Nicholas Hiliard, Isacc Oliver e la miniatura elisabettiana

Nella botte piccola ci sta il vino buono” diceva sempre mia nonna. E aveva ragione, che davvero a volte “meno è meglio”. Anche se, data la loro squisita preziosita, quest’aultimo proverbio non si applicata tanto ai ritratti miniati dell’epoca elisabettiana. Teche e teche piene di piccoli, preziosi dipinti che emergono scintillanti come gioielli dalla penombra delle sale della National Portrait Gallery: benvenuti nel magico mondo di Nicholas Hiliard, Isaac Oliver e della miniatura elisabettiana.

I ritratti miniati (allora conosciuti come “limnings”) costituiscono l’apice della pittura inglese nel XVI e all’inizio del XVII secolo; erano apprezzati dall’aristocrazia come doni diplomatici, espressioni di fedeltà al monarca e spesso simboli d’amore. I due più brillanti esponenti del mestiere erano Nicholas Hilliard e Isaac Oliver, le cui raffinate rappresentazioni di cortigiani, aristocratici e sovrani e ci portano letteralmente faccia a faccia con la società elisabettiana e giacobina – solo in formato  ridotto.

E queste miniature, così definite non per le loro minuscole dimensioni, ma dalla tecnica e dal materiale impiegato per la la loro creazione (l’acquerello su pergamena, come in un manoscritto miniato) erano oggetti di lusso intesi per pochi, soprattutti i ricchi e potenti (che sorpresa!!). Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello.

Mi aggiro da una teca all’altra con la lente d’ingrandimento in mano, attenta ad infilarmi veloce in ogni spazio lascitao libero da altri visitatori che si aggirano a loro volta con la lente d’ingrandimento in mano nella galleria buia. Il Victoria and Albert Museum possiede una magnifica collezione di ritratti miniati, molti dei quali sono in prestito, insieme all’esuberante immagine del grande un navigatore, corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh (che, a proposito, era perfettamente in forma), il favorito di Elisabetta I, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584, che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore. Ah, e naturalmente da questa parata di personaggi famosi non mancano Elisabetta I e i più grandi artisti, poeti e scrittori di il tempo.

Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.
Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.

È come sfogliare una copia di Tatler di mezzo secolo fa, solo che invece delle periperipezie dei rampolli dell’upper class britannica, ci troviamo faccia a faccia con lo sguardo abbagliante di Walter Raleigh, il leggendario un navigatore, corsaro e poeta favorito di Elisabetta I e che, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584 (che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore). O con Robert Devereux, il secondo conte dell’Essex allora diciassettenne che, ritratto con aria sognante tra le rose, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta. Che i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici.

Questi dipinti in miniatura sono veri e propri gioielli. Una mano ferma era il requisito più importante. Questi artisti dovevano ottenere una somiglianza in due o tre sedute della durata di non più di un’ora – come Holbein o Van Dyck – ma su un pezzo di pergamena non più grande di una carta da gioco. E le carte erano la forma più comune di supporto; un ritratto di Elisabetta I, in questo spettacolo, ha la Regina di Cuori incollata sul retro. C’è ironia nell’arte dei miniaturisti.

Basta guardare il bel volto dello stesso Hilliard, che trasuda vitalità da tutti i pori. Considerando che gli autoritratti nel’Inghilterra del XVI secolo sono così rari, questa miniatura il giovane pittore si presenta al suo pubblico come un aristocratico non solo è una rarità, ma è soprattutto un incredibile momento di autoaffermazione tutta rinascimentale da parte dell’artista. Stimato da dinastie come i Medici, gli Asburgo e i Borboni, Hiliard fu paragonato dai suoi contemporaniei a Raffaello. E vi posso assicurare che il paragone ci sta.

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 19 Maggio 2019

Elizabethan Treasures: Miniatures by Hilliard and Oliver @National Portrait gallery

Quando moda e natura sono protagoniste. Come sempre al V&A di Londra

Strana e insolita mostra questa del Victoria and Albert Museum, e soprattutto attuale, con i suoi trecento oggetti belli e spesso inquietanti, che esplorano il rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni.

Da sempre la moda dipende dalle ricchezze della natura non solo per l’ispirazione, ma anche e soprattutto per le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogno di calore e la nostra vanità. Risorse che non sono eterne. La domanda che la mostra si pone (e ci pone in quanto di consumatori) è semplice. Come possiamo conciliare le necessità della moda con quelle del pianeta? Cosa possiamo imparare dal passato? In pratica, è possibile rendere l’industria della moda sostenibile – o quantomeno, più sostenibile?

White cotton T-shirt printed with 'It's Getting Hot in Here' on the front and 'Greenpeace' on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A
White cotton T-shirt printed with ‘It’s Getting Hot in Here’ on the front and ‘Greenpeace’ on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A

Il piano inferiore è dedicato alle glorie del passato – una festa di corsetti, stecche di balena, pellicce, cappellini con uccelli impagliati e cuscini imbottiti di crini di cavallo. Qui, delicati ricami e altrettanto delicati tessuti ci accompagnano in una passeggiata cronologica che attraversa il XVII, XVIII e XIX secolo, mentre al piano superiore trovano posto il design del XX secolo e del nuovo millennio.

Fashion from Nature, V&A, London. 2018 ©Paola Cacciari

È qui che ci si sofferma in particolare sulla produzione di tessuti artificiali che, soprattutto nell’epoca georgiana e vittoriana, hanno portato tessuti alle masse ad un costo altissimo per la natura. Un costo, quello dell’inquinamento atmosferico e delle acque di cui l’industria tessile è uno dei maggiori colpevoli e che ha spinto nuovi designer come Christopher Raeburn e Stella McCartney a battersi per creare una moda eco-sostenibile.

La scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento. Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione.

