Back in Time: The Clash – London Calling

Le interazioni con i miei connazionali in visita al museo sono in genere di tre tipi.

C’è chi, senza neppure guardare il mio pass, mi parla direttamente in italiano. Come se il fatto che i romani siano arrivati fin qui e ci siano stati per quattrocento anni sia sufficiente a giustificare la mia padronaza della lingua…

C’è chi si meraviglia del fatto che, dopo vent’anni e io sia ANCORA qui, nonostante il fatto che tempo faccia schifo (ma siete mai stati a Bologna, che d’estate è immersa nell’afa e d’inverno è sommersa da quella bella, fitta nebbia padana??), e la Brexit che incombe come una spada di damocle sulle nostre teste.

E ci sono quelli che mi guardano con l’occhio lucido, sopratutto gli ex-adolescenti della mia età, quelli cresciuti con i Clash e David Bowie e che ancora ricordano il Live Aid (quello vero, quello del 1985) e avevano il poster di Che Guevara attaccato in camera e sognavano di allevare pecore in Irlanda. E che mi chiedono con aria cospiratoria (quasi che quella degli italiani all’estero sia una sorta di società segreta) ‘Ma com’è… dico… com’è? … Stare qui??’  Che magari avrebbero voluto farlo anche loro, mandare tutto a fan’culo e uscire dal gruppo dico, come il Jack Frusciante di Brizzi. Uscire dal cerchio che gli altri ti hanno disegnato intorno e che prevede che uno studi ‘per strappare un titolo di studio che a sua volta […] permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta […] consenta di strappare abbastatnza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità tutta guerreggiata e ferita e massacrata dagli sforzi infiniti per raggiungerla.’

Per provare a vivere in un modo diverso, non necessariamente migliore o peggiore, solo… DIVERSO. Che alla fine come ha detto Pirandello molto prima di Brizzi, la realtà ha tante facce tutte ugualmente vere e ognuno è diverso, così come la strada per trovare una nostra serenità…

The Clash – London Calling (1979)

Back in Time: Heaven – The Psychedelic Furs

Era il 1984 quando la neonata Videomusic mi fece scoprire questo bellissimo pezzo della band inglese Psychedelic Furs. Avevo quattordici anni, non sapevo l’inglese, internet non esisteva e per i testi delle canzoni tradotti in italiano bisognava rimettersi alla bontà delle pagine di TV Sorrisi e Canzoni o alla Feltrinelli, sotto forma di libro.

E così solo di recente, riascoltando questa canzone ho realizzato che non è affatto quello che sembra, e che il paradiso di cui si parla non è affatto quello religioso. Heaven è una canzone contro la guerra nucleare – non dimentichiamo che siamo in piena Guerra Fredda, per la precisionequella che viene definita la Seconda Guerra Fredda, il periodo che va dalla fine degli anni Settanta a metà degli anni Ottanta, le tensioni e i conflitti tra le maggiori potenze si erano riaccese, e con esse anche le velleita’ militaristiche...

Ripensandoci, è davvero strano pensare di averci ballato sopra sprizzando felicità da tutti i pori, quando il testo è in realtà piuttosto pesante… Ma per me resta comunque uno dei pezzi più belli degli anni Ottanta.

Heaven (1984)

Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart 
There’s too many kings
Wanna hold you down
And a world at the window
Gone undergroundThere’s a hole in the sky
Where the sun don’t shine
And a clock on the wall
And it counts my timeHeaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart

There’s a song on the air
With a ‘love you’ line
And a face in a glass
And it looks like mine

And I’m standing on ice when I say
That I don’t hear planes
And I scream at the fools
Wanna jump my train

Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart

Yeah, Heaven
Ah, Heaven
Yeah, Heaven…

Cosa può dire di te un libro…

Un’amica mi ha sfidato a descrivermi con le mie letture. Chiaramente non potevo non accettare questa sfida, ma davvero non è facile come sembra. Comunque questo è quanto ne è risultato. Almeno per ora… 😉

 

Descriviti: Creatura di sabbia (Tahar Ben Jelloun)

Cosa provano le persone quando stanno con te? Sense and Sensibility (Jane Austen)

Descrivi la tua relazione precedente: Una stagione all’inferno (Arthur Rimbaud)

