Le Tre Grazie di Canova

“Forse (o ch’io spero!) artefice di Numi,
nuovo meco darai spirto alle Grazie
ch’or di tua man sorgon dal marmo.”

declama Ugo Foscolo nel suo carme Alle Grazie. Il nostro Ugo nazionale fu colpito dalla morbida sensualità di questre tre leggiadre fanciulle di marmo scolpite da Antonio Canova (1757-1822). E non fu il solo. Che non passa giorno senza che qualche pellegrino (italiano e non) giunga in visita al mio bellissimo museo per ammirare la bianca bellezza di questre tre signorine. Ma come sono arrivate qui? Pazientate e leggete qui sotto.

Nel 1814 John Russell, VI duca di Bedford, a Roma in occasione del consueto Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni aristocratico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione politica, accademica o professionale, visitò Canova nel suo studio e vide la scultura. Colpito dalla bellezza del marmo, tentò di acquistare la scultura. Non riuscendoci, commissionò allo scultore veneto una seconda versione, quella che si trova a Londra, esposta al museo in cui lavoro e a cui (in giornate come oggi) mi ritrovo (con un certo piacere) a fare la guardia.

Ma andiamo per ordine.

La prima versione delle Tre Grazie, scolpita tra il 1813 e il 1816, è conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Canova l’aveva scolpita per l’imperatrice Josephine Beauharnais, la moglie separata di Napoleone Bonaparte, che gliel’aveva commissionata nel 1812. Ma Josephine, morta nel Maggio 1814, non vide mai la scultura finita, e il Duca trovandosi a passare il quel di Roma in quello stesso anno, si offrì di comprare da Canova il gruppo scultoreo oramai orfano della sua regale committente.

Ma Bedford non aveva fatto i conti con il figlio di Josephine, Eugene Beauharnais, che reclamò la scultura portandola in Francia, dove rimase fino a quando la sconfitta di Napoleone non lo fece approdare in Russia. Deciso ad avere la sua scultura, il Duca convinse Canova a scolpirne una seconda versione, molto simile ma differente in alcuni dettagli, per la stessa somma di denaro pagata da Josephine. Completata tra il1814 e il 1817 e installata nella sua residenza di campagna, Woburn Abbey, nella contea del Bedfordshire, nel 1819 da Canova in persona, che arrivò in Inghilterra per supervisionare l’installazione in un Tempio delle Grazie appositamente progettato dove è rimasto fino a quando, negli anni Ottanta, l’ultimo proprietaro, il Marchese di Tavistock decise di venderlo al migliore offerente.

Nel 1994, l’opera fu acquistata dal Getty Museum di Los Angeles, ma un’eccezionale campagna pubblica promossa da The Art Fund (un’organizzazione indipendente che non riceve aiuti da parte del governo o della Lotteria Nazionale, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche e il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) ne fermò l’esportazione. Fortunatamente una seconda campagna pubblica che ha visto, oltre a quella dell’Art Fund, donazioni da parte di numerose istituzioni e membri del pubblico, è riuscita nell’intento e l’opera è stata acquisita unitamente dal Victoria and Albert Museum di Londra e dalle National Galleries of Scotland di Edimburgo.

2018 ©Paola Cacciari

 

La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate
Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.
From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London
Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

Christen Købke, il maestro della luce

Gentile, evocativo, delicatamente memorabile, dipinge la vita borghese della Danimarca post-napoleonica. A metà tra la bellezza misurata del neoclassicismo e le incertezze romantiche…

Celebrato nella natia Danimarca come uno dei maggiori talenti del “periodo d’oro” della pittura locale, Christen Købke (Copenhagen, 1810-1848) è per l’arte quello che il suo contemporaneo Hans Christian Andersen è per la letteratura. Ma al di fuori dei confini danesi pochi ancora lo sanno. E davanti alla serena tranquillità della Veduta del lago Sortedam (1838), che apre la nuova antologica della National Gallery, ci si chiede con stupore il perché.

