Nicholas Hiliard, Isacc Oliver e la miniatura elisabettiana

Nella botte piccola ci sta il vino buono” diceva sempre mia nonna. E aveva ragione, che davvero a volte “meno è meglio”. Anche se, data la loro squisita preziosita, quest’aultimo proverbio non si applicata tanto ai ritratti miniati dell’epoca elisabettiana. Teche e teche piene di piccoli, preziosi dipinti che emergono scintillanti come gioielli dalla penombra delle sale della National Portrait Gallery: benvenuti nel magico mondo di Nicholas Hiliard, Isaac Oliver e della miniatura elisabettiana.

I ritratti miniati (allora conosciuti come “limnings”) costituiscono l’apice della pittura inglese nel XVI e all’inizio del XVII secolo; erano apprezzati dall’aristocrazia come doni diplomatici, espressioni di fedeltà al monarca e spesso simboli d’amore. I due più brillanti esponenti del mestiere erano Nicholas Hilliard e Isaac Oliver, le cui raffinate rappresentazioni di cortigiani, aristocratici e sovrani e ci portano letteralmente faccia a faccia con la società elisabettiana e giacobina – solo in formato  ridotto.

E queste miniature, così definite non per le loro minuscole dimensioni, ma dalla tecnica e dal materiale impiegato per la la loro creazione (l’acquerello su pergamena, come in un manoscritto miniato) erano oggetti di lusso intesi per pochi, soprattutti i ricchi e potenti (che sorpresa!!). Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello.

Mi aggiro da una teca all’altra con la lente d’ingrandimento in mano, attenta ad infilarmi veloce in ogni spazio lascitao libero da altri visitatori che si aggirano a loro volta con la lente d’ingrandimento in mano nella galleria buia. Il Victoria and Albert Museum possiede una magnifica collezione di ritratti miniati, molti dei quali sono in prestito, insieme all’esuberante immagine del grande un navigatore, corsaro e poeta inglese Sir Walter Raleigh (che, a proposito, era perfettamente in forma), il favorito di Elisabetta I, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584, che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore. Ah, e naturalmente da questa parata di personaggi famosi non mancano Elisabetta I e i più grandi artisti, poeti e scrittori di il tempo.

Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.
Hilliard, Nicholas: A Young Man Among Roses, watercolour miniature by Nicholas Hilliard, c. 1588; in the Victoria and Albert Museum, London.

È come sfogliare una copia di Tatler di mezzo secolo fa, solo che invece delle periperipezie dei rampolli dell’upper class britannica, ci troviamo faccia a faccia con lo sguardo abbagliante di Walter Raleigh, il leggendario un navigatore, corsaro e poeta favorito di Elisabetta I e che, al suo servizio scoprì le coste dell’America settentrionale nel 1584 (che ribattezzò Virginia e di cui fu primo governatore). O con Robert Devereux, il secondo conte dell’Essex allora diciassettenne che, ritratto con aria sognante tra le rose, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta. Che i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici.

Questi dipinti in miniatura sono veri e propri gioielli. Una mano ferma era il requisito più importante. Questi artisti dovevano ottenere una somiglianza in due o tre sedute della durata di non più di un’ora – come Holbein o Van Dyck – ma su un pezzo di pergamena non più grande di una carta da gioco. E le carte erano la forma più comune di supporto; un ritratto di Elisabetta I, in questo spettacolo, ha la Regina di Cuori incollata sul retro. C’è ironia nell’arte dei miniaturisti.

Basta guardare il bel volto dello stesso Hilliard, che trasuda vitalità da tutti i pori. Considerando che gli autoritratti nel’Inghilterra del XVI secolo sono così rari, questa miniatura il giovane pittore si presenta al suo pubblico come un aristocratico non solo è una rarità, ma è soprattutto un incredibile momento di autoaffermazione tutta rinascimentale da parte dell’artista. Stimato da dinastie come i Medici, gli Asburgo e i Borboni, Hiliard fu paragonato dai suoi contemporaniei a Raffaello. E vi posso assicurare che il paragone ci sta.

