Nicholas Hiliard, Isacc Oliver e la miniatura elisabettiana

Nella botte piccola ci sta il vino buono” diceva sempre mia nonna. E aveva ragione, che davvero a volte “meno è meglio”. Anche se, data la loro squisita preziosita, quest’aultimo proverbio non si applicata tanto ai ritratti miniati dell’epoca elisabettiana. Teche e teche piene di piccoli, preziosi dipinti che emergono scintillanti come gioielli dalla penombra delle sale della National Portrait Gallery: benvenuti nel magico mondo di Nicholas Hiliard, Isaac Oliver e della miniatura elisabettiana.

I ritratti miniati (allora conosciuti come “limnings”) costituiscono l’apice della pittura inglese nel XVI e all’inizio del XVII secolo; erano apprezzati dall’aristocrazia come doni diplomatici, espressioni di fedeltà al monarca e spesso simboli d’amore. I due più brillanti esponenti del mestiere erano Nicholas Hilliard e Isaac Oliver, le cui raffinate rappresentazioni di cortigiani, aristocratici e sovrani e ci portano letteralmente faccia a faccia con la società elisabettiana e giacobina – solo in formato  ridotto.

E queste miniature, così definite non per le loro minuscole dimensioni, ma dalla tecnica e dal materiale impiegato per la la loro creazione (l’acquerello su pergamena, come in un manoscritto miniato) erano oggetti di lusso intesi per pochi, soprattutti i ricchi e potenti (che sorpresa!!). Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello.

Mi aggiro da una teca all’altra con la lente d’ingrandimento in mano, attenta ad infilarmi veloce in ogni spazio lascitao libero da altri visitatori che si aggirano a loro volta con la lente d’ingrandimento in mano nella galleria buia. Il Victoria and Albert Museum possiede una magnifica collezione di ritratti miniati, molti dei quali sono in prestito, insieme all’esuberante immagine del grande un navigatore, corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh (che, a proposito, era perfettamente in forma), il favorito di Elisabetta I, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584, che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore. Ah, e naturalmente da questa parata di personaggi famosi non mancano Elisabetta I e i più grandi artisti, poeti e scrittori di il tempo.

Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.
Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.

È come sfogliare una copia di Tatler di mezzo secolo fa, solo che invece delle periperipezie dei rampolli dell’upper class britannica, ci troviamo faccia a faccia con lo sguardo abbagliante di Walter Raleigh, il leggendario un navigatore, corsaro e poeta favorito di Elisabetta I e che, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584 (che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore). O con Robert Devereux, il secondo conte dell’Essex allora diciassettenne che, ritratto con aria sognante tra le rose, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta. Che i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici.

Questi dipinti in miniatura sono veri e propri gioielli. Una mano ferma era il requisito più importante. Questi artisti dovevano ottenere una somiglianza in due o tre sedute della durata di non più di un’ora – come Holbein o Van Dyck – ma su un pezzo di pergamena non più grande di una carta da gioco. E le carte erano la forma più comune di supporto; un ritratto di Elisabetta I, in questo spettacolo, ha la Regina di Cuori incollata sul retro. C’è ironia nell’arte dei miniaturisti.

Basta guardare il bel volto dello stesso Hilliard, che trasuda vitalità da tutti i pori. Considerando che gli autoritratti nel’Inghilterra del XVI secolo sono così rari, questa miniatura il giovane pittore si presenta al suo pubblico come un aristocratico non solo è una rarità, ma è soprattutto un incredibile momento di autoaffermazione tutta rinascimentale da parte dell’artista. Stimato da dinastie come i Medici, gli Asburgo e i Borboni, Hiliard fu paragonato dai suoi contemporaniei a Raffaello. E vi posso assicurare che il paragone ci sta.

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 19 Maggio 2019

Elizabethan Treasures: Miniatures by Hilliard and Oliver @National Portrait gallery

Hamlet @ Harold Pinter Theatre (Almeida Transfer)

Come dice il mio bravissimo Rory di All Theatre Reviews, Amleto non ha bisogno di presentazioni. Se poi oltre al genio di Shakespeare si unisce il fatto che a vestire i panni del nevrotico Principe di Danimarca c’era Andrew Scott, il terribile Jim Moriarty nemesi dello Sherlock interpretato da Benedict Cumberbatch, si capisce che la combinazione era troppo golosa per lasciarsela scappare. Un’esperienza che neppure i biglietti economici a sole £15 sterline che io e la mia dolce meta’ siamo riusciti ad assicurarci ha diminuito. Ode al West Est! To be or not to be…

All Theatre Reviews

Hamlet @ Harold Pinter Theatre

Monday 19/06/17

Cast Includes Andrew Scott, Juliet Stevenson and Angus Wright

Running Time: 3 hours 30 mins, inc. Interval and ‘Pause’

 

Hamlet needs no introduction. As Shakespeare’s longest work, and yet one of those most appealing to actors, it has recently been frequently revived in the West End – the past few years have seen David Tennant and Benedict Cumberbatch both take on the part. It is Cumberbatch’s Sherlock co-star Andrew Scott who takes on the role in this production that has transferred from the Almeida with direction by Robert Icke.