Descrivi la tua relazione corrente: On The Road (Jack Kerouak)

Dove vorresti trovarti? A Sud del confine, a Ovest del sole (Aruki Murakami)

Come ti senti nei riguardi dell’amore? L’Opera (Emile Zola)

Com’è la tua vita? Notes from a small Island (Bill Bryson)

Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio? Treasure Island (Robert Louis Stevenson)

Dì qualcosa di saggio… Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

Una musica: Norwegian Wood (Tokio blues) (Aruki Murakami)

Chi o cosa temi? Questo sangue che impasta la terra (Loriano Machiaveli e Francesco Guccini)

Un rimpianto: Alla ricerca del tempo perduto (Marcel Proust)

Un consiglio per chi è più giovane: De brevitate vitae (Seneca)

Da evitare accuratamente: La Noia (Alberto Moravia)

E voi come vi descrivereste con un un libro? 🙂

La mano (An Event in Autumn) Henning Mankell

Chi mi conosce da un po’ sa che tra le mie numerose passioni c’è anche quella per il “giallo”, il buon vecchio noir, quello in cui non ci sono né effetti speciali, inseguimenti mozzafiato o auto che si ribaltano e si incendiano (etc etc etc), ma in cui l’investigatore di turno fa lavorare  le cellule grigie come Hercule Poirot per intenderci. Antieroi come il catalano Pepe Carvalho del compianto Manuel Vázquez Montalbán, amante del buon cibo e della sua Barcellona e cui Andrea Camillieri si ispirò per la figura del nostro amatissimo Salvo Montalbano, come il sognante commissario Adamsberg della medievista francese Fred Vargas. O come lo scorbutico e introverso Kurt Wallander dello svedese Henning Mankell.

Henning Mankell (1948-2015)
Henning Mankell (1948-2015)

E proprio alla saga di Wallander appartiene lo smilzo libretto che ho letto di recente, dal titolo An Event in Autumn (tradotto in italiano come La Mano), e scelto – oltre che per le sue promesse di un’altra avventura al grande Nord, anche per le sue piccole dimensioni, che mi serviva qualcosa da portare in borsa e che possibilmente non mi facesse venire la scogliosi come le 900 pagine di quel tomo che è The History of Modern Britan che riesco a leggere solo a casa.

Gli eventi si collocano cronologicamente subito prima del dodicesimo e ultimo libro della serie di Wallander dal titolo L’uomo inquieto. La trama è semplice: il commissario Wallander, ormai prossimo alla pensione, sta pensando di trasferirsi dal suo appartamento nel centro di Ystad, dove vive con sua figlia Linda appena entrata anch’essa a far parte del corpo di polizia del paese. Il suo desiderio di cambiare casa – una casa con giardino in cui tenere un cane – non è un segreto  e il suo collega e amico Martinsson gli propone una casa in campagna ereditata da un suo parente e situata vicino a quella in cui aveva vissuto il padre di Wallander, mosto diversi anni prima. Seppure da ristrutturare, la casa fa al caso suo e il detective è propenso all’acquisto, ma la mano di uno scheletro che sbuca dal terreno del giardino gli fa cambiare idea. E chi lo biasima? Io non di certo…

Quello che mi piace di Mankell è il suo realismo senza fronzoli, lo stile diretto al limite dello scarno e il fatto che i suoi protagonisti sono personaggi tutt’altro che eroici o perfetti. Al contrario. Hanno problemi famigliari e di salute, vivono vite mediocri o, al meglio, terribilmente normali. Wallander è divorziato, pessimista e diabetico.

Sarà anche una questione di clima, ma questa cupezza di fondo si ritrova anche in altri scrittori del cosidetto Nordic Noir. Basta leggere uno qualsiasi dei libri del norvegese Jo Nesbo, il cui Harry Hole  poliziotto anti-eroe e’ spesso ubriaco da far paura; e non parliamo dell’eroina della trilogia di Stieg Larsson, la hacker Lisbeth Salander, tanto geniale quanto emotivamente instabile e certamente danneggiata.

