Gli artisti degli artisti @ National Gallery

Van Dyck, Thomas Lawrence, Degas, Matisse, Delacroix, Tiziano, Ingres, Corot, Lucian Freud, Corot, Constable, Cézanne. E ancora Matisse, Picasso, Gauguin, Manet, Sisley, Delacroix, Poussin. Hollywwod walk of fame? No, Painters’ Paintings alla National Gallery. In un momento come questo, in questa strana estate dello scontento del 2016 come l’ho chiamata in un precedente post, trovo il rifugiarmi nell’arte ancora più terapeutico del solito.

Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery
Italian Woman, or Woman with Yellow Sleeve, by Jean-Baptiste-Camille Corot. Photograph: The National Gallery

Cosa hanno in comune questi artisti? Il fatto di essere stati ammirati, collezionati, ma soprattutto amati da altri grandi artisti. A partire dal bellissimo ritratto di donna italiana di Corot che Lucien Freud teneva appeso nel soggiorno della sua casa di Notting Hill, insieme alla pagina di un catalogo raffiguarante un dipinto di Cézanne che lo ispirava che rimase li’ fino a quando l’artista non riuscì a comprare il dipinto originale.

Ma non solo per Freud l’arte nasceva dall’arte e da sempre gli artisti hanno trovato guida, ispirazione in coloro che li hanno preceduti. Così apprendo che Van Dyck non solo era un devoto ammiratore di Tiziano, ma che possedeva molti dipinti del maestro veneziano tra cui il dipinto che per lungo tempo si credeva fosse un ritratto di Ludovico Ariosto, mentre Edgar Degas oltre a collezionare opere dei due grandi maestri del XIX secolo, Ingres e Delacroix, era un insaziabile collezionista di contemporanei. Impressionista lui stesso, Degas aveva la fortuna di provenire da una famiglia agiata, cosa che gli permise di comprare molte delle opere dei suoi amici-colleghi contemporanei, sostenendoli cosi anche finanziariamente.

E se sapere quale quadro appartesse a chi non investe il dipinto di un significato più intenso, apre tuttavia uno squarcio molto interessante sul gusto e le predilezioni estetiche ed artistiche di altri artisti-collezionisti. Joshua Reynolds, il primo presidente della Royal Academy utilizzava i quadri della sua vasta collezione durante le sue lezioni: ai miei tempi si usavano le diapositive o le immagini dei Maestri del Colore. Ora ci sono i tablet e internet, ma avrei di gran lunga perferito il sistema di Reynolds…

 Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond
Sir Joshua Reynolds Self Portrait, about 1780 Credit: John Hammond

E anche se i curatori sostengono che la mostra non vuole raccontare nessuna storia, la storia ovviamente c’è, quella dell’arte vista attraverso gli occhi di artisti. Una storia in cui Reynolds guarda a van Dyck che guarda a Tiziano, mentre Matisse guarda Degas che guarda Ingres, e dove Degas, Matisse e Lucian Freud guardano tutti a Cézanne. È una splendida mostra, e una splendida dimostrazione che nella mente di artisti tutta l’arte nasce dall’arte.

Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016
Henri Matisse’s Self Portrait (1918). Click here to see the full image. Photograph: Philip Bernard/Succession H Matisse/DACS 2016

2016 ©Paola Cacciari

Painters’ Paintings: From Freud to Van Dick

National Gallery

Londra//fino 4 Settembre 2016

Il Nettuno e Tritone di Bernini

Lavoro in un museo, questo ormai si sa. Sono a contatto quotidianamente con oggetti bellissimi e anche questo si sa. Ma la cosa che più mi affascina  è che si tratta di arte decorativa, di oggetti creati non solo per essere guardati, ma anche – e soprattutto per essere usati. E allora ho deciso che ogni settimana (o quando ne ho il tempo) voglio dedicare uno spazio nel mio blog ad uno di questi oggetti. E visto che ce ne sono circa 3 milioni in totale credo che la cosa mi terrà occupata per un po’… E visto che negli ultimo giorni ci sono passata accanto almeno un centinaio di volte, ho deciso di iniziare proprio con lui, il Nettuno e Tritone di Bernini, che troneggia all’inizio delle nuove gallerie dedicate all’Europa del mio adorato museo.