Christen Købke - Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 - Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.
Christen Købke – Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 – Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

E per una volta il titolo risonante, Danish Master of Light, non mente. Ritratti, paesaggi e audaci prospettive di monumenti nazionali danesi dal sapore decisamente moderno, resi con una pennellata larga e carica di trattenuta emotività: Købke è davvero un maestro nel ricreare le delicate tonalità della luce chiara del Nord. Le sue tele sono piccoli capolavori di minuzia in cui nessun dettaglio – muschi sulle pareti, piante, ragnatele -, per quanto minuscolo, è lì senza un motivo. E le dimensioni ridotte si adattano bene al suo stile misurato, alla delicatezza dei suoi colori. Købke fa della quotidianità un’opera d’arte.

One of the Small towers on Frederiksborg Castle, about 1834.
Christen Købke – Torre del Castello di Frederiksborg –1834 circa – The David Collection, Copenhagen.

Ma proprio a causa di questa delicatezza è facile sorvolare sull’elaborata struttura della composizione, sulla sua finezza.
Quelli all’inizio dell’XIX secolo sono anni di intenso nazionalismo per la Danimarca che, relegata a un ruolo subalterno dal Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, deve rialzare la bandiera dell’orgoglio nazionale. Da parte sua, l’Accademia Reale di Copenhagen reagisce promuovendo in pittura l’immagine di una società tranquilla, semplice e ordinata, che celebra il paesaggio danese e i suoi monumenti.

Dal suo maestro Eckersberg, Købke apprende a osservare la natura dal vero. E lo fa con paziente costanza, dipingendo con devozione ossessiva i luoghi che conosce e che gli sono cari alla periferia di Copenaghen. Come la Cittadella, il Lago Sortedam, il Castello di Fredersborg: importanti simboli nazionali che rende con prospettive audaci, dal taglio quasi fotografico. Come per Constable, anche per Købke la ritrattistica è meno importante del paesaggio, ma costituisce una sicura fonte di guadagno. E come per l’inglese, anche Købke ama dipingere la famiglia e gli amici (molti dei quali artisti come lui, ad esempio l’amico-pittore Frederik Sødring), immortalandoli in ritratti affettuosamente informali che catturano la personalità dei soggetti con straordinaria finezza.

A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen
Christen Købke. A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen, 1838.

Købke non si allontanò mai troppo da Copenaghen. Cresciuto nella Cittadella, è con riluttanza che nel 1838 parte alla volta dell’Italia, pellegrinaggio di rigore per ogni artista degno di questo nome. Visita Roma, Pompei e Napoli, ma il sole accecante del Sud non si addice alla sua delicatezza nordica. La sua Arcadia è in Danimarca ed è qui che torna con sollievo nel 1840. E qui muore nel 1848, a soli 37 anni, stroncato dalla polmonite mentre i moti rivoluzionari che scuotono l’Europa mettono fine al periodo d’oro della pittura danese. Anche se forse sarebbe meglio dire al periodo d’oro di Købke.

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834
Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

 

pubblicato su Exibart

paola cacciari
mostra visitata il 30 marzo 2010

Gli esperimenti pittorici di Joshua Reynolds. Alla Wallace Collection di Londra.

Pochi artisti possono vantare un posto così centrale nella storia dell’arte britannica come Joshua Reynolds (1723-1792). Più famoso di Constable, più richiesto di Turner, fu collezionista, scrittore ed educatore, oltre ad essere stato anche il primo presidente della Royal Academy, dall’alto della cui cattedra pronunciò i famosi Discorsi sull’arte che influenzarono il gusto del pubblico e la formazione delle future generazioni di artisti britannici.