“C’è poco da stare allegri…” scuote la testa la mia dolce metà quando gli espongo le mie sul Nordic Noir. E ha certamente ragione, almeno per quanto riguarda l’ambientazione un po’ grigia e deprimente, lui che da quando BBC4 ha preso a mandare in onda Montalbano è diventato un mega-fan del giallo made in Italy. Che quando la cupezza scandinava diventa troppa, c’è sempre il sole della Sicilia di Camilleri…

2019 ©Paola Cacciari

Back in time: I Like Chopin by Gazebo

Un’altra chicca dal passato. Chi di voi ricorda Gazebo (alias Paul Mazzolini) un’altro one hit wonder che negli anni ottanta ha avuto un successo strepitoso con I Like Chopin? Quanto mi piaceva quella canzone…………………….

I Like Chopin ,1983 Gazebo,

Londra celebra il nudo nel Rinascimento

Amato odiato, celebrato, idealizzato o iperrealistico, il corpo è sempre stato al centro dell’interesse umano. O almeno lo  è stato da quando, nella Grecia classica fu inventato il concetto della nudità eroica. Il 480 a.C. anno della distruzione di Atene da parte dei persiani, si può adottare come spartiacque per la storia della arte greca, in quanto è con la costruzione dell’Acropoli promossa da Pericle (495 a.C.- 429 a.C.) che si afferma la nuova arte classica. Come per l’arte, anche per la democrazia ateniese  (perché di Atene si parla per il VI e V secolo a.C.) non esistono modelli precostituiti, ma nasce dal quotidiano “essere cittadini” dei suoi abitanti. Esiste una stretta correlazione tra arte e politica, tra l’artigiano che prende dalla realtà gli aspetti migliori per creare un corpo umano realistico, ma al tempo stesso perfetto, e la ricerca di ordine e di razionalità del cittadino che partecipa attivamente alla vita politica. Il gesto di Socrate di bere la cicuta e di non fuggire dalla città che lo aveva condannato a morte per non violare le leggi che aveva difeso per tutta la vita, emana una un’infinita libertà di spirito: un gesto possibile solo in una società che concede al cittadino i suoi diritti.

 Albrecht Dürer, Adam and Eve, 1504. Adam and Eve
Albrecht Dürer, Adam and Eve, 1504. Adam and Eve

Ma quella della Grecia classica  è un’arte che stimola l’imitazione. E mentre nel vicino Oriente, l’arte mira a creare timore reverenziale sottolineando la diversità tra uomo e il dio, nell’Atene di Pericle il mondo degli eroi e quello degli dei coincidono, rendendo così possibile un processo d’immedesimazione tra l’ideale  e il reale. Non sorprende, pertanto, che Platone e Aristotele utilizzino il corpo umano e le sue membra come metafora dell’armonia esistente tra la polis e gli individui che la componevano.

Dopo essere scomparsa per quasi tutto il Medioevo, l’idea del nudo come positiva è stata reintegrata nell’arte moderna quale esempio di Virtù, del vero, del bello e del buono, riappare con grande vigore durante il Rinascimento. E qui comincia la mostra della Royal Academy, intitolata, inevitabilmente, The Renaissance Nude,

Chiunque, a scuola, abbia fatto un po’ di attenzione alle lezioni di Storia dell’Arte (quando ancora c’era Storia dell’Arte a scuola) sa che la riscoperta dell’arte e della filosofia classica – e in particolare lo scavo all’inizio del XVI secolo delle sculture romane Laocoonte e dell’Apollo del Belvedere – hanno avuto un effetto importante sul modo in cui il corpo umano è stato introdotto nell’arte.

Agnolo Bronzino, Saint Sebastian, c.1533.

Rappresentazioni di questo tipo erano nuove e scioccanti, e in conflitto con l’idea portata avanti dal Cristianesimo, per cui il nudo era visto in relazione alla sofferenza fisica dei santi – che in effetti abbondano sulle partei della Royal Academy. Ma insieme ai corpi muscolosi e tormentati di santi e martiri, ci sono anche numerose veneri voluttuose, come la splendidaVenere che sale dal mare (‘Venus Anadyomene’) dipinta attorno al 1520 da Tiziano. Il dipinto cattura il momento immediatamente successivo alla nascita della dea (la stessa scena della Nascita di Venere di Botticelli, solo senza conchiglia – o meglio, con una conchiglia minuscola…) quando Venere emerge dal mare torcendosi i capelli, completamente assorbita da se stesse. Quella che abbiamo davanti non è la Venere di Botticelli che, messa in cornice, guarda lo spettatore, ma una giove donna colta in un momento di intimita’.