La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferita ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA
The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA

Il fatto è che esiste una catena produttiva molto complessa nascosta dietro le etichette dei vestiti che indossiamo. la case di moda dichiarano solo il luogo in cui il capo è stato cucito, ma tacciono sulle altre fasi della manifattura, come la produzione della fibra, la sua filatura, la tintura, la stampa – fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi, se non addirittura in continenti diversi, di solito in paesi sottosviluppati dove la mano d’opera costa poco e le leggi sull’ambiente sono altrettanto poche. L’esempio del Citarum in Indonesia, che scorre nei pressi della capitale Giacarta ed è considerato il fiume più inquinato al mondo è tristemente esemplare.

E’ solo dagli anni Ottanta tuttavia che da parte delle industrie del settore si comincia a vedere una certa consapevolezza del danno causato all’ambiente, consapevolezza che ha dato vita a pratiche alternative per la produzione di una moda etica oltre che estetica. Nel 2010 per esmpio, la Levis Strauss ha lanciato sul mercato Waterless>Jeans, un tessuto che usa il 96% in meno di acqua durante la produzione tessile. Altri stanno seguendo l’esempio. C’è ancora speranza di salvare il pianeta. Non perdiamo quest’occasione

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2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Fashioned from Nature

Victoria and Albert Museum, Londra

vam.ac.uk

1599. One year in the life of Shakespeare di James S. Shapiro

1599, la storia di un anno nella vita di William Shakespeare. Ma perché proprio il 1599? Cosa è accaduto nel corso di quell’anno da renderlo così speciale da spingere James Shapiro, Professore di letteratura inglese e comparata presso la Columbia University di Chicago e studioso di Shakespeare e di Storia Moderna, a scriverci sopra un intero libro?
La risposta è: molto. In quel fatidico anno accaddero molte cose e molto importanti che hanno cambiato non solo il destino del Bardo, ma anche la storia della letteratura e del teatro.

Ma andiamo per ordine. Nell’ultimo anno del XVI secolo, Londra contava una popolazione di circa 200.000 persone. I due principali teatri contenevano circa tremila persone ciascuno. Il teatro inglese non era mai stato così importante e non aveva riflesso in modo così ovvio la società che serviva. Il regno di Elisabetta I era al tramonto, la Guerra d’Irlanda ha svuotato le casse dello stato e il Conte di Essex, il favorito della regina è in odore di alto tradimento. La regina invecchiava e si ostinava a non voler nominare un erede per paura di essere eliminata e la è popolazione preoccupata per la successione.

E come molti altri suoi contemporanei, anche Shakespeare era un uomo influenzato dal suo tempo e dagli eventi – anche se come altri preferisce rifugiarsi nella relativa sicurezza della storia antica, dalla cui prospettiva temporale poteva affrontare tematiche contemporanee senza rischiare di essere accusato di altro tradimento (anche solo parlare della futura morte di un sovrano era cosiderato tradimento). Il 1599 è anche l’anno che vede la costruzione del nuovo Globe Theatre e la stella di Shakespeare brillare sempre più alta; questo è infatti l’anno in cui il Bardo crea quattro delle sue opere più famose – Enrico V, Giulio Cesare, Come vi piace e soprattutto, Amleto.

Dalla provinciale Stratford upon Avon, nella contea del Warwickshire, ai teatri di Londra e a quelli di corte, 1599. One year in the life of Shakespeare racconta l’evoluzione di Shakespeare da semplice poeta e drammaturgo di talento in uno dei più grandi scrittori mai vissuti. È un viaggio alla riscoperta del mondo in cui il poeta è nato e cresciuto e che nella sua maturità stava scomparendo – il suo passato cattolico; la Foresta di Arden; la morente cultura cavalleresca.

A tratti un po’ verboso e mancante delle mappe storiche e geografiche e delle cronologie che io trovo necessarie per ritrovarsi in un libro così complesso e ricco di informazioni, questo di James Shapiro resta tuttavia una lettura affascinate e illuminante. Consigliato agli amanti di Shakespeare e a chi legge in inglese.

2018 ©Paola Cacciari

2018 ©Paola Cacciari

Quando Carlo II inventò l’abito a tre pezzi

Ai nostri giorni è il guardaroba delle donne della famiglia reale britannica ad essere passato al microscopio. Da quando Meghan Markle, la nuova Duchessa del Sussex è entrata a far parte di casa Windsor, non passa giorno che il suo visetto sorridente non faccia capolino dalla prima pagina di qualche quotidiano, di solito accompagnato da un lungo articolo sul cosa la suddetta duchessa indossi (o, nel caso di Kate Middleton, cosa ha indossato e quante volte), cosa indosserà, il prezzo, la marca e naturalmente il nome dello/a stilista di turno. Ma c’è stato un uomo che nonostante essere morto da oltre trecento anni è considerato il creatore di un tipo di abbigliamento maschile ancora in uso adesso, l’abito a tre pezzi. Parlo del re della Restaurazione, Carlo II (1630-1685).

Quando nel 1659 il protettorato retto da Richard Cromwell (il debole figlio di Oliver) cadde, Carlo Stuart, in esilio in Francia alla corte del cugino-sovrano Luigi XIV (1638-1715), fu formalmente invitato a tornare a fare il re in patria. Non se lo fece dire due volte e il 25 maggio del 1660 Carlo sbarcò su suolo inglese. Pochi giorni dopo entrò trionfalmente a Londra dove, il 23 aprile 1661 fu incoronato re d’Inghilterra, Scozia e Irlanda nell’abbazia di Westminster, secondo la tradizione.

