sole sei firme Shakespeare autenticate, oltre a rare edizioni a stampa tra cui il Primo Folio. Questi e altri tesori provenienti da collezioni della British Library, sono esposti accanto film, dipinti, fotografie, costumi e oggetti di scena. The British Library; dal 15 Aprile al 6 Settembre 2016. bl.uk

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Shakespeare First Folio 1623 British Library
  1. Shakespeare Re-Discovered in St-Omer

Nel settembre 2014, il bibliotecario di St-Omer fece la scoperta della sua vita quando incappò in un libro sugli scaffali che si rivelò essere niente meno che una copia fino ad allora sconosciuta del Primo Folio del 1623. Prima di questa eccezionale scoperta, di questo documento erano note solo 232 copie: ora il mondo ne può vantare una 233esima. Il Folio di St-Omer sarà il fulcro di una mostra volta a collocare il volume del 1623 nel contesto storico e letterario del tempo. Globe Exhibition; dal 4 Luglio al 4 Settembre 2016

  1. Visscher Redrawn: 1616-2016

Il panorama di Londra creato da Claes Jansz Visscher nel 1616 è una delle immagini più iconiche della Londra medievale: un paesaggio urbano fatto di case basse e dominato dalle guglie e dai campanili di imponenti chiese. Stampata nel l’anno della morte di Shakespeare, l’incisone di Visscher è uno dei pochissimi documenti che rappresentano Londra prima che gran parte della città fosse distrutta dal grande incendio del 1666. Ora, a quattrocento anni di distanza, l’artista Robin Reynolds ha ricreato lo stesso panorama per raccontare l’architettura della metropoli di oggi. Guildhall Art Gallery; fino al 20 Novembre 2016. cityoflondon.gov.uk

 A panorama of London by Claes Visscher, 1616.

  1. Fair play and foul: connecting with Shakespeare at UCL

Questa mostra esplora l’influenza di Shakespeare e la nostra secolare infatuazione con il Bardo – dalla cause célèbre delle falsificazioni di William Ireland alla fine del XVIII secolo, alla continua lettura e rilettura della sua opera da parte di accademici e studiosi o semplici adolescenti nelle scuole. E con Shakespeare, amici, mecenati, colleghi, studiosi e imitatori sono qui rappresentati da oggetti a loro appartenuti e provenienti dalla biblioteca dell’University College London. University College London’s Library; fino al 15 Dicembre 2016 ucl.ac.uk/library/exhibitions      

Per il programma completo guardate sul sito di Shakespeare400

Pubblicato su Londonita

I primi 800 anni della Magna Carta

Cera una volta in un regno lontano un re cattivo la cui avidità e autoritarismo non andava giù ai ricchi baroni dell’aristocrazia. Per sfortuna del Re, tali baroni erano abbastanza potenti da costringerlo a trattare con loro e, il 15 giugno 1215, in cambio della loro fedeltà il re fu costretto a firmare un contratto di riconoscimento di diritti reciproci. Il re in questione si chiamava Giovanni Senzaterra ed era il fratello del più celebre e celebrato Riccardo Cuor di Leone (quello delle crociate e dei film di Robin Hood) a cui era successo nel 1999. E il documento che avrebbe cambiato il corso della storia per sempre era la Magna Carta.

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L’importanza della Magna Carta è superata solo dall’ignoranza che ne circonda il suo contenuto – ignoranza che pare essere condivisa anche da grande parte dei politici contemporanei. E se praticamente tutti dei suoi 63 articoli originali sono oggigiorno obsoleti (a nessuno interessa più una legge per regolamentare la caccia nella foresta – almeno non alla maggioranza dei cittadini moderni) quelle in cui si afferma il diritto ad un processo veloce godono ancora di ottima salute – tranne che in Italia, dove questo continua ad essere un utopia anche nel XXI secolo.

Per celebrare gli ottocento anni di questo fondamentale documento, la British Library ha riunito per la prima volta nella storia le uniche quattro copie della Magna Carta sopravvissute, oltre a documenti ad essa ispirati come the Dichiarazione di Diritti inglese del 1689, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), la Dichiarazione d’Indipendenza americana scritta a mano da Thomas Jefferson nel 1776 e una copia originale della Dichiarazione di Diritti americana del 1789. Non mancano anche documenti governativi che proponevano la donazione di una delle copie originali della Magna Carta agli Stati uniti per il loro aiuto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Magna Carta © Joseph Turpcourtesy of the British Library
Magna Carta © Joseph Turpcourtesy of the British Library

Idolatrata, fraintesa e abusata, allo stesso tempo documento e mito, la Magna Carta resta comunque il più potente esempio di libertà e giustizia del mondo moderno.

