La Londra di Hogarth

Violenza, inganno, corruzione e una nazione divisa. No, non è l’ennesimo articolo sull’Inghilterra della Brexit (anche se potrebbe esserlo) ma la serie Humours of an Election, dipinta nel 1754 da quel genio della satira che era William Hogarth (1697-1764), che rappresenta una falsa elezione generale che va di male in peggio – e in cui mi pare che ogni personaggio assomigli a Boris Johnson & C.

The Polling from The Humours of an Election series, 1755
The Polling from The Humours of an Election series, 1755
Con un tempismo impeccabile infatti, il Sir John Soane Museum ha riunito per la prima volta tutte le serie di William Hogarth: La carriera di una prostituta (The Harlot’s Progress, 1731), Carriera di un libertino (A Rake’s Progress, 1732-33) Quattro momenti del giorno (1738), I quattro stadi della crudeltà (1741) e Marriage A-la-Mode (1743). Le aveva ribattezzate ‘Modern Moral Subjects‘ e sono  costruite come commedie fatte di immagini.
Ho sempre avuto una passione sviscerata per Hogarth e il suo spietato sarcasmo. Mi chiedo se sarebbe stato cosi cattivo verso quella ricca borghesia a cui non apparteneva se fosse riuscito ad farne parte. Il non essere riuscito a fare il Gran Tour, il pellegrinaggio artistico-godereggio nel sud dell’Europa necessario per un gentiluomo che si volesse considerare tale, per mancanza di mezzi: fu un colpo da cui non si riprese più…
A Hogarth piaceva dipingere serie di opere: gli permettevano di raccontare una storia, di sviluppare una narrativa mentre si abbandonava al suo istinto . Ed erano facilmente riproducibili come incisioni che potevano essere vendute per SOLDI. Forse non è un caso che tutte le sue grandi serie di opere hanno in come il soggetto del denaro: la sua mancanza, la sua influenza e il suo abuso. La gente ruba, muore e impazzisce per il denaro
A Rake's Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34
A Rake’s Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34

Il “Rake” eredita, sperpera e impazzisce. La coppia in “Marriage-A-la-Mode” si sposa per convenienza (lui per soldi e lei per entrare a fare parte dell’aristocrazia) ed entrambi muoiono. Oh sì, c’è anche morte, e in abbondanza: il mondo di Hogarth è fatto di estremi, ma quello era il mondo in cui viveva e lavorava, la Londra dell’Epoca Georgiana.

Una delle cose più affascinanti della mostra è il modo in cui queste storie portano i protagonisti per tutta Londra: dall’elegante West End all’allora squallido mercato di Covent Garden, fino ai bassifondi del Barbican. Questa non è una fantasia – la carriera di questi personaggi è letterale, catastrofico e posto tra punti di riferimento riconoscibili.
Marriage à-la-mode, After the old Earl's funeral (scene four of six) William Hogarth - The National Gallery
Marriage à-la-mode, After the old Earl’s funeral (scene four of six)
William Hogarth – The National Gallery
Ma non c’è solo miseria e bruttra nei dipinti di Hogarth, anzi. Che e con l’età forse si addolcisce e, i suoi dipinti più tardi sono pieni di bellezza. Forse perché invece della commedia umana si dedicata al sublime della Natura, a cieli, fiumi e boschi. E mi viene da pensare che sia un’altra delle sue gomitate, un modo per rammentarci che la natura è perfetta ed è stato l’uomo a rovinare tutto. Un altro attualissimo riquadro del XXI secolo. Greta Thunberg sarebbe fiera di lui.
2019 ©Paola Cacciari

Londra/fino al 5 Gennaio 2020

Hogarth: Place and Progress @ Sir John Soane’s Museum , Holborn

UK Election: The day after.