The Wallace Collection: Joshua Reynolds: Experiments in Paint
Self-Portrait by Sir Joshua Reynolds oil on canvas, circa 1747-1749 © National Portrait Gallery

Tuttavia, nonostante la sua immensa produzione pittorica (nel corso della sua lunga carriera dipinse oltre 2000 ritratti) e la sua abilità in quello che oggi chiameremo ‘networking’, della sua vita sappiamo davvero poco. Quel che è certo è che se avesse dato ascolto a suo padre, un ecclesiastico del Devon professore al Balliol College dell’Università di Oxford, invece di un grande pittore avremmo avuto un farmacista. Fortunatamente per la storia dell’arte, il giovane Joshua decise che l’arte (e non la medicina) sarebbe stato il suo futuro e nel 1740 si trasferì armi e bagagli a Londra presso lo studio del pittore Thomas Hudson, solo per lasciarlo tre anni più tardi per proseguire i suoi studi da solo. Ma nel mondo dell’arte, ieri come oggi, la competizione è forte e Reynolds capisce presto che la strada per diventare un artista fuori dal comune passava dall’Italia. E lì si reca nel 1750 con l’immancabile Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni gentiluomo britannico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione. Un’esperienza essenziale soprattutto nella vita di un artista e che rendeva chi non poteva permetterselo (come il pittore William Hogarth) verde d’invidia. In Italia Reynolds visita Roma, Napoli, Firenze, Bologna e Venezia, dove studia la maniera degli antichi e i grandi maestri del passato, prima di tornare a Londra nel 1753 per mettere in pratica quanto appreso durante il suo soggiorno europeo e diventare uno dei più grandi ritrattisti del XVIII secolo.

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Joshua Reynolds, The 4th Duke of Queensberry (‘Old Q’) as Earl of March, 1759 © The Wallace Collection

Perché la chiave del successo di Reynolds è da ricercare nell’ossessione tipicamente britannica con il ritratto. A partire dal Rinascimento infatti, la ritrattistica in tutte le sue forme (dal ritratto miniato, alla medaglistica alla ceramica) ha svolto un ruolo dominante in Inghilterra, dove i Tudor utilizzarono l’arte a piene mani per dimostrare al mondo la legittimità della loro dinastia. Nel XVIII secolo tuttavia, con l’ascesa del ceto medio e della classe mercantile il focus culturale si sposta dalla corte alla casa privata. Dalla metà del Settecento in avanti possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia e, ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società, la ricca borghesia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. Ed è soprattutto a Londra che i ritrattisti dell’Epoca Georgiana trovano un mercato fiorente e assetato di arte e di status e preparato a pagare profumatamente per ottenerlo.

La soluzione adottata da Reynolds era quella di immortalare i suoi soggetti in pose teatrali e in ambientazioni principesche, facendo di essi personaggi eroici e grandiosi, dipingendoli con pennellate larghe dal colore ricco e dai drammatici effetti di ombre e di luce. Gli uomini trasudano carisma, le donne buona educazione, intelligenza e sensibilità. Pose derivate dall’arte antica e da quella dei grandi maestri del passato servono come modello di riferimento per costruire immagini ricche di fascino. Dotato di un innato senso di ciò che si addiceva all’età, al sesso e allo status sociale del soggetto da dipingere, Reynolds diventa in breve un maestro nel creatre la “posa perfetta”. E le commissioni fioccano, tanto che nel 1760 può trasferirsi in un imponente palazzo in Leicester Square con tanto di servitù in livrea…

Oggi Joshua Reynolds non è più conosciuto come merita – la sua arte meno immediata di quella di Thomas Gainsborough e meno originale di quella di William Blake. Ma fu innegabilmente un grande innovatore e questo è ciò che la Wallace Collection vuole dimostrare con Joshua Reynolds: Experiments in Paint. Con i suoi 20 dipinti, materiali d’archivio e immagini ai raggi X, questa piccola mostra esplora il metodo di lavoro dell’artista sia a livello materiale che a livello concettuale – dal suo uso dei pigmenti, allo sviluppo della composizione, facendo particolare attenzione ai temi della sperimentazione e dell’innovazione. E se il ricco scenario di Hereford House, sede della Wallace Collection, costituisce un appropriato scenario per una mostra su Reynolds, è con una punta di delusione che si seguono le indicazioni che portano al seminterrato che, se ha dalla sua il vantaggio pratico dello spazio, non ha tuttavia nulla dell’eleganza e della ricchezza delle stanze dei piani superiori. Ma non si può avere tutto…

Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue
Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue in “Love for Love” by William Congreve, 1771. © Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection

Grazie alle scoperte fatte nel corso di quattro anni dal Reynolds Research Project, un progetto di ricerca nato dalla collaborazione della Wallace Collection con la National Gallery di Londra e il Paul Mellon Centre for Studies in British Art di Yale, quello che emerge è un ritratto di Reynolds come pittore d’avanguardia che non esita a sperimentare tanto nello stile quanto nella tecnica, alla continua ricerca di quel qualcosa in più che rendesse i suoi quadri sempre più vicini a quelli di grandi come Tiziano e Rembrandt. A volte questi esperimenti non funzionano, come nel caso di William Douglas, il futuro Duca di Queensberry, pallido come un cadavere per via di un pigmento malriuscito. Molto più spesso invece la sperimentazione va a buon fine e Reynolds crea alcuni trai i più raffinati ritratti del XVIII secolo come quello di Mrs Abington as Mrs Prue e della famosa attrice, scrittrice e poetessa Mrs Mary Robinson (in mostra le due versioni di Yale e della Wallace Collection) piú nota con il soprannome di “Perdida” che fu, tra le altre cose, per breve tempo l’amante del Principe di Galles, il futuro re Giorgio IV. Non mancano anche i ritratti di bambini, come quello di Miss Jane Bowles con il suo cagnolino o di Mrs Susanna Hoare and Child, decisamente troppo sdolcinati per gli standard moderni, ma che tuttavia mostrano un Reynolds all’apice della sua sperimentazione ed espressività tecnica – come le lunghe spiegazioni tecniche accanto ad ogni dipinto non cessano per un solo momento di sottolineare. Informazioni che, per un comune mortale non esperto di chimica come la sottoscritta hanno spesso il grosso svantaggio di distrarre l’attenzione dalla pittura stessa. Per il resto, questa è una mostra piccola e perfettamente formata su di un artista imperfetto alla ricerca della perfezione.

2015 ©Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 7 Giugno 2015
The Wallace Collection
wallacecollection.org

Noi (Us) David Nicholls

Douglas Pertersen ha 54 anni, un bel lavoro (è uno biochimico di successo) una bella casa, una bella moglie con un passato da artista e un figlio diciottenne in procinto di iniziare l’università.
Douglas è un uomo comprensivo e capisce e che la moglie sente il bisogno di ritrovare se stessa ora che Albert (detto Albie) sta per lasciare la famiglia per iniziare la sua grande avventura nel mondo degli adulti. Solo, lui pensava che le loro ri-scoperte le avrebbero fatte insieme. Per cui quando una sera, Connie gli dice che il loro matrimonio è arrivato al capolinea e che intende lasciarlo, Douglas si ripromette che il loro ultimo viaggio, il Grand Tour che avevano programmato insieme ad Albie e che li porterà attraverso mezza Europa, sarà assolutemente indimenticabile e li riavvicinerà.  D’altra parte, gli hotel sono prenotati, i treni pure, gli itinerari stampati.
Cosa può andare male?

Naturalmente, come vuole la Legge Murphy, tutto quello che può andare male lo farà.

A cinque lunghi anni di distanza dal suo Un Giorno, David Nicholls ci premia con questo bellissimo, tenero, dolceamaro Noi. Un libro brillante in tutti i sensi, non solo perché è un viaggio tra sentimenti che tutti conosciamo (la paura di deludere e il coraggio di mettersi in gioco, il rapporto tra genitori e figli e tra marito e mogli quando questi ultimi se ne vanno lasciando un inevitabile senso di vuoto), ma perché  ci porta per mano tra gli scenari suggestivi di mezza Europa tra cui casa nostra (Venezia, Firenze, Siena, Roma, cita persino la mia Bologna!), raccontandoci per via anche l’atmosfera bohémienne della Londra anni Ottanta. Ed è con un certo rimpianto che si arriva alla fine, ma come spesso accade nei libri di Nicholls, anche in questo la speranza nel futuro trionfa sempre.