 

Fino al 1 Settembre 2015

Londra // British Library bl.uk/

Cinque mostre da vedere a Londra

Vikings: Life and Legend, British Museum
Razziatori sanguinari e predoni guerrafondai? Beh, non proprio o perlomeno non così tanto, almeno quanto sostiene la mostra di primavera del British Museum, che suggerisce che in realtà i Vichinghi erano un popolo culturalmente illuminato i cui viaggi in luoghi lontani li aveve portati a contato con culture, religioni e idee diverse. E non basta. Chi si aspetta una conferma dell’immagine tradizionale dei vichinghi sarà deluso: una moltitudine di nuove scoperte archeologiche hanno fatto luce su miti passati – incluso quello che non indossavano elmi le corna. Questa è la prima mostra nella nuova ala del museo, la Sainsbury’s Wing, il cui enorme spazio significa che il British Museum ha potuto includere la ricostruzione di una vera nave da guerra vichinga lunga 37m la più lunga mai ritrovata. http://www.britishmuseum.org/ Fino al 22 Giugno.

Veronese: Magnificence in Renaissance Venice, National Gallery
Vero e proprio maestro del colore, Paolo Veronese (1528-88) ha ispirato con il suo brillante cromatismo artisti del calibro di Van Dyck, Rubens e Delacroix – il che rende incredibile il fatto che il nostro compatriota fu quasi dimenticato nel XIX secolo. Ma niente paura: la splendida mostra della National Gallery – un carosello di ritratti, pale d’altare, allegorie mitologiche e opere a soggetto religioso, ha restituito a questo grande della pittura italiana il posto che merita nella storia dell’arte occidentale. Assolutamente da non perdere. http://www.nationalgallery.org.uk/ Fino al 15 Giugno.

3. The Fashion World of Jean Paul Gaultier: From the Sidewalk to the Catwalk, Barbican
Volete vedere il famoso reggisenoconicoindossato da Madonna negli anni ’90o i costumi disegnati per il film di fantascenza Il quinto elemento? Allora la Barbican Art Gallery è il posto per voi, dove le stravaganti creazioni di Jean PaulGaultier, il bambino terribile della moda, sono in mostra fino ad Estate inoltrata. Si tratta di un’affascinate viaggio nella mente creativa di uno dei più audaci stilisti contemporanei, un personaggio atipico i cui abiti celebrano una giocosa sessualità, il piacere dell’ostentazione e la diversità della bellezza femminile. http://www.barbican.org.uk/ Fino al 25 Agosto.

4. Matisse: The Cut-Outs, Tate Modern
In seguito ad una grave malattia che lo aveva costretto su una sedia a rotelle impedendogli di dipingere al cavalletto, Henri Matisse (1869-1954) avrebbe facilmente potuto ritirarsi dalla scena. Ma invece di arrendersi al destino il francese reinventò la sua pratica di lavoro sostituendo le forbici ai pennelli. E le sue forme ritagliate da carta colorata sono brillanti e colorate come la pittura dei suoi quadri. Vedere per credere nella magnifica retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a questa fase della carriera di Matisse. Una fase, quella dei papiers découpé che prima d’ora non era mai stata esaminata nei dettagli non solo a causa della dispersione delle opere in collezioni internazionali, ma anche e soprattutto per la loro fragilità. Cosa che rende un’altra mostra di questa portata altamente improbabile nel prossimo futuro. http://www.tate.org.uk/ Fino al 7 Settembre.

5. Comics Unmasked: Art and Anarchy in the UK, British Library
Il più grande evento mai dedicato al fumetto britannico, la mostra della British Library include esempi che risalgono addirittura all’età vittoriana, quando l’illustrazione di questo tipo divenne un mezzo di comunicazione popolare. Rare e originali opere d’arte-da Batman al Sandman di Neil Gaiman -illustrano i diversi modi in cui i fumetti sono stati utilizzati per esplorare questioni politiche e sociali che vanno dalla violenza alla droga, dai conflitti di classe alla sessualità. Argomenti difficili e particolari quelli trattati che hanno fatto guadagnare a questa mostra l’etichetta di vietata ai minori di 16 anni. http://www.bl.uk/ Fino al 19 Agosto.

