Lee Krasner, il genio dimenticato dell’Espressionismo Astratto

Alzi la mano chi, come me, non è un fanatico dell’arte contemporanea e ha sentito parlare di Lee Krasner (1908-1984).
Non molti? Lo sospettavo. Che Lee Krasner, nata Lena Krasner, ha trascorso la vita a lottare per uscire dall’ombra, per il diritto di essere se stessa: un’artista complete e indipendente, e non solo la moglie di Jackson Pollock.

 Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.
Lee Krasner in her New York studio, c 1939: ‘She didn’t suffer fools.’ Photograph: Photograph by Maurice Berezov. Copyright A.E. Artworks, LLC.

Questo, insieme al fatto di essere una donna, era il problema più grande quando cercava di essere presa seriamente all’interno di un gruppo al testosterone come gli Espressionisti Astratti. Ma a volte il cercare di guadagnarsi un posto al sole a furia di gomitate non basta, che questo non era un movimento per mammolette.

“I was a woman, Jewish, a widow, a damn good painter, thank you, and a little too independent.” Lee Krasner

I suoi primi lavori sono densi di influenze cubiste e realiste, e forse lo sarebbero rimasti se i primi brucianti insuccessi non le avessero fatto perdere le staffe a tal punto da distruggere in una fitta di rabbia le tele rimaste invendute, solo per riassemblarle in una sorta di collage astratto pieno di furia e frustrazione. E il risultato è qualcosa di radicamente nuovo e diverso anche per l’America di quegli anni.

'Icarus' (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores
‘Icarus’ (1964) © The Pollock-Krasner Foundation/Kasmin Gallery/Diego Flores

La morte di Pollock nel 1956 in un incidente automobilistico è un’altra pietra miliare per la Krasner, che si getta anima e corpo nella pittura – il suo personale antidoto al dolore. Quello che ne risulta è un gruppo opere che grondano tristezza, nostalgia e perdita, e che forse, per la prima, volta parlando davvero con la sua voce.

Lee Krasner, who died in 1984, at work in her studio in the 60s, painting Portrait in Green. Photograph: Mark Patiky

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 1 Settembre 2019

Lee Krasner: Living Colour @ Barbican Art Gallery

www.barbican.org.uk

Jasper Johns: Something Resembling Truth @ Royal Academy

Per i miei nonni la bandiera americana a stelle e strisce cucita sulle uniformi dei soldati che marciavano per le strade distribuendo calze di nylon e cioccolata di Bologna (e di molte altre città) era un simbolo di libertà; per i miei genitori era il Rock’n Roll, il Far West, il boom economico, gli anni Sessanta. Per me, cresciuta negli anni Ottanta, era la musica di Bruce Springsteen, era Footloose e Ritorno al Futuro, era On the Road di Jack Kerouac – grandi fiumi, cieli immensi e strade senza fine.

Ed ora? Ora è Donald Trump. Scommetto che quando, anni addietro, i curatori della Royal Academy, della Tate Gallery e del British Museum hanno pianificato il programma delle future mostre delle tre famose istituzioni londinesi includendo mostre come Abstract ExpressionismAmerican Dream: pop to the presentAmerica after the fall, Robert Raushemberg ed ora questo Jasper Johns: Something Resembling Truth – non avevano previsto gli effetti dell’uragano Donald Trump sugli Stati Uniti d’America.

Penso a tutto questo persa nelle stelle e strisce di Jasper Johns (1930-). Si chiama Flag (1954–55) ed è quello che dice di esse re: una bandiera. Ma è anche un’opera d’arte, un quadro a tutti gli effetti dipinto con la tecnica ad encausto, un’antica tecnica pittorica applicata su muro, marmo, legno, terracotta, avorio e a volte anche sulla tela in cui i colori vengono mescolati a cera punica (che ha funzione di legante), mantenuti liquidi dentro un braciere e stesi sul supporto con un pennello o una spatola e poi fissati a caldo con arnesi di metallo chiamati cauteri o cestri (grazie Wikipedia!).

