Architettura e salute in mostra alla wellcome Collection

Parliamo del bagno. O delle tubature interne che portano acqua corrente (quell’acqua corrente che solo qualche decennio fa era ancora un lusso per molti) ai nostri rubinetti. O del sistema di ventilazione, delle finestre con i doppi vetri e di tutte le altre cose che rendono le nostre case confortevoli e che sono utili alla nostra salute. Che chiunque si sia mai trovato a fare i conti con una caldaia rotta la vigilia di Natale, o un buco nella grondaia che ci allaga il soffitto durante l’immancabile temporale che ne segue, saprà com’è facile dare per scontato il funzionamento di una casa. Almeno fino al quando qualcosa non smette di funzionare.

E probabilmente dovremmo passare un po’ di più a lodare cose che diamo per scontate, come l’umile WC per esempio. Perché, come racconta la mostra della Wellcome Collection di Londra, le comodità sanitarie a cui siamo tutti così abituati non sono un lusso che abbiamo sempre avuto. Certamente non lo era al tempo delle mie nonne o subito dopo la guerra, quando mia madre era una bambina alla periferia di Bologna e il bagno era piccolo, buio e freddo, e stava nel cortile di casa.
Ho sempre pensato che la relazione tra architettura e salute fosse una scoperta recente. Come mi sbagliavo! Già Charles Dickens ci aveva pensato (e chi senno’??) nell’Ottocento quando aveva descritto i bassifondi della Londra vittoriana in Oliver Twist:

“Non si può fare nulla di efficace per migliorare le condizioni di vita dei poveri di Londra fintanto che le loro abitazioni non saranno costruite e in modo decente.”

Ma, nonostante avesse più volte denunciato la miseria dei poveri, Dickens non era un riformista sociale e il suo interesse si ferma qui. D’altronde, le descrizioni degli slums dell’East End di Londra sono sintomatiche di un periodo di rigida distinzione sociale, in cui le differenze tra chi ha è chi non ha sono a dir poco abissali. E basta leggerle insieme alla mappa di Londra redatta dal Sociologo e armatore britannico Charles Booth (1840-1916) per averne la conferma. Attento osservatore dei problemi economici riguardanti la senescenza dell’epoca vittoriana, Booth fu il primo ad individuare la relazione tra miseria e depravazione.

Part of Booth’s map of Whitechapel 1889. The red areas are “well-to-do”; the black areas are “semi-criminal”.

Dallo squallore vittoriano si passa poi al tentativo degli architetti modernisti di rivoluzionare l’edilizia residenziale con palazzoni dalle linee semplici e pulite situati in città giardino e villaggi modello. In un periodo in cui la tubercolosi dilaga, i benefici del sole e dell’aria pulita (in netto contrasto all’inquinamento della capitale vittoriana) diventano sempre più evidenti soprattutto per costruzione di edifici adibiti alla cura della malattia, i cosidetti sanatori, come quello creato da Alvar Aalto nel 1932 a Paimio, in Finlandia, con tanto di sedie speciali realizzate in compensato (come la cosiddetta sedia Paimio) progettatte esplicitamente per aiutare la respirazione dei pazienti sofferenti di tubercolosi.

Paimio chair designed by Alvar Aalto in the 1930

E se dalla lista di nomi di famosi riformatori e architetti, naturalmente non poteva mancare Le Corbusier (1887-1965), sono presenti anche idealisti come John Cadbury (1801-1889) il fondatore della famosa fabbrica di cioccolato e di Bournville, il villaggio modello a sud di Birmingham per gli operai che vi lavoravano, ed Henry Wellcome (1853-1936), imprenditore farmaceutico e fondatore della collezione che porta il suo nome che ha provato a progettare un nuovo modo di vivere con il Wellcomeville, mai realizzato. Reappresentanti del dopoguerra sono i casermoni “brutalisti” in cemento armato degli anni Sessanta e Settanta, come la Balfron Tower di Poplar progettata da Ernő Goldfinger (1902-1987) e la Pepys Estate a Deptfort, entambi quartieri deprivati della zona Est di Londra, considerate all’epoca come esempi pionieristici di case popolari e al giono d’oggi, come il simbolo del fallimento di quegli ideali

Ernő Goldfinger
Ernő Goldfinger

Il tributo alla Grenfell Tower alla fine della mostra mi lascia un po’ perplessa, che più che tra architettura e salute, la tragedia del grattacielo di Londra mi sembra un problema di architettura e sicurezza. Ma esco dalla mostra in testa le parole usate da Jack London ne Il popolo degli abissi  per commentare il suo “viaggio” nella selvaggia umanità nell’East End della Londra edoardiana, si chiede come fosse possibile che all’apice della sua potenza, glorioso” Impero britannico potesse ignorare in modo così plateale i bisogni di una parte cosi grande dei suoi sudditi (forse non era stato nella Russia degli zar…).Che sara’ anche passato un secolo, ma certe cose non sono cambiate poi cosi tanto e basta guardarsi un po’ attorno anche nel nostro super-tecnologico e civilizzato mondo contemporaneo, per realizzare che questa domanda è pertinente adesso come lo era nel 1903.