 Titian, Venus Rising from the Sea ('Venus Anadyomene'), c.1520. Venus
Titian, Venus Rising from the Sea (‘Venus Anadyomene’), c.1520. Venus

L’uso simbolico più ovvio del nudo era il rappresentare purezza e vulnerabilità. C’è Cristo, con la faccia e il corpo contorti dal dolore, in attesa di una flagellazione in un’animata opera di Jan Gossaert; c’è un satiro che piange una bella ninfa ferita in un’immagine di Piero di Cosimo; c’è l’incontaminata Santa Barbara con un petto mozzato in un tetro dipinto di Konrad Von Vechta. I nudi del XV e XVI secolo furono prodotti per chiese e monasteri, collezioni private e trattati anatomici, ma non mancano le immagini pornografiche (o che rasentano la pornografia…) che circolavano ampiamente tra i settori piu’ colti. Alcune di queste immagini, come il Libro d’ore era destinato ad appellarsi al patrono del libro, il re Luigi XII di Francia, erano apertamente erotiche, anche se ironicamente gli oggetti meno sexy sono quelli piú vicini alla pornografia.

Bathsheba Bathing; Jean Bourdichon (French, 1457 - 1521); Leaf from the Hours of Louis XII,Tours, France; 1498 - 1499; Tempera and gold on parchment; Leaf: 24.3 × 17 cm (9 9/16 × 6 11/16 in.); 2003.105.recto
Bathsheba Bathing; Jean Bourdichon (French, 1457 – 1521); Leaf from the Hours of Louis XII,Tours, France; 1498 – 1499; Tempera and gold on parchment; Leaf: 24.3 × 17 cm (9 9/16 × 6 11/16 in.); 2003.105.recto

Poi c’è il nudo come simbolo della bellezza innocenza pre-peccato originale, come nelle mitiche opere di Tiziano e Dosso Dossi. Pazienza, eroismo, religione; aggiungete un po’ dell’ossessione per l’anatomia di Leonarno, Raffaello e Michelangelo, e abbiamo un’idea generale di ciò che era il nudo nel Rinascimento.  Isabella d’Este, la Marchesa di Mantova, fu la prima donna a collezionare arte nel Rinascimento, colei che inaugurò la grande collezione Gonzaga (quella della mostra “Charles I: King and Collector” dello scorso anno alla Royal Academy, in quanto la collezione Gonzaga fu acquistata dal monarca in 1628).

Ciò che ne viene fuori è la sensazione che il nudo sia una cosa complicata, con significati e usi molto diversi anche e soprattutto, a seconda del’area geografica . Anche prima della Riforma protestante, gli artisti del nord Europa erano più austeri, come diffidenti, nei confronti del corpo umano, mentre le loro controparti italiane lo celebravano, tanto negli aspetti sensuali che in quelli celestiali. Collocando opere provenienti da tutta Europa e dagli anni 1400-1530 l’una accanto all’altra, la mostra mette in risalto sia le rotture che le continuità in un periodo più noto per i cambiamenti epocali e mostra che il nudo rinascimentale è molto più sfaccettato di quanto si potesse immaginare.

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Giugno 2019

The Renaissance Nude @ Royal Academy

Addio a Luke Perry il Dylan di ‘Beverly Hills 90210’

E anche lui è andato. Luke Perry, dico, il Dylan McKay di Beverly Hills 90210. E con lui se ne va anche un pezzo della mia adolescenza, o almeno della sua parte finale, che all’epoca ero già all’università.
Ma chi come me era ancora in quella fase di passaggio tra il mondo degli adulti e quello più spensierato dei teenagers, ricorderà quella serie televisiva americana, trasmessa in Italia alla fine degli anni Novanta da Italia 1 e ambientata sotto il sole di Beverly Hills.

Il soggetto era originale che per la prima volta infatti una serie televisiva mirava a raccontare gli adolescenti per quello che erano e sono tutt’oggi, ragazzi che stanno imparando ad essere adulti, e affrontava senza pregiudizi temi delicati come droga, AIDS, sessualità e alcolismo – temi fino ad allora praticamente tabù in televisone. La serie seguiva le vicissitudini di un gruppo di adolescenti dell’alta borghesia, che abitavano nell’elegante quartiere di Beverly Hills, a Los Angeles.

