Dialogo della natura e di Dale Chihuly: a Kew Gardens

Perfino chi come me conosce bene il lavoro dell’americano Dale Chihuly, che il museo in cui lavoro possiede – oltre  numerosi suoi pezzi, anche un grande lampadario che pende come una spada di Damocle sopra i colleghi dell’Information Desk,  puo’ trovare questa retrospettiva decisamente sorprendente.  Le straordinarie sculture di vetro di Dale Chihuly trovano la loro naturale controparte  nel mondo incantato dei Royal Kew Gardens, il meraviglioso orto botanico di Londra.

E in questa splendida giornata di fine ottobre, aria frizzante e cielo azzuro, mi sono goduta una meritata passeggiata per i giardini vestiti d’autunno ammirando le sgargianti Reflections on Nature uscite dall’immaginazione dell’altrettanto straordinario Dale Chihuly. 😊😎😍 

Kew Gardens Chihuli (16)
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Kew Gardens Chihuli (4)
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari
Chihuli at Kew Gardens. London, 2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Ottobre 2019

Chihuly: Reflections on Nature @ Kew Gardens.

2019 ©Paola Cacciari

Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

Sebbene la scuola di arte e design Bauhaus sia esistita per soli 14 anni, la radicale novità del suo approccio “olistico” nei confronti del processo creativo continua a riecheggiare ancora oggi nell’arte contemporanea, nell’architettura e nella progettazione, grafica e non.
Così, visto che quest’anno la celeberrima istituzione tedesca compie cento anni, ho pensato di ripubblicare questo articolo che ho scritto nel 2012 per Artribune in occasione della grande retrospettiva della Barbican Art Gallery.
Buona lettura!

Bauhaus building (1925–26) by Walter Gropius. Photo © Tillmann Franzen. © VG Bild-Kunst, Bonn 2018.

Vita da Museo

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

100-2012-0159 Bauhaus, Erich-Consemuller. Barbican

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk

View original post 649 altre parole

I Pianeti di Holst

Se c’è una suite che mi fa venire la pelle d’oca ogni volta che la ascolto è Mars, the Bringer of War, con i suoi tamburi minacciosi e il suo ritmo opprimente che ci fa restare attaccati alla sedia pieni di paura come se, al posto di un’orchestra (gigantesca bisogna dire, ma sempre un’orchestra) ci si trovasse davanti un’intero esercito di immense proporzioni in formazione di battaglia, pronto ad attaccarci. Eccetto che non lo è: è solo musica, anche se si tratta di una musica che ha la potenza di una bomba atomica. Esattamente il contrario della serenita’ che mi pervade quando sento le note di Jupiter, the Bringer of Jollity: Non a caso Giove è il re dei pianeti e come tale viene rappresentato…

I Pianeti op. 32 (The Planets) è probabilmente la composizione più iconica, riconosciuta e di successo scritta fra il 1914 e il 1916 dal compositore Gustav Holst (1874-1934 e che nonostante il nome era inglese, anche se di origine svedese 🙂 ), ispirata dalla sua passione per l’astrologia e la teosofia.

30f5b0cf20d7580c

Ognuno dei sette movimenti reca nel titolo il nome e il carattere astrologico di un pianeta.