9780340897010[1]

Pompeo Batoni, il Maestro dimenticato

245px-Pompeo_Batoni_-_Sir_Gregory_Page-Turner_-_WGA1508Famoso e ricercato nel Settecento. Relegato all’oblio per quasi due secoli. In occasione del terzo centenario della sua nascita la National Gallery dedica una grande mostra ad un grande maestro dimenticato…

Sir Gregory Page-Turner, il busto di Atena alle sue spalle, protende la mano verso lo spettatore. Sullo sfondo, rovine classiche. Libri. Mappe. Una colonna. Incoraggiante, sembra invitarci a condividere la sua straordinaria esperienza di gentiluomo colto e raffinato, impegnato nel Grand Tour. Il viaggio all’estero come completamento di un’educazione politica, accademica o professionale era -sin dal Rinascimento- ritenuto un’esperienza essenziale. Tanto che coloro che non l’avevano provata, come il pittore William Hogarth, non potevano non provare un certo risentimento verso chi, invece, era stato più fortunato. L’itinerario seguito era quasi sempre lo stesso: Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Una volta a Roma, era naturale che molti gentiluomini desiderassero eternare l’evento facendosi ritrarre dal pittore più famoso della città: Pompeo Girolamo Batoni (Lucca, 1708 – Roma, 1787).
Figlio di un orefice di Lucca, Batoni si trasferisce a Roma nel 1727. Come tutti i nuovi arrivati, copia le sculture antiche del Vaticano, studia gli affreschi di Raffaello e Annibale Carracci, e disegna modelli dal vivo nelle accademie private. Il tratto accurato e la puntigliosa attenzione al dettaglio – retaggio dell’apprendistato nella bottega paterna- sono una costante della sua arte. La sua inclinazione verso la tradizione classica si traduce in opere come Il Trionfo di Venezia (1737). Pompeo Batoni - David Garrick - 1764 - olio su tela - Ashmolean Museum, OxfordCommissionata dall’ambasciatore veneziano a Roma, la tela rivela lo studio attento e appassionato delle opere di Raffaello e la sua ammirazione per pittori della grande scuola bolognese, da Domenichino a Guido Reni.
Dal 1740 Batoni produce pitture mitologiche e religiose per l’aristocrazia italiana e riceve importanti commissioni dalla Chiesa. E la sua capacità di adattare la drammatica energia del Barocco al suo amore per il dettaglio cesellato e minuto è evidente in entrambi i generi. Basti osservare L’estasi di Santa Caterina da Siena (1743) e Il tempo ordina alla vecchiaia di distruggere la bellezza (1745-46) per essere travolti dalla vivace spontaneità e dal fiume luminoso del colore settecentesco.
Tra il 1750 e il 1760 la fama di Batoni si estende alle corti d’Europa e raggiunge la Gran Bretagna. La sua perizia nella resa fisiognomica (particolarmente apprezzata nel XVIII secolo) gli procura numerose commissioni da parte dei gentiluomini inglesi impegnati nel Grand Tour, che ritrae in pose informali, all’aria aperta, circondati da sculture e rovine architettoniche del mondo classico. Se il disegno preciso e la freschezza del colore moderano la pomposa retorica dei grandi ritratti a figura intera (come quello del Colonel the Hon William Gordon), i ritratti degli ultimi anni catturano per l’intima informalità della composizione. Gli occhi sensualmente accattivanti e lo sguardo sornione dell’attore David Garrick (1764), la posa languidamente rilassata di Sir Humphry Morice (1761-62) con i suoi adorati cani sorprendono per la resa accurata dei dettagli, la tecnica libera e sgranata, il modellato soffice, il colore arioso.
Pompeo Batoni - Ritratto di Sir Humphry Morice - 1761-62 - olio su tela - Sir James and Lady Graham, North Conyers, North Yorkshire - photo Glen SegalNel 1789, a due anni dalla morte, Joshua Reynolds disse di Batoni che nonostante la fama acquisita in vita, sarebbe stato presto dimenticato. E così fu. Dopo un lungo oblio, ora finalmente l’“ultimo grande maestro italiano” è tornato.