2018©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Marzo 2019

Living with Buildings @ Wellcome Collection

 

A Londra è l’ora del Campari

Quando a Londra entro in un coffee shop e chiedo un caffè, devo specificare che tipo: voglio un semplice espresso (singolo o doppio?), un espresso macchiato (caldo o freddo?), un cappuccino o un (caffè) latte? La scelta pare infinita e se non specifico il barista in questione è probabile che mi prepari un bicchierone di caffè americano. A meno che il barista non sia italiano. In questo caso, sentendo l’accento nostrano pronunciare le schioccanti consonanti doppie di “espreSSo”, e la parola “caffè” con l’accento sulla “e”, sorride e senza aggiungere altro mi mette davanti una tazzina fumante contenente pochi millilitri di liquido nero e profumato. That’s it. Non occorre altro. Allo stesso modo quando a Bologna chiedo un “bitter” al bar sotto casa di mio padre, il barista estrae dal frigo una bottiglietta triangolare colma di un liquido rosso rubino dal sapore amarognolo. Che di bitter c’è solo lui, il Campari.

Quello che non sapevo (o meglio, che mi sono mai posta il problema di sapere, come accede con tante cose con cui si cresce e che si danno per scontate) è fu il futurista Fortunato Depero a creare l’iconica bottiglietta conica a “calice rovesciato” del Campari Soda, lanciata sul mercato nel 1932 e tuttora in commercio (l’equivalente italiano della bottiglia della Coca-Cola… ). All’epoca il suo design, così semplice ed essenziale, con la scritta in rilievo sul vetro della bottiglietta (che rendeva obsoleta l’etichetta), era rivoluzionario. Ancora oggi rimane un punto di riferimento essenziale per il design.

Fondata a Milano nel 1860 da Gaspare Campari, che avviò nella città lombarda una distilleria, seguita    dall’apertura del Caffè Camparino, nell’elegante Galleria Vittorio Emanuele II, la società inizia la sua avventura internalionale grazie al figlio di Gaspare, Davide. Alla morte del fondatore, infatti, la gestione dell’azienda, già allora nota per il suo Bitter, passa a uno dei suoi cinque figli, Davide Campari, che nel 1896 cambia la denominazione in Gaspare Campari – Fratelli Campari Successori, iniziando a vendere la bevanda di famiglia, prima in tutta Italia e poi nel resto del mondo.

Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Questo nuovo prodotto, fabbricato dall’uomo e non soggetto ai capricci della natura come il vino, e completamente slegato dalla tradizione culturale del passto, rendeva il Campari Soda la bevanda ideale per un paese giovane come l’Italia ( che era stata unificata solo sette anni prima). E la rendeva perfetta anche per la nuova arte di pubblicità di massa.

Le prime campagne pubblicitarie, create all’inizio del Novecento, impiegano artisti come il triestino Marcello Dudovich (1878-1962) o il tedesco Adolf Hohenstein (1854-1928), associano il Campari con il glamour e la solare raffinatezza della borghesia della Belle Époque con i loro eleganti poster ispirati alla Seccessione Viennese.

Lo stile cambia drammaticamente con l’arrivo nel 1926 del suddetto Fortunato Depero (1892-1960). Lo stile di Depero, fatto di immagini astratte monotone, motivi tribali, slogan e figure stilizzate, così particolare e immediatamente riconoscibile, fa del pittore futurista l’esponente più entusiasta di questa nuova unione di arte, design e commercio. Ma Depero non fu l’unico artista che credere che l’arte del futuro sarebbe stata in gran parte fatta di pubblicità, a creare poster per la ditta Campari, come ci racconta The Art of Campari questa piccola e deliziosa mostra della Estorick Collection of Modern Italia Art.

Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Nel corso della sua storia, il marchio di fabbrica della ditta Campari è stato più volte modificato, anche sostanzialmente nel corso del XX secolo, seguendo i capricci e le evoluzioni del linguaggio grafico e dello stile del momento, collaborando con gli artisti d’avanguardia come commissionato alcune delle opere di design più innovative prodotte nell’Italia moderna come Marcello Nizzoli, Bruno Munari  e Ugo Nespolo e promuovendo allo stesso tempo le nuove tendenze dell’arte moderna italiana tra un pubblico sempre vasto.

Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Tutto ciò sotto il naso del regime fascista di Mussolini. Inizialmente, la visione del dittatore riecheggiò con i futuristi, ma le cose finiscono lì. Come mostrano gli allegri poster di Depero, il tentativo di Mussolini di imporre ad artisti e designer le sue richieste per un’arte che riflettesse l’immagine dell’Italia cattolica, agricola e familiare voluta dai Patti Lateranensi del 1929 furono allegramente ignorati e le pubblicità continuarono come prima. Pare che  pubblicitari avessero più libertà di espressione nell’Italia fascista, di quanto non accada nella moderna Gran Bretagna. Succede.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Settembre 2018

The Art of Campari
Estorick Collection of Modern Italian Art, London
www.estorickcollection.com

Gli acquerelli di Singer Sargent

Ah John Singer Sargent! L’americano che amava l’Europa e che dipingeva luminosi ritratti di ricchi aristocratici, attori e socialites della bell’époque con quella sua tecnica levigata dalla pennellata ricca di colore acceso! Quanto lo amo!

Nato a Firenze nel 1856, figlio di un noto chirurgo di Philadelphia che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica,  John Singer Sargent (1856-1925) si trasferisce precispitosamente in Inghilterra da Parigi nel 1884, quando lo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) rischia quasi di stroncare la sua carriera – aiutato in questo da un altro anglofilo convinto, lo scrittore Henry James.