  1. Mars, the Bringer of War
  2. Venus, the Bringer of Peace
  3. Mercury, the Winged Messenger
  4. Jupiter, the Bringer of Jollity
  5. Saturn, the Bringer of Old Age
  6. Uranus, the Magician
  7. Neptune, the Mystic
  • Il primo dei sette brani della suite è Mars, The Bringer Of War (“Marte, il portatore di guerra”), ispirato al carattere battagliero e implacabile del dio della mitologia greca e romana che dà il nome al pianeta. Fu definito “il più feroce pezzo di musica di tutti i tempi” ed evoca una scena di battaglia di immense proporzioni. È il brano più famoso, citato e imitato di Holst. Ha certamente influenzato un certo stile compositivo di colonne sonore del cinema, specie di film d’ambientazione fantascientifica. Holst diresse l’esecuzione di questo movimento poco più veloce di una marcia, dandogli un carattere meccanico e inumano.
  • Il secondo brano è Venus, the Bringer of Peace (“Venere, la portatrice di pace”), brano pacato, sereno e dolcemente evocativo, ispirato alla figura dell’antica dea e dall’apparenza di luminosa placidità del pianeta (Venere è il pianeta più luminoso del cielo).
  • Mercury, the Winged Messenger (“Mercurio, il messaggero alato”) è uno scherzo veloce, leggero, scintillante nell’orchestrazione e nell’uso di armonie esotiche. Probabilmente l’idea di velocità fu ispirata anche dal fatto che il pianeta Mercurio ruota molto velocemente intorno al sole (88 giorni).
  • Jupiter, the Bringer of Jollity (“Giove, il portatore dell’allegria”), brano di larga popolarità, alterna momenti di grande allegria e scoppiettante giovialità a momenti (nella sezione centrale) di epica, cantabile solennità. L’inciso centrale fu infatti rielaborato successivamente da Holst in un inno (I Vow to Thee, My Country), molto popolare in Inghilterra ed usato spesso in occasioni solenni. Il pianeta Giove è il più grande del sistema solare.
  • Il brano dedicato a Saturn, the Bringer of Old Age (“Saturno, il portatore della vecchiaia”), che inizia con una regolare e lugubre scansione ritmica, come il ticchettio di un orologio, che accompagna poi l’intero brano, rappresenta l’ineluttabilità del cammino della vita e rivela sia la dignità sia la fragilità della vecchiaia. È il brano più originale della serie e Holst lo predilesse tra tutti.
  • Uranus, the Magician (“Urano, il mago”) è un brano dall’incedere frenetico e grottesco, caratterizzato da una crescente vitalità che sfocia in un pianissimo finale, chiaramente un omaggio ad un altro celebre scherzo sinfonico, L’Apprendista Stregone di Paul Dukas.
  • Neptune, the Mystic (“Nettuno, il mistico”), è un brano misterioso ed evocativo di remoti mondi alieni, privo di un tema ben definito, un’eterea alternanza di due accordi minori a distanza di una terza minore, che nella parte finale viene arricchito da un coro femminile dietro le quinte.

(Grazie Wikipedia 🙂 )

Andrew Gourlay conducts The Planets

2 July 2019 Queen Elizabeth Hall Southbank Centre, London

La Casa del Futuro al Design Museum

C’è una scena ne  Il ragazzo di campagna del 1984 in cui Renato Pozzetto alias Artemio, decide di lasciare il piccolo paese lombardo in cui è nato e ha sempre vissuto, per cercare fortuna a Milano. Nella metropoli trova alloggio in un fin troppo moderno monolocale in cui lo spazio è razionalizzato all’ennesima potenza: pareti scorrevoli trasformano l’angolo cottura in bagno o in zona giorno, il tavolo ribaltabile con tovaglia al metro e sedie pieghevoli e rientranti.  Un po’ come la Total Furnishing Unit, l’unità abitativa compatta progettata da Joe Colombo nel 1972, dove si poteva vivere in soli 28 metri quadrati esposta al Design Museum, parte della mostra Home Futures.

Che se il problema dello spazio è esistito da quando la Rivoluzione Industriale aveva fatto accorrere le masse contadine a cercare lavoro nelle fabbriche tessili nella Gran Bretagna del Settecento, non è mai stato così pressante come nel nostro secolo. E come sarà la casa del futuro è un interrogativo che gli architetti e i designer si sono posti sin dal tempo della Russia post-rivoluzionaria, quando El Lissitzky tenta di progettare appartamenti compatti per i lavoratori sovietici, con letti aerodinamici modello pre-Le Corbusier. E come dimenticare i mobili ultramoderni di Villa Arpel, quelli creati per il film francese del 1950 Mon Oncle di Jacques Tati, a cui fanno eco quelli contemporanei dell’Ideal Home del 1956, la casa del “futuro” in cui tutto è automatizzato, abitata da una coppia moderna il cui momento chiave della giornata è quello di far apparire il tavolo della sala da pranzo premendo un bottone.

 Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.
Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.

Stupiti? Non dovreste. Che il dopoguerra portò con sé oltre ad un supersonico boom economico, anche un incontrollato sviluppo edilizio e un’altrettanto incontrollata crescita delle città. E non solo in Italia. Per un breve momento  infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che il sogno della casa automatizzata, razionale e futuristica fosse lì per lì per realizzarsi. Nel futuro immaginato dagli architetti più progressisti, le abitazioni non sarebbero state più in materiali statici come mattoni e cemento, ma fatte di membrane di plastica trasparenti, facilmente trasportabili ovunque e trasformabili in pratici spazi casa/lavoro con vista a 360◦ sul proprio giardino preferito come quelle progettate da Hans Hollein.

Hans Hollein in his transparent Mobile Office, 1969. Photograph: Gino Molin-Pradl, Copyright: Private Archive Hollein

Ma come spesso accade, tra il dire e il c’è di mezzo il mare che in questo caso (a parte la scomodità di dover avere sempre a portata di mano un compressore per gonfiare la bolla una volta arrivati in giardino…), si è materializzato sotto forma della crisi del petrolio del 1973. Che saranno anche stati futuristici, ma questi progetti presumevano infatti illimitate forniture di energia a basso costo per riscaldare e raffreddare questi i rifugi mobili. La bolla è scoppiata e la moda architettonica lasciò così il posto al Postmodernismo, uno stile che non pretendeva di cambiare il mondo o la vita delle persone, ma solo di intrattenerli e tenerli al caldo e al coperto. E la dura realtà per gli architetti è accettare che la casa del futuro è sorprendentemente simile a quella del passato, certo più confortevole ed ecologica, ma sempre fatta da pareti soffitti, cucine, camere da letto etc etc.

ome Futures exhibition at the Design Museum, London

In breve, la storia si ripete e il sogno degli architetti di costruire case aperte, organiche, economiche e sostenibili, si è rivelato ancora una volta (appunto) un sogno e che la maggioranza dei comuni mortali in ogni grande città, deve accontentarsi di quello che trova.

A volte l’ottimismo senza fiato viene temperato dall’ironia, come nel caso dell’architettura radicale del gruppo italiano Archizoom Associati che nel 1970 con la loro No Stop City propongono non una città migliore, ma una città adeguata ai bisogni della nuova modernità, dove il design prevale sull’architettura e dove progetti provvisori e fluidi prevalgono su quelli tradizionali, e  in cui i nomadi moderni possono vivere senza oggetti o definire la loro casa come meglio preferiscono.

A universal grid that would allow all humans to live a nomadic life. Supersurface was a speculative proposal for a universal grid that would allow people to live without objects or the need to work, in a state of permanent nomadism. Credit | Superstudio, Supersurface: The Happy Island, 1971. Image: The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Resta da vedersi se questo futuro sia da considerarsi una cosa buona o meno. Già negli anni Venti, i film di Sergei Eisenstein mostrano un mondo dalle case trasparenti, che accese negli architetti contemporanei la passione per le strutture fatte di vetro, dove la perdita della privacy e le possibilità di sorveglianza diventano una spaventosa realtà  nella Russia di Stalin. Ma l’idea della casa di vetro non è poi tanto surreale anche nella nostra società, che  quelle in cui viviamo saranno anche di pietra, ma le case sono divenate trasparenti come la bolla di Hollen (citare Stalin mi pareva esagerato…) da quando internet è entrato nelle nostre vite. L’idea della condivisione dell’essere connessi 24 ore su 24 ha reso l’idea stessa della privacy intrinsecamente fluida, trasformandola in qualcosa con cui non siamo interamente a nostro agio. Almeno io non lo sono.