pubblicato martedì 6 maggio 2008 su Exibart

The First Georgians: Art and Monarchy 1714–1760

L’epoca georgiana ha molte facce, tutte ugualmente vere: c’è quella dominata da questioni politiche e religiose, da sanguinose guerre e insurrezioni e da da un monarca straniero che non parlava neppure la lingua dei suoi sudditi, ma che era preferibile ad uno autoctono, ma cattolico. C’è quella tutta “sesso, droga e rock’n’roll” immortalata da William Hogarth e Thomas Rowlandson, in cui  bellimbusti sovrappeso in tricorno si aggirano per giardini all’italiana per fare incontri galanti e giocare d’azzardo. Ma c’è anche quella di Handel, Jane Austen e Robert Adam, di Josiah Wedgwood and del Grand Tour, dell’arte e della letteratura, della rivoluzione industriale e della nascita del ceto medio. Da qualunque parte la si guardi, è sotto il regno di quattro Giorgio che la Gran Bretagna ha iniziato il suo viaggio verso la grandezza politica ed economica.

Come monarchi costituzionali, i primi sovrani di Hanover erano subordinati al Parlamento e allo Stato e lo sapevano benissimo, come dimostra una lettera del 1749 scritta da Frederick, principe di Galles (figlio di Giorgio II) al figlio maggiore, il futuro Giorgio III – lettera in mostra al pubblico per la prima volta. Qui Frederick esorta il figlio, allora undicenne, alla prudenza fiscale piuttosto che all’ostentazione.

Consci di avere gli occhi di tutta la nazione puntati addosso, i primi due Giorgio si dedicarono a costruire un’immagine della monarchia cautamente all’interno di questi vincoli finanziari e costituzionali. Non cercarono mai di emulare gli altri sovrani continentali buttandosi in costosi progetti edili, ma si limitarono ad adattare ciò che avevano ereditato con la corona – Saint James Palace, Hampton Court e Kensington Palace, che Giorgio II  fece ridecorare dal suo pupillo William Kent. (A proposito del quale il Vitoria and Albert Museum ha montato una deliziosa mostra visibile fino al 13 Luglio).

The Cupola Room, Kensington Palace (c. 1817), R Cattermole. Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013
The Cupola Room, Kensington Palace (c. 1817), R Cattermole. Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013

Ma con la diminuzione dell’influenza della corte, l’attenzione degli artisti si sposta su altri soggetti: le feste galanti, le conversaioni e il paesaggio. Ed è in questo periodo che Londra emerge come un soggetto in sé e per sé. Diventata il fulcro della vita culturale britannica e di un impero in continua crescita, la Capitale è il luogo in cui si crea la ricchezza e dove, altrettanto vistosamente, la si consuma come dimostrano le due splendide vedute dipinte con veneziana eleganza da Canaletto che, abbandonata Venezia per l’Inghilterra a causa dell’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca (1740–1748) che pone fine al mercato del Grand Tour e ai suoi clienti.