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 19 Maggio 2019

Elizabethan Treasures: Miniatures by Hilliard and Oliver @National Portrait gallery

1599. One year in the life of Shakespeare di James S. Shapiro

1599, la storia di un anno nella vita di William Shakespeare. Ma perché proprio il 1599? Cosa è accaduto nel corso di quell’anno da renderlo così speciale da spingere James Shapiro, Professore di letteratura inglese e comparata presso la Columbia University di Chicago e studioso di Shakespeare e di Storia Moderna, a scriverci sopra un intero libro?
La risposta è: molto. In quel fatidico anno accaddero molte cose e molto importanti che hanno cambiato non solo il destino del Bardo, ma anche la storia della letteratura e del teatro.

Ma andiamo per ordine. Nell’ultimo anno del XVI secolo, Londra contava una popolazione di circa 200.000 persone. I due principali teatri contenevano circa tremila persone ciascuno. Il teatro inglese non era mai stato così importante e non aveva riflesso in modo così ovvio la società che serviva. Il regno di Elisabetta I era al tramonto, la Guerra d’Irlanda ha svuotato le casse dello stato e il Conte di Essex, il favorito della regina è in odore di alto tradimento. La regina invecchiava e si ostinava a non voler nominare un erede per paura di essere eliminata e la è popolazione preoccupata per la successione.

E come molti altri suoi contemporanei, anche Shakespeare era un uomo influenzato dal suo tempo e dagli eventi – anche se come altri preferisce rifugiarsi nella relativa sicurezza della storia antica, dalla cui prospettiva temporale poteva affrontare tematiche contemporanee senza rischiare di essere accusato di altro tradimento (anche solo parlare della futura morte di un sovrano era cosiderato tradimento). Il 1599 è anche l’anno che vede la costruzione del nuovo Globe Theatre e la stella di Shakespeare brillare sempre più alta; questo è infatti l’anno in cui il Bardo crea quattro delle sue opere più famose – Enrico V, Giulio Cesare, Come vi piace e soprattutto, Amleto.

Dalla provinciale Stratford upon Avon, nella contea del Warwickshire, ai teatri di Londra e a quelli di corte, 1599. One year in the life of Shakespeare racconta l’evoluzione di Shakespeare da semplice poeta e drammaturgo di talento in uno dei più grandi scrittori mai vissuti. È un viaggio alla riscoperta del mondo in cui il poeta è nato e cresciuto e che nella sua maturità stava scomparendo – il suo passato cattolico; la Foresta di Arden; la morente cultura cavalleresca.

A tratti un po’ verboso e mancante delle mappe storiche e geografiche e delle cronologie che io trovo necessarie per ritrovarsi in un libro così complesso e ricco di informazioni, questo di James Shapiro resta tuttavia una lettura affascinate e illuminante. Consigliato agli amanti di Shakespeare e a chi legge in inglese.

2018 ©Paola Cacciari

2018 ©Paola Cacciari

ll cardinale, le mogli e il Re: la storia dei Tudor vista da Hampton Court

Oh, se i muri potessero parlare quante cose ci potrebbero raccontare! Come Hampton Court per esempio che in quanto a storia (e storie) ne ha vista parecchia, e non solo nell Epoca Tudor che non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor. Presino Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri. Ma le vicende di Enrico VIII e delle sue sei mogli mi hanno sempre affascinato e allora perché non partire proprio da qui per qualche pillola di storia?

Enrico VIII sarà anche stato sfortunato in amore (sebbene pensi che le sei poverette che hanno avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada potrebbero dissentire…), ma fu certo fortunato in fatto di ministri. Per la prima parte del suo regno infatti ebbe il Cardinale Thomas Wolsey, per gran parte della seconda Thomas Cromwell. Certo Enrico, essendo Enrico fu abbastanza stupido da  sbarazzarsi di entrambi – ad un costo molto alto come si vedrà – ma non prima di aver spremuto il meglio da i due.

Avranno anche avuto lo stesso nome, ma i due Thomas erano diversissimi l’uno dall’altro. Se Cromwell era contento di stare nell’ombra, un eminenza grigia, non c’era nulla di grigio in Wolsey che sfoggiava la sua ricchezza con la stessa disinvoltura con cui indossava il rosso cardinalizio. E per dimostrare al mondo che il primo ministro di Enrico VIII sapeva vivere in modo altrettanto splendido dei cardinali romani, si fece costruire Hampton Court.

Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Questo magnifico palazzo, che combina lo stile grandioso del Rinascimento italiano con la tradizione locale e iconografia cattolica promossa dal segretario apostolico Paolo Cortesi (1471 – 1510), autore del trattalo De cardinalatu (il corrispondente religioso del Cortegiano di Baldassar Castiglione) molto popolare negli ambienti ecclesiastici elevati, a cui forniva un prezioso codice di comportamento e che delinea l’immagine ideale del “principe della Chiesa” a cui Wolsey aspirava e che voleva trasmettere a chi visitava Hampton Court. Il palazzo, dove il cardinale riceveva molte persone diverse – dal Re agli ambasciatori stranieri, a legati pontifici- doveva pertanto essere in grado di “parlare” ad una varietà di nuovi segmenti di pubblico e dire cose diverse a persone diverse.

Certo, emulare lo stile del re in architettura copiandone il gusto per lo spettacolo era, da parte dei sudditi un’azione volta ad adulare il sovrano per ottenerne il favore. Ma con Enrico il rischio di passare il segno e diventare così un arrampicatore sociale (come Wolsey), un pericoloso rivale o addirittura una minaccia era sempre altissimo come il cardinale ebbe la sventura di sperimentare a proprie spese.

Sampson Strong’s portrait of Cardinal Wolsey at Christ Church (1610)

Wolsey non ebbe tempo per goderselo il suo magnifico palazzo che proprio mentre stava per essere completato accade il disastro. La causa del disastro fu semplice: non avendo avuto figli maschi dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico voleva l’annullamento del suo matrimonio (sulla base che essendo lei stata la già la moglie del fratello Arthur, morto dopo sei mesi, l’unione era da considerarsi illegittima) per sposare la suo nuova bella, Anna Bolena. Come sempre Enrico si rivolse a Wolsey per risolvere la questione (in fondo a questo servono i ministri no?) e il cardinale si mise all’opera. Difficile e spinosa che fosse, con papa Clemente VII ci sarebbe forse anche stata qualche possibilità di risolvere la questione in modo soddisfacente (per Enrico, non per Caterina, a cui la prospettiva di esser scartata dopo anni di uso fedele, deposta e spedita in convento non andava davvero giù) che in fondo la Riforma protestante era già in atto, e una piccola concessione non sarebbe stata una gran cosa per il Papa mantenere cattolica L’Inghilterra. Ma Caterina era la zia di un pesce ben più grosso, l’imperatore Carlo V, che certamente non sarebbe stato altrettanto accomodante. Wolsey esitò ed Enrico, essendo Enrico, perse la pazienza e decise di risolvere la questione da solo con i risultati che tutti sappiamo – almeno tutti quelli che hanno fatto attenzione alle lezioni di storia.

Wolsey sapeva fin troppo bene di aver fallito e che l’ira di Enrico si sarebbe abbattuta su di lui con la violenza di un uragano. Così nel 1528, tre anni dopo il suo completamento, offrì il suo magnifico palazzo di Hampton Court al re, nel vano tentativo di placarne l’inevitabile vendetta. Invano, come si vedrà, che nel 1529 Wolsey fu spogliato del suo incarico e delle sue proprietà (inclusa la sontuosa abitazione londinese di York House che Enrico diede ad Anna Bolena). Nel 1530 Wolsey era morto. E meno male, che se non fosse morto di crepacuore probabilmente sarebbe finito decapitato come l’altro Thomas, Cromwell, sempre per una questione di donne (nel caso dell’eminenza grigia la sua rovina fu lo sfortunato matrimonio con la protestante Anne de Cleves).

Ma torniamo ad Hampton Court. In questo periodo Enrico possedeva già una sessantina tra di palazzi e abitazioni, ma la sua corte da sola contava circa un migliaio di persone che dovevano vivere da qualche parte. Così il re, che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi, lo requisì nel 1529. Enrico non perse tempo ad ampliare Hampton Court, quadruplicando la superficie delle già immense cucine costruite dal cardinale, e aggiungendo la Great Hall, dove per gli anni a venire consumò i suoi pasti in compagnia della regina di turno.

Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Per il via del disturbo che Enrico si prese per sposare Anna Bolena, si è sempre pensato che il sovrano fosse un gran amate delle donne: in realtà pare fosse vero il contrario anche se forse è vero che l’unica donna che abbia davvero amato sia stata la suddetta Anna. Ma questo non la salvò dalla decapitazione quando, avendo fallito il suo compito principale di donna e regina che era quello di fornire il re con un erede maschio, diventa in eccedenza al requisito ed Enrico passa rapidamente alla moglie numero tre. Questa era la bionda e fragile Jane Seymour  che morì rimase in carica solo un anno, morendo di parto nel 1537, avendo almeno fornito un erede maschio ad Enrico. Ma Edoardo VI era un ragazzino gracile e malaticcio (infatti morì a sedici anni) e ad Enrico serviva almeno un erede di ricambio in caso il primogenito non fosse sopravvissuto (d’altronde questa era una storia che lui sapeva bene essendo lui stesso il figlio secondogenito salito al trono dei Tudor alla morte del fratello Arthur). Il fatto che lui avesse già due figlie, Maria ed Elisabetta dalla moglie numero uno Caterina d’Aragona e dalla moglie numero due Anna Bolena, non contava: per Enrico le principesse non erano un valido sostituto per un erede maschio, e il fatto che l’Inghilterra non avesse mai avuto una regina (fatta eccezione per Matilda che nel XII secolo passò l’intera sua vita a combattere suo cugino Re Stefano per il possesso della corona) sembrava dargli ragione. Pertanto si rendeva necessaria un’altra potenziare madre.

Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

La moglie numero quattro, Anne de Cleves non ebbe neppure tempo di iniziare il lavoro che  fu prontamente dismessa (Enrico non fu in grado di consumare il matrimonio, ma per salvare la faccia scaricò la colpa sulla consorte che esiliò in campagna con una bella pensione e la testa sulle spalle, cosa che non si può dire andò allo stesso modo per Thomas Cromwell, che per questo fu prontamente decapitato nel 1540. Sfortunatamente per lei, le attenzioni del re ricaddero sulla giovane cugina di Anna Bolena, Catherine Howard. Lei aveva 16 anni e lui aveva 56 anni, pesava 130kg e aveva una ferita purulenta che non si rimarginava da cui usciva una tanfo insopportabile. Dovendo sopportare le sue effusioni, era inevitabile che la poverina cercasse conforto tra le braccia del giovane ed aitante Thomas Culpeper. Inevitabilmente la cosa era destinata a finire bene e dopo soli 16 mesi in carica, nel 1543 anche Catherine fu decapitata come adultera insieme al suo amante.

La moglie numero sei, Catherine Parr fu più fortunata: Enrico morì  nel 1547 prima di potersi stancare di lei. Fu libera così di sposare l’amore della sua vita, Thomas Seymour, ma sfortunatamente per lei rimase incinta e morì di parto nel 1548. Aveva solo trentacinque anni.

2017 ©Paola Cacciari

Gli incontri: l’artista e il suo soggetto alla National Portrait Gallery

Young Boy Wearing a Round Cap, attributed to Annibale Carracci, 1580s. Photograph: Chatsworth Settlement Trustees

Chi dice che il disegno preparatorio è inferiore al quadro finito non ha mai visto gli schizzi di Holbein. O di Rubens. O di van Dyck. O di Annibale Carracci. E potrei continuare fino a nominare ciascuno dei 48 artisti i cui disegni compongono la piccola e preziosa mostra della National Portrait Gallery. Si chiama The Encounter: Drawings from Leonardo to Rembrandt. Gli incontri. Che in fondo che cos’è un ritratto se non l’incontrro di due persone e di due personalità quella del pittore e quella del suo soggetto? Schizzi fatti per gioco o in preparazione di un ritratto ufficiale; schizzi di amici, colleghi artisti, di alteri aristocratici o di amati membri della famiglia: questa mostra esplora il legame psicologico che si stabilisce (o meno) tra chi dipinge e chi è dipinto. E quando questo legame manca, anche se tecnicamente è un capolavoro, il ritratto fallisce.