 

Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection
Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection

Tuttavia, sebbene fosse stato invitato a tornare in Inghilterra per regnare, Carlo era consapevole che la sua posizione come sovrano era ancora molto incerta. Esasperato da undici anni di puritanesimo, durante il quale Oliver Cromwell e i suoi seguaci avevano soppresso meticolosamente la danza, il teatro, il gioco d’azzardo, il Natale e tutte le cose che rendono la vita interessante, il Paese rivoleva la monarchia nella speranza che con il nuovo re almeno la vita sarebbe tornata ad essere nuovamente divertente. Il sovrano sapeva di non poter permettersi mosse false, che in fondo suo padre Carlo I era stato condannato a morte e decapitato solo undici anni prima, nel 1649, per essere stato troppo stravagante e spendaccione. E allora sceglie la strada del compromesso. Era tornato per fare il re e voleva apparire tale, ma voleva anche mandare un messaggio rassicurante ai suoi nuovi suddidti. E cosa meglio degli abiti per esprimere un concetto così semplicemente complesso? In fondo proprio il suo stesso cugino Luigi XIV  aveva detto “La moda è lo specchio della storia” e il Re Sole di moda se ne intendeva…

Carlo II si buttò con entusiasmo nel suo nuovo ruolo di monarca restaurato, scegliendo con cura cosa indossare e come presentarsi. Il problema principale era che lo splendore francese (e le mode) non erano popolari in patria. Questo era un problema per Carlo, che aveva trascorso parte della sua vita in Francia, dove era stato spedito dal padre nel 1646 quando era ancora principe di Galles, per metterselo al sicuro, una volta chiaro che le Teste Rotonde di Oliver Cromwell avrebbero vinto la guerra civile. Ma Luigi XIV viveva in grande opulenza, ed era evidente che ogni associazione anche remota del sovrano britannico con l’abbigliamento del re Re Sole che era: a) francese, b) cattolico, c) sovrano assoluto (non necessariamente in quest’ordine…) non sarebbe andato giù al Parlamento.

Carlo II deve giostrarsi in una situazione difficile. Come il suo modaiolo cugino francese, anche il nostro è perfettamente cosciente dello strettissimo legame tra moda e potere politico e cerca di ricreare alla corte inglese quello che aveva visto durante il suo esilio alla splendida corte francese, naturalemente in modo molto più ridotto. Ma in un momento in cui l’Inghilterra si stava riprendendo da una serie di tragedie come la guerra del 1664, la peste del 1665 e il grande incendio di Londra che, nel 1666, aveva distrutto una parte della capitale, avevano prostrato l’economia e prosciugato le finanze del Paese, era chiaro che non c’era posto per gli sprechi.

John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II
John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II

Così, per mettere a tacere una volta per tutte le voci che la sua corte fosse dissoluta e spendacciona, il 7 ottobre 1666 Carlo emise una dichiarazione con cui ripudiava le “mode francesi”. Invece, avrebbe adottato ciò che era noto all’epoca come il “giubbotto persiano”, un lungo panciotto bordato di nastri in vita e al ginocchio da indossare con un cappotto, anch’esso al ginocchio, con polsini ampi e risvoltati per mostrare la camicia di lino sottostante, realizzato in lana inglese e non in seta francese. Quello di Carlo è uno stile semplice nei colori e materiali, come mostra il dipinto di Henry Danckerts raffigurante John Rose il giardiniere reale che offre un ananas a Re Carlo II appartenente alla Royal Collection e di cui ne esiste una copia nella seicentesca Ham House, nell sobborgo londinese di Richmond.

Il dipinto è insolito, in quanto raffigura Carlo II che indossa un tipico abbigliamento alla moda degli anni 1670, piuttosto che le vesti cerimoniali o l’armatura in cui veniva solitamente raffigurato e che sembra gridare a chi guarda: “Guardatemi, mi vesto come voi: sono uno di voi!” Certo dietro l’ostentata semplicità di Carlo c’era anche un altro motivo: al contrario di quanto accadeva in Francia, le finanze del sovrano britannico erano strettamente controllate dal Parlamento – e questo valeva anche per le questioni di guardaroba. Gli sprechi non erano permessi. Ma non fatevi ingannare: la ricchezza sta tutta nei dettagli, che stiamo pur sempre parlando del re! L’enfasi si sposta su stoffa e taglio, non su volant e accessori come accadeva in Francia. Unici accessori permessi, una fascia, calze e scarpe con la fibbia. Con il trascorrere del tempo il gilet divenne sempre più corto, fino a raggiungere nel 1790 circa, la lunghezza che conosciamo oggi, arrivata a noi nella versione in bianco o nero indossata dal dandy per eccellenza Beau Brummel.

Sfortunatamente Luigi XIV rimase così poco colpito dall’ostentata semplicità di questo nuovo tipo di abbigliamento che decise di adottarlo per l’unico abito per cui lo riteneva adatto: la livrea dei suoi servitori. L’ennesima dimostrazione che il costume dice cose che le parole non dicono…

2018 ©Paola Cacciari

Grazie a Laura di Bellezza In The City che ha pubblicato questo mio post sul caro vecchio Carlo II sul suo blog! Laura si è fatta promotrice di una bellissima iniziativa sul suo blog, il Blogger Corner in cui ospita guest authors che hanno qualcosa in comune con i suoi interessi e la sua personalita’. Se non conoscete ancora, vi invito a farci un giro perchè è pieno di conisgli utili ed interessanti. Buona lettura!

La collezione di Re Carlo I Stuart

Arte romana, rinascimentale e barocca. Capolavori di Tiziano, Van Dyck, Leonardo, Raffaello, Rembrandt che il re aveva commissionato, acquisito o che gli erano stati donati. Oltre vent’anni di meticolosa accumulazione avevano creato la più vasta e sensazionale collezione d’arte dell’Europa occidentale. Una collezione che svanì in un attimo quando, il 30 Gennaio 1649, i Parlamentari decisero che era ora di farla finita con la storia che il sovrano regnava per diritto divino e con un taglio netto (alla testa di Charles I) cambiano la storia britannica per sempre.