Il suo personaggio, Dylan McKay, il tipico bad boy ispirato a James Dean, è il rampollo di una famiglia miliardaria, che ha problemi con l’alcol e con la famiglia stessa e un atteggiamento da duro dietro al quale si nasconde un’anima fragile e gentile. Il classico bel tenebroso che ama la poesia, la musica, i film d’epoca, ed è particolarmente sensibile al fascino femminile. Insomma il perfetto stereotico dell’irresistibile rubacuori…

Naturalmente anch’io ero infatuata di lui, anche se più che di Luke Perry uomo (che pure non era male) a me piaceva il personaggio che interpretava. Dylan infatti era il tipico ragazzaccio, bello e dannato che, incapace di salvarsi da solo, aspetta solo che l’amore di una brava ragazza lo redimesse… Ah…….. (qui ci sta un sospiro sognante): insomma il classico irrecuperabile- recuperabile che faceva (fa?) impazzire le ragazze come me affette dalla sindrome dell’infermierina salvatrice (tengo a dire che a me nel frattempo e’ passato…).

Perry ha passato un decennio ad interpretare quel ruolo, sollevando un sopracciglio e corrugando la fronte per le buffonate di Steve, Brandon e gli altri del gruppo. Ma poi la vita va avanti, noi siamo cresciuti (o almeno ci abbiamo provato) e Luke Perry è diventato un altro mestierante di Hollywood, che oscillava tra pellicole di successo e film di serie B come Vacanze di Natale ’95, con Massimo Boldi e Christian De Sica.R.I.P Luke: pero che la tua vita sia stata meno melodrammatica e turbolenta di quella di Dylan (a dire il vero spero che la vita di tutti sia meno melodrammatica e problematica di quella di Dylan …)

 

Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca.

“L’Italia è fatta, gli italiani quasi.” Così si apre l’ntroduzione alla prima edizione di Miracolo all’Italiana di Giorgio Bocca (1920-2011). Apparso nel 1962, il libro fu accolto dalla stampa moderata alla stregua di un libello rivoluzionario in quanto osava parlar male dei ricchi e potenti del paese, prendendosi gioco allo stesso tempo dei valori della borghesia dell’epoca, in bilico tra demagogia e populismo.

“Ciò che non riuscì al papa-re dei guelfi, all’imperatore-messia dell’Alighieri, al principe macchiavellico, alla burocrazia piemontese di Cavour e ai federali di Mussolini sta riuscendo alla civiltà dei consumi e al suo oracolo televisivo: tra non molto gli italiani, popolo compatto, avranno usi, costumi e ideali identici dalle Alpi alla Sicilia, vestiranno penseranno, mangeranno, si divertiranno tutti alla stessa maniera, dettata e imposta dal video.”

Il boom economico arriva in Borsa tra il 1959 e il 1960. Speculatori d’Europa e d’America scoprono che i titoli italiani costano poco e rendono molto. L’Italia e’ da poco entrata nel Mercato Comune Europeo e tra il 1955 e il 1963 un’ondata di euforia attraversa il Paese. E fu proprio la rapidità con cui questi i cambiamenti socio-economici si verificarono, che si gridò al “miracolo economico”. Un miracolo che pur trasformando radicalmente lo stile di vita degli italiani (almeno di una parte), fece sì che il paese non riusci’ tutavia a risolvere i fondamentali problemi che si portava dietro da prima della guerra, tra cui le differenze tra nord e sud. La ricchezza si concentra soprattutto al Nord, nel cosiddetto “triangolo industriale” formato da Milano, Torino e Genova, città che attirano flussi di disoccupati dal meridione (essi stessi divisi da profonde differenze culturali) e vedono in pochi anni la loro popolazione quasi raddoppiare. Inutile dire che lo shock culturale è fortissimo. Per la prima volta gli italiani si incontrano tra loro e non si piacciono.