Ma Sargent  aveva però un’altra passione oltre al suo lavoro di gettonatissimo ritrattista: l’acquerello. E di acquerelli questa mostra della Dulwich Picture Gallery ne mostra una quantità industriale e di qualità altissima – una testimonianza della continua ed inossidabile devozione del pittore statunitense a questa tecnica.

Detail of John Singer Sargent’s The Lady with the Umbrella (1911) Credit: Museum de Montserrat. Donated by J. Sala Ardiz. Image © Dani Rovira

Sargent torna sullo stesso soggetto ripetutamete , soprattutto quando si tratta di Venezia, citta’ che ama alla follia e dove torna ogni autunno per 15 anni e che dipinge in tutti i modi possibili e immaginabili con una devozione che rasenta l’ossessione. La sua Venezia dipinta dalla prospettiva ondeggiante di una gondola, cambia in continuazionecome la realtà di Pirandello.

John Singer Sargent’s The Church of Santa Maria della Salute, Venice (c1904-09). Photograph: Catarina Gomes Ferreira/Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbon

Il senso di libertà che deve aver provato al di fuori delle costrizioni della ritrattistica su commissione è palpabile cosi come l’influenza della fotografia. Si concentra sui primi piani, inquadrando la sua composizione proprio come un fotografo con la sua macchina fotografica. E così quando dipinge l’enorme statua del Nettuno della mia Bologna finisce con l’ignorare in modo pressoche completo la statua bronzea del Gigante e del suo tridente per concentrarsi invece sirene e sui delfini che stanno alla base della fontana.

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection
John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

Nei suoi acquerelli miriadi di persone sono impegnate a vivere la loro vita – operai, amici, soldati, famigliari: tutti sono dipinti con la stessa democratica brillantezza. E questa è la nota che colpisce di più: in un Europa sempre più divisa della lotte di classe, lo sguardo di Sargent va a posarsi su si soggetti immuni da tutto questo come i soldati al fronte per esempio, o i paesaggi alpini.

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge
Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Poi la Prima Guerra Mondiale arriva a porre fine all’avventura Sargent nel Vecchio Continente. L’americano non farà mai più ritorno nella sua amata Europa: nel panorama artistico del dopoguerra, dominato dalle Avanguardie di Picasso e Matisse, semplicemente non c’era più posto per lui. #SingerSangent

Londra//fino all’8 Ottobre 2017

al Dulwich Picture Gallery

http://www.dulwichpicturegallery.org.uk

 

Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett
Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London
Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

2017 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

Il libro dei bambini (The Children’s Book) A.S. Byatt

Figlia unica, dal carattere chiuso e solitario a tratti apertamente asociale e pertanto condannata (a sentire le maestre delle elementari) ad una vita solitaria, ho sempre avuto il pallino della Storia. Mi piace. Mi è sempre piaciuta. Mi è sempre piaciuto sapere il perchè e il percome delle cose, la cause e l’effetto e anche se sono sempre stata un fiasco con le date e i nomi delle battaglie, mi sarebbe piaciuto avere una macchina del tempo per saltare qua e là tra le epoche e passare un po’ di tempo, chessò, nella Roma Repubblicana tra Cicerone e Cesare e Ottaviano, nella Francia di Eleonora d’Aquitania a godermi il fior fiore della letteratura provenzale, nella Firenze di Dante e nella Mantova di Isabella d’Este. Non avendo la DeLorean di Ritorno al Futuro mi accontento del museo. Che a pensarci bene è la cosa più vicina ad una macchina del tempo. Basta avere un po’ di fantasia.

Gilded copper alloy candlestick, known as the 'Gloucester Candlestick', England, UK, early 12th century. Museum no. 7649-1861Oggi per esempio ho trascorso la giornata nell’Inghilterra della Regina Vittoria, quella dell’Estetismo, di Oscar Wilde e Aubrey Beardsley. Quella di William Morris e delle Arts and Crafts, dell’Orientalismo e dei Preraffaelliti. Mi aggiro tra le bacheche sfavillanti di gioielli e argenti Liberty, coloratissime ceramiche William de Morgan, delicati bicchieri di Philip Webb, abiti di velluto, mobili laccati in stile giapponese e mi sembra di essere uno dei personaggi del libro di A.S. Byatt che ho finito da poco di leggere e che tra le altre cose ha come protagonista anche questo museo. Basta aggirarsi al museo la mattina presto o la sera tardi per accorgersi che con le sue sterminate collezioni, il Victoria & Albert Museum è già di per se’ un luogo incantato. Ma nel libro lo diventa in tutto e per tutto.

220px-TheChildrensBook Qui, tra le infinite sale del museo di South Kensington, la scrittrice di libri per l’infanzia Olive Wellwood viene con i suoi figli per trarre ispirazione per la sua nuova storia. E qui, mentre conversa con Prosper Cain, curatore del museo, nota la misteriosa figura di un ragazzo intento a disegnare il candelabro di Gloucester, uno dei miei oggetti preferiti. Realizzato per la cattedrale di Gloucester all’inizio del XII secolo, è uno degli oggetti più rappresentativi della storia dell’arte inglese la cui ricca decorazione di fogliame dorato rivela piccole figure umane si muovono verso l’alto, impegnate in una lotta disperata con mostri spaventosi mentre cercano di raggiungere la luce della candela, simbolo di Dio

È il 1895 e da questo semplice episodio parte un romanzo che, attraverso le vicende di quattro famiglie e di molti altri personaggi, porta il lettore fino alla Prima Guerra Mondiale. Una miriade di personaggi ‘secondari’ circondano i Wellwood di Todefright, tra cui quella dello stravagante artista vasaio Benedict Fludd, il cui personaggio è modelato su quello del ceramista del rinascimento francese Bernard Palissy, mentre innumerevoli piccoli cammei sono dedicati anche a personaggi storici come William Morris e Oscar Wilde, ammalato e distrutto dopo essere uscito dal carcere e prossimo alla morte (avvenuta nel 1900), e ancora le suffragette, G. B. Shaw, Virginia Woolf e James Barrie, il ‘padre’ di Peter Pan.

