The Best Exotic Marigold Hotel

Vi  è mai capitato di iniziare a leggere un romanzo da quale era già stato fatto un film e, dopo qualche capitolo, siete stati costretti a riconoscere che quella che state leggendo è un’altra storia completamente, anche se piacevolmente diversa?

Sto parlando di quel delizioso film che è The Best Exotic Marigold Hotel e del libro a cui il film è (molto) liberamente, ispirato. Pubblicato nel 2004 con il titolo di These Foolish Things, poi ribattezzato The Marigold Hotel, questo romanzo racconta con grazia e umorismo la possibilità di nuove occasioni per cambiare la propria vita, in una storia senza età che nel 2012 ha conosciuto il successo grazie anche ad un cast di fantastici attori tra cui Bill Nighy, Judi Dench e Maggie Smith.

London 2019 © Paola Cacciari
London 2019 © Paola Cacciari

Attirati dalla pubblicità di un hotel di Bangalore che sembra progettato per soddisfare le esigenze della terza età, alcuni pensionati inglesi ciascuno per una ragione personale, decidono di trasferirsi in una casa di riposo in India per potersi finalmente godere la vita al sole e al caldo con i loro modesti risparmi. All’arrivo però scoprono che l’antico palazzo dell’hotel non è che il pallido, malandato ricordo dei tempi andati. Eppure ciò che in un primo momento appare deludente e incomprensibile (il personale a dir poco eccentrico, i ritmi caotici della quotidianità, gli odori e i rumori invadenti, le norme incomprensibili che regolano i rapporti umani) si rivelerà fonte di inesauribili scoperte, non ultimo che la vita e l’amore possono ricominciare dove meno te lo aspetti. 

L’India raccontata da Deborah Moggach invoca è disordinata, moderna, imprenditoriale; una terra fatta di abiti eleganti e mendicanti senza gambe, ma in cui l’essere vecchi (con tutti gli acciacchi del caso), non è considerato un crimine punibile con l’isolamento permanente. Alcuni membri del personale dell’hotel sono di fatto molto più anziani e decrepiti dei residenti. In un cenrto senso, il Marigold Hotel diventa un po’  una metaforica sala d’attesa, in cui i vecchi e i giovani si incontrano e insieme negoziano i passi successivi del loro viaggio.

La più grande delizia del libro sono i personaggi, ciascuno dal carattere ben definito e nel libro molto piu’ numerosi che nel film, e con tanto di parenti e associati in primo piano nell’inquadratura, eppure completemate inconfondibili.

Come tutti i film di successo, anche del Marigold Hotel è stato fatto un sequel nel 2015, Ritorno al Marigold Hotel (The Second Best Exotic Marigold Hotel) piacevole, ma decisamente inferiore al primo, ma con questa scenza di danza tra Dev Patel (Sonny) e Tina Desai (Sunaina) che ogni volta mi fa venire voglia di andare in pensione in India! 😄

2019 © Paola Cacciari

 

Spartacus. Ovvero, la potenza dell’esercito del Bolshoi

Forse solo un marziano non conosce la storia di Spartaco e degli schiavi rivelli nel 73 a.C., diventata nota anche grazie al film di Stanley Kubrick nel 1960 e interpretato da Kirk Douglas. Alla fine del film, sconfitta la rivolta, Crasso propone ai sopravvissuti dell’esercito degli schiavi ribelli (tra cui c’è anche Spartaco) di identificare (vivo o morto) il loro comandante, in cambio della loro vita – una vita che comunque dovranno trascorrere nuovamente in schiavitù. Spartaco decide di consegnarsi, ma quando sta per alzarsi, tutti i suoi compagni fanno lo stesso, pronunciando ognuno la frase “Io Sono Spartaco!”.

Nelle mani di Yuri Grigorovich la storia della ribellione degli schiavi diventa l’allegoria di un popolo oppresso (quello sovietico) che lotta coraggiosamente per rovesciare una classe dirigente fascista e decadente. Creato nel 1968, lo Spartacus del Bolshoi è un’opera tipicamente sovietica, e tipicamente “del” Bolshoi, un luogo dove le dimensioni contano – non per niente il nome del teatro significa “grande” in russo. E come il Bolshoi, questo è un balletto di dimensioni straordinarie, a cominciare dall’esercito di ballerini necessari per un tale spettacolo, tutti identicamente e perfettamente addestrati per finire (ma solo metaforicamente) con la grandiosa musica di Aram Khachaturian.

Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian

La trama è semplice, come lo sono i quattro personaggi principali: il nobile, indomito gladiatore Spartacus, Frigia, la sua amata, bella e dal cuore puro, il folle Crasso, capo dell’esercito romano e la venale cortigiana Aegina. Gli uomini dominano il palco: schiavi e soldati che si muovono all’unisono, dritti come le loro spade, e poi lo Spartaco di Denis Rodkin che affronta il console romano Crasso (Artemy Belyakov).

Più che in frasi liriche, la coreografia di Grigorovich si esprime in spettacolari tableau che utilizzano blocchi di ballerini e cortigiane illuminati da un chiaroscuro di sapore caravaggesco, che entrano ed escono dalla scena muovendosi in perfetto accordo.

Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian

Spartacus è un vero tour de force, non solo da parte dei solisti (Irek Mukhamedov, l’indiscusso Spartaco del Bolshoi dal 1986 al 1991, famosamente ha detto scherzando che la cosa piu’ soddisfacente del ruolo era arrivare vivi alla fine del balletto…), oltre ad essere una meravigliosa esibizione di potenza da parte del corpo di ballo del Bolshoi.

Ed è anche incredibilmente divertente e interessante: la narrativa  tipicamente cinematografica infatti lo rende una sorta di film ‘danzante’ che alterna melodrammatici pas de deux che sfidano la gravità (come quello in cui Spatacus/Rodikin alza Phrygia/Denisova con un solo braccio, momento in cui l’intero teatro di Covent garden e’ esploso in un sonoro applauso…) a *vagamente cominci) baccanali ed esplosive scene di battaglie, il tutto unificato dalla straordinaria partitura di Khachaturian, con le sue potenti percussioni, il suo romantico tema d’amore e qualche sorprendente tocco di jazz spizzicato qua e la’. Spartacus insomma è ancora un balletto per le masse e le masse contunuano a godreselo alla grande. Certamente io l’ho fatto (e non solo per i vigorosi giovanotti in calzamaglia… 😜)

 

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

Monday 29 July-Saturday 17 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

Muore Rutger Hauer, il replicante ribelle di ‘Blade Runner’ — La Promenade, BlogZine di Cultura

L’attore di Blade Runner scompare a 75 anni ”Ho viste cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… e i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. E’ tempo di […]

via Muore Rutger Hauer, il replicante ribelle di ‘Blade Runner’ — La Promenade, BlogZine di Cultura

Back in time: Elton John – Crocodile Rock

Sono stata al cinema a vedere Rocketman e da allora non riesco a togliermi questa Crocodrile Rock dalla testa. Quel che è peggio è che non riesco a smettere di cantarla, specialmente il ritornello, quello che fa

“La lalalala la lalalala la lalalala la”….

Capita.

Elton John – Crocodile Rock (1973) Live At Madison Square Garden )

Viaggio nel mondo di Stanley Kubrick

Ci sono film di cui si conosce tutto. Si conoscono le musiche, i trailer. Le immagini, gli attori, i costumi. Film che sono così famosi da essere entrati a fare parte del nostro immaginario collettivo che si finisce con pensare di averli visti tutti. Eccetto che non lo si è fatto.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019

A me questo è capitato con la mostra che il Design Museum ha dedicato al regista Stanley Kubick (1928-1999). Li conosco tutti i suoi film, so chi li ha interpretati, fischietto la musica, rinconosco i costumi e posso citare alcune delle frasi storiche tipo “Io sono Spartaco!”. Eccetto che non ne ho visto per intero nemmeno uno. Nemmeno Spartaco.

A parte il Western, a cui è andato vicino, Kubrik si è cimentato con tutti i generi a lui disponibili: dalla fantascienza di 2001: Odissea nello spazio (1968) alla guerra con Orizzonti di gloria (1957) e Full Metal Jacket (1987); dal thriller con Il bacio dell’assassino (1955) all’horror di The Shining (1980), eppoi ancora la satira politica (ll dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, 1964), il dramma storico (Spartacus, 1960 e Barry Lyndon, 1975), quello psicologico (Eyes Wide Shut, 1999) e i suoi discussi capolavori Lolita (1962) e Arancia meccanica (1971). Ci sono oggetti di scena, poster, costumi e storyboard originali: l’attenzione al dettaglio è sbalorditiva per non dire ossessiva. Kubrick era coinvolto in ogni singola fase del film, dal casting al set, ai poster: il suo perfezionismo era tale da estendersi anche alle scatole di stoccaggio.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019 © Paola Cacciari

Anche per chi come me non è un patito del cinema, questa mostra si rivela brulicante di piccole curiosità da non perdere. Come la vecchia sedia da regista utilizzata da Kubrick, accanto alla quale ci sono scaffali pieni dei libri che ha usato per ricercare il suo mai fatto epico “filmone” su Napoleone, insieme alla cortese lettera inviata da Audrey Hepburn per rifiutare il ruolo di Giuseppina, e lo schedario pieno di note, carte e fotografie che tracciano ogni giorno della vita di Napoleone.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019 © Paola Cacciari

Che dire? Spero che prima o poi qualcuno arrivi a farlo.

