Il pittoresco geniale di Capability Brown

Oltre a  Shakespeare, al Grande Incendio e alla nascita del Punk, Londra quest’anno celebra anche i trecento anni di Capability Brown. E se non sapete chi e’ leggete questo illuminante articolo di Claudia su London SE4 … 🙂

London SE4

wp-1472628340780.jpegLancelot Brown, architetto di paesaggio inglese, era nato in Northumberland nel 1716 e fu apprendista giardiniere presso Sir William Lorraine. Brown si trasferì poi nel Buckinghamshire e, nel 1741, fu impiegato da Lord Cobham, in qualità di capo giardiniere a Stowe. Questo impiego, gli diede l’opportunità di lavorare con due affermati architetti: John Vanbrugh e William Kent. Con William Kent, uno dei fondatori del nuovo stile, piu’ naturale, di paesaggio, strinse un forte rapporto di amicizia e stima, cementato anche dal fatto che ne sposò la figlia Bridget, nel 1744.
Successivamente Brown esercitò l’attività di architetto di paesaggio in proprio, progettando sia case che giardini. Nel 1764, fu nominato da re Giorgio III Maestro Giardiniere di Hampton Court. La sua pratica si espanse rapidamente e lo vide spesso in giro per l’Inghilterra.
Il soprannome di ‘Capability‘ gli derivò dalla predilezione di spiegare alla clientela come la…

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Fire! Fire! I 350 anni del Grande Incendio di Londra

Come si fa a raccontare la storia di un evento che non ha lasciato dietro di sè  praticamente nulla, a parte un ricordo indelebile?
Si fa. Per questo esistono i musei: per raccontare storie presenti e preservare la memoria di altre passate – sebbene con l’aiuto di qualche effetto speciale. Come fa Fire! Fire! la nuova mostra che il Museum of London ha allestito per commemorare il 350 anni del Grande Incendio di Londra, il peggiore evento della storia della Capitale – a parte l’aver avuto Boris Johnson come sindaco per otto anni.

The Great Fire of London of 1666 as recreated in a painting. Photograph ImagnoGetty Images

Bisogna ammettere che quella del Museum of London è una rievocazione molto teatrale e interattiva dell’Incendio, pensata decisamente per un pubblico di bambini (e per adulti che come me e la mia dolce meta’ si rifiutano ostinatamente di comportarsi come tali…) come dimostrano le descrizioni degli oggetti decisamente semplicistiche. Apro una parentesi: se da un lato la semplificazione e’ positiva, dall’altro la tendenza dei musei di oggi a semplificare decisamente troppo concetti che non necessiterebbero semplificazioni mi preoccupa moltissimo. Avevo già scritto una cosa al riguardo e chi è interessato può leggerla qui.

Fortunatamente non mancano anche oggetti “veri”: reperti archeologici e oggetti che in qualche modo sono scampati alle fiamme, brocche e boccali per il vino provenienti dalla cantina del sindaco in Guildhall, gli strumenti di un fabbro fusi in grumi di ferro arrugginito, e persino il pavimenti carbonizzato di una cantina – unico elemento supersite di un edificio vicino al negozio del fornaio in cui è divampato l’incendio, oltre ad una serie di malandati pezzi di pietra, argilla e metallo che il pubblico può toccare. Ci sono anche i resti carbonizzati di una tomba della vecchia cattedrale di St Paul’s appartenente al vescovo di Londra, Robert Braybrooke. Durante l’incendio il suo corpo mummificato (e perfettamente preservato) cadde fuori dal sarcofago e i londinesi accorsero a vederlo. Tra questi era Samuel Pepys, il più celebre diarista del tempo, che visitò la tomba il 12 Novembre 1666 e annotò sul suo diario che aveva ancora la pelle, ma che era secca e dura come il cuoio.