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Creato per un’elaborata Fontana del giardini di Villa Montalto in Roma nel 1622–3, la scultura fu comprata nel 1786 insieme ad altre statue da Thomas Jenkins, un mercante d’arte inglese residente nella capitale che la vendette a sua volta a Joshua Reynolds per circa 700 ghinee. Alla morte del pittore, avvenuta nel 1792, il gruppo fu poi comprato da Lord Yarborough, nella cui famiglia rimase fino al 1950, quando fu acquistato  dal museo.

Bernini è splendido, tutto in lui è teatro e movimento, tutto in lui è vita pulsante. Il gesto furioso di Nettuno che attanaglia il tridente, il Tritone che soffia con forza nella sua conchiglia, l’aggressiva vitalità delle due figure: tutto genera una forza espressiva che carica anche il più piccolo dei dettagli. E’ semplicemente bellissimo.

Neptune and Triton by Gianlorenzo Bernini, 1622-23
Neptune and Triton by Gianlorenzo Bernini, 1622-23

Adoro Bernini da quando la mia strepitosa prof di Storia dell’Arte decise che un gruppo di ragazzette di quinta superiore di un’Istituto Professionale di Bologna aveva abbastanza cervello da poter affrontare nientepopodimeno che lui, il temuto, venerato, riverito testo scritto dallo storico dell’arte Rudolf Wittkower. E l’abbiamo letto, eccome Arte e architettura in Italia 1600-1750, questo testo sacro della stori dell’arte italiana, prima di andare in gita di fine anno a Roma con la suddetta Proff. e infilarci con lei piene di entusiasmo in ogni chiesa e museo della nostra bellissima Capitale alla caccia di Caravaggio, dei Carracci e di Bernini & C.

Oltre ad essere uno dei baluardi della storia dell’arte moderna, quel libro è stato per me una vera rivelazione: mi ha aperto le porte (e la mente) al mondo del Barocco e me lo ha fatto apprezzare – io che non vedevo oltre il Rinascimento.
Ed ora, ogni volta che vedo un’opera di Bernini (e il museo ne ha due, il suddetto Nettuno e il Tritone e il mio amato Thomas Baker e tre splendidi bozzetti in terracotta, tra cui quello della Beata Ludovica Albertoni) non posso non pensare a quanto il coraggio didattico di una fantastica insegnante abbia influenzato la mia vita.

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Gli esperimenti pittorici di Joshua Reynolds. Alla Wallace Collection di Londra.

Pochi artisti possono vantare un posto così centrale nella storia dell’arte britannica come Joshua Reynolds (1723-1792). Più famoso di Constable, più richiesto di Turner, fu collezionista, scrittore ed educatore, oltre ad essere stato anche il primo presidente della Royal Academy, dall’alto della cui cattedra pronunciò i famosi Discorsi sull’arte che influenzarono il gusto del pubblico e la formazione delle future generazioni di artisti britannici.

The Wallace Collection: Joshua Reynolds: Experiments in Paint
Self-Portrait by Sir Joshua Reynolds oil on canvas, circa 1747-1749 © National Portrait Gallery

Tuttavia, nonostante la sua immensa produzione pittorica (nel corso della sua lunga carriera dipinse oltre 2000 ritratti) e la sua abilità in quello che oggi chiameremo ‘networking’, della sua vita sappiamo davvero poco. Quel che è certo è che se avesse dato ascolto a suo padre, un ecclesiastico del Devon professore al Balliol College dell’Università di Oxford, invece di un grande pittore avremmo avuto un farmacista. Fortunatamente per la storia dell’arte, il giovane Joshua decise che l’arte (e non la medicina) sarebbe stato il suo futuro e nel 1740 si trasferì armi e bagagli a Londra presso lo studio del pittore Thomas Hudson, solo per lasciarlo tre anni più tardi per proseguire i suoi studi da solo. Ma nel mondo dell’arte, ieri come oggi, la competizione è forte e Reynolds capisce presto che la strada per diventare un artista fuori dal comune passava dall’Italia. E lì si reca nel 1750 con l’immancabile Grand Tour, il viaggio all’estero che ogni gentiluomo britannico degno di questo nome doveva intraprendere per completare la propria educazione. Un’esperienza essenziale soprattutto nella vita di un artista e che rendeva chi non poteva permetterselo (come il pittore William Hogarth) verde d’invidia. In Italia Reynolds visita Roma, Napoli, Firenze, Bologna e Venezia, dove studia la maniera degli antichi e i grandi maestri del passato, prima di tornare a Londra nel 1753 per mettere in pratica quanto appreso durante il suo soggiorno europeo e diventare uno dei più grandi ritrattisti del XVIII secolo.