Londra/fino al 15 Settembre 2019

Stanley Kubrick: The Exhibition
Design Museum
designmuseum.org/

2019 © Paola Cacciari

La vita in Gran Bretagna? E’ un test: specie se volete la cittadinanza

Posso descrivere i miei primi vent’anni a Londra come una parabola ascendente che ha inizio il giorno in cui sono atterrata all’aereoporto di Heathrow colma di filiali sensi di colpa per aver preferito il Fish & Chips e le nuvole al sole del Bel Paese e alle lasagne della nonna, ma elettrizzata al prospetto della nuova avventura che mi aspettava.

Nulla mi aveva preparato allo shock culturale che mi aspettava in Terra Angla. La mia ignoranza del Paese, dalla lingua agli usi e costumi della gente, era a dir poco spettacolare. A quanto pare la visione compulsiva di La Banda dei Cinque, Black Beauty e Attenti a Quei Due a cui mi ero sottoposta da piccola (e a cui avevo sottoposto i miei genitori) non mi aveva insegnato niente di utile. Certamente non mi avevano insegnato a difendermi dai terribili phrasal verbs pronunciati tra i denti dalla cassiera del mio supermercato di Camberwell.  Ma Londra e l’inglese mi piacevano troppo per farmi dissuadere da qualche verbo ostinato, al punto che mi sono sempre sentita a casa sotto la bandiera della Union Flag.

Non solo: ero una cittadina europea, e come tale certa che niente e nessuno avrebbero interferito con la mia legittima posizione nella società britannica. Almeno prima che il referendum del Giugno 2016 e l’avvento dell’era della Brexit venissero a spogliarmi dell’arrogante sicurezza che la bandiera azzurra con le stelle e le tasse pagate per anni al governo di sua maestà fossero una garanzia sufficiente a garantirmi una vita tranquilla. Sbagliavo.

Così ho deciso di diventare cittadina britannica. L’ironia è che ho deciso di farlo proprio nel momento in cui la mia patria adottiva mi piace meno. Come racconta Bill Bryson nel suo Piccola Grande Isola, il seguito di un’altro mio grande favorito Notizie da un’isoletta, l’unico modo per diventare cittadini britannici se non si è nati sull’isola di Shakespeare o se non si hanno parenti (o almeno un quarto di parente) di origine britannica, è riempire una serie di moduli e giurare fedeltà alla Regina. E visto che i miei genitori erano entrambi bolognesi, e non sono arrivata nella terra del fish and chips portata dalla cicogna, ma bensì da un volo di linea della British Airways, per forza di cose ho dovuto seguire la seconda opzione. Che consiste, oltre a dimostrare una conoscenza approfondita della lingua (cosa utile quando si pensa di vivere in pianta più o meno stabile in un paese straniero…), nel superare un esame chiamato Life in The UK. E se chi viene da un paese di lingua inglese (come Bill Bryson che è americano) è esonerato dal test di lingua, nessuno, proprio nessuno (neppure Bryson stesso), è escluso dal sostenere l’esame. Così ho comprato Life in the United Kingdom: A guide for new residents e mi sono messa a studiare.

Life in the UK test united kingdom official 3rd edition for 2019 book-LF

Non importa quanto bene un aspirante britannico pensi di conoscere la geografia, la storia e la letteratura del proprio adottivo. O a quante overdosi di Tribuna Politica ci si sottoponga per cercare di capire cosa accadrà alla nazione dopo la Brexit, ammesso che questa accada. Ciò che non si sa sono proprio le cose necessarie per superare il test. Come chi ha corso il miglio in meno di un minuto (Sir Roger Bannister nel 1919 se lo volete sapere), cosa significa l’espressione bowled a googly (necessaria nel caso decidiate di capire le regole del Cricket, cosa a cui io ho rinunciato dopo cinque minuti), come si chiama l’edificio in cui si riunisce l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (Stormont, memorizzatelo qualora decideste di partecipare ad un quiz al pub), di cosa si compone l’Ulster Fry, la variante nord-irlandese della colazione all’inglese (per la cronaca, contiene soda bread, il nostro pane di soda, invece del toast tradizionale).