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Ma quel guastafeste di Oliver Cromwell (1653–1658), il nuovo Lord Protettore della nuova Repubblica del Commonwealth, oltre a sospendere il Natale, a proibire le mince pies e il Christmas Pudding, la musica e il teatro e tutto ciò che era anche solo remotamente divertente, procede immediatatamente alla vendita di 2000 opere d’arte con la scusa ufficiale di ripagare i debiti della corona, ma inrealtà per raccogliere fondi per il nuovo esercito repubblicano che doveva sostenere quella che era, di fatto una vera, e propria dittatura militare.

I creditori del defunto re non si fecero pregare e accorsero in massa a reclamare i loro pagamenti, come i fontanieri di palazzo, a cui Cromwell ripaga 403 delle 903 sterline che avanzavano in denaro e le restanti 500 in quadri di cui dubito nessuno di loro sapesse cosa fare, ma tra cui c’erano quasi certamente un Tiziano e un Bassano. La Spagna acquisisce il dipinto di Tiziano di Carlo V con il cane, e la Francia la sua Cena in Emmaus, mentre altri capolavori prendono in qualche modo la via dell’oceano arrivando nel Nuovo Mondo, e ora sono appesi alle pareti del Getty Museum di Los Angeles e del Frick di New York.

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado
Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Ma ora sono riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto, sebbene quello della Royal Academy anziché quello del Palazzo Reale di Whitehall dove alloggiavano inizialemente. Ma non importa: per qualche incredibile mese la collezione reale di Charles I – o meglio, una briciola di quello che era la collezione reale – è tornata a casa, a Londra.

Per ogni amante dell’arte, questa mostra è come entrare nella grotta di Alí Baba che la ricchezza è tale e tanta che gli occhi non sanno dove posarsi – troppi dipinti di Tiziano, Rubens, Raffaello e van Dyck, per non parlare dei gloriosi arazzi prodotti dalla sua manifattura di Mortlake e basati sui cartoni di Raffaello, che Charles I aveva comprato a Genova nel 1623 quando ancora era Principe di Galles e che ora fanno bella mostra di sé al Victoria and Albert Museum   e il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso.

Durante il suo primo viaggio in Europa, accompagnato dal Duca di Buckingham in Spagna alla ricerca di una sposa adatta ad un futuro re, il giovane Principe di Galles si era perdutamente innamorato – e l’oggetto di tanta passione non era l’infanta di Spagna, ma la magnifica arte del pieno Rinascimento di Tiziano e di Raffaello. Cahrles tono’ a casa senza essersi assicurato una moglie, ma carico di dipinti e statue. Come il Ratto delle sabine di Giambologna che fa bella mostra di se’ nelle Renaissance Galleries del V&A, che Charles aveva comprato come souvenir per il Duca di Buckinham, che lo aveva poi messo nel suo giardino per spaventare i passanti.

Da quando Enrico VIII aveva tagliato i ponti con Roma, pochi sovrani avevano attraversato la Manica e nessuno aveva sperimentato in prima persona il Rianascimento. Non sorprende pertanto che Charles, giovane dall’anima sensibile e piena di passione, fosse completamente sopraffatto da tanta bellezza …

I Cartoni di Raffaello rappresentano l’apice del pieno Rinascimento italiano ed europeo. Nulla del genere si era mai visto in Inghilterra in fatto di colori ed di iconografia e con la loro acquisizione nel 1623 (non furto, sia ben chiaro, che i cartoni giacevano in disuso in un laboratorio di Genova e sette dei dieci cartoni furono comprati per 300 sterline da Charles e da allora non hanno mai lasciato la Gran Bretagna, nonostante la reale Manufacture des Gobelins, lo storico laboratorio di tessitura di arazzi francese successivamente comparto da Luigi XIV, avesse provato a comprarli) il futuro sovrano dona all’Inghilterra quel Rinascimento che la Riforma  Protestante gli aveva negato.

E diciamocelo, era un’affermazione di gusto notevole, soprattutto da parte di un futuro re che era anche capo della Chiesa di un Paese anglicano come la Gran Bretagna. Ma Charles non poteva farci nulla se nel XVII secolo le opere più desiderabili erano di artisti italiani. Cerca senza successo di attirare Guercino a Londra, ma l’emiliano rifiuta – troppo lontano, troppo freddo, troppo a Nord. Ma Charles non si da per vinto e riesce a fare il colpo grosso della sua vita di collezionista quando, nel 1628 grazie alla mediazione di un noto mercante d’arte di Venezia, il fiammingo Daniel Nijs, compra da Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficolta’ economica, parte della collezione d’arte gonzaghesca (i leggendari duchi di Mantova nel Seicento erano diventati l’ombra della potente famiglia che aveva accolto Isabella d’Este nel XVI secolo) per la somma irrisoria di 30,000 sterline.

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018
Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Inutile dire che la collezione reale (o almeno una parte di essa), fu frettolosamente rimessa insieme quando , nel 1660, Charles II (in esilio in Francia dal cugino Luigi XIV) ritorna trionfalmente in Inghilterra e gli ex-sostenitori di Cromwell si affettano a restituire alla corona il maltolto con tante scuse. Ma I Trionfi di Cesare del Mantegna, arrivati in Inghilterra insieme alla collezione d’arte gonzaghesca, la famosa Celeste Galeria, invece non hanno mai lasciato Hampton Court, che quando Cromwell vendette la collezione reale, tenne questi grandi dipinti per sè. Una dimostrazione che nulla rappresenta il potere come l’arte piú grandiosa.  Ars longa, vita brevis si potebbe dire…

Una mostra magnifica, così piena di capolavori da far rischiare la sindrome di Stendhal ad ogni sala. Ma la mia personale sindrome di Stendhal l’ho avuta nell’ultima sala dove, in un angolo, stava appeso questo piccolo ritratto a matita di Charles I di van Dyck.