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Joshua Reynolds, The 4th Duke of Queensberry (‘Old Q’) as Earl of March, 1759 © The Wallace Collection

Perché la chiave del successo di Reynolds è da ricercare nell’ossessione tipicamente britannica con il ritratto. A partire dal Rinascimento infatti, la ritrattistica in tutte le sue forme (dal ritratto miniato, alla medaglistica alla ceramica) ha svolto un ruolo dominante in Inghilterra, dove i Tudor utilizzarono l’arte a piene mani per dimostrare al mondo la legittimità della loro dinastia. Nel XVIII secolo tuttavia, con l’ascesa del ceto medio e della classe mercantile il focus culturale si sposta dalla corte alla casa privata. Dalla metà del Settecento in avanti possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia e, ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società, la ricca borghesia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. Ed è soprattutto a Londra che i ritrattisti dell’Epoca Georgiana trovano un mercato fiorente e assetato di arte e di status e preparato a pagare profumatamente per ottenerlo.

La soluzione adottata da Reynolds era quella di immortalare i suoi soggetti in pose teatrali e in ambientazioni principesche, facendo di essi personaggi eroici e grandiosi, dipingendoli con pennellate larghe dal colore ricco e dai drammatici effetti di ombre e di luce. Gli uomini trasudano carisma, le donne buona educazione, intelligenza e sensibilità. Pose derivate dall’arte antica e da quella dei grandi maestri del passato servono come modello di riferimento per costruire immagini ricche di fascino. Dotato di un innato senso di ciò che si addiceva all’età, al sesso e allo status sociale del soggetto da dipingere, Reynolds diventa in breve un maestro nel creatre la “posa perfetta”. E le commissioni fioccano, tanto che nel 1760 può trasferirsi in un imponente palazzo in Leicester Square con tanto di servitù in livrea…

Oggi Joshua Reynolds non è più conosciuto come merita – la sua arte meno immediata di quella di Thomas Gainsborough e meno originale di quella di William Blake. Ma fu innegabilmente un grande innovatore e questo è ciò che la Wallace Collection vuole dimostrare con Joshua Reynolds: Experiments in Paint. Con i suoi 20 dipinti, materiali d’archivio e immagini ai raggi X, questa piccola mostra esplora il metodo di lavoro dell’artista sia a livello materiale che a livello concettuale – dal suo uso dei pigmenti, allo sviluppo della composizione, facendo particolare attenzione ai temi della sperimentazione e dell’innovazione. E se il ricco scenario di Hereford House, sede della Wallace Collection, costituisce un appropriato scenario per una mostra su Reynolds, è con una punta di delusione che si seguono le indicazioni che portano al seminterrato che, se ha dalla sua il vantaggio pratico dello spazio, non ha tuttavia nulla dell’eleganza e della ricchezza delle stanze dei piani superiori. Ma non si può avere tutto…

Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue
Joshua Reynolds, Mrs. Abington as Miss Prue in “Love for Love” by William Congreve, 1771. © Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection

Grazie alle scoperte fatte nel corso di quattro anni dal Reynolds Research Project, un progetto di ricerca nato dalla collaborazione della Wallace Collection con la National Gallery di Londra e il Paul Mellon Centre for Studies in British Art di Yale, quello che emerge è un ritratto di Reynolds come pittore d’avanguardia che non esita a sperimentare tanto nello stile quanto nella tecnica, alla continua ricerca di quel qualcosa in più che rendesse i suoi quadri sempre più vicini a quelli di grandi come Tiziano e Rembrandt. A volte questi esperimenti non funzionano, come nel caso di William Douglas, il futuro Duca di Queensberry, pallido come un cadavere per via di un pigmento malriuscito. Molto più spesso invece la sperimentazione va a buon fine e Reynolds crea alcuni trai i più raffinati ritratti del XVIII secolo come quello di Mrs Abington as Mrs Prue e della famosa attrice, scrittrice e poetessa Mrs Mary Robinson (in mostra le due versioni di Yale e della Wallace Collection) piú nota con il soprannome di “Perdida” che fu, tra le altre cose, per breve tempo l’amante del Principe di Galles, il futuro re Giorgio IV. Non mancano anche i ritratti di bambini, come quello di Miss Jane Bowles con il suo cagnolino o di Mrs Susanna Hoare and Child, decisamente troppo sdolcinati per gli standard moderni, ma che tuttavia mostrano un Reynolds all’apice della sua sperimentazione ed espressività tecnica – come le lunghe spiegazioni tecniche accanto ad ogni dipinto non cessano per un solo momento di sottolineare. Informazioni che, per un comune mortale non esperto di chimica come la sottoscritta hanno spesso il grosso svantaggio di distrarre l’attenzione dalla pittura stessa. Per il resto, questa è una mostra piccola e perfettamente formata su di un artista imperfetto alla ricerca della perfezione.