The Thames from Somerset House Terrace towards Westminster (c. 1750), Giovanni Antonio Canal, called Canaletto Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013
The Thames from Somerset House Terrace towards Westminster (c. 1750), Giovanni Antonio Canal, called Canaletto Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013

Inutile dire che la qualità delle opere in mostra (appartenenti alla Royal Collection) non è seconda a nessuno, ma la cosa interessante è leggere sotto ogni quadro il monarca che lo ha acquisito. E se Giorgio I e II prediligevano artisti pomposi e un po’ legnosi come Godfrey Kneller, John Shackleton e lo stesso William Kent, l’occhio di Frederick per la qualità era infallibile. E se il suo gusto per i pittori classici della Scuola romana e bolognese del XVII secolo era abbastanza convenzionale per l’epoca, il giovane Principe aveva anche un’insolita capacità di deviare dalla norma, come quando comprò un dipinto dell’olandese David Teniers, anticipando una moda per la pittura di genere che diventerà tipica di un periodo successivo. Chissà che re sarebbe diventato se non fosse morto anzitempo nel 1751…

Fino al12 Ottobre 2014
The First Georgians: Art and Monarchy 1714–1760
The Queen’s Gallery, Buckingham Palace,
London SW1A 1AA

Turner Inspired: In the Light of Claude

Nato in Lorena nel 1600, Claude Gellée (1600- 1682) è considerato insieme a Nicolas Poussin, il maestro del genere del paesaggio ideale. Arrivato a Roma giovanissimo, va a bottega dal Cavalier d’Arpino (meglio noto come il maestro di Caravaggio) e da Agostino Tassi, paesaggista e apprezzato quadraturista, esperto di decorazione architettonica e autore dello stupro della pittrice Artemisia Gentileschi.

Una volta conclusa la sua formazione artistica, nel 1625 Claude torna in Francia. Ma il richiamo dell’Italia è  troppo forte e nel 1626 torna a Roma, dove si stabilisce in modo definitivo e dove si specializza nel genere del paesaggio. Un paesaggio dai toni nostalgici ed evocativi, popolato da luminose marine e dalle colline dolci della campagna romana talvolta animate da grandi architetture e piccole figure immerse in una natura serena e dominata da una luminosità intensa e dolce che tradisce l’interesse per Poussin e per i grandi classicisti del paesaggio classico bolognese, Annibale Carracci e Domenichino.

The Embarkation of the Queen of Sheba (1648), National Gallery
The Embarkation of the Queen of Sheba (1648), National Gallery

Nonostante fosse un francese che dipingeva paesaggi italiani, Claude era amatissimo dal pubblico inglese e già  nel 1820 oltre 300 dei sui dipinti erano presenti nelle collezioni inglesi, comprati dai giovanotti di ritorno dal Grand Tour. Certamente lo era da Turner che, paesaggista come Claude, scoppio’ in lacrime davanti ad un quadro del francese, poichè Claude aveva elevato la pittura di paesaggio a livelli impossibili da imitare. Questo non impedì al nostro Turner di provare ad imitare il francese comunque e con ostinata determinazione per tutta la sua carriera, nel tentativo di raggiungerlo, determinato com’era a provare agli occhi del mondo che la pittura inglese poteva rivaleggiare e persino superare in grandezza quella di un grande maestro del passato come Claude Lorrain.

Turner’s Dido building Carthage
JMW Turner, Dido building Carthage, or The Rise of the Carthaginian Empire, 1815

Tate Britain ha allestito una mostra molto simile nel 2009, Turner and the Masters che aveva messo a confronto oltre cento opere fra dipinti dell’artista inglese e quelli dei maestri che lo avevano ispirato. Certo, nulla si crea e nulla si distrugge, e questo è soprattutto per l’arte, poichè ogni artista è stato influenzato da qualcun altro e a sua volta influenzerà qualcun altro. Ma negli ultimi tre anni le mostre di questo tipo si sono susseguite a ruota, con Turner e Picasso in testa.
Detto questo, Turner Inspired: In the Light of Claude alla National Gallery è comunqe una gioia per gli occhi. Da vedere, senza chiedersi se una mostra del genere fosse necessaria – la risposta è no, non lo era, ma la bellezza di Claude e la potenza di Turner valgono da sole una mostra.