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum
Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Mi chiedo come un semplice foglio di carta possa racchiudere così tanta vita: in questi pochi tratti sapienti, van Dyck ha reso l’essenza di una persona, di un essere umano. Un uomo destinato a raggiungere vette altissime e a cadere in modo altrettanto grandioso. E giuro che se qualcuno mi avesse chiesto, potendo portare con me una sola opera da scegliere tra le centinaia di capolavori che costituiscono questa incredibile mostra, quale opera avrei portato via con me, avrei scelto questa. Non potendo, ho comportato la cartolina. Non e’ la stessa cosa, ma si fa qual che si può…

Londra// fino al 15 Aprile 20 @ Royal Academy

 Charles I: King and Collector

royalacademy.org.uk

 2018 ©Paola Cacciari

Gite fuori porta: Cambridge

Cambridge non ha bisogno di presentazioni che forse solo un marziano non ha sentito nominare almeno di passaggio questa deliziosa città universitaria situata nella parte orientale dell’Inghilterra, ad un centinaio di km a nord-est di Londra e bagnata dal fiume Cam. Con Oxford è la sede di una delle università tra le più antiche e prestigiose al mondo (anche se non antica quanto l’Alma Mater Studiorun di Bologna – scusate, non ho resistito… 😉 ).

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Inutile dire che l’aspetto della città è determinato dalla presenza dell’Università e gli edifici in stile gotico perpendicolare abbondano. I colleges cominciarono a svilupparsi a partire dalla fine del XIII sec. Il primo fu Peterhouse costruito nel XIII-XV secolo, seguito dal Pembroke College e il Gonville and Caius College entrambi del XIV secolo, con aggiunte successive; il Christ’s College e il St. John’s College furono invece costruiti nel XVI secolo, insieme al Magdalene College nato nel 1428 come ostello benedettino prima di essere rifondato nel 1542 come parte dell’Università di Cambridge. L’allievo più celebre del college è il mio adorato Samuel Pepys, diarista e londinese i cui scritti e libri furono donati al college dopo la sua morte e che oggi sono conservati nella Pepys Library, all’interno del college stesso. Il Magdalene è conosciuto per lo stile tradizionalista, che include la cena a lume di candela nella hall tutte le sere ed il fatto di essere stato l’ultimo college di Oxbridge ad ammettere le donne nel 1988. Uh!

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
St John’s College Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Il famosissimo King’s College, la cui bellissima cappella (se si può chiamare così una chiesa delle dimensioni quasi di una cattedrale gotica…) costruita tra il  1446 e il 1515  e decorata da magnifiche vetrate e dall’altrettanto magnifica volta a ventaglio tipica del gotico inglese, dove alla vigilia di Natale si tengono il famoso coro del King’s College canta i Christmas Carols, i canti di Natale.

 King's College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017
King’s College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

Il complesso del Trinity College, fondato da Enrico VIII nel 1546 ospita la splendida biblioteca costruita da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral a Londra per intenderci) tra il 1676-95. Le scaffalature contenenti i libri sono disposte in file perpendicolari alle pareti e sono decorate da meravigliosi intagli lignei del magico scultore e intagliatore Grinling Gibbons e sono coronate da busti in gesso di famosi scrittori di ogni epoca.

Una delle attività predilette di turisti e locali è il punting. Il punt è una imbarcazione a fondo piatto con la prua squadrata, nata come barca da carico o piattaforma per la pesca con l’amo da utilizzare su piccoli fiumi dalle acque poco profonde. Essendo la pesca o il trasporto di carichi diventati obsoleti, queste barche sono ora utilizzate per piacevoli escursioni sul fiume Cam – da cui il verbo “punting”. Il “punter” dal canto suo è il palo che, spinto contro il fondale del fiume, permette alla barca di avanzare – una sorta di gondoliere d’acqua dolce insomma anche se Wikipedia fa attenzione ad informarci che “Questo tipo di imbarcazione non deve essere confusa con una gondola che, oltre ad essere strutturalmente diversa, è azionata da un remo piuttosto che da un palo.”

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Ma solo dopo aver riempito la pancia con un sostanzioso e saporito pub-lunch (Cambridge abbonda di pub caratteristici come The Eagle, uno dei più antichi della città) ci si può prender d’assalto il bellissimo Fitzwilliam Museum, la cui collezione e’ cresciuta attorno al nucleo originario della biblioteca del musicologo e collezionista Richard Fitzwilliam, che nel 1816 ne fece dono all’università e che ospita importantissime raccolte di manoscritti, pitture e antichità e la cui visita (credetemi) vi può portare via gran parte della giornata…

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
Cambridge 2017 © Paola Cacciari

2017 ©Paola Cacciari

Cassettiere e dintorni

Forse dovrei iniziare questo nuovo anno con qualcosa di piu’ audace e  provocatorio invece di dedicare il primo post del 2017 ad una cassettera. Ma di fatto una delle cose che non finisce mai di sorprendermi da quando mi aggiro nelle sale del Museo in cui lavoro, sono i mobili. Mobili che popolavano le abitazioni del passato e che non sono poi così diversi da quelli che abbiamo sotto gli occhi ora nelle nostre case. Come la cassettiera, per esempio. Sì, la cassettiera, il nostro comò, quella cosa che di solito si compra insieme al letto e all’armadio e che va sotto il nome collettivo di ‘camera da letto’ e nei cui cassetti riponiamo le mutande e le maglie di lana. Quella cosa che tutti usiamo e che diamo per scontata. Tanto che non ce ne accorgiamo più.