La stella indiscussa del mostra è Hans Holbein il Giovane, di cui sono esposti ben sette disegni provenienti dalla Royal Collection. Adoro Holbein, si tratti di ritratti finiti o delle sue miniature (il museo in cui lavoro possiede il ritratto miniato di Anne de Cleves che tanto dolor causò tanto al tedesco – che, a sentire Enrico VIII l’aveva dipinta troppo bella, che a colui che il ritratto l’aveva commissionato, il cancelliere Thomas Cromwell che per questo perse la testa). Ma i suoi disegni sono di un’altra lega. Holbein costituisce un’eccezione nel mondo dell’arte in quanto oltre un centinao dei disegni eseguiti durante i suoi due soggiorni alla Corte di Enrico VIII sono arrivati fino a noi, anche grazie alla lungimiranza della Regina Carolina, la consorte di Re Giorgio II che scoperta questa collezione in un mobile di Kensington Palace (dove allora risiedeva la corte) decide di esporla alle pareti (come si trattasse di opere d’arte finite) invece che rimetterla nei cassetti. Si tratta di ritratti di nobili e dame di corte, ma anche di mercanti e di semplici membri della servitù di corte. Sono una vera rarità, visto che all’epoca i disegni erano considerati unicamente meri strumenti preparatori finalizzati all’opera finita, non un’opera d’arte in sé, e nel corso dei secoli moltissimi sono andati perduti. Ma quando sopravvivono ci raccontano un scacco di cose – dal colore di un abito ai dettagli dello sfondo: veri e propri piccoli promemoria scritti di pugno da alcuni artisti.

Generalmente realizzati con il torso in schizzato in matita, questi i disegni di Holbein presentano solo i tratti del visto con tracce di colore a pastello. E se questo pare impossibile, sembrano ancora più visi e pulsanti dei quadri finiti.

E che dire dei disegni di Gianlorenzo Bernini? Con il fatto che il nostro toscano è un tale maestro nell’architettura e nella scultura, si tende a dimenticare che, come Michelangelo (ovviamente anche lui presente nella mostra…) anche Bernini era un artista completo e sapeva pure dipingere e disegnare molto bene. I suoi schizzi, uno dei quali e’ quello di colui si pensa sia il fratello Luigi, sono pieni dello stesso plasticismo, della stessa vita pulsante che anima le sue sculture.

Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II
Man wearing a wide collar possibly-Luigi Bernini by Gian Lorenzo Bernini c.1640. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen Elizabeth II

Insomma, una mostra davvero da non perdere! #TheEncounter

 

Londra// fino al 22 ottobre 2017
The Encounter: drawings from Leonardo to Rembrandt
National Portrait Gallery, Londra

Gite fuori porta: Cambridge

Cambridge non ha bisogno di presentazioni che forse solo un marziano non ha sentito nominare almeno di passaggio questa deliziosa città universitaria situata nella parte orientale dell’Inghilterra, ad un centinaio di km a nord-est di Londra e bagnata dal fiume Cam. Con Oxford è la sede di una delle università tra le più antiche e prestigiose al mondo (anche se non antica quanto l’Alma Mater Studiorun di Bologna – scusate, non ho resistito… 😉 ).

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Inutile dire che l’aspetto della città è determinato dalla presenza dell’Università e gli edifici in stile gotico perpendicolare abbondano. I colleges cominciarono a svilupparsi a partire dalla fine del XIII sec. Il primo fu Peterhouse costruito nel XIII-XV secolo, seguito dal Pembroke College e il Gonville and Caius College entrambi del XIV secolo, con aggiunte successive; il Christ’s College e il St. John’s College furono invece costruiti nel XVI secolo, insieme al Magdalene College nato nel 1428 come ostello benedettino prima di essere rifondato nel 1542 come parte dell’Università di Cambridge. L’allievo più celebre del college è il mio adorato Samuel Pepys, diarista e londinese i cui scritti e libri furono donati al college dopo la sua morte e che oggi sono conservati nella Pepys Library, all’interno del college stesso. Il Magdalene è conosciuto per lo stile tradizionalista, che include la cena a lume di candela nella hall tutte le sere ed il fatto di essere stato l’ultimo college di Oxbridge ad ammettere le donne nel 1988. Uh!