Allo stesso tempo, un altro problema si pone agli abitanti delle città moderne, vale a dire trovare un luogo decente in cui vivere. Senza di questo è irrilevante considerare un progetto di doccia mobile (sebbene quella progettata da Ettore Sotsass, gridi all’ottimismo e all’ironia) se non c’è lo spazio in cui muoverla… Mi sembra che la tecnologia non faccia altro che sostituire spazio fisico con quello digitale: intere librerie possono stare in un kindle, mentre per CD e DVD ci sono iTunes e le chiavi usb. Che il bisogno di spazio sta diventando un problema pressante non solo a Londra, ma nel resto della vecchia Inghilterra e sempre più palazzoni a più piani con appartamente non più grandi dei Khrushchyovka russi degli anni Sessanta che si sostituiscono alle tradizionali villette a schiera con giardinetto. E la chiamano modernità… :/

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Marzo 2019

Home Futures @ Design Museum

designmuseum.org

Edward Bawden, un famoso sconosciuto

Come il suo grande amico e contemporaneo Eric Ravilious anche Edward Bawden (1903-1989) con i suoi delicati acquerelli della campagna inglese, è il tipico artista inglese per antonomasia. Incontratisi al Royal College of Art negli anni Venti dove studiano sotto Paul Nash, i due abbracciano allo stesso modo pittura ed illustrazione. E con la loro combinazione di modernismo e tradizione, ci sono momenti in cui il loro lavoro sembra incredibilmente simile

Edward Bawden, Textile Study, 1950s, Watercolour, Private Collection Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, Textile Study, 1950s, Watercolour, Private Collection Estate of Edward Bawden

Ma per quanto belli ed espressivi, non è per i suoi acquerelli che ho attraversato mezza Londra per venire alla mostra allestita dalla Dulwich Picture Gallery, ma per vedere quello che Bawden sa fare meglio: l’illustratore. Anzi, graphic designer, illustratore di libri e incisore per la precisone. Che il nostro eroe ha progettato di tutto: dai biglietti di Natale ai menu, dai poster per Kew Garden e la metropolitana di Londra, alla carta da parati. 

Edward Bawden, [Aesop’s Fables] Gnat and Lion, 1970, Colour linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford) Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, [Aesop’s Fables] Gnat and Lion, 1970, Colour linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford) Estate of Edward Bawden
Per non parlare delle piastrelle di ceramica, di cui il museo in cui lavoro possiede (tra le altre cose) una deliziosa collezione, mentre altri esempi si possono ancora ammirare sulle pareti delle stazioni della metropolitana di Tottenham Hale e Victoria.

Edward Bawden, Kew Gardens London Transport poster, 1939, © TfL from the London Transport Museum collection Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, Kew Gardens London Transport poster, 1939, © TfL from the London Transport Museum collection Estate of Edward Bawden

Dopo la guerra, dimenticato da tutti tranne che dal fisco, Bawden passa dagli acquerelli alle incisoni su linoleum. Con grande successo bisogna dire, che le sue vedute con i monumenti di Londra e di Brighton lo hanno fatto diventare diventato giustamente noto, come d’altronde le spiritose illustrazioni per campagne pubblicitarie realizzate per aziende come Twinings, Shell e Fortnum & Mason.