Nessuno aveva previsto quella che sarebbe stata la portata del disastro. Certamente non il sindaco di Londra, Sir Thomas Bloodworth che, svegliato dalla notizia dell’incendio si limitò a dichiarare che: “una donna lo potrebbe spegnere con una pisciata”. E forse avrebbe anche potuto avere ragione, se non fosse stato per il forte vento che spinse le fiamme verso quel dedalo di case di legno e paglia che costituiva la Londra Elisabettiana e Stuart, dove le case erano cosi vicine che due persone affacciate alla finestra potevano stringersi la mano e sulle cui strade strette si aprivano negozi dalle cantine stracolme di barili di grappa, olio e catrame, tutti materiali altamente infiammabili.

 A map showing the extent of the fire's damage Credit: The Museum of London
A map showing the extent of the fire’s damage Credit: The Museum of London

La panetteria di Thomas Farriner, in Pudding Lane non faceva eccezione. E fu proprio qui che, forse per colpa di una domestica che, forse troppo stanca per spegnere adeguatamente il forno prima di ritirarsi per la sera, poco dopo la mezzanotte del 2 Settembre 1666 alcuni tizzoni ardenti appiccarono fuoco a della legna posta nelle vicinanze. Se Farriner riuscì a scappare dall’edificio in fiamme insieme alla famiglia uscendo da una finestra del piano superiore, la suddetta domestica, troppo spaventata per uscire dalla finestra sul tetto della casa vicina divenne la prima vittima dell’incendio, passando così involontariamente alla storia.

L’unico che sembrava preoccuparsi dello stato delle cose era il nostro Samuel Pepys, che già alle 10am dello stesso giorno consigliava il re Carlo II di demolire le case per arrestare la diffusione delle fiamme. E visto che il sovrano non pareva decidersi ad agire, Pepys non perse tempo a scavare un buco nel giardino della sua casa di Seeting Lane, dove scrisse gran parte del diario e dove seppellì la sua preziosa forma di parmigiano per salvarlo dalle fiamme.

Nell’arco di quattro giorni, dal 2 al 5 Settembre, più di 13.000 case, 87 chiese, inclusa la gotica Cattedrale di St Paul’s, centinaia di negozi e pub furono ridotti ad un cumulo di ceneri inzuppate. Certo la tecnologia dell’epoca non fu di grande aiuto, basta guardare questo esemplare del XVII secolo di autopompa dei vigili del fuoco che, opportunamente restaurato, fa bella mostra di sé al centro dell’esibizione.

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari
Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Il fuoco non risparmiò neanche Baynard Castle, il castello sul fiume costruito alla fine del XIII secolo, dove vissero molte delle mogli di Enrico VIII e dove, secondo la tradizione, a Riccardo di Gloucester fu offerta la corona nel 1483. Circa 100.000 persone restarono senza casa, ma sorprendentemente ci furono pochissime vittime – o meglio, furono poche le vittime identificate che il vero numero non si sapra’ mai.

Le nuove regole per la ricostruzione della City of London emesse nel 1667 erano chiare: strade più larghe, case  in mattoni e non troppo vicine tra loro, negozi senza insegne sporgenti in modo trasversale (le insegne dovevano essere fissate alla facciata o ad una un’altra parte della casa). Le case che si affacciavano sulle strade principali non potevano superare i quattro piani (prima del Grande incendio arrivavano anche a sei), mentre quelle sulle strade secondarie erano limitate a tre.

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari
Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

La città nata dalle ceneri di questo epico disastro è la città che conosciamo adesso. Dei pochi edifici Elisabettiani sopravvisuti all’incendio, alcuni furono successivamente demoliti in epoca vittoriana, altri dalle bombe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche se l’ambiziosa planimetria inizialmente ideata da Christopher Wren non fu mai realizzata, l’incendio diede all’architetto la possibilità di ricostruire la cattedrale di San Paolo e cinquantuno chiese parrocchiali, molte delle quali punteggiano ancora il panorama della Capitale. Oltre naturalmente al monumento che commemora il Great Fire resta, il Monument, a due passi da Pudding Lane.