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
St John’s College Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Il famosissimo King’s College, la cui bellissima cappella (se si può chiamare così una chiesa delle dimensioni quasi di una cattedrale gotica…) costruita tra il  1446 e il 1515  e decorata da magnifiche vetrate e dall’altrettanto magnifica volta a ventaglio tipica del gotico inglese, dove alla vigilia di Natale si tengono il famoso coro del King’s College canta i Christmas Carols, i canti di Natale.

 King's College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017
King’s College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

Il complesso del Trinity College, fondato da Enrico VIII nel 1546 ospita la splendida biblioteca costruita da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral a Londra per intenderci) tra il 1676-95. Le scaffalature contenenti i libri sono disposte in file perpendicolari alle pareti e sono decorate da meravigliosi intagli lignei del magico scultore e intagliatore Grinling Gibbons e sono coronate da busti in gesso di famosi scrittori di ogni epoca.

Una delle attività predilette di turisti e locali è il punting. Il punt è una imbarcazione a fondo piatto con la prua squadrata, nata come barca da carico o piattaforma per la pesca con l’amo da utilizzare su piccoli fiumi dalle acque poco profonde. Essendo la pesca o il trasporto di carichi diventati obsoleti, queste barche sono ora utilizzate per piacevoli escursioni sul fiume Cam – da cui il verbo “punting”. Il “punter” dal canto suo è il palo che, spinto contro il fondale del fiume, permette alla barca di avanzare – una sorta di gondoliere d’acqua dolce insomma anche se Wikipedia fa attenzione ad informarci che “Questo tipo di imbarcazione non deve essere confusa con una gondola che, oltre ad essere strutturalmente diversa, è azionata da un remo piuttosto che da un palo.”

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Ma solo dopo aver riempito la pancia con un sostanzioso e saporito pub-lunch (Cambridge abbonda di pub caratteristici come The Eagle, uno dei più antichi della città) ci si può prender d’assalto il bellissimo Fitzwilliam Museum, la cui collezione e’ cresciuta attorno al nucleo originario della biblioteca del musicologo e collezionista Richard Fitzwilliam, che nel 1816 ne fece dono all’università e che ospita importantissime raccolte di manoscritti, pitture e antichità e la cui visita (credetemi) vi può portare via gran parte della giornata…

Cambridge 2017 © Paola Cacciari
Cambridge 2017 © Paola Cacciari

2017 ©Paola Cacciari

Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva The White Queen sulla BBC1 è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

2017 ©Paola Cacciari

La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

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John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

2017 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

barbican.org.uk

Fine di un’epoca: Fleet street

Se Chancery Lane è il cuore pulsante della Londra legale, Fleet Street è quello della Londra letteraria. Collegando lo Strand a Ludgate Circus, Fleet Street fu l’epicentro del giornalismo britannico dal XVIII agli anni Ottanta del XX secolo. Chiamata così per via del fiume Fleet, il più grande degli affluenti del Tamigi (che scorre ancora sotterraneo), era anche chiamata the Street of ink e non a caso, visto che già dal 1500 Wynkyn de Worde (allievo di William Caxton) vi stabilì la prima stamperia della capitale, seguito a ruota da molti altri librai ed editori.

Fleet Street in London looking east towards St Paul's Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.
Fleet Street in London looking east towards St Paul’s Cathedral. Photograph by James Valentine, c.1890.

La zona attorno a Fleet Street era già abitata in epoca romana, ma fu solo nel XIII secolo che la strada, come la conosciamo adesso, comincia a prendere forma. In realtà all’epoca si chiamava Fleet Bridge Street ed era un insieme sconnesso di taverne, bordelli, botteghe e lavorarori di tintori. La sua associazione con la carta stampata avvenne solo più tardi, nel XV secolo, grazie al gia’ citato Wynkyn de Worde (l’apprendista del più famoso William Caxton), che dal suo laboratori vicino a Shoe Lane sfornava libri stampati a ritmo serrato. Presto altri stampatori ed editori seguirono il suo esempio, attirati dal fiorente commercio legato ai quattro Inns of Courts di Londra, le associazioni a cui ogni avvocato deve appartenere per esercitare la professione in Inghilterra e Galles che erano situate attorno alla Court of Chancery, la Cancelleria (il cui toponimo rimane ancora oggi nella vicina strada di Chancery Lane che unisce Fleet Street con Holborn). Ma se le pubblicazioni legali la facevano da padrone, non mancavano anche testi religiosi (vietati e non) e opere teatrali.