Edward Bawden, Brighton Pier, 1958, Linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford)
Estate of Edward Bawden

2018 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Settembre 2018

Edward Bawden

Dulwich Picture Gallery, London

dulwichpicturegallery.org.uk

Quando il design si fa politico. La protesta in mostra al London Design Museum

Leggere I quotidiani e guardare il telegiornale non è mai stato cosi deprimente come negli ultimi anni. Disordini politici, crisi finanziarie globali, la primavera araba, il movimento Occupy, petrolio in mare, attacchi terroristici, Assad, Putin, Brexit e l’ascesa di Donald Trump e potrei continuare: mai come ora il mondo sembra in caduta libera. E mai come ora i movimenti politici, di protesta e di controcultura sono consci del potere dei simboli come mezzo di diffusione delle loro idee e di conseguenza dell’importanza di creare poster, slogan video e foto efficaci nel catturare l’attenzione di chi guarda. Social media come Facebook e Twitter hanno permesso la facile diffusione di idee e movimenti. Ergo,  mai come ora gli attivisti e i movimenti di protesta hanno prestato tanta attenzione al design dei loro visuals per entrare nelle case e nelle vite della gente.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

Intitolata Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18, la mostra del Design Museum esamina i risultati visivi di quest’ultimo tumultuoso decennio, da quando Shepard Fairey ha realizzato il poster di Hope per la campagna presidenziale del 2008 di Barack Obama e a cui i detrattori di Trump si sono ispirati rifacendo l’immagine di Fairey con il meme di Trump Nope. Ma il berretto rosso da baseball divenuto simbolo della campagna presidenziale di Trump esposto in un teca di perspex al Design Museum, con le scritta “Make America Great Again” cucita in modo grossolano e certamente economico, ci ricorda che un design attento e curato non significa necessariamente un design efficace.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

A volte il “brutto e cattivo” può essere migliore. Il cappellino da baseball ha funzionato proprio per la sua semplicità, il suo essere alla portata dell’uomo (e donna, e bambino) comune, quello a cui Trump parlava – in netto contrasto con i distintivi ben fatti e attentamente disegnati della campagna di Hilary Clinton. Ho seguito con incredulità la terribile campagna presidenziale di Trump con la speranza che quella parte di americani che agitava i cappellini rossi ai suoi comizi rinsavisse e vedesse quando scandaloso fosse il loro candidato. Ma ora mi rendo conto che Trump ha vinto non a dispetto del cattivo design della sua campagna, ma proprio grazie ad esso.  Trump ha fatto sembrare il design di buon gusto sospetto.

Una cosa simile è accaduta per la campagna per il Referendum per Brexit nel 2016. Paragonato alla grafica nitida della campagna per restare nella EU Britain Stronger in Europe, progettato da esperti di branding o alla delicata bellezza dei poster disegnati dall’artista/fotografo Wolfgang Tillmans, i sottobicchieri da birra con la scritta Pro-Brexit “Stop Messing about!” (“smettiamola di scherzare!”), che sembrano disegnati al computer dal fondatore del pub Wetherspoons, Tim Martin sono di una semplicità sbalorditiva e, com del cappellino rosso di Trump, vanno direttamente al punto. Non si può fare a meno di essere colpiti dalla lucidità, ingegno e dalla creatività di questi oggetti.

Come l’arazzo creato dai grafici del quotidiano pro-Brexit The Sun per celebrare lo storico prestito alla Gran Bretagna da parte della Francia del famoso Arazzo di Bayeux un tessuto ricamato (non un vero e proprio arazzo, a dispetto del nome corrente) lungo 68,30 metri, realizzato in Normandia o in Inghilterra nella seconda metà dell’XI secolo, che descrive per immagini gli avvenimenti chiave relativi alla conquista normanna dell’Inghilterra del 1066, culminanti con la battaglia di Hastings. L’arazzo cartaceo del Sun, chiamato opportunamente Bye-EU Tapestry, è un esempio chiave di come la progettazione grafica può rappresentare diverse letture politiche degli stessi eventi e come tale, è un oggetto rilevante e divertente del dibattito nazionale. E sebbene sia ancora molto arrabbiata da Brexit (#Brexitshambles) non ho potuto non godermi la graffiante ironia dei grafici di questo quotidiano banderuola…