Paola Cacciari Pubblicato su Londonita 

Georgians Revealed alla British Library


Il Settecento è un secolo di straordinaria attualità. Valori come la tolleranza, l’idea del progresso e della famiglia come l’intendiamo ora sono state elaborate dai pensatori del XVIII secolo. Ma anche tante altre cose che diamo per scontate sono nate in quegli anni incredibili, come spiega la mostra Georgians Revealed della British Library.

In Inghilterra, con il termine “Era Georgiana” si indica il periodo compreso tra il 1720–1840, l’era dei quattro re Giorgio. Giorgio I di Hannover (1660–1727), chiamato a fare il re alla fine della dinastia degli Stuart nonostante non parlasse l’inglese (ma un sovrano protestante, anche se tedesco era preferibile ad uno inglese, ma cattolico); Giorgio II (1683- 1760), che oltre ad aver fondato l’università di Gottinga nel suo regno di Hannover, e il British Museum a Londra non ha fatto molto altro.  Giorgio III (1738– 1820) famoso, oltre che per la sua pazzia, anche per gli eventi epocali che si sono svolti durante il suo lungo regno, come la rivoluzione industriale, la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti e le guerre napoleoniche. Mica roba da ridere. Suo figlio era il godereccio Giorgio IV (1762–1830), personaggio liberale e stravagante (suo è il folle Royal Pavilion di Brighton) passato alla storia più per i pessimi rapporti con il padre e con la moglie, Carolina di Brunswick e per l’intensa vita mondana che per altro. Fu patrono delle arti e della letteratura, fu legato ai dandy più alla moda di Londra e a personaggi controversi come Georgiana Cavendish, la Duchessa del Devonshire. Quest’ultimo  fu per un certo periodo anche Principe Reggente durante la malattia di suo padre (1812-20). Da qui il nome Reggenza che produce uno stile ben preciso che corrisponde al Biedermeierdei paesi germanofoni, al Federal degli Stati Uniti ed allo stile Imperofrancese. Ma sto divagando.

È un’epoca prettamente inglese quella georgiana. In Italia non esiste nulla di similmente unitario dal punto di vista politico ed economico. Ma esistono esistono numerosi punti di contatto con il mondo delle arti, architettura, la moda e, naturalmente, la musica. Ma oltre ad Handel e a Jane Austen (e scusate se è poco) il periodo georgiano ci ha regalato la cultura popolare come la intendiamo adesso. Questo è il periodo in cui si diffonde l’idea di ‘gusto’ in fatto di arredamento, moda e costume. Il ‘gusto’ era naturalmente quello delle classi aristocratiche che i nuovi borghesi arricchitisi con il commercio volevano emulare. Wedgwood e Chippendale ebbero un bel da fare a creare oggetti per le loro case – case spesso costruite e decorate da grande architetti come John Nash e Robert Adam.

Diventati più ricchi, i borghesi hanno più tempo da riempire e lo fanno con una serie di attivitá varie ed eventuali: nasce pertanto il concetto di ‘hobby’ come lo intendiamo adesso. Si dedicano allo shopping, al giardinaggio, alla danza. Bevono té e caffè, vanno a teatro, visitano musei (in questo periodo nascono istituzioni come il British Museum e la Royal Academy) e dimore storiche e, grazie al miglioramento nella  rete di trasporti, anche città termali relativamente lontane come Bath, Cheltenham  e Tunbridge Wells. Anche il concetto di turismo è dell’era georgiana.

Tom and Jerry at the Exhibition of Pictures at the Royal Aacademy by Isaac Robert and George Cruikshank, 1821
Tom and Jerry at the Exhibition of Pictures at the Royal Aacademy by Isaac Robert and George Cruikshank, 1821

È una mostra entusiamante quella della British Library. L’unica critica dal mio punto di vista è il non aver affrontato (se non appena accennandolo) il tema della schiavitù o delle condizioni del popolino. Ma si sa, la storia la scrivono i potenti e i vincitori. E il poveri, ieri come oggi, non contano nulla.

 ©Paola C. Cacciari

Fino all’11 Marzo 2014. 
 www.bl.uk/georgians-revealed