Londra// fino al 17 Aprile 2017

Fire! Fire! al Museum of London

museumoflondon.org.uk

Samuel Pepys, diarista e londinese

Funzionario statale, voltagabbana (come molti in quel periodo a dire il vero) entusiasta e godereccio, è difficile immaginare un londinese più londinese di Samuel Pepys (1633-1703). Nato in Salisbury Court, vicino a Fleet Street, nella City of London e sepolto nella chiesa di St Olave, a pochi passi da Tower Hill, Pepys era il quinto figlio di un sarto e di una lavandaia che con grande determinazione divenne uno dei principali personaggi della politica inglese della fine del XVII secolo.

Painting of Samuel Pepys by John Hayls
Samuel Pepys by John Hayls

Un incrocio tra Falstaff e don Giovanni, e circondato da una schiera di amici e conoscenti che sembrano usciti dall’immaginazione di Shakespeare (con la differenza che sono tutti realmente esistiti…), Pepys amò Londra come pochi e trascorse la sua vita a godersi tutto quello di piacevole, interessante, curioso e insolito che la città offriva – si trattasse dei suoi teatri, della musica, dei pub, delle coffee houses, delle sue strade o dei suoi monumenti. Sia in casa che all’estero, Pepys era un turista entusiasta e curioso e un personaggio socevole e aperto alle amicizie, determinato a non farsi sfuggire nessuna opportunità per fare cose e vedere gente.

Ma ciò che rende il diario di Pepys speciale è la sua passione per il descrivere cose che altri diaristi consideravano insignificanti. Mentre personaggi come il suo amico John Evelyn (1620-1706) si dilungavano in descrizioni filosofiche e spirituali, viaggi, politica, Pepys si avventura in aree che nessun altro prima di lui aveva pensato di registrare, osservando se stesso con la stesa curosità e attenzione scientifica con cui osserva il mondo circostante. Non sorprende che divenne Fellow della Royal Society nel 1665 e Presidente della stessa dal 1684 al 1686. Il frontespizio del Principia Mathematica di Isaac Newton, venne pubblicato in questo periodo, e porta il nome di Pepys, che contribuì di tasca sua a pagare le spese di pubblicazione.

Tutto trova spazio nel suo diario: lavoro, ambizione, avarizia, diatribe morali, litigate con la moglie, vetri rotti, tradimenti, debolezze carnali, e ancora teatri, sermoni, dipinti, libri, strumenti musicali, in quanto Pepys amava la musica e sapeva suonare numerosi strumenti (nella sua collezione troviamo una viola, un violino, un liuto, una spinetta, un flauto e una chitarra). Dal 1673 assume al suo servizio il musicista italiano Cesare Morelli per suonare con lui e finisce nei pasticci in quanto Morelli era cattolico. E naturalmente tanti oggetti scientifici – orologi, barometri, cannocchiali etc etc – con cui Pepys si dedica alla sua eterna ricerca del “Com’è fatto?”

Posò la penna dieci anni dopo, dopo aver raccontato in sei volumi la morte di Oiver Cromwell, la restaurazione di Carlo II (che Pepys, insieme al cugino più grande, l’ammiraglio Edward Montagu, riportò a casa dall’esilio in Francia), la grande peste del 1665 e il Grande Incendio di Londra del 1666 e la Guerra con l’Olanda del 1667, così come il suo nuovo abito marrone, la sua gelosia per il maestro di ballo di sua moglie, la sorte del suo parmigiano (sepolto nel cortile di casa insieme ai suoi documenti, per proteggerlo dal fuoco), e la sua incapacità di tenere le mani a posto con le cameriere e la sua relazione piena di alti e bassi con la moglie Elizabeth, a cui fu comunque sempre devoto (nonostante le numerose scappatelle) e la cui morte getta il nostro diarista nello sconforto più profondo.