Senza parole che, visti i risultati disatrosi delle Elezioni qui in Gran Bretagna, non servono. Bye bye Jeremy Corbyn, sei stato un leader idealista ma assolutamente inefficace. E bye bye EU…

Back in Time: (Feels Like) Heaven – Fiction Factory

(Feels Like) Heaven (1983)

(Feels Like) Heaven del gruppo musicale britannico Fiction Factory è stato uno dei tormentoni dei miei anni Ottanta. 🥰🥰🥰

Heaven is closer now today
The sound is in my ears
I can’t believe the things you say
They echo what I fear
Twisting the bones until they snap
I scream but no one knows
You say I’m familiar cold to touch
And then you turn and go

Feels like heaven…

See how we planned for saddened eyes
And tears to pave the way
I fought the fever as I knew
My hair returned to grey
Study your face and fade the frame
Too close for comfort now
We can recall the harmony
That lingered but turned sour

Feels like heaven…

You wanted all I had to give
See me I feel, see me I live

Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

Back in Time: Heaven – The Psychedelic Furs

Era il 1984 quando la neonata Videomusic mi fece scoprire questo bellissimo pezzo della band inglese Psychedelic Furs. Avevo quattordici anni, non sapevo l’inglese, internet non esisteva e per i testi delle canzoni tradotti in italiano bisognava rimettersi alla bontà delle pagine di TV Sorrisi e Canzoni o alla Feltrinelli, sotto forma di libro.

E così solo di recente, riascoltando questa canzone ho realizzato che non è affatto quello che sembra, e che il paradiso di cui si parla non è affatto quello religioso. Heaven è una canzone contro la guerra nucleare – non dimentichiamo che siamo in piena Guerra Fredda, per la precisionequella che viene definita la Seconda Guerra Fredda, il periodo che va dalla fine degli anni Settanta a metà degli anni Ottanta, le tensioni e i conflitti tra le maggiori potenze si erano riaccese, e con esse anche le velleita’ militaristiche...

Ripensandoci, è davvero strano pensare di averci ballato sopra sprizzando felicità da tutti i pori, quando il testo è in realtà piuttosto pesante… Ma per me resta comunque uno dei pezzi più belli degli anni Ottanta.

Heaven (1984)

Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart 
There’s too many kings
Wanna hold you down
And a world at the window
Gone undergroundThere’s a hole in the sky
Where the sun don’t shine
And a clock on the wall
And it counts my timeHeaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart

There’s a song on the air
With a ‘love you’ line
And a face in a glass
And it looks like mine

And I’m standing on ice when I say
That I don’t hear planes
And I scream at the fools
Wanna jump my train

Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart

Yeah, Heaven
Ah, Heaven
Yeah, Heaven…

The Best Exotic Marigold Hotel

Vi  è mai capitato di iniziare a leggere un romanzo da quale era già stato fatto un film e, dopo qualche capitolo, siete stati costretti a riconoscere che quella che state leggendo è un’altra storia completamente, anche se piacevolmente diversa?

Sto parlando di quel delizioso film che è The Best Exotic Marigold Hotel e del libro a cui il film è (molto) liberamente, ispirato. Pubblicato nel 2004 con il titolo di These Foolish Things, poi ribattezzato The Marigold Hotel, questo romanzo racconta con grazia e umorismo la possibilità di nuove occasioni per cambiare la propria vita, in una storia senza età che nel 2012 ha conosciuto il successo grazie anche ad un cast di fantastici attori tra cui Bill Nighy, Judi Dench e Maggie Smith.

London 2019 © Paola Cacciari
London 2019 © Paola Cacciari

Attirati dalla pubblicità di un hotel di Bangalore che sembra progettato per soddisfare le esigenze della terza età, alcuni pensionati inglesi ciascuno per una ragione personale, decidono di trasferirsi in una casa di riposo in India per potersi finalmente godere la vita al sole e al caldo con i loro modesti risparmi. All’arrivo però scoprono che l’antico palazzo dell’hotel non è che il pallido, malandato ricordo dei tempi andati. Eppure ciò che in un primo momento appare deludente e incomprensibile (il personale a dir poco eccentrico, i ritmi caotici della quotidianità, gli odori e i rumori invadenti, le norme incomprensibili che regolano i rapporti umani) si rivelerà fonte di inesauribili scoperte, non ultimo che la vita e l’amore possono ricominciare dove meno te lo aspetti. 