2015 ©Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 7 Giugno 2015
The Wallace Collection
wallacecollection.org

Pompeo Batoni, il Maestro dimenticato

245px-Pompeo_Batoni_-_Sir_Gregory_Page-Turner_-_WGA1508Famoso e ricercato nel Settecento. Relegato all’oblio per quasi due secoli. In occasione del terzo centenario della sua nascita la National Gallery dedica una grande mostra ad un grande maestro dimenticato…

Sir Gregory Page-Turner, il busto di Atena alle sue spalle, protende la mano verso lo spettatore. Sullo sfondo, rovine classiche. Libri. Mappe. Una colonna. Incoraggiante, sembra invitarci a condividere la sua straordinaria esperienza di gentiluomo colto e raffinato, impegnato nel Grand Tour. Il viaggio all’estero come completamento di un’educazione politica, accademica o professionale era -sin dal Rinascimento- ritenuto un’esperienza essenziale. Tanto che coloro che non l’avevano provata, come il pittore William Hogarth, non potevano non provare un certo risentimento verso chi, invece, era stato più fortunato. L’itinerario seguito era quasi sempre lo stesso: Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Una volta a Roma, era naturale che molti gentiluomini desiderassero eternare l’evento facendosi ritrarre dal pittore più famoso della città: Pompeo Girolamo Batoni (Lucca, 1708 – Roma, 1787).
Figlio di un orefice di Lucca, Batoni si trasferisce a Roma nel 1727. Come tutti i nuovi arrivati, copia le sculture antiche del Vaticano, studia gli affreschi di Raffaello e Annibale Carracci, e disegna modelli dal vivo nelle accademie private. Il tratto accurato e la puntigliosa attenzione al dettaglio – retaggio dell’apprendistato nella bottega paterna- sono una costante della sua arte. La sua inclinazione verso la tradizione classica si traduce in opere come Il Trionfo di Venezia (1737). Pompeo Batoni - David Garrick - 1764 - olio su tela - Ashmolean Museum, OxfordCommissionata dall’ambasciatore veneziano a Roma, la tela rivela lo studio attento e appassionato delle opere di Raffaello e la sua ammirazione per pittori della grande scuola bolognese, da Domenichino a Guido Reni.
Dal 1740 Batoni produce pitture mitologiche e religiose per l’aristocrazia italiana e riceve importanti commissioni dalla Chiesa. E la sua capacità di adattare la drammatica energia del Barocco al suo amore per il dettaglio cesellato e minuto è evidente in entrambi i generi. Basti osservare L’estasi di Santa Caterina da Siena (1743) e Il tempo ordina alla vecchiaia di distruggere la bellezza (1745-46) per essere travolti dalla vivace spontaneità e dal fiume luminoso del colore settecentesco.
Tra il 1750 e il 1760 la fama di Batoni si estende alle corti d’Europa e raggiunge la Gran Bretagna. La sua perizia nella resa fisiognomica (particolarmente apprezzata nel XVIII secolo) gli procura numerose commissioni da parte dei gentiluomini inglesi impegnati nel Grand Tour, che ritrae in pose informali, all’aria aperta, circondati da sculture e rovine architettoniche del mondo classico. Se il disegno preciso e la freschezza del colore moderano la pomposa retorica dei grandi ritratti a figura intera (come quello del Colonel the Hon William Gordon), i ritratti degli ultimi anni catturano per l’intima informalità della composizione. Gli occhi sensualmente accattivanti e lo sguardo sornione dell’attore David Garrick (1764), la posa languidamente rilassata di Sir Humphry Morice (1761-62) con i suoi adorati cani sorprendono per la resa accurata dei dettagli, la tecnica libera e sgranata, il modellato soffice, il colore arioso.
Pompeo Batoni - Ritratto di Sir Humphry Morice - 1761-62 - olio su tela - Sir James and Lady Graham, North Conyers, North Yorkshire - photo Glen SegalNel 1789, a due anni dalla morte, Joshua Reynolds disse di Batoni che nonostante la fama acquisita in vita, sarebbe stato presto dimenticato. E così fu. Dopo un lungo oblio, ora finalmente l’“ultimo grande maestro italiano” è tornato.

pubblicato martedì 6 maggio 2008 su Exibart

An American’s Passion for British Art: Paul Mellon’s Legacy

George Stubbs, Zebra, 1762.