Come Bill Bryson, anch’io inizialmente avevo pensato di prendere qualche scorciatoia, convinta di conoscere il Paese in cui vivevo da quasi vent’anni piuttosto bene, e mi sono messa a fare i test di prova online prima di aprire il libro. Solo per ritornarci immediatamente, con la coda tra le gambe, la secchiona che è in me mortalmente umiliata dai terribili risultati ottenuti e determinata a memorizzare cose che sfido qualunque britannico a sapere, come quanti deputati ha l’Assemblea del Galles.

Avrei superato il test a pieni voti, ci fossero stati pieni voti alla fine del test. Ma non c’erano: solo un insoddisfacente pass/fail stampato su un foglio di carta con la data dell’esame da allegare alla domanda di cittadinanza insieme ai documenti necessari. Capita. E poi una piccola cerimonia con cui ufficializzare a suon di inno nazionale e giuramento a Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la mia entrata nella grande famiglia britannica. Mi sono quasi commossa.

Pubblicato su la Repubblica.it

Paola Cacciari © Riproduzione riservata

Il cielo sopra Berlino. Annotazioni

Non sono mai stata a Berlino, e forse dovrei perché amo moltissimo questo film. 🥰

prima della pioggia

3

Cassiel: Sulle colline, un vecchio leggeva l’Odissea a un bambino, e il piccolo uditore smise di socchiudere gli occhi. E tu cos’hai da raccontare?
Damiel: Una passante, che sotto la pioggia chiuse di colpo l’ombrello, lasciandosi bagnare tutta. Ah, ecco: uno scolaro, che descriveva al suo maestro come una felce nasce dalla terra. Ha fatto stupire il maestro. Una cieca, che quando si accorse di me si mise a tastare l’orologio. Sì, è magnifico vivere di solo spirito e giorno dopo giorno testimoniare alla gente, per l’eternità, soltanto ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa, e allora non vorrei più fluttuare così in eterno, vorrei sentire un peso dentro di me, che mi levi quest’infinitezza, legandomi in qualche modo alla terra. A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire: “ora”, “ora” e “ora”. E non più: “da sempre”, “in…

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La Casa del Futuro al Design Museum

C’è una scena ne  Il ragazzo di campagna del 1984 in cui Renato Pozzetto alias Artemio, decide di lasciare il piccolo paese lombardo in cui è nato e ha sempre vissuto, per cercare fortuna a Milano. Nella metropoli trova alloggio in un fin troppo moderno monolocale in cui lo spazio è razionalizzato all’ennesima potenza: pareti scorrevoli trasformano l’angolo cottura in bagno o in zona giorno, il tavolo ribaltabile con tovaglia al metro e sedie pieghevoli e rientranti.  Un po’ come la Total Furnishing Unit, l’unità abitativa compatta progettata da Joe Colombo nel 1972, dove si poteva vivere in soli 28 metri quadrati esposta al Design Museum, parte della mostra Home Futures.

Che se il problema dello spazio è esistito da quando la Rivoluzione Industriale aveva fatto accorrere le masse contadine a cercare lavoro nelle fabbriche tessili nella Gran Bretagna del Settecento, non è mai stato così pressante come nel nostro secolo. E come sarà la casa del futuro è un interrogativo che gli architetti e i designer si sono posti sin dal tempo della Russia post-rivoluzionaria, quando El Lissitzky tenta di progettare appartamenti compatti per i lavoratori sovietici, con letti aerodinamici modello pre-Le Corbusier. E come dimenticare i mobili ultramoderni di Villa Arpel, quelli creati per il film francese del 1950 Mon Oncle di Jacques Tati, a cui fanno eco quelli contemporanei dell’Ideal Home del 1956, la casa del “futuro” in cui tutto è automatizzato, abitata da una coppia moderna il cui momento chiave della giornata è quello di far apparire il tavolo della sala da pranzo premendo un bottone.

 Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.
Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.

Stupiti? Non dovreste. Che il dopoguerra portò con sé oltre ad un supersonico boom economico, anche un incontrollato sviluppo edilizio e un’altrettanto incontrollata crescita delle città. E non solo in Italia. Per un breve momento  infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che il sogno della casa automatizzata, razionale e futuristica fosse lì per lì per realizzarsi. Nel futuro immaginato dagli architetti più progressisti, le abitazioni non sarebbero state più in materiali statici come mattoni e cemento, ma fatte di membrane di plastica trasparenti, facilmente trasportabili ovunque e trasformabili in pratici spazi casa/lavoro con vista a 360◦ sul proprio giardino preferito come quelle progettate da Hans Hollein.