Ce n’è una magnifica nelle British Galleries. È del XVII secolo, in legno di quercia intarsiato in ebano, avorio e madreperla. Ogni volta che ci passo davanti non posso non fermarmi a guardarla (anche solo per controllare che le maniglie ci siano ancora tutte…). Non solo: è uno dei primi esempi conosciuti di cassettiere. Trovo che sia un’invenzione straordinaria. Che insomma, pensiamoci: prima non esisteva. Prima c’erano le cassapanche, i cassoni. E se si voleva raggiungere le cose che stavano sotto, bisognava togliere tutto quello che stava sopra.
Poi un bel giorno qualcuno ha deciso che era sciocco fare tutta questa trafila per trovare la camicia da notte (il pigiama non era ancora stato inventato) e ha inventato i cassetti. E l’ha fatto molto tempo prima dell’Ikea. Geniale, no?

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London
Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

L’inghilterra in cucina: il pranzo di Natale

Anche quest’anno non sono riuscita da avere le ferie per Natale, che il museo non si ferma mai se non per soli tre gg dal 24 al 26 durante i quali anche noi Gallery Assistants ci godiamo un po’ di meritato riposo. Cosí invece di tornare in Italia, nella mia natia Bologna come ho fatto per anni, trascorrero’ un altro Natale inglese in compagnia della mia dolce metà e della sua inglesissima famiglia. E devo dire che pur sentendo la mancanza dei tortellini e dello zampone (in fondo in fondo sono pur sempre una bolognese…), le cose che popolano la tavola natalizia inglese sopperiscono alla loro mancanza piuttosto bene!

A cominciare dal tacchino ripieno, accompagnato da salsa ai mirtilli (e non arricciate il naso prima di averlo provato!!) e servito con patate arrosto e parsnips, le pastinache, radici molto simili alle patate e che (come le patate) possono essere preparate al forno o fritte (ma che a differenza delle patate sono sparite quasi completamente dalle nostre tavole nel XIX secolo), mini-salsiccie di maiale avvolte in sottili fette di bacon chiamate pigs in blankets (‘maialini coperti’), cavoletti di Bruxelles cucinati con bacon e castagne (etc etc etc). Non occorre essere Pellegrino Artusi per notare che a differenza dell’Italia, dove il menù varia davvero molto a seconda della regione in questione, in Gran Bretagna il pranzo di Natale è pressoché lo stesso ovunque e quando le differenze ci sono, sono pressoché inesistenti.

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Invece del panettone c’è il Christmas pudding, un dolce dalla forma rotonda e a base di uova, mandorle, frutta candita, spezie e zucchero bollito nel brandy, preparato – secondo la tradizione – nel periodo dell’Avvento e portato in tavola il 25 dicembre. Nato nell’Inghilterra medievale (pare fosse già molto diffuso nel XVI secolo), il Christmas pudding o plum pudding (come veniva anche chiamato nonostante non contesse prugne) fu poi abolito dai Puritani di Oliver Cromwell insieme alle mince pies, al teatro, alla musica e ad ogni altra cosa che comportasse anche solo remotamente il godersi la vita. Bisognerà aspettare il XIX secolo perché il dolce torni alla “piena legalità”, apparendo nientemeno che sulla tavola dalla regina Vittoria e tra le pagine del Canto di Natale (1843) di Charles Dickens e diventando dall’oggi al domani il principale dolce natalizio inglese. La prima a chiamarlo Christmas Pudding fu la cuoca Eliza Acton nel suo bestseller Modern Cookery for Private Families, pubblicato nel 1845, anche se  bignerà attendere il 1858 perche’ lo scrittore Anthony Trollope lo citi con questo nome per la prima volta in un suo racconto. Di solito lo si serve flambé accompagnato da panna liquida normale o al brandy. Inutile dire che è una vera e propria bomba atomica di calorie (pensate al panettone elevato all’ennesima potenza) decisamente non adatta agli astemi, ai diabetici o a chi, come la mia dolce metà, non ama la frutta…

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 Per questi ultimi ci sono molte opzioni, tra cui lo Yule log, l’immancabile torta al cioccolato fatta a forma di tronco d’albero, anche questa rigorosamente accompagnata da panna liquida o burro al brandy. Quest’anno la responsabilità di produrre questa prelibatezza e’ ricaduta sulle spalle di mia nipote più grande, una cioccolato-dipendente come sua zia acquisita (io). Inutile dire che a parte un tenue strato di  pan di Spagna all’interno, il suo Yule Log era un solido pezzo di cioccolata spolverato da zucchero che a sua volta e’ stato opportunnamente spolverato da un gruppo di parenti golosi.

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E per finire le mie adorate Mince Pies, tortine di pastafrolla ricoperte di zucchero a velo e ripiene di frutta e aromatizzate da spezie come la cannella e chiodi di garofano, perfette servite calde e accompagnate da un bicchierino di sherry. Ma io da vera e propria filistea le mangio anche a temperatura ambiente a colazione, che con un buon caffè espresso fatto con la moka Bialetti ci stanno benissimo… 🙂 E a quanto pare non sono la sola a pensarla così. Secondo la tradizione infatti, anche Babbo Natale ne va matto ragion per cui ogni famiglia che si rispetti deve lasciare un piattino di mince pies vicino al camino (meglio se insieme ad un bicchiere di brandy o di sherry e da una carota per la renna) per ringraziare Babbo Natale per i doni. 🙂

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Ed ora per favore non parlatemi di cibo per qualche settimana…  🙂

2016 © Paola Cacciari

Fine di un’epoca: Fleet street

Se Chancery Lane è il cuore pulsante della Londra legale, Fleet Street è quello della Londra letteraria. Collegando lo Strand a Ludgate Circus, Fleet Street fu l’epicentro del giornalismo britannico dal XVIII agli anni Ottanta del XX secolo. Chiamata così per via del fiume Fleet, il più grande degli affluenti del Tamigi (che scorre ancora sotterraneo), era anche chiamata the Street of ink e non a caso, visto che già dal 1500 Wynkyn de Worde (allievo di William Caxton) vi stabilì la prima stamperia della capitale, seguito a ruota da molti altri librai ed editori.