In mostra alla Royal Academy of Arts di Londra una selezione di opere provenienti dallo Yale Center for British Art di New Haven a celebrare il centenario della nascita di uno tra i piuimportanti collezionisti di arte britannica del ventesimo secolo:<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Mellon"> Paul Mellon</a> (Pittsburgh 1907 – Upperville 1999). Opere di Gaisborough, Reynolds, Canaletto e Hogarth, libri rari, manoscritti, stampe e capolavori semisconosciuti al grande pubblico europeo (come il placido paesaggio marino di Turner, Dort or Dordrecht: The Dort Packet-Boat from Rotterdam Becalmed, assente dal Regno Unito dal 1966) sono omogeneamente distribuite negli accoglienti spazi della Sackler Wing. <br /><br />Figlio di Andrew W. Mellon, filantropo e personalità di rilievo nel mondo politico e finanziario americano e dell’inglese Nora McMullen, della patria maternal Paul apprezza non solo la storia e la cultura. La sua passione per le corse e gli sport equestri praticati dall’aristocrazia inglese costituisce il contesto delle sue acquisizioni future. In apertura della mostra, <i>Pumpkin With a Stable-Lad</i> (1774) di George Stubbs (il pittore dei cavalli per eccellenza) è un dipinto autoreferenziale, il primo da lui acquistato nel 1936.  Tuttavia Mellon si dedica seriamente al collezionismo solo negli anni Sessanta. In un periodo in cui l’arte inglese è trascurata dagli stessi collezionisti britannici, e avvalendosi di notevoli risorse economiche e di validi collaboratori, crea in pochi anni la piu grande raccolta di arte inglese fuori dal Regno Unito.

JMW Turner, ‘Dort, or Dordrecht, the Dort Packet-boat from Rotterdam Becalmed’, 1818.

Nonostante abbracci tre secoli, la collezione è incentrata sul periodo compreso tra il 1700 e il 1850. Organizzata in cinque percorsi tematici e non in ordine cronologico, ogni sezione propone una selezione di opere che affrontano temi differenti, a sottolineare l’interesse di Mellon per i vari aspetti della produzione artistica inglese: la pittura di sport, il paesaggio, il pittoresco, i viaggi all’estero, la scena di genere e il ritratto. La sfaccettata varietà delle opere in mostra spiazza l’osservatore stimolandone la curiosità. Il percorso espositivo si snoda fluido e la sua imprevedibilità invita a continuare. Ogni sezione offre una sorpresa inaspettata. Come il ritratto della prima Zebra arrivata in Gran Bretagna nel XVIII secolo, una rara curiosità. La seconda sezione, suddivisa per maggiore omogeneità in “paesaggi finiti” e “studi” dominata dal paesaggio romantico di Turner e Constable, è bilanciata dal classicimo di J.R. Cozens in The lake Albano and Castel Gandolfo (1779). L’esattezza vedutistica di Canaletto della terza sezione, si contrappone agli acquerelli arabeggianti di Frederick Lewis e alle visioni di William Blake della quarta. La cesellata precisione del ritatto miniato Portrait of a Lady, opera di Nicholas Hilliard, maestro prediletto di Elisabetta I, e Mrs. Abington as Miss Prue in William Congreve’s ‘Love for Love’ (1771) di Joshua Reynolds sono solo alcune delle gemme della quinta ed ultima sezione.

 Se il grande merito di Paul Mellon è di avere riportato l’attenzione del mondo artistico europeo sull’arte inglese, quello della Royal Academy è di avere donato alla mostra un ritmo sincopato e vitale, smorzando sapientemente le inevitabili interruzioni del percorso espositivo tipiche delle collezioni private, modellate piu` dal gusto dell’individuo che dalla cronologia.

Thomas Lawrence, il pittore della Reggenza.

Che periodo incredibile l’Epoca Georgiana! Ma chi erano questi ‘georgiani’? Che la domanda e’ lecita, visto che la periodizzazione della storia britannica sembra viaggiare su un binario parallelo alla nostra. Con il nome di Epoca Georgiana si definisce il periodo della storiografia anglosassone che prende il nome dai regni dei quattro giorgi che si susseguirono sul trono britannico tra il 1714 e il 1830. Un periodo di grandissimi cambiamenti storici e sociali e – inevitabilemente – artistici, specialmente in Gran Betagna.