London, 2016 © Paola Cacciari
St Bride Church, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Nel XVI secolo Fleet Street era così affollata da rendere necessaria la promulgazione di un editto reale del 1580 che proibiva la costruzione di altre case che si affacciavano sulla strada – editto regolarmente ignorato da padroni di casa senza scrupoli desiderosi di arricchirsi (e in questo nulla è cambiato in oltre 500 anni).  Ci vollero le fiamme del Grande Incendio di Londra che nel 1666 distrusse la parte orientale della strada, a porre un improvviso freno a questa espansione selvaggia.

Dalle ceneri dell’incendio nacque St Bride Church. Nascosta in una quieta stradina laterale, St Bride è un’oasi di pace a due passi dal frastuono di Fleet Street. Detta anche la chiesa dei giornalisti per la sua (ovvia) vicinanza alla strada in questione, è anch’essa una delle chiese ricostruite da Christopher Wren dopo il Great Fire e pare che proprio il suo elegante campanile abbia fornito l’ispirazione per le torte nuziali!

Ma se la strada era già sede di stampatori nel XVI secolo, fu solo nel XVIII secolo che diventa la sede del primo quotidiano britannico, The Daily Courant fondato nel 1702. Fleet Street doveva essere davvero incredibile all’epoca, l’ombelico del mondo della carta stampata della Capitale, popolato da pub, taverne e nascenti coffee houses dove giornalisti, intellettuali e scrittori si incontravano per scambiarsi notizie e pettegolezzi in un epoca ancora priva di internet e del telefono.

La diffusione dei giornali era tuttavia fortemente limitata dalle tasse  sulle carta, che nel XIX secolo erano altissime; solo con la loro abolizione nel 1861 si arrivó ad un vero e proprio boom della parola stampata. L’avvento del XX secolo Fleet Street e la zona circostante erano dominate dalla stampa nazionale e dalle industrie connesse, tanto che su quella grande arteria stradale di Londra presto non rimasero altro che le sedi dei giornali e i pub in cui i giornalisti andavano a dissetarsi tra un articolo e l’altro. Che su Fleet Street, non lontano da Gough Square e dalla casa del Dr Samuel Johnson, Ye Olde Cheshire Cheese è uno dei più antichi pub di Londra, nonché uno dei primi ad essere stati ricostruiti dopo l’incendio del 1666. Prende il nome dal Cheshire, uno dei formaggio più antichi prodotti in Inghilterra e uno dei più popolari nel tardo XVIII secolo. Pare che tra i clienti abituali di questo caratteristico pub ci fossero Samuel Jonhson (ancora lui) e Charles Dickens. E se la presenza del Dottore non è mai stata accertata (ma ci piace pensare che fosse il suo ‘local’), quella di Dickens  pare invece più sicura, visto che lo cita nel suo A Tale of Two Cities.  Alla fine di Fleet Street, altro pub storico è The Punch Tavern dove nel 1841 nacque il giornale satirico Punch; il pub attuale fu ricostruito nel 1894-5, ma mantiene ancora molte delle caratteristiche originali, tra cui la sua atmosfera accogliente (lo so, l’ho provato diverse volte… 🙂 ).

Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari
Daily Express, Fleet Street. London, 2014 © Paola Cacciari

Ma tutto ciò pose una brusca fine la decisone di Rupert Murdoch che nel 1986 decise di trasferire i suoi quotidiani, The Sun e The Times a Wapping, dando inizio ad un esodo terminato solo di recente con la chiusura dell’ultimo quotidiano rimasto in Fleet Street, lo scozzese Sunday Post. Gli splendidi edifici Art Déco che si trovano al n.135 e al n. 128 e che ospitarono rispettivamente le sedi del Daily Telegraph (1927-28) e del Daily Express (1932) prima che i quotidiani si trasferissero altrove, restano a testimoniare il glorioso passato della strada. E anche della fine di un’era.

2016 ©Paola Cacciari

La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…