Dire che l’Italia degli anni Sessanta è una nazione profondamente nuova è inadeguato. Il miracolo italiano è avvenuto a ritmo talmente serrato da dare le vertigini: l’artigiano diventa imprenditore, piovono i miliardi, ma la gente è troppo occupata a fare soldi e a moltiplicare le cose che hanno per chiedersi il perché queste “cose” siano improvvisamente diventate una necessità, perlomeno su quella scala.

“Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”

Sembra il mantra di Gordon Gekko nel film del 1987 Wall Streetma questa frase di Giorgio  Bocca (riferita non a New York, ma a Vigevano) è ancora adesso attualissima quando si pensa al nostro Centro-Nord, alle distese infinite di brutti capannoni che sfregiano con la loro bruttura le campagne di Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. Tutto questo non è una novita’: le avvisaglie di questa trasformazione erano già in atto allora e Bocca lo aveva notato, mentre si gli altri si coprivano gli occhi e si turavano le orecchie davanti alla mancanza di un’ideologia, di una fede, di una prospettiva sociale di qualche tipo.

Il fatto è che, come osserva Bocca, nell’italia ghettizzata del dopoguerra, dove ognuno stava al suo posto e dove un piccolo borghese non avrebbe mai messo piede a Cortina o Portofino, il miracolo economico degli anni Sessanta aveva portato una fluidità di classe dapprima impensabile. Quella in atto era una vera e propria rivoluzione che stava mescolando le classi e la storia in modo irreversibile.

“Non riuscimmo a vedere bene quali moltiplicatori di disordine e degradazione sociale stavano mettendosi in moto e come avremmo poi pagato duramente i comodi e le disinvolture del capitalismo assistito, della partitocrazia , la saturazione del consumismo di massa, i pericoli della scuola di massa.”

Tra gli indici di più diffuso benessere, la crescita dell’industria automobilistica e l’aumento di consumi legati agli elettrodomestici. Le automobili ed elettrodomestici si moltiplicano con essi cambia lo stile di vita, gli interni delle case (in particolare la cucina), il modo di vestirsi e di mangiare, persino di parlare che in questi anni si attua lo spostamente della lingua dall’uso del dialetto a quello dell’Italiano. Anche la famiglia si modifica e con esso  i rapporti generazionali. I giovani degli anni Sessanta godono di una maggiore indipendenza economica e libertà di scelta dapprima impensabile.

Nasce l’idea del tempo libero (il week-end), la gente va in vacanza e le code in autostrada delle famiglie operaie che si mettono in marcia tutte insieme alla chiusura delle grandi fabbriche, sembravano “cortei trionfali”. Oltre alla televisione, è l’automobile che diventa il simbolo di questo nuovo benessere. Mio padre aveva una Fiat Cinquecento e si sentiva un re.

Il Vittorio Gassman de Il Sorpasso è la personificazione del “miracolo” italiano: il borghese fanfarone dalla vitalità debordante che nasconde (o cerca di farlo) con l’esuberanza un vuoto della vita e paura del futuro. Girato del 1962, lo stesso anno in cui Giorgio Bocca scrive il suo Miracolo all’italiana, il film descrive un’Italia al culmine della ricchezza dove macchine veloci, spiagge affollate, locali pieni di musica e di gente che balla sfrenataente diventano il simbolo di una vita finta, quella della borghesia arricchitasi con il miracolo italiano, un’esistenza effimera che si schianterà duramente sul muro degli anni di piombo della decade successiva.

E mentre leggevo, mi veniva da chiedermi che è successo a quel patto sociale da cui tutto ciò aveva avuto origine alla fine della Seconda Guerra Mondiale e che vedeva un equilibrio di fondo tra capitalismo e democrazia e stato sociale. Il processo che aveva permesso il raggiungimento di tale benessere si è spezzato: il giocattolo del miracolo si è rotto e nessuno sa come riaggiustarlo. Certo la classe politica non sa che pesci pigliare, e questo accade non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, tutte nazioni in quel diritto inossidabile alla scelta che è il voto politico, si è ridotto ad uno sfogo rabbioso di quella parte di popolazione che si è sentita rapinata del proprio futuro.

2019 ©Paola Cacciari

L’Italia del miracolo economico (1958-1963) Alberto Saibene https://www.doppiozero.com/materiali/made-in/l-italia-del-miracolo-economico-1958-1963