 

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Bye-EU tapestry (The Sun) Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

 

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Bye-EU tapestry (The Sun). Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

La mia preferita l’esilarante macchina in cui un Donald Trump in veste di cartomate predice la fortuna, anche se viste le profezie che escono da quella sua boccaccia, sarebbe meglio dire la sfortuna… Creata un mese prima delle elezioni presidenziali, la macchina voleva dare agli elettori un assaggio di cosa sarebbe stato avere Donald Trump come presidente senza doverlo eleggere. Evidentemente una macchina sola non è stata sufficiente per raggiungere abbastanza persone in un paese vasto come gli Stati Uniti, ma è geniale, anche se in modo vagamente raccapricciante.

20180609_144125
All-seeing Trump Machine. Hope to Nope, Design Museum. London 2018 © Paola Cacciari

La mostra giunge in un momento in cui i musei sono sempre più interessati alle immagini e della protesta, cercando freneticamente di tenere il passo acquisendo gli artefatti fisici degli eventi attuali. Lo spazio permanente “Rapid Response Collecting” creato dal Victoria and Albert Museum nel 2014, ha visto il berretto rosa Pussyhat, indossato nelle marce femminili 2017 contro Trump, entrare nella collezione permanente del museo londinese, insieme alla maglietta Nike Jeremy Corbyn (non approvata, almeno ufficialmente, né dalla Nike né dal Labour party).

Che dire? Sono tempi difficili. Speriamo di uscirne.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

2018 © Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Agosto

Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18

Design Museum designmuseum.org

 

 

 

 

 

Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

img005.tiff

Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

2018 ©Paola Cacciari

I settant’anni del Cavallino Rampante

“You’re not expecting to find Magnum PI in there, aren’t you?” mi chiede divertito la mia mia “dolce metà” mentre stiamo per varcare la soglia del Design Museum di High Street Kensington, pieno di adulti e bambini come la succursale di Hamleys (come tutti i musei di Londra in questi giorni d’altra prte). Lavorando noi stessi (io e la mia “dolce metà” dico…) in un museo, non avremmo mai rischiato la visita alla concorrenza l’ultimo fine settimana dell’anno, quando la Capitale straborda di turisti venuti a trascorrere il Capodanno e di indigeni in ferie impegnati a godersi le vacanze di Natale a tutti i costi. Ma sapendo bene la mia debolezza per il notorio telefilm degli anni Ottanta, dove un 35enne Tom Sellek dai folti baffoni impersonava lo squattrinato detective privato Thomas Magnum che, al servizio del celebre scrittore Robin Master, se ne andava in giro per le Hawaii a risolvere casi  indossando minuscoli shorts (che mostravano  le lunghe gambe muscolose…) alla guida di una Ferrari 308 GTS rossa. Inutile dire che ho seguito religiosamente le vicende di Magnum e della sua Ferrari per gli otto anni (1980-88) e i 163 episodi della durata della serie televisiva.

Che ogni volta che lo vedevo infilare quelle sue lunghe gambe muscolose nell’abitacolo e partire sgommando con un ruggito del motore, non potevo non sopprimere un mugolio di orgoglio patrio. E questo è il secondo motivo per cui adoro la Ferrari. Che quando si parla di Ferrari soprattutto quando si vive all’estero, si parla anche di orgoglio italiano, anzi regionale, anzi emiliano – soprattutto per qualcuno che come me è nato a 38 Km di distanza da Maranello. Non èl’Inno di Mameli, ma ci si avvicina.