Fleet Street in London looking east towards St Paul's Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.
Fleet Street in London looking east towards St Paul’s Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.

La zona attorno a Fleet Street era già abitata in epoca romana, ma fu solo nel XIII secolo che la strada, come la conosciamo adesso, comincia a prendere forma. In realtà all’epoca si chiamava Fleet Bridge Street ed era un insieme sconnesso di taverne, bordelli, botteghe e lavorarori di tintori. La sua associazione con la carta stampata avvenne solo più tardi, nel XV secolo, grazie al gia’ citato Wynkyn de Worde (l’apprendista del più famoso William Caxton), che dal suo laboratori vicino a Shoe Lane sfornava libri stampati a ritmo serrato. Presto altri stampatori ed editori seguirono il suo esempio, attirati dal fiorente commercio legato ai quattro Inns of Courts di Londra, le associazioni a cui ogni avvocato deve appartenere per esercitare la professione in Inghilterra e Galles che erano situate attorno alla Court of Chancery, la Cancelleria (il cui toponimo rimane ancora oggi nella vicina strada di Chancery Lane che unisce Fleet Street con Holborn). Ma se le pubblicazioni legali la facevano da padrone, non mancavano anche testi religiosi (vietati e non) e opere teatrali.

London, 2016 © Paola Cacciari
St Bride Church, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Nel XVI secolo Fleet Street era così affollata da rendere necessaria la promulgazione di un editto reale del 1580 che proibiva la costruzione di altre case che si affacciavano sulla strada – editto regolarmente ignorato da padroni di casa senza scrupoli desiderosi di arricchirsi (e in questo nulla è cambiato in oltre 500 anni).  Ci vollero le fiamme del Grande Incendio di Londra che nel 1666 distrusse la parte orientale della strada, a porre un improvviso freno a questa espansione selvaggia.

Dalle ceneri dell’incendio nacque St Bride Church. Nascosta in una quieta stradina laterale, St Bride è un’oasi di pace a due passi dal frastuono di Fleet Street. Detta anche la chiesa dei giornalisti per la sua (ovvia) vicinanza alla strada in questione, è anch’essa una delle chiese ricostruite da Christopher Wren dopo il Great Fire e pare che proprio il suo elegante campanile abbia fornito l’ispirazione per le torte nuziali!

Ma se la strada era già sede di stampatori nel XVI secolo, fu solo nel XVIII secolo che diventa la sede del primo quotidiano britannico, The Daily Courant fondato nel 1702. Fleet Street doveva essere davvero incredibile all’epoca, l’ombelico del mondo della carta stampata della Capitale, popolato da pub, taverne e nascenti coffee houses dove giornalisti, intellettuali e scrittori si incontravano per scambiarsi notizie e pettegolezzi in un epoca ancora priva di internet e del telefono.

La diffusione dei giornali era tuttavia fortemente limitata dalle tasse  sulle carta, che nel XIX secolo erano altissime; solo con la loro abolizione nel 1861 si arrivó ad un vero e proprio boom della parola stampata. L’avvento del XX secolo Fleet Street e la zona circostante erano dominate dalla stampa nazionale e dalle industrie connesse, tanto che su quella grande arteria stradale di Londra presto non rimasero altro che le sedi dei giornali e i pub in cui i giornalisti andavano a dissetarsi tra un articolo e l’altro. Che su Fleet Street, non lontano da Gough Square e dalla casa del Dr Samuel Johnson, Ye Olde Cheshire Cheese è uno dei più antichi pub di Londra, nonché uno dei primi ad essere stati ricostruiti dopo l’incendio del 1666. Prende il nome dal Cheshire, uno dei formaggio più antichi prodotti in Inghilterra e uno dei più popolari nel tardo XVIII secolo. Pare che tra i clienti abituali di questo caratteristico pub ci fossero Samuel Jonhson (ancora lui) e Charles Dickens. E se la presenza del Dottore non è mai stata accertata (ma ci piace pensare che fosse il suo ‘local’), quella di Dickens  pare invece più sicura, visto che lo cita nel suo A Tale of Two Cities.  Alla fine di Fleet Street, altro pub storico è The Punch Tavern dove nel 1841 nacque il giornale satirico Punch; il pub attuale fu ricostruito nel 1894-5, ma mantiene ancora molte delle caratteristiche originali, tra cui la sua atmosfera accogliente (lo so, l’ho provato diverse volte… 🙂 ).

Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari
Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Ma tutto ciò pose una brusca fine la decisone di Rupert Murdoch che nel 1986 decise di trasferire i suoi quotidiani, The Sun e The Times a Wapping, dando inizio ad un esodo terminato solo di recente con la chiusura dell’ultimo quotidiano rimasto in Fleet Street, lo scozzese Sunday Post. Gli splendidi edifici Art Déco che si trovano al n.135 e al n. 128 e che ospitarono rispettivamente le sedi del Daily Telegraph (1927-28) e del Daily Express (1932) prima che i quotidiani si trasferissero altrove, restano a testimoniare il glorioso passato della strada. E anche della fine di un’era.

2016 ©Paola Cacciari

Fire! Fire! I 350 anni del Grande Incendio di Londra

Come si fa a raccontare la storia di un evento che non ha lasciato dietro di sè  praticamente nulla, a parte un ricordo indelebile?
Si fa. Per questo esistono i musei: per raccontare storie presenti e preservare la memoria di altre passate – sebbene con l’aiuto di qualche effetto speciale. Come fa Fire! Fire! la nuova mostra che il Museum of London ha allestito per commemorare il 350 anni del Grande Incendio di Londra, il peggiore evento della storia della Capitale – a parte l’aver avuto Boris Johnson come sindaco per otto anni.