Un periodo eccezionale quello, nel bene e nel male. Ora più che mai mi chiedo chissà cosa rimarrà di questa nostra epoca. Ai posteri l’ardua sentenza…

2016 ©Paola Cacciari

Le figlie dei fiori: a Londra Liberty in Fashion

Non è un mistero che il mio passatempo preferito sia andare in giro per musei di Londra. Il Fashion and Textiles Museum nel quartiere di Bermondsey è una “scoperta” relativamente recente (vedi storia del costume da bagno) anche se ne conoscevo l’esistenza da anni, ed ora è uno dei miei preferiti, vicino com’è al Tamigi e alla Torre di Londra.  Come ho ho avuto occasione di dire in precedenza, Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea e ancora per qualche giorno ospita una mostra super interessante dal titolo Liberty in Fashion.

Liberty (4)
Liberty &. C. London, 2014. Photo by Paola Cacciari

In Italia Stile Liberty è sinonimo di Art Nouveau. Ma in realtà il nome deriva da quello della ditta omonima fondata nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty (1843-1917) il figlio primogenito di un commerciante di stoffe di Chesham che con grande spirito di iniziativa ha cambiato il corso della storia del costume. Impiegato nei grandi magazzini in Regent Street di proprietà della Farmer & Rogers, Arthur Liberty ne era diventa in breve tempo il responsabile; ma quando la ditta lo rifiuta come socio allora il nostro eroe capisce che è giunto il momento di spiccare il volo. E nel 1875 crea Liberty & Co. un negozio specializzato in tessuti, ornamenti e oggetti d’arte importati dall’Oriente

La mania per l’arte e la cultura giapponese che aveva investito l’Europa nella seconda meta’ dell’XIX secolo in seguito alla Restaurazione Meiji del 1868, fa sì che il Giappone ponga fine al tradizionale isolamento, aprendosi i suoi porti al commercio con l’Occidente.  E, come spesso accade con le novità, il mondo diventa improvvisamente pazzo per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante e Liberty, lungimirante come al solito, da subito comincia a ricercare oggetti provenenti dall’estremo oriente per soddisfare la mania per il Giapponismo e l’Orientalismo in genere che aveva investito Londra e l’Inghilterra alla vigilia del nuovo secolo. La purezza delle linee dell’arte giapponese, la semplicità e il naturalismo del suo modellato avranno un’influenza determinate non solo sull’arte Britannica ed europea, ma anche sul costume femminile: non a caso Liberty diventa sinonimo di esotismo e indumenti come il Kimono, che sono alla base di vestaglie e abiti avvolgenti, diventano tipico del Liberty look.

FashionTextilesMuseum LIberty (12)
Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Questa possibilità non sfuggi ad Artur liberty che, quando aprì al mondo le porte del suo ‘bazar orientale’ in Regent Street, decise che non avrebbe seguito la moda esistente, ma ne avrebbe create di nuove. E lo fece non solo incoraggiando gli artisti e artigiani delle Arts and Crafts , ma anche i seguaci del nuovo stile Art Nouveau e dell’Estetismo.

Ma se tutti gli ggetti in vendita erano di alto valore artistico, Liberty divenne noto a livello internazionale per i suoi tessuti morbidi, ideali per la moda fluida favorita dall’Estetismo. Questo movimenti infatti, promuoveva abiti dalla linea fluida che celebravano la linea naturale del corpo femminile anziché costringerlo  nei corsetti e nelle imbottiture che caratterizzavano l’abbigliamento femminile degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e presto il nome ‘seta Liberty’ diventa sinonimo del materiale utilizzato da sarte e modiste per l’artistic dress, l’abito artistico prediletto dalle anticonvenzionali signore associate al movimento, indipendentemente dal fatto che provenisse da da Liberty o meno. L’assenza di decorazione applicate, nastri, piume (etc etc.) porta allo sviluppo del ricamo.

 Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari
Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La sua merce ebbe un successone tra gli artisti dell’epoca e personaggi come Oscar Wilde, Dante Gabriel Rossetti, Ellen Terry, James McNeill Whistler e Frederick Leighton furono tra i suoi primi clienti. Le vetrine del suo negozio, un vero e proprio arcobaleno di tessuti  stampati e divennero un’attrazione turistica. Non sorprende gli furono commissionati i costumi per il cast originale del Mikado di Gilbert e Sullivan.

Gli affari andavano così bene che, nel 1924, l’azienda si trasferisce nell’incantevole edificio Arts and Crafts di Great Marlborough Street, che è ancora la sua sede. Disegnato dagli architetto Edwin Thomas Hall, la costruzione, in stile mock Tudor come viene chiamato il revival dell’architettura Tudor ed Elisabettiana che caratterizza l’Epoca Edoardiana, incorpora anche le travi di due vecchie navi da guerra nella facciata la HMS Impregnable e la HMS Hindustan, il cui legno stagionato conferisce quell’alone di autenticità che fa sì che i turisti spesso scambino l’edificio per un vero superstite dell’epoca Tudor.