Hans Hollein in his transparent Mobile Office, 1969. Photograph: Gino Molin-Pradl, Copyright: Private Archive Hollein

Ma come spesso accade, tra il dire e il c’è di mezzo il mare che in questo caso (a parte la scomodità di dover avere sempre a portata di mano un compressore per gonfiare la bolla una volta arrivati in giardino…), si è materializzato sotto forma della crisi del petrolio del 1973. Che saranno anche stati futuristici, ma questi progetti presumevano infatti illimitate forniture di energia a basso costo per riscaldare e raffreddare questi i rifugi mobili. La bolla è scoppiata e la moda architettonica lasciò così il posto al Postmodernismo, uno stile che non pretendeva di cambiare il mondo o la vita delle persone, ma solo di intrattenerli e tenerli al caldo e al coperto. E la dura realtà per gli architetti è accettare che la casa del futuro è sorprendentemente simile a quella del passato, certo più confortevole ed ecologica, ma sempre fatta da pareti soffitti, cucine, camere da letto etc etc.

ome Futures exhibition at the Design Museum, London

In breve, la storia si ripete e il sogno degli architetti di costruire case aperte, organiche, economiche e sostenibili, si è rivelato ancora una volta (appunto) un sogno e che la maggioranza dei comuni mortali in ogni grande città, deve accontentarsi di quello che trova.

A volte l’ottimismo senza fiato viene temperato dall’ironia, come nel caso dell’architettura radicale del gruppo italiano Archizoom Associati che nel 1970 con la loro No Stop City propongono non una città migliore, ma una città adeguata ai bisogni della nuova modernità, dove il design prevale sull’architettura e dove progetti provvisori e fluidi prevalgono su quelli tradizionali, e  in cui i nomadi moderni possono vivere senza oggetti o definire la loro casa come meglio preferiscono.

A universal grid that would allow all humans to live a nomadic life. Supersurface was a speculative proposal for a universal grid that would allow people to live without objects or the need to work, in a state of permanent nomadism. Credit | Superstudio, Supersurface: The Happy Island, 1971. Image: The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Resta da vedersi se questo futuro sia da considerarsi una cosa buona o meno. Già negli anni Venti, i film di Sergei Eisenstein mostrano un mondo dalle case trasparenti, che accese negli architetti contemporanei la passione per le strutture fatte di vetro, dove la perdita della privacy e le possibilità di sorveglianza diventano una spaventosa realtà  nella Russia di Stalin. Ma l’idea della casa di vetro non è poi tanto surreale anche nella nostra società, che  quelle in cui viviamo saranno anche di pietra, ma le case sono divenate trasparenti come la bolla di Hollen (citare Stalin mi pareva esagerato…) da quando internet è entrato nelle nostre vite. L’idea della condivisione dell’essere connessi 24 ore su 24 ha reso l’idea stessa della privacy intrinsecamente fluida, trasformandola in qualcosa con cui non siamo interamente a nostro agio. Almeno io non lo sono.

Allo stesso tempo, un altro problema si pone agli abitanti delle città moderne, vale a dire trovare un luogo decente in cui vivere. Senza di questo è irrilevante considerare un progetto di doccia mobile (sebbene quella progettata da Ettore Sotsass, gridi all’ottimismo e all’ironia) se non c’è lo spazio in cui muoverla… Mi sembra che la tecnologia non faccia altro che sostituire spazio fisico con quello digitale: intere librerie possono stare in un kindle, mentre per CD e DVD ci sono iTunes e le chiavi usb. Che il bisogno di spazio sta diventando un problema pressante non solo a Londra, ma nel resto della vecchia Inghilterra e sempre più palazzoni a più piani con appartamente non più grandi dei Khrushchyovka russi degli anni Sessanta che si sostituiscono alle tradizionali villette a schiera con giardinetto. E la chiamano modernità… :/

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Marzo 2019

Home Futures @ Design Museum

designmuseum.org

Leningrado

Il mio periodo russo continua: questo e’ un altro libro che leggero’ prima o poi. Dal bellissimo blog “Parla della Russia” (neanche a dirlo…) 🙂

Parla della Russia

Sicuro che vinceremo. Ma non saremo mai capaci di dimenticare…E siccome nessuno crederà che sia accaduto davvero, rimarremo sempre assiedati…”.