Londra//fino al 5 Giugno 2012

Picasso and Modern British Art @ Tate Britain

La giornata inizia con uno spiraglio di sole. La temperatura pare salita di qualche grado. Ottimista come al solito, lascio a casa l’ombrello e il berretto e mi fiondo a Tate Britain a vedere il nuovo blockbuster della stagione, Picasso and Modern British Art. E questa mostra mi intriga in particolare perchè esplora come arte e le idée politiche dello spagnolo siano siano state recepite in questa conservatrice isola, e di come artisti britannici come Duncan Grant, Wyndham Lewis, Ben Nicholson, Henry Moore, Francis Bacon, Graham Sutherland e David Hockney (insomma, le colonne dell’arte britannica…) abbiano reagito all’uragano Picasso. Ma sebbene non sia una sua sfegatata ammiratrice, che ci sono artisti che preferisco, mi pare che una mostra che espone gli uni accanto agli altri, Picasso e questi monumenti dell’arte Britannica, non sia leale. Per l’arte britannica, dico. Ed è un peccato perchè mi piace parecchio Henry Moore…

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Pablo Picasso, The Source, 1921. Moderna Museet, Stockholm
 
… e posso vedere l’effetto che il monumentalismo di Picasso ha avuto su di lui…
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Henry Moore’s Reclining Figure, 1936. Henry Moore Foundation

… e adoro Francis Bacon (anche se lo trovo profondamente inquietante e dopo devo correre a farmi una dose di sentimentalismo vittoriano o di grassocci putti rinascimentali per riprendermi dall’ansia…), ma davvero non vedo il nesso con Picasso. E se Bacon ne esce male, figuriamoci un ‘decoratore d’interni’ come Duncan Grant le cui opere vedrei bene in vendita da Habitat o, in alternativa in mostra, ma nel salotto di casa mia. Esco dalla mostra soddisfatta (un sacco di quadri bellli, da ambo le parti) ma turbata dalla scoperta che di fianco a Picasso questi giganti dell’arte Britannica sembrano statuine del presepe.

Dall’altra parte di Tate c’è un’altra mostra che si chiama Migrations e questa mi pare pìu consona alle mie… ahem, aspettative… artistiche (conservatrici) e che racconta di come, a partire dal Cinquecento in poi, artisti e idée provenienti dall’Europa abbiano influenzato in modo continuo e cosistente l’arte Britannica: dagli Ugonotti francesi che hanno attraversato la Manica per sfuggire alle persecuzioni protestanti, al nostro Canaletto, trasferitosi in Inghilterra inseguendo i signorotti del Gran Tour (visto che il Gran Tour non si faceva pìu a causa delle guerre), all’arte di coloro che hanno abbandonato l’Europa per sfuggire a persecuzioni politiche, religiose o al Nazismo.

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James Tissot, Portsmouth Dockyard c.1877. Tate

Ci sono moltissimi bei quadri, ma anche molte brutture, e devo dire che dopo l’adrenalinica visione di tele di Van Dyck, Whistler, Singer Sergeant e Mondrian, c’è l’antitesi di una fontana da cui escono bolle di sapone (affascinante nella sua inutile bruttezza) e quattro sale piene di molteplici video-installazioni come questa di Zineb Sedira che tanto per stare allegri si chiama Bare galleggianti e mi chiedo perchè nessuna mostra al giorno d’oggi si può dire completa senza qualche ‘installazione’ contemporanea…

 Per risollevarmi il morale, vado a cercare i Preraffaelliti e trovo le sale alterate da un nuovo allestimento  organizzato in “ampio ordine cronologico” come dice orgogliosamente un cartello appeso alla parete, che ha relegato cinque secoli di storia della pittura inglese in una sala, per dare pìu spazio alle nuove promesse dell’arte contemporanea.
Basta. È davvero troppo. Abbandono Tate Britain delusa da quella che mi sembra un’occasione perduta. Per l’arte Britannica dico. Chiaramente piove a dirotto. Ed io non ho l’ombrello.

 

Londra// fino al 15 Luglio 2012

Picasso & Modern British Art

Migrations Journeys into British Art

tate.org.uk