26001400_10155252668446313_8134425293655386098_n
Design Museum. London © Paola Cacciari

Ma oltre a soddisfare l’orgoglio patrio con questa celebrazione dei settant’anni della casa di Maranello, Ferrari Under the Skin fa molto altro, offrendo agli amanti delle rosse di Maranello l’occasione di ficcanasare dietro le quinte della casa del Cavallino Rampante, dal suo debutto nel 1947 per arrivare ai modelli più recenti, come la nuova Ferrari Aperta del 2016. Inutile dire che i prestiti dal Museo Ferrari sono notevoli e vanno da disegni tecnici dell’archivio storico del Cavallino Rampante, a rari cimeli personali relativi alla vita di Enzo Ferrari. E poi motori originali e auto antiche e moderne, da corsa e da strada.

Ferrari Aperta hybrid. Design Museum. London © Paola Cacciari
La Ferrari Aperta -2016. Design Museum. London © Paola Cacciari

Ci sono modelli in argilla, costruiti per la galleria del vento, che dimostrano l’attenzione artistica oltre che tecnica che ha reso gli ingegneri del team Ferrari tra i più ambiti del mondo. In un filmato della sezione dedicata al Design and engineering, la Ferrari J50 prende forma sotto i nostri occhi, come una delicata scultura in argilla.

bc36c98d-0908-43fa-bb9f-2741d303ab63
Clay Model of the Ferrari J50, car released in 2016

Ma c’è molto altro oltre ad una serie di bellissime automobili. C’e’ la storia del Cavallino Rampante, per esempio. Un tempo simbolo del “Reggimento Piemonte Reale” fondato nel 1692 per volontà di Vittorio Amedeo II di Savoia e adottato da Francesco Baracca, uno tra i primi ufficiali di cavalleria del reggimento a entrare a far parte del “Battaglione aviatori” formato all‘inizio della prima guerra mondiale, Baracca prese a dipingere sulla fusoliera del suo aereo il cavallino rampante del reggimento – cavallino che finì per diventare il suo stemma personale. Questa iconica immagine, simbolo di coraggio e di velocità fu, nel 1923, affidata da Enrico e Paolina Baracca al vincitore della corsa sul “Circuito automobilistico del Savio” a Ravenna, per perpetuare la memoria del figlio Francesco caduto sul colle Montello (Treviso) durante la Grande Guerra. Il vincitore si chiamava Enzo Ferrari ed il resto è storia.

Enzo Anselmo Ferrari (1898-1988) non ha bisogno di presentazioni. Imprenditore, dirigente sportivo e pilota automobilistico italiano, nonche’ fondatore dell’omonima casa automobilistica, la cui sezione sportiva, la Scuderia Ferrari, conquistò in Formula 1, con lui ancora in vita, 9 campionati del mondo piloti e 8 campionati del mondo costruttori (grazie Wikipedia!)

Tra i cimeli in mostra ci sono anche i caschi di alcuni grandi piloti e un paio di tute da corsa racchuse in teche di vedtro. Una appartiene a Michael Schumacher, uno dei uno dei più grandi automobilisti sportivi di tutti i tempi rimasto gravemente ferito in un incidente sciistico nel dicembre 2013, mentre l’altra è appartenuta a Gilles Villeneuve, il pilota canadese morto in un terribile incidente sul circuito di Zolder, durante le prove di qualifica per il Gran Premio del Belgio 1982.

Lo ricordo come fosse ieri: io e il babbo davanti al televisore un pomeriggio di Maggio, impegnati a guardare le prove. Era il mio idolo Gilles Villeneuve. Era piccolo e agguerrito, un guerriero della pista e forse anche della vita – quello che avrei voluto essere io che invece ero solo una bambina di 11 anni che giocava a fare il maschiaccio. Poi all’improvviso quella terribile collisione e il corpo di Villeneuve, avvolto nella sua tuta bianca, sbalzato fuori dall’abitacolo per decine di metri come un fantoccio senza peso. La morte in diretta. Da allora non ho più guardato una corsa di Formula 1. Succede. #Ferrari70

Londra// fino al 15 Aprile 2018

Ferrari: Under the Skin @ The Design Museum

designmuseum.org

2017 ©Paola Cacciari