Liberty & C 004
Liberty & C. London, 2014. Photo by Paola Cacciar

I delicati motivi floreali che Liberty aveva cominciato a produrre già da prima della Prima Guerra Mondiale, diventano largamente popolari nel periodo tra le due guerre con il revival dell punto smock per i capi di abbigliamento femminili, un motivo decorativo utilizzato dai lavoratori agricoli nel XVIII e XIX secolo e che Liberty utilizza principalmente per l’abbigliamento dei bambini. confermo: da bambina avevo anch’io un abitino simile…)

blog

I romantici fiori Liberty raggiungono nuove punte di popolarità negli anni Cinquanta che porta alla creazione del Liberty Design Studio, mirato a creare il meglio in fatto di abbigliamento. Ma chi credeva che l’avvento della Swinging London fosse la fine per questi tessuti colorati si sbagliava di grosso, che le stampe Liberty sono riproposte con rinnovato vigore anche negli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni di stilisti come Mary Quant e Jean Muir che li rivitalizzano, facendone simbolo di una moda giovane e libera, romantica e anticonvenzionale.

 Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari
Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Gran parte dei pezzi presenti alla mostra del Fashion and Textile Museum provengono dalla collezione privata di Mark e Cleo Butterfield, una coppia di coniugi appassionati di tessuti Liberty che negli anni Sessanta hanno setacciarono i mercatini di Portobello e Kensington alla ricerca di questi – ora preziosissimi – abiti e tessuti per la loro collezione. Vero e proprio paradiso per disegnatori, costumisti teatrali e cinematografici e oltre che da stilisti come Vivienne Westwood e da marchi come Nike, la loro collezione è stata usata di recente per creare gli abiti indossati da Eddie Redmayne nel film The Danish Girl.

2016 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 28 Febbraio 2016

Liberty in Fashion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

 

 

L’epoca edoardiana. Ovvero: fuga nella bellezza

Con l’ascesa la trono di Edoardo VII il 22 Gennaio del 1901, l’Inghilterra si trasforma da un giorno all’altro. A sessant’anni il re non era più un ragazzino e grazie all’ostinato rifiuto della Regina Vittoria, sua madre, di coinvolgerlo negli affari di stato, a “Bertie” (com’era noto in famiglia – il suo vero nome era Albert Edward) non era rimasto altro che attendere pazientemente il suo turno al timone della nazione ingannando l’attesa tra viaggi, cavalli, amanti e amicizie non proprio raccomandabili. Non sorprende pertanto che l’atteggiamento a dir poco “epicureo” del sovrano abbia contribuito a creare quell’immagine dell’epoca edoardiana come età romantic, fatta di lunghi pomeriggi estivi, di ricevimenti all’aperto, di partite di tennis e pedalate in campagna; di donne eleganti che indossano immacolate pettorine di pizzo e acconciature rigonfie che incorniciano il viso e da uomini in paglietta e ghette. Un’immagine che sembra uscita da un quadro di John Singer Sargent (1856-1925), non a caso il più grande ritrattista dell’epoca edoardiana, e che pur non essendo falsa (quella di Edoardo VII fu davvero un’ età di piacere e di opulenza) non racconta tuttavia l’intera storia.

John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection
John Singer Sargent- Group with Parasols, c.1904–5. Copyright: Private collection

Quello a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu un periodo di grande transizione in cui passato e futuro vanno di pari passo in modo quasi schizzofrenico. Ma l’ottimismo della Bell’Epoque che già cominicia a sostituirsi alla severità vittoriana a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, è superficiale e nasconde in realtà potenti forze sotterranee che minano dal profondo la struttura della società. Questi sono gli anni del socialismo, dei diritti del lavoratori e del movimento per il suffragio femminile. Ma soprattutto, questi sono anni caratterizzati da un profondo vuoto religioso che viene ansiosamente riempito da “culti” alternativi.

Il culto dell’Impero era uno di questi. Il successo e la longevità dell’Impero britannico sono da attribuirsi principalmente alla (quasi) “superomistica” convinzione che la sobrietà e rettitudine morale che lo caratterizzavano, rendessero il modello di vita britannico, superiore a quello di altri paesi e che per questo tale modello fosse degno di essere esportato nel mondo. Il culto dell’Impero vede il sostituirsi ai luoghi classici del Grand Tour europeo l’India misteriosa, l’Africa nera e la lontana Australia, mentre la musica di Edward William Elgar (1857-1934), i romanzi esotici di Rudyard Kipling (1865-1936) e l’imponente architettura di Sir Aston Webb (1849-1930) ne gridano al mondo l’impegno e le virtù civili. Ma con la superficie dell’Impero cresce anche l’isolamento intellettuale della Gran Bretagna, che mai come in questo periodo guarda con sospetto a tutto quanto viene dall’Europa, sopratutto se francese.

1.Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 - National Portrait Gallery, London
Napoleon Sarony – Oscar Wilde- 1882 – National Portrait Gallery, London

Coloro che rispondono al richiamo del Continente, come Oscar Wilde (1854-1900) e Aubrey Beardsley (1872-1898), sono additati come esempi viventi di depravazione e decadenza. Benvenuti nel mondo dei figli del Decadentismo, gli esteti, coloro che non hanno altro dio all’infuori della Bellezza.