The Great Fire of London of 1666 as recreated in a painting. Photograph ImagnoGetty Images

Bisogna ammettere che quella del Museum of London è una rievocazione molto teatrale e interattiva dell’Incendio, pensata decisamente per un pubblico di bambini (e per adulti che come me e la mia dolce meta’ si rifiutano ostinatamente di comportarsi come tali…) come dimostrano le descrizioni degli oggetti decisamente semplicistiche. Apro una parentesi: se da un lato la semplificazione e’ positiva, dall’altro la tendenza dei musei di oggi a semplificare decisamente troppo concetti che non necessiterebbero semplificazioni mi preoccupa moltissimo. Avevo già scritto una cosa al riguardo e chi è interessato può leggerla qui.

Fortunatamente non mancano anche oggetti “veri”: reperti archeologici e oggetti che in qualche modo sono scampati alle fiamme, brocche e boccali per il vino provenienti dalla cantina del sindaco in Guildhall, gli strumenti di un fabbro fusi in grumi di ferro arrugginito, e persino il pavimenti carbonizzato di una cantina – unico elemento supersite di un edificio vicino al negozio del fornaio in cui è divampato l’incendio, oltre ad una serie di malandati pezzi di pietra, argilla e metallo che il pubblico può toccare. Ci sono anche i resti carbonizzati di una tomba della vecchia cattedrale di St Paul’s appartenente al vescovo di Londra, Robert Braybrooke. Durante l’incendio il suo corpo mummificato (e perfettamente preservato) cadde fuori dal sarcofago e i londinesi accorsero a vederlo. Tra questi era Samuel Pepys, il più celebre diarista del tempo, che visitò la tomba il 12 Novembre 1666 e annotò sul suo diario che aveva ancora la pelle, ma che era secca e dura come il cuoio.

Nessuno aveva previsto quella che sarebbe stata la portata del disastro. Certamente non il sindaco di Londra, Sir Thomas Bloodworth che, svegliato dalla notizia dell’incendio si limitò a dichiarare che: “una donna lo potrebbe spegnere con una pisciata”. E forse avrebbe anche potuto avere ragione, se non fosse stato per il forte vento che spinse le fiamme verso quel dedalo di case di legno e paglia che costituiva la Londra Elisabettiana e Stuart, dove le case erano cosi vicine che due persone affacciate alla finestra potevano stringersi la mano e sulle cui strade strette si aprivano negozi dalle cantine stracolme di barili di grappa, olio e catrame, tutti materiali altamente infiammabili.

 A map showing the extent of the fire's damage Credit: The Museum of London
A map showing the extent of the fire’s damage Credit: The Museum of London

La panetteria di Thomas Farriner, in Pudding Lane non faceva eccezione. E fu proprio qui che, forse per colpa di una domestica che, forse troppo stanca per spegnere adeguatamente il forno prima di ritirarsi per la sera, poco dopo la mezzanotte del 2 Settembre 1666 alcuni tizzoni ardenti appiccarono fuoco a della legna posta nelle vicinanze. Se Farriner riuscì a scappare dall’edificio in fiamme insieme alla famiglia uscendo da una finestra del piano superiore, la suddetta domestica, troppo spaventata per uscire dalla finestra sul tetto della casa vicina divenne la prima vittima dell’incendio, passando così involontariamente alla storia.

L’unico che sembrava preoccuparsi dello stato delle cose era il nostro Samuel Pepys, che già alle 10am dello stesso giorno consigliava il re Carlo II di demolire le case per arrestare la diffusione delle fiamme. E visto che il sovrano non pareva decidersi ad agire, Pepys non perse tempo a scavare un buco nel giardino della sua casa di Seeting Lane, dove scrisse gran parte del diario e dove seppellì la sua preziosa forma di parmigiano per salvarlo dalle fiamme.

Nell’arco di quattro giorni, dal 2 al 5 Settembre, più di 13.000 case, 87 chiese, inclusa la gotica Cattedrale di St Paul’s, centinaia di negozi e pub furono ridotti ad un cumulo di ceneri inzuppate. Certo la tecnologia dell’epoca non fu di grande aiuto, basta guardare questo esemplare del XVII secolo di autopompa dei vigili del fuoco che, opportunamente restaurato, fa bella mostra di sé al centro dell’esibizione.

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari
Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Il fuoco non risparmiò neanche Baynard Castle, il castello sul fiume costruito alla fine del XIII secolo, dove vissero molte delle mogli di Enrico VIII e dove, secondo la tradizione, a Riccardo di Gloucester fu offerta la corona nel 1483. Circa 100.000 persone restarono senza casa, ma sorprendentemente ci furono pochissime vittime – o meglio, furono poche le vittime identificate che il vero numero non si sapra’ mai.

Le nuove regole per la ricostruzione della City of London emesse nel 1667 erano chiare: strade più larghe, case  in mattoni e non troppo vicine tra loro, negozi senza insegne sporgenti in modo trasversale (le insegne dovevano essere fissate alla facciata o ad una un’altra parte della casa). Le case che si affacciavano sulle strade principali non potevano superare i quattro piani (prima del Grande incendio arrivavano anche a sei), mentre quelle sulle strade secondarie erano limitate a tre.

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari
Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

La città nata dalle ceneri di questo epico disastro è la città che conosciamo adesso. Dei pochi edifici Elisabettiani sopravvisuti all’incendio, alcuni furono successivamente demoliti in epoca vittoriana, altri dalle bombe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche se l’ambiziosa planimetria inizialmente ideata da Christopher Wren non fu mai realizzata, l’incendio diede all’architetto la possibilità di ricostruire la cattedrale di San Paolo e cinquantuno chiese parrocchiali, molte delle quali punteggiano ancora il panorama della Capitale. Oltre naturalmente al monumento che commemora il Great Fire resta, il Monument, a due passi da Pudding Lane.

Londra// fino al 17 Aprile 2017

Fire! Fire! al Museum of London

museumoflondon.org.uk