L’India raccontata da Deborah Moggach invoca è disordinata, moderna, imprenditoriale; una terra fatta di abiti eleganti e mendicanti senza gambe, ma in cui l’essere vecchi (con tutti gli acciacchi del caso), non è considerato un crimine punibile con l’isolamento permanente. Alcuni membri del personale dell’hotel sono di fatto molto più anziani e decrepiti dei residenti. In un cenrto senso, il Marigold Hotel diventa un po’  una metaforica sala d’attesa, in cui i vecchi e i giovani si incontrano e insieme negoziano i passi successivi del loro viaggio.

La più grande delizia del libro sono i personaggi, ciascuno dal carattere ben definito e nel libro molto piu’ numerosi che nel film, e con tanto di parenti e associati in primo piano nell’inquadratura, eppure completemate inconfondibili.

Come tutti i film di successo, anche del Marigold Hotel è stato fatto un sequel nel 2015, Ritorno al Marigold Hotel (The Second Best Exotic Marigold Hotel) piacevole, ma decisamente inferiore al primo, ma con questa scenza di danza tra Dev Patel (Sonny) e Tina Desai (Sunaina) che ogni volta mi fa venire voglia di andare in pensione in India! 😄

2019 © Paola Cacciari

 

Back in Time: It´s My Life – Talk Talk

Talk Talk -It´s My Life (1984)

Funny how I find myself in love with you
If I could buy my reasoning I’d pay to lose
One half won’t do
I’ve asked myself, how much do you
Commit yourself
It’s my life, don’t you forget
It’s my life, it never ends (It never ends)
Funny how I blind myself, I never knew
If I was sometimes played upon, afraid to lose
I’d tell myself, what good you do
Convince myself
It’s my life, don’t you forget
It’s my life, it never ends (It never ends)
I’ve asked myself, how much do you
Commit

An Unlikely Hero

Da qualche tempo ho un eroe insolito: si tratta di John Berkow, lo Speaker della Camera dei comuni, il Presidente della Camera dei comuni del Parlamento del Regno Unito.

Lo Speaker presiede sui dibattiti alla Camera dei comuni, determinando quali membri possono prendere la parola. Lo Speaker è anche responsabile per il mantenimento dell’ordine durante il dibattito, e può punire i deputati che infrangono le regole della Camera.

Diversamente dai presidenti dei Parlamenti di molte altre nazioni, lo Speaker rimane strettamente super partes, e rinuncia a tutte le affiliazioni con i partiti politici di cui era membro prima di entrare in carica. Lo Speaker non prende parte ai dibattiti né vota (tranne nel caso in cui vi sia parità, e, anche allora, la convenzione è che lo Speaker voti per mantenere lo status quo). A parte i doveri relativi al presiedere la Camera, lo Speaker svolge anche funzioni amministrative e procedurali, e rimane deputato della Camera dei comuni; ha l’obbligo di risiedere alla Speaker’s House presso il Palazzo di Westminster.

Bercow negli ultimi tempi è finito sotto accusa da parte dei conservatori e in particolar modo dei brexiter, soprattutto quando lo scorso marzo ha bloccato, citando una legge di due secoli prima, il tentativo dell’allora premier Theresa May di ripresentare per la terza volta alla Camera dei Comuni il suo accordo sulla Brexit raggiunto con l’Ue. Oppure quando negli ultimi giorni è stato decisivo nel far approvare la legge anti No Deal che ha legato le mani al premier Boris Johnson, che ora rischia anche il carcere qualora non la rispettasse. Bercow ha sempre risposto, come ha spiegato personalmente anche a Repubblica, che lui è “parziale solo nei confronti del Parlamento” (fonte  LaRepubblica)

John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy
John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy
John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy (2)
John Bercow Credit UK Parliament Mark Duffy

Queste magnifiche foto, che sanno tanto di michelangiolesco Giudizio Universale sono opera del fotografo irladese Mark Duffy, il fotografo ufficiale dell’House of Paliament che, prima di muovere verso l’ombelico della politica britannica, ha deliziato con la sua sorridente presenza e la sua tagliente ironia le sale del nostro museo e soprattutto i colleghi di allora, che continuano a seguirlo con orgoglio fraterno… 😁 Mark, sei un grande! 🥰

@markduffyphoto

www.markduffyphotographer.com/parliament-at-the-time-of-brexit