Sarà proprio profondo malessere sociale che attraversa la società britannica a cavallo tra i due secoli una delle cause principali della nascita dell’Estetismo. Colpa del diritto di voto (almeno per gli uomini e solo se borghesi…) che aveva allargato la società e sfumato le tradizionali barriere che separavano le classi sociali. Con l’avvento della “cultura di massa” promossa dalla società vittoriana, le arti che prima erano predominio di un ristretto circolo di pochi eletti, erano diventate accessibili (sebbene in forme diverse) anche al popolino della working class. A questo si aggiunse l’avvento delle ferrovie che aveva reso gli spostamenti facili ed economici, permettendo così persino alla classe operaia di andare in vacanza. Davanti a tanta sovversione sociale, agli aristocratici e agli artisti non restano cose come che il “gusto” e lo “stile” per continuare a distinguersi dagli strati inferiori della società.

Artist Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection co Christie
Frederic, Lord Leighton – Pavonia- 1858-59 © Private Collection c/o Christie‚

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Tra lo sgomento del grande critico d’arte John Ruskin (1819-1900), per il quale l’arte andava di pari passo con la moralità, la pittura narrativa ed edificante che aveva caratterizzato l’età vittoriana lascia il posto alle sensuali bellezze del maturo Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), al raffinato virtuosismo formale di Edward Coley Burne-Jones (1833-1898), alle scene di vita romana di Lawrence Alma-Tadema (1836-1912) e di Frederic Leighton (1830-1896), al colore monocromatcio e alle forme semplificate che già preannuciano le strazioni moderniste di James McNeill Whistler (1834-1903). Ironia della sorte, ciò che inizia come un esperimento privato tra un gruppo di amici residenti tra Chelsea e Holland Park, finisce con il diventare patrimonio di tutti quando, nel 1875, Arthur Liberty (1843-1917) apre Liberty & Co, il grande magazzino che prende il suo nome in Regent Street, rendendo così –paradossalmente – la bellezza alla portata di tutti.

Ma un tale cambiamento non rimane confinato alla solamente alla pittura. Per secoli relegata a lapidi, tombe e busti celebrativi, durante l’Estetismo anche la scultura si allontana dai soggetti celebrativi tipicamente vittoriani per esprimere nuove emozioni, sensazioni e una nuova spiritualità, grazie all’opera di artisti come il suddetto Lord Leighton (che oltre ad essere un fantastico pittore era anche uno scultore di tutto rispetto) ed Alfred Gilbert (1854-1934) la cui scultura più famosa è forse il piccolo Eros di bronzo che fa bella mostra di sé a Piccadilly Circus del 1893.

Liberty. London. 2014© Paola Cacciari
Liberty. London. 2014© Paola Cacciari

Diversamente da quanto era accaduto in Francia e in Russia, in Inghilterra non ci furono rivoluzioni a rompere con lo status quo. Al contrario. Invece che guardarla con sospetto, la società britannica vede l’aristocrazia come l’incarnazione stessa della cultura Britannica: un modello a cui aspirare piuttosto che distruggere. E questo ci porta ad un altro culto dell’epoca edoardiana, quello della riscoperta del glorioso passato inglese.

Iniziato nel XVIII con Horace Walpole (1717-1797), l’ossessione per il passato medievale inglese si intensifica nella seconda metà nell’Ottocento portando, oltre alle Arts and Crafts di William Morris, anche alla nascita di istituzioni come il National Trust (fondato nel 1895), volte a salvaguardare monumenti antichi. Ossessionata com’era dallo stile di vita aristocratico, la classe media non badava a spese per imitare l’aristocrazia nello sforzo di resuscitare l’età d’oro dei Tudor, con la sua eclettica architettura in mattoni rossi e travi a vista. Il fatto che quella fosse un’epoca patriarcale, gerarchica, maschilista e intrinsecamente ostile alle donne non sembrava preoccupare nessuno, se non le Suffragette.

Resta il fatto che quella edoardiana fu un’età d’oro per l’architettura domestica, con personaggi come Charles Francis Annesley Voysey (1857–1941) e Charles Robert Ashbee (1863-1942) che con la loro architettura spiccatamente originale lasciano la loro impronta non solo a Londra, ma in tutta la Gran Bretagna. Costruite per sembrare antiche, le nuove case borghesi e sono irregolari, discrete e armonicamente inserite in un paesaggio che (al contrario delle grandi country houses delle epoche Tudor ed elisabettiana) non vogliono più dominare, ma a cui vogliono appartenere. In questo nulla è più perfetto della magnifica Standen, costruita tra 1892 il 1894 da Philip Webb (1831-1915), il creatore della Red House di William Morris. Costruita per il ricco avvocato londinese James Beale e la sua famiglia, Standen è una poesia di legno e mattoni, decorata da sublimi interni Arts and Crafs; immersa nel verde della Contea del West Sussex, a circa un’ora di treno da Londra, era tuttavia fornita di ogni comfort e persino della luce elettrica!

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff
Standen, National Trust

Con la morte di Edoardo VII il 6 Maggio 1910 si chiude un età di opulenza e di piacere. Chissà quale strada avrebbe intrapreso l’Inghilterra se gli orrori della Prima Guerra Mondiale non avessero catapultato la Nazione nel Modernismo.