Flag, 1958 (encaustic on canvas) Photograph: Jamie Stukenberg/© Jasper Johns / VAGA, New York / DACS, London 2017
Flag, 1958 (encaustic on canvas) Photograph: Jamie Stukenberg/© Jasper Johns / VAGA, New York / DACS, London 2017

Verso la metà degli anni cinquanta Jasper Johns si impone sulla scena artistica americana, instaurando un nuovo rapporto tra immagine reale e immagine dipinta. Non per nulla fu uno dei principali esponenti del New Dada, la corrente artistica americana molto vicina al Nuovo realismo francese, per la quale gli oggetti di uso comune vengono inseriti in un’opera d’arte, così come già si era visto nell’arte Dada di Marcel Duchamp.
Come per Duchamp, anche per Johns il problema della rappresentazione del reale trova una possibile soluzione attraverso l’inserimento dell’oggetto stesso (il famoso ready-made di Duchamp) all’interno del dipinto. E molto prima di Andy Warhol e della Pop Art, Jasper Johns inserisce nelle sue opere “quegli oggetti “[…] che si guardano, ma che non si vedono”. Come una bandiera appunto. O una lattina di birra. O una scopa. Uh!

Fool’s House, 1961–62. Photograph: Jasper Johns/VAGA, New York/DACS, London 2017

Johns libera l’arte dalla struttura filosofica dell’espressionismo astratto, riducendo al minimo l’intervento dell’artista. Ma c’è molto di più in Johns dell’incorporare una scopa, un piatto di ceramica, o una tazza nei suoi dipinti. La sua filosofia era infatti “Prendi un’ oggetto. Facci qualcosa. Facci qualcos’altro.” Scrive l’americano in uno dei suoi diari negli anni Sessanta – una dimostrazione che l’atteggiamento ironico ed iconoclasta che lo ha sempre contraddistinto e’ molto spesso diretto proprio contro la sua stessa arte.
Almeno fino alla fine degli anni Settanata, dopodiché sembra scivolare nell’astratto virtuosismo (o mera ripetizione che dir si voglia) una cosa che i curatori hanno cercato di nascondere alla meno peggio allestendo la mostra in modo tematico piuttosto che cronologico, ma che non nasconde il fatto che le opere prodotte dagli anni Ottanta in poi sono decisamente inferiori a quelle precendenti.
Detto questo, l’impatto di Jasper Johns sul panorama artistico del XX secolo è innegabile. Lui è l’anello di congiunzione tra il Modernismo e l’arte concettuale. Rompendo con un movimento e inaugurandone un’altro (sebbene forse senza saperlo…) ha influenzato la generazioni di artisti che lo hanno seguito.

Londra// fino al 10 Dicembre 2017

Jasper Johns: Something Resembling Truth @ Royal Academy

2017 ©Paola Cacciari

Tutti i colori dell’espressionismo. Ma solo se astratto. A Londra.

“L’Espressionismo Astratto non è roba da mammolette” mi viene da pensare davanti a Composizione (1955) di Willem de Kooning. Posso quasi immaginare la rabbia, e la violenza emotiva con cui l’artista attacca la tela; le pennellate sono larghe come quelle di una pennellessa e sono così cariche di colore da trasformare parti di questo quadro una sorta di oggetto tridimensionale. Davvero l’Espressionismo Astratto fa esattamente quello che dice di fare: è astratto, ed è violentemente espressivo.

Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Willem de Kooning Composition (1955) Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Questo movimento fa il suoi ingresso sul palcoscenico dell’arte intenazionale negli anni Cinquanta a New York, atterrando sulla scena artistica americana con la violenza di un meteorite. E che esplosione! Colore, espressione, emozione – in pratica tutti quegli “ismi” (Cubismo, Costruttivismo, Surrealismo, Astrattismo, Espressionismo) che popolavano l’Europa all’inizio del XX secolo e che gli Stati Uniti non avevano mai sperimentato prima.
Colpa della Seconda Guerra Mondiale che aveva fatto si’ che l’Europa avesse visto morire o fuggire i suoi artisti migliori interrompendo bruscamente il fluire della vita artistica del vecchio continente. New York diventa la nuova Parigi e l’Espressionismo Astratto il primo movimento artistico americano. Non che i suoi artisti più famosi lo fossero, americani dico: lo diventarono dopo. Mark Rothko (1903-1970) veniva da quella che ora è la Latvia, Willem de Kooning (1904-1997) era olandese, Arshile Gorky (1904-1948) armeno. Ma dubito che quando cambiarono la  loro cittadinanza, questi artisti avrebbero mai pensato che avrebbero cambiato l’arte americana per sempre.

Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra
Jackson Pollock, Blue poles, 1952. National Gallery of Australia, Canberra (c) The Pollock-Krasner Foundation ARS, NY and DACS, London 2016

Poiché erano tagliati fuori dall’Europa, e poiché a New York avevano la possibilità di vedere appartenenti a vari movimenti europei, questi artisti cominciarono a sperimentare con ciò che vedevano delle avanguardie e a sintetizzare questi stimoli in qualcosa di completamente nuovo e diverso.
Certo, in un’epoca come la nostra dove la controversia in arte è la norma, è difficile realizzare QUANTO fosse rivoluzionaria l’arte di questi pittori. Ma lo era. Il gesto di Pollock di rimuovere la tela dal cavalletto, metterla sul pavimento e coprirla di colore gocciolante, o quello di Rothko ridurre la pittura a semplici i blocchi di colore condensato, non si limita a dare una forma nuova alla pittura, ma la distrugge, ricostruendola dall’inizio. L’espressionsimo astratto diventa la risposta americana alla guerra fredda. Tradizione vs innovazione, libertà vs regime. L’Action Painting di Pollock diventa il simbolo dell’America libera di agire e di pensare, in contrasto con La Russia comunista. E tutto con il benestare della CIA.

Certo, leggendo le loro biografie viene da chiedersi se gli artisti dell’Espressionismo astratto non avessero preso un po’ troppo letteralmente l’immagine dell’artista tormentato dall’arte. Insomma: Pollock divenne un alcolista e morì in un incidente, al volante della sua auto, completamente ubriaco. Gorky morì suicida all’età di 44 anni, ma solo dopo aver visto il suo studio andare in fiamme, la moglie tradirlo con il suo migliore amico Roberto Matta, scoprire di avere il cancro e essere stato la vittima di un grave incidente incidente automobilistico in cui si fratturò l’osso del collo: davanti a questo la morte di de Kooning, sopravvissuto ad una vita dedita all’alcool e spentosi con l’Alzheimer pare davvero un sogno!

Londra// fino al 2 Gennaio 2017.

Royal Academy of Arts

royalacademy.org.uk

Arshile Gorky. Una retrospettiva. Londra, Tate Modern

Nato all’inizio del Novecento nell’Armenia occidentale allora parte dell’Impero Ottomano, Arshile Gorky (c.1904-1948) attraversa gli eventi dell’Europa d’inizio secolo con l’intensità di una cometa. Ha soli cinque anni Vosdanig Adoian quando vede il padre lasciare il piccolo villaggio di Khorkom per evitare di essere deportato dai Turchi. Va per cercare lavoro in America e promette alla moglie Shushan e ai due figli che presto avrebbe mandato loro il denaro per raggiungerlo. Ma gli anni passano e il denaro non arriva. Forse per ricordare al marito lontano la sua famiglia in Armenia, Shushan posa con il giovane Vosdanig per una foto. È il 1912. E su questa foto ritrovata anni dopo, Gorky basa le due versioni de The Artist and his Mother (circa 1926-36 e 1929-42). Per comprendere in pieno la potenza espressiva dell’arte di Gorky basta guardare questi due ritratti. Memorie dell’infanzia perduta e dell’esilio rese con una pennellata potentemente espressiva. Entrambi mostrano il giovane Gorky in piedi mentre stringe un piccolo mazzo di fiori; accanto a lui, siede la madre ieratica come un’icona bizantina. Gorky è un maestro di sintetismo.