One of the first and most major things to comment on is Scott’s central performance, which is truly amazing. He makes the verse sound fresh and spontaneous, giving the piece a true vitality throughout, with each major speech being made his own. He also manages to inject a lot of humour in the…

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La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Young Man among Roses, by Nicholas Hiliard, 1587.

 

I have always been fascinated by Elizabethan England. Like Italian art, it revelled in hidden symbols; but, unlike the Italians, the Elizabethans had no use for the kind of realistic visual art that existed in contemporary Italy.

A Young Man Amongst Roses by Nicholas Hilliard, 1585-95. Museum no. P.163-1910, © Victoria and Albert Museum, LondonDuring the Elizabethan times, the visual arts retreated in favour of a series on symbols as signs, they become a sort of visual text. While in Italy frescos and canvases in large dimensions were the norm, in England Nicholas Hiliard was painting his little portable gems. To me, he was the greatest master of the English miniature.

Hiliard’s portrait miniatures are the perfect examples of the visual arts of a country very different from 16th century Italy. They were exchanged as a symbol of love, friendship and loyalty: they were intimate objects, not for show, but to be carried everywhere, like a photo today. They have the immediacy of a snapshot and the preciousness of a jewel and, like contemporary Italian art, they are steeped in hidden symbols.

My favourite is the Young Man among Roses in the British Galleries, at the Victoria and Albert Museum. It was made in 1587, when the tradition of falling in love with the monarch was still alive and Elizabeth exerted her authority on her male courtiers according to the rules of Courtly Love. This young man wears the Queen’s colours, the black and white, therefore declaring his secret passion for her and, with hand on heart, swears his eternal devotion. The man is presumed to be Robert Devereux, 2nd Earl of Essex, the Queen’s young favourite, who at this date was seventeen years old to the Queen’s sixty. Only a few years later, however, in 1601, he would be at the centre of a conspiracy to overthrow Elizabeth and take power. It all ended very badly, with the Queen heartbroken and Essex losing his head on Tower Green, the last person to be beheaded in the Tower of London. Nothing is what it seems…

 

Buon compleanno Hampton Court!

Mese ricco mi ci ficco. Ok, il proverbio non diceva proprio così ma ci siamo capiti. Che l’Aprile londinese è un mese davvero ricco in fatto di cose da fare tra mostre eventi e celebrazioni. A cominciare da quelle che si terranno ad Hampton Court in occasione del suo 500esimo compleanno. Costruito nel 1515 da Thomas Wosley (1473-1530) arcivescovo cattolico di York e Lord Cancelliere, famosamente caduto in disgrazia presso Enrico VIII per non essere riuscito a convincere il Papa a concedergli il divorzio da Caterina D’Aragona per sposare Anna Bolena, il palazzo fu opportunamente requisito da Enrico nel 1529 che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi. Ma non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor e Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri.

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Hampton Court 2012©Nebbiadilondra

Per me che sono appassionata di storia del cibo, le cucine sono l’attrazione maggiore e durante le celebrazioni pasquali, cuochi veri saranno al lavoro per preparare cibo e carni allo spiedo usando lo stesso sistema e gli stessi utensili di 500 anni fa. È davvero incredibile pensare che qui due volte al giorno si preparavano i pasti per per oltre 600 persone, e senza l’ausilio dei gadgets moderni! Ora, nei locali che un tempo ospitavano le cucine di Elisabetta I, un delizioso caffè offre ai turisti affamati sandwiches di arrosto di maiale ispirati a quelli serviti alla mensa dei Tudor. Per chi desidera un assaggio (non solo metaforico) di una mensa rinascimentale.

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Hampton Court 2012©Nebbiadilondra

Parlando di Shakespeare, in concomintanza con il compleanno del Bardo (che, visto che non si sa di preciso quando cada, è celebrato il 23 Aprile, giorno di San Giorgio, il santo patrono d’Inghilterra) parte anche la stagione teatrale del Globe Theatre. Distrutto nel 1644, il teatro all’aperto di forma circolare sulle rive del Tamigi, la famosa wooden “O” di Shakespeare, fu ricostruito nel 1997 per volere dell’attore e regista statunitense Sam Wanamaker a poca distanza dal sito originale utilizzando, per quanto possibile, materiali edilizi di un tempo come il legno di quercia e la paglia per il tetto, mai più utilizzata a Londra dopo l’incendio del 1666. Qui per soli £5 (il prezzo di una pinta di birra in un pub del centro e meno di un pacchetto di sigarette…) potrete assicurarvi un posto in piedi in platea, tra i groundlings, e provare l’ebbrezza del vero teatro elisabettiano.