2015©Paola Cacciari

pubblicato su Londonita

Eric Ravilious e il Modernismo romantico

Se dicessi che conosco l’opera di Eric William Ravilious (1903-1942) direi una bugia, che prima di lavorare al museo (il mio bellissimo, adorato museo!) non ne avevo mai sentito parlare. E se qualche giornata trascorsa nelle sale della ceramica, mi ha illuminato su quella parte della sua arte che riguarda la sua collaborazione con Wedgwood, la famosa manifattura inglese di ceramica fine con sede nello Staffordshire per cui il nostro pittore ha realizzato una serie di tazze per celebrare l’incoronazione di Re Edoardo VIII (tazze che poi furono opportunamente modificate dopo la sua abdicazione con il nome del fratello, salito al trono come Giorgio VI) o quelle deliziose mugs con l’alfabeto create nel 1937, la mostra della Dulwich Picture Gallery è stata una piacevole scoperta.

Eric Ravilious (designer) Wedgwood (maker) Victoria and Albert Museum
Eric Ravilious (designer)
Wedgwood (maker) Victoria and Albert Museum

Adoro questo piccolo museo nel Sud di Londra, uno dei più antichi della capitale costruito dall’architetto John Soane e aperta al pubblico nel 1817. Ma arrivarci da casa mia è davvero scomodo, e cerco di andarci solo quando c’è davvero qualcosa che voglio vedere – e anche questo non è un’assicurazione che il viaggio ne valga la pena (una mostra su James Abbott McNeill Whistler che davvero volevo vedere si è rivelata essere una vera fregatura). Ma ieri, ombrello e occhiali da sale nello zaino che a Londra non si sa mai, io e la mia dolce metà ci siamo avventurati nel profondo Sud-Est londinese, per una volta completamente all’oscuro sul cosa avremmo trovato, semplicemente basandoci sulle recensioni lette nel Time Out London e contagiati dell’entusiasmo di una collega del museo che su Ravilious ha finito per scriverci la tesi di Master. E davvero ne è valsa la pena…

The Westbury Horse' by Eric Ravilious, 1939, watercolour on paper
The Westbury Horse’ by Eric Ravilious, 1939, watercolour on paper

Non ci sono tazze o insalatiere e tantomeno le incisioni per cui era (a quanto pare) così famoso in tutta la Gran Bretagna in mostra alla Dulwich Picture Gallery, ma solo un’ottantina di luminosi acquerelli che uno non si stancherebbe mai di guardare. Si tratta della prima grande retrospettiva dedicata a questo artista che ha per oggetto solo ed esclusivamente la sua attività di pittore. È un mondo magico e delicato quello di Ravilious, fatto di sfumature transparenti, di cieli plumbei e di raggi di sole e di campagne verdi in cui il vecchio e il nuovo si incontrano e convivono.

Ravilious photo by Phyllis Dodd from Fry Art Gallery
Eric Ravilious photo by Phyllis Dodd from Fry Art Gallery

Ravilious era un pittore tipicamente britannico – una sua foto che ho trovato in internet lo ritrae in tweed, il ciuffo biondo leggermente spettinato, come se fosse appena sceso dalla sua biciletta dopo una pedalata nella verde campagna di uno dei paesaggi delle South Downs inglesi che tanto amava dipingere. Forse è stata proprio questa sua delicatezza tipicamente britannica nell’uso dell’acquerello è una delle ragioni per cui questo geniale pittore è praticamente sconosciuto al di fuori di confine della Gran Bretagna. Questo e il fatto che morì a soli 39 anni: troppo presto per farsi un nome all’estero.

04cefb5d-71bc-4a82-adfc-b16afdccb2f1-620x509
Train landscape 1939 (3rd Class, Westbury Horse) by Eric Ravilious

Nominato artista ufficiale di Guerra nel 1939 e Capitano onorario nei Royal Marines, a differenza di altri grandi artisti di guerra come Paul Nash o Singer Sargent, Ravilious non muta il suo stile per adeguarsi al lugubre e severo soggetto della Guerra che resta quello gioioso e colorato dei suoi acquerelli dipinti in tempo di pace – il che non fa altro che accentuare il senso di sinistra irrealtà delle immagini. L’aereo su cui era partito per una missione di salvataggio sull’Islanda precipita in mare e lui è dato per disperso. Con la sua morte la sua prolifica produzione di immagini cessa bruscamente e così la mostra. E mentre guardo i suoi gioiosi acquerelli mi chiedo cosa sarebbe sarebbe diventato se fosse vissuto.

Ravilious Dangerous Work At Low Tide
Ravilious Dangerous Work At Low Tide

2015 © Paola Cacciari

Londra// fino al 31 Agosto 2015

Ravilious

Dulwich Picture Gallery, Gallery Road, London SE21 7AD

dulwichpicturegallery.org.uk

Il popolo delle corse: il Derby di Epsom

Tutti conoscono Royal Ascot, ma una delle più prestigiose corse di galoppo della Gran Bretagna si tiene il primo fine settimana di Giugno ad Epsom, nella contea di Surrey a poco più di mezz’ora di treno da Londra. Qui, dal 1779 si corre il Derby, la famosa corsa di galoppo che prende il nome da Edward Smith Stanley, XII Conte di Derby. In passato si correva di Mercoledì o di Giovedì e la folla accorreva da Londra e dintorni per assistere alle corse dei cavalli. Il Derby era così popolare che tra la fine del XIX e l’inizio del XX il parlamento britannico aveva persino deciso di aggiornare le sedute in quei giorni per permettere ai suoi membri di partecipare all’evento!