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Le parole pronunciate da Vera, la protagonista della storia alla base della sceneggiatura scritta dal regista Giuseppe Tornatore per il mai realizzato film “Leningrado”, riassumono bene la difficoltà di trattare con distacco un tema così doloroso e tormentato come l’assedio della città di Leningrado durante la seconda guerra mondiale.

Ancora oggi la “Blokada” viene confusa con la difesa di Stalingrado, episodio storico narrato con fierezza dalla propaganda sovietica. A differenza dell’assedio di Leningrado, con cui l’esercito nazista asserragliò per 900 giorni – dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 – la città di Lenin, le cui gesta e il cui eroismo furono taciute per decenni in Unione Sovietica. Parlare di ciò che accadde durante quei 900 giorni rappresentava per il regime sovietico una macchia da offuscare. Stalin, in…

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A Londra, le Polaroid di Wim Wenders

Il nome di Wim Wenders per me sarà sempre sinonimo de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) il meraviglioso film del 1987 con Bruno Ganz nei panni di Damiel, l’angelo che decide di diventare umano, ispirato dalle poesie di Rainer Maria Rilke. Ma oltre ad eccellere come regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, il tedesco Wenders non se la cava male anche con le fotografie (che in fondo ripensandoci, cosa sono le pellicole cinematografiche se non un susseguirsi di fotogrammi??). Soprattutto con le fotografie che molti di coloro che appartengono alla generazione per digitale ricorderanno bene: le Polaroid.

Magari avessi tenuto quelle poche che ho scattato quando ero piccola! Anche se sinceramente dubito che The Photographers’ Gallery si sarebbe disturbata a montarci sopra una mostra come invece ha fatto con quelle di Wenders. C’era qualcosa di magico nel premere il pulsante e attendere il piccolo miracolo che si verificava dopo qualche minuto, quello del vedere uscire la pellicola fotografata uscire dalla pancia di plastica della macchina fotografica. Ricordo l’impazienza, la trepidazione (sara’ uscita bene? non sara’ venuto nulla?) e la sorpresa di tenere fra le mani quel piccolo pezzo di carta che aveva stampato sopra un pezzo della mia vita. Perché quella foto era una cosa vera, un oggetto unico ed irripetibile. La Polaroid era un pezzo di passato traferito nel presente. La tecnologia moderna ci ha derubati del gusto dell’attesa.

They were made from theValley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt
Valley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Scattate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, le Polaroid di Wenders non sono poi così diverse da migliaia altre istantanee scattate in vacanza. Stropicciate, sovraesposte, spesso mosse nel tentativo di catturare il movimento – lo sventolare di una bandiera, l’ondurale ritmico di una parata per les trade di New York, il volto della sua amica Annie al volante dulle strade della California in un’epoca in cui Photoshop era utilizzato ancora da pochi eletti, queste immagini hanno i tipici colori leggermente azzurognoli e sbiaditi delle vecchie istantanee. Sara’ per questo che mi piacciono tanto: mi riportano indietro nel tempo. Ma nel contesto di una galleria d’arte, diventano un monito potente ad un mondo irrimediabilmente perduto, un’epoca soffusa da mistero e romanticismo, popolata da macchine fotografiche ingombranti e difficili da mettere a fuoco che producevano fotografie “vere”. Un’epoca insomma che pare già impossibilmente lontana.

‘They are a healthy memory of how things were –New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation
New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

Lo scopo originale di una fotografia, che era quello di ricordare, è scomparso: la fotografia digitale  ha ucciso la magia della pellicola . Ed ora, come dice anche Wenders, la fotografia è una cosa del passato. Che non è solo il significato dell’immagine che è cambiato, ma l’atto di “osservare”. Ora si fotografa principalemnete per condividere sui social media. Lo vedo tutti i giorni al museo – gente che entra in una sala, scatta foto a raffica e poi esce, senza neppure degnare di uno sguardo l’oggetto “vero” – come se ora le persone siano diventate incapaci di guardare al mondo se non attraverso la lente di una macchina fotografica, preferibilmente quella del loro cellulare. La fotografia non è più qualcosa essenzialmente legata  all’unicità dell’immagine, all’inquadratura o alla composizione. Con la fotografia digitale tutto ciò è sparito. Peccato. #WimWenders

Londra// fino all’11 Febbraio 2018

Wim Wenders: Instant Stories @ Photographers’ Gallery

2018 ©Paola Cacciari