Ma cosa lo rese così attento al mondo circostante? Probabilmente la svolta avvenne nel 1658 quando Pepys, che soffriva di dolori terribili dovuti ad un calcolo alla vescica grande come un palla da biliardo, decise di farsi operare. Nel XVII secolo decidere di affidarsi alle mani di un chirurgo non era cosa da poco: le operazioni erano difficili e rischiose e per il paziente, il rischio di morire di setticemia era altissimo. Ma Pepys sopravvisse (cosa assai rara all’epoca) e da quel momento la sua vita cambiò. Liberato dal calcolo che sin dall’infanzia gli aveva causato dolori lancinanti, Pepys si sentiva, a tutti gli effetti, rinato. Lo conservò per tutta la vita in una scatoletta appositamente commissionata – il segno tangibile che aveva superato il suo calvario e ne era uscito vincitore. E per raccontare la sua nuova vita, il 1 gennaio 1660, inizia il suo diario.

Dalla sua casa di Seeting Lane, dove fu scritta gran parte del diario, Pepys osserva i disastri politici e natural che si abbatterono sull’Inghilterra e sulla Capitale. Nulla sfugge al suo occhio attento e alla sua penna. Cosa gli fece prendere questa decisione, non si sa: forse il fatto che i suoi superiori lo facessero, o forse il bisogno di un progetto che ravvivasse la sua vita di anonimo impiegatuccio statale. Certo la sua intenzione di coprire solo gli eventi pubblici lascia presto ampio spazio alle esperienze personali e a temi per nulla spirituali, ma intensamente umani.

Charles II portrait by John Michael Wright (1617-94) at the National Maritime Museum, London. Photograph: Royal Collection Trust
Charles II portrait by John Michael Wright (1617-94) at the National Maritime Museum, London. Photograph: Royal Collection Trust

Ha  conosciuto tutti quelli che valeva la pena conoscere nel XVII secolo, servendo quattro re (Carlo I, Carlo II e Giacomo II Stuart) e Oliver Cromwell e diventando Segretario di Commissione del Ministero della Marina, persino Membro del Parlamento. Non male per un piccolo impiegatuccio di umili origini! Ha persino assistito alla Gloriosa Rivoluzione, anche se una settimana dopo l’ascesa al trono di Guglielmo III d’Orange e Maria II, fu costretto a dimettersi dal Segretariato, sospettato di simpatie cattoliche (lui, da sempre protestante!!) per via della sua amicizia con Giacomo II. Provata la sua innocenza, si ritirò dalla vita pubblica e si trasferì in campagna, a Clapham (oggi Zona 2 di Londra: come cambiano le cose!) dove visse fino alla morte, avvenuta il 26 maggio 1703. Non ebbe figli, ma lasciò i suoi beni al nipote John Jackson.

Bookcase London England circa 1695
Bookcase, London England c. 1695. Victoria and Albert Musem

Pepys amava talmente tanto i libri e la lettura che la prima libreria a pavimento fu costruita per lui. Anzi, le prime librerie, che il nostro eroe ne aveva dodici di queste scaffalature, fatte su misura a partire dal 1666, con sezioni diverse e mensole aggiustabili per ospitare libri di dimensioni diverse.

E se le librerie originali di Pepys vivono ora al Magdalen College di Cambridge, dove Pepys aveve studiato, al museo in cui lavoro ce n’è una praticamente uguale che appartenne a William Blathwayt, a sua volta Segretario di Stato, il cui zio era un amico di Pepys. Pare che Blathwayt, in occasione di una visita a casa dal nostro diarista a Londra, abbia visto le sue scaffalature e se ne sia fatta costuire immediatamente una simile.

Inutile dire che questo oggetto che prima che Pepys lo inventasse non c’era, mi affascina. Dove terrei tutti i miei libri se non fosse stato per Pepys e il suo senso pratico??

Londra//fino al fino al 28 marzo 2016

Samuel Pepys: Plague, Fire, Revolution” al National Maritime Museum

rmg.co.uk

Esiste anche una bellissima biografia scritta da Claire Tomalin, dal titolo Samuel Pepys: The Unequalled Self, al momento disponibile solo in inglese.

2016©Paola Cacciari