Epsom Derby © Paola Cacciari
Epsom Derby © Paola Cacciari

Ma la passione del popolo britannico per le corse dei cavalli è di lunga data, importata pare dai soldati romani di stanza nello Yorkshire nel III secolo D.C. , anche se il prima testimonianza scritta che cita “cavalli da corsa” pare risalire al IX-X secolo. E se già nel XVI secolo, durante il regno di Enrico VIII furono promulgate una serie di leggi per regolare l’allevamento di questi splendidi animali, fu solo nel XVIII secolo che le corse di cavalli raggiunsero l’apice della popolarità con la fondazione nel 1750 di The Jockey Club. Si trattava di una struttura di controllo nazionale riservata allo sport e che ancora oggi esiste con il nome di British Horseracing Authority (Federazione Britannica degli Sport Equestri) e che ha lo scopo di proteggere la tradizione e l’allevamento dei purosangue da corsa.

Emily Davison
Emily Davison

Certo è che corse di cavalli sono sicuramente uno dei passatempi preferiti della regina Elisabetta II e da sempre la famiglia reale possiede una scuderia di cavalli vincenti. Tra questi c’era anche Anmer, il cavallo di re Giorgio V (1865-1936) cavalcato dal fantino Herbert Jones, i cui nomi però sono entarti nella storia del Derby per aver travolto, il 4 Giugno 1913, la suffragetta Emily Davison. Entrata nel recinto dell’ippodromo mentre i cavalli erano lanciati al galoppo, la donna cercò di afferrare le briglie del cavallo forse con l’idea di attaccarvi la bandiera viola, bianca e verde del WSPU (Women’s Social and Political Union) per farla sventolare fino al traguardo per promuovere, in occasione di un avvenimento tra i più importanti del calendario britannico, con questo gesto così audace la causa del movimento delle Suffragette e del voto alle donne. Cavallo e fantino caddero, ma si ripresero entrambi furono in grado di correre ad Ascot due settimane più tardi, mentre la donna ebbe la peggio e morì all’ospedale di Epsom quattro giorni dopo.

Il Derby era anche una di quelle occasioni (davvero pochine nel calendario vittoriano) in cui le barriere sociali cadevano e persone di classe sociali diverse si ritrovavano per un giorno o due a frequentare lo stesso ambiente; e basta guardare la confusion colorata del dipinto di William Powell Frith (1819-1909) intitolato guarda caso The Derby Day per avere un’idea dell’atmosfera specialissima di questa giornata.

William_Powell_Frith_-_The_Derby_Day_-_Google_Art_Project
WilliamPowell Frith, The Derby Day. Tate Britain

Ancora oggi non molto sembra essere cambiato dall’epoca vittoriana: ogni anno migliaia di spettatori si riversano all’ippodromo per assistere ad una delle corse più prestigiose della Gran Bretagna, inclusa la sottoscritta. Ma oggi come ieri, la socializzazione è solo apparente. E mentre i comuni mortali (come io e il mio boyfriend) se ne stanno sul prato a fare il pic-nic bevendo birra, i V.I.P.  (o chi per loro) se ne stanno tranquilli in tribuna con in guanti e cappello a sorseggiare champagne. Con buona pace dell’uguaglianza.

1402149208024_lc_galleryImage_EPSOM_ENGLAND_JUNE_07_Cri

By Paola Cacciari

Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde, Franny Moyle

Poco si sapeva di Constance Wilde prima che la scrittrice inglese Franny Moyle le dedicasse una biografia. La sua esitenza – come spesso accade a quella delle mogli e delle compagne di uomini famosi – diventa funzionale al personaggio del marito, una sorta di Luna al sole del compagno. 

Lo stesso accade a Cosntance, per anni rimasta prgioniera del personaggio di moglie paziente, fedele al marito Oscar anche quando fu accusato di=el reato di omosessualità, processato e condannato a due anni di carcere e lavori forzati.

Ma non fu sempre così. Attingendo ad una fino ad’ora poco esplorata miniera di lettere scritte dall’instancabile Constance, Franny Moyle ci regala un affascinante ritratto di una donna la cui vita e le cui conquiste sono state troppo a lungo dimenticate.

constance-wilde-007
Constance Wilde. Photograph: Williams Andrews Clark Memorial Library, University of California

È la Primavera del 1895. Constance Lloyd (1858-1898) – giornalista, autrice di letteratura per l’infanzia, modello di stile e moda e femminista attivamente impegnata nella lotta per i diritti delle donne – vede la sua vita sconvolta oltre ogni aspettativa quando suo marito, Oscar Wilde, si trova coinvolto in un processo che lo vedrà condannato per crimini omossessuali.
Già nel 1991 Lord Alfred Bosie Douglas detto “Bosie”, aveva preso il suo posto nel cuore dell’adorato Oscar. Colta nel mezzo di uno scandalo pubblico di dimensioni epiche, Constance (che è pur sempre una donna vittoriana e come tale prigioniera di certe convenzioni) è costretta a fuggire, abbandonando Londra e l’Inghilterra, portando con se i suoi figli Cyril e Vyvyan e lasciandosi dietro la sua bella casa, le sue lotte politiche e sociali ed una brillante carriera letteraria. Deve lasciare persino il suo cognome, Wilde, che la donna cambia in Holland, per dissociarsi dallo scandalo che aveva distrutto la sua vita. Morì a Genova nel 1898, e la sua tomba si trova tutt’ora nel Cimitero monumentale di Staglieno

Per chi legge in inglese: Constance: The Tragic and Scandalous Life of Mrs Oscar Wilde.

2015 ©Paola Cacciari

9781848541627