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Globe Theatre, London. 2014©Nebbiadilondra

Al tempo di Shakespeare, infatti, per la modica somma di un centesimo, chi non poteva permettersi un posto a sedere su uno dei tre livelli del teatro poteva stare nello yard, il cortile posto sotto il palco e guardare da lì lo spettacolo. Preparatevi a stare scomodi, che non ci si può sedere se non durante l’intervallo e non sono ammessi gli ombrelli in caso di pioggia, ma solo impermeabili, ma è un’esperienza assolutamente elettrizzante e coinvolgente che, come ai concerti rock, durante le rappresentazioni teatrali (spesso in costumi elisabettiani) gli attori interagiscono con i groundlings come accadeva nel XVII secolo. E alla fine dello spettacolo potrete ristorarvi e recuperare le forze con una sosta al vicino Anchor pub, costruito (o ricostruito – su questo pare che le guide non riescano a mettersi d’accordo…) nel 1676 e che si dice fosse frequentato dagli attori dei teatri vicini, come il Globe, lo Swan e The Rose – e forse anche dallo stesso Shakespeare. Vero o no, cheers! Per la stagione del Globe guardate qui: www.shakespearesglobe.com/

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Paola Cacciari

Pubblicato su No Borders Magazine

All the (Shakespeare) world’s a stage…

Mi pare incredibile che mi ci siano voluti quasi quindici anni prima di avere il coraggio affrontare Shakespeare a teatro e in lingua originale, ma mica roba da ridere: è come far leggere Dante ad un forestiero!

E cosa meglio del Globe Theatre, la magica wooden ‘O’ , la O di legno di Shakespeare per un’esperienza di questo tipo? E anche se il Globe in questione non è quello originale, ma quello riscostruito per volontà dell’attore e regista statunitense Sam Wanamaker e finito nel 1997, quando ormai Wanamaker era scomparso non importa: il feeling è lo stesso.

Globe Theatre, London. Photo by Paola Cacciari
Globe Theatre, London. Photo by Paola Cacciari

Ho iniziato con Macbeth. Naturalmente, da brava secchiona quale sono, mi sono preparata: ho riletto la tragedia in italiano prima per rinfrescarmi la memoria eppoi di nuovo, in English. E fedele allo spirito del Globe, ero in platea, tra i groundlings come venivano chiamati coloro che frequentavano il Globe Theatre nei primi anni del XVII secolo – coloro che troppo poveri per pagarsi un posto a sedere in uno dei tre livelli del teatro (e in questo nulla è cambiato dalla prima meta del XXI secolo…), potevano guardare lo spettacolo per la modica somma di un centesimo dallo yard, il “cortile”, posto appena sotto il palco. 

Ora il biglietto in piedi costa £5: meno di un pacchetto di sigarette o di una pinta di birra in uno dei trendy pubs di Soho. Il prezzo è aumentato, ma lo spirito del Globe è rimasto. Certo, in piedi nella fossa è scomodo, che non ci si puo sedere se non durante l’intervallo, ma è assolutamente elettrizzante: gli attori (rigorosamente in costumi elisabettiani) sono talmente vicini che pare di poterli toccare con mano. E infatti a volte li si puo’ toccare visto che a volte scendono tra il pubblico… 

Adoro Shakespeare. E vederlo rappresentato in lingua originale è elettrizzante (un po’ come leggere Dante in italiano insomma…) tanto che quando e’ arrivato il momento di uno dei piu’ famosi soliloqui scritti da Shakespeare, quello in cui Macbeth si lancia nell’Atto V alla notizia della morte della sua compagna di vita (e di crimine) Lady Macbeth avevo la pelle d’oca per l’emozione…

“She should have died hereafter;
There would have been a time for such a word.
— To-morrow, and to-morrow, and to-morrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.”

— Macbeth (Act 5, Scene 5, lines 17-28)

E dopo l’esperienza folgorante di Macbeth, non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di dover attendere la prossima primavera per tornare Globe e in Ottobre sono riuscita ad vedere una delle ultime rappresentazioni di A Midsummer Night’s Dream prima che finisse la stagione. Meraviglioso. Sono trascorsi quasi 450 anni, ma the Bard continua ad incantare…

2013 ©Paola Cacciari