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Arshile Gorky – The Artist and His Mother (ca. 1926-1936), Whitney Museum of American Art, New York City

Abbandonata al proprio destino e agli orrori del genocidio degli armeni operato dai Turchi a partire dal 1915, la piccola famiglia si rifugia in Russia. E qui, nell’inverno del 1918-19, Shushan muore di fame e di stenti tra le braccia del figlio quindicenne.
Gli orribili eventi di quegli anni segnano Gorky per sempre, caricandolo di una tristezza che finirà con lo schiacciarlo. Fugge in America nel 1920 con la sorella, e qui in questa nuova terra, Vosdanig Adoian diventa Arshile Gorky. ‘Gorky’, che nella sua lingua significa “l’amaro.” Ma anche in omaggio allo scrittore russo Maksim Gorky che, come lui, fece una vita errante e dolorosa.
A molti critici europei l’opera di Arshile Gorky appare poco originale. L’artista armeno-americano ha studiato profondamente la pittura europea e di ogni singolo quadro è facile individuare la provenienza. In bilico tra le forme biomorfiche di Joan Miró e il cubismo di Picasso, Gorky impiega quasi un decennio per trovare la sua voce. All’inizio della sua carriera dipinge pastiche di Cézanne, Léger, Kandisky e Miró realizzati attraverso gli esempi che vede nei numerosi musei di Boston e New York. Esempi che traduce su tela con una pennellata così densa e spessa da risultare quasi soffocante. Ma Gorky non copia: traduce. Come Hemingway and Scott-Fitzgerald scrivono in inglese, ma fanno una letteratura americana, così Gorky traduce la letteratura pittorica europea rendendola comprensibile in America.Se l’America tra le due guerre non è il posto migliore per un aspirante artista, la New York degli anni Venti al contrario è una città in grande fermento.

Qui il giovane Gorky stringe amicizie con gli artisti emergenti dell’avanguardia newyorchese Willem de Kooning, John Graham, Isamu Noguchi,David Smith. La sua grande opportunità arriva all’inizio degli anni Quaranta con la serie Garden in Sochi (1940-41) dove il recupero dell’infanzia perduta – la famiglia, il giardino assolato, una farfalla – coincide per Gorky con l’incontro con i surrealisti europei rifugiatisi a New York per sfuggire alla Seconda Guerra Mondiale. L’entusiasmo di André Breton gli apre le porte del movimento surrealista permettendogli di raggiungere un pubblico più vasto. Ma Gorky non è un surrealista: per lui il Surrealismo è accademismo in incognito. Quello che vuole è che i suoi dipinti siano riconosciuti come arte americana.

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Arshile Gorky (1904-1948): Garden in Sochi, 1943. New York, Museum of Modern Art (MoMA)

Le sue liriche astrazioni spianano la strada all’Espressionismo Astratto che vedrà in Willem de Kooning, Mark Rothko, Jackson Pollock e Cy Twombly i suoi profeti.Gli anni della Seconda Guerra Mondiale sono sono i migliori per Gorky che  produce un’incredibile quantità di disegni. Nel 1941 sposa Agnes “Mougouch” Magruder e la coppia passa sempre più tempo in campagna.  L’incontro con il paesaggio della Virginia ispira opere come Untitled (Virginia Landscape)(1943) e Waterfall (1943) in cui l’astratto biomorfismo di Miró lascia il posto a leggeri veli di colore ispirati a Kandinsky in un miracolo di diafana leggerezza.
Ma il disastro è dietro l’angolo anche se, guardando gli evanescenti astrattismi dipinti da Gorky  negli ultimi anni, è difficile crederlo. Il 1946 è un anno terribile per il pittore che vede un incendio distruggere il suo studio polverizzando in un attimo un anno di lavoro, il cancro, il tradimento della moglie con il suo migliore amico e un grave incidente incidente automobilistico in cui si frattura l’osso del collo.  Precipita in una depressione da cui non uscirà più e che nel 1948 lo porterà al suicidio.
Una vita quella di Gorky cominciata e finita allo stesso modo: in tragedia.

2010©Paola C. Cacciari

Londra//fino al 3 Maggio 2010

Arshile Gorky A Retrospective

Tate Modern