Tutto inizia con la straordinaria espansione commerciale Britannica dell’inizio del XIX secolo, che crea numerose opportunità per i singoli individui di arricchirsi con il commercio. Individui che, ansiosi di reclamare il posto che spettava loro in società, correvano poi a farsi ritrarre dall’artista del momento. Ma se l’artista in questione era Sir Thomas Lawrence (1769-1830), beh, allora il soggetto in questione si poteva dire arrivato. Appartenente alla cosidetta ‘età d’oro della ritrattista Britannica’, quella di Gainsborough e Reynolds per intenderci, Thomas Lawrence fu di certo il più famoso pittore della Reggenza, nonché uno degli artisti più celebri e celebrati dell’Europa post-napoleonica.

Nato Bristol nel 1769, Lawrence era un contemporaneo di Wordsworth e Coleridge, una bambino prodigio che sin dalla più tenera età produceva pastelli di incredibile finezza (soprattutto quelli delle signore alla moda) che il padre, proprietario di una taverna, rivendeva poi al miglior offerente. Determinati a sfruttare questa inaspettata gallina dalle uova d’oro che era il loro bambino, i genitori portano il giovane Thomas dapprima a Oxford e poi a Bath, dove (naturalmnete) attira l’attenzione non solo della societa’ galante, ma anche dell’attrice Sarah Siddons e della Duchessa del Devonshire (quella del film con Keira Knightly per intenderci…). Quando arriva a Londra ha soli 17 anni.

King George IV by Sir Thomas Lawrence, c. 1814. London, National Portrait Gallery
King George IV by Sir Thomas Lawrence, c. 1814. London, National Portrait Gallery

Che Lawrence sia un artista eccezionale è evidente: basta guardare il ritratto incompiuto di Giorgio IV per essere travolti dalla sicurezza della sua mano, dalla padronaza del linea, dalla freschezza del coloro e dalla sua tecnica sublime. Non sorprende pertanto che a soli vent’anni diventasse uno dei più giovani soci della Royal Academy – con l’approvazione di Joshua Reynolds, di cui da questo momento in poi è considerato il degno erede.

Arguto, spiritoso e raffinato, Lawrence si trovava a proprio agio nell’elegante società della Reggenza che era chiamato a ritrarre; un mondo aristocratico fatto di moda, balli e del teatro, in cui l’artista si immerge con entusiasmo e a cui deve il suo folgorante successo professionale, così come la sua ascesa nella società londinese. Dipinge tutto e tutti – tutto coloro che contavano qualcosa in società almeno, inclusi sdolcinati ritratti di bambini e soavi fanciulle dalle guance rosate.

Ma soprattutto, Lawrence crea un nuova tipologia di ritratto maschile, che spopolerà tra i giovanotti che abitano quegli anni memorabili della Reggenza, in cui ancora risonano gli echi della Rivoluzione Francese e che vedono l’Inghilterra impegnata nelle guerre napoleoniche. I suoi sono uomini affascinanti, dallo sguardo ardente, la cui virilità non è diminuita dal loro indossare abiti vivaci, acconciature elaborate e voluminose cravatte. In pratica Lawrence crea l’eroe byroniano prima dellos tesso Lord Byron

Il fatto è che per Lawrence non c’era nulla di meglio di un uomo in uniforme, soprattutto se erano uniformi belle ed elaborate come quelle degli ussari, con le finiture in treccia dorate, anche se nulla batteva un re o un duca agghindati in pompa magna, e basta guardare i suoi ritratti del Duca di Wellington o di Giorgio IV per capire di cosa sto parlando…

Sir Thomas Lawrence. Portrait of Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington c.1815-16. Apsley House, The Wellington Museum, London
Sir Thomas Lawrence. Portrait of Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington c.1815-16. Apsley House, The Wellington Museum, London

Per lui i meriti di un soggetto erano di solito meno importanti dell’aspetto che questo presentava al mondo. Lo stesso vale per ritratti femminili. E a meno che non si tratti della vecchia e agguerrita (e bellissima) Lady Robert Manners, l’esplorazione del carattere del personaggio dipinto non sembra essere per Lawrence una priorità, in particolare se una donna non è agghindata di tutto punto per fare colpo sull’osservatore.

Nonostante tutto i personaggi della Londra elegante si accapigliavano per farsi ritrarre da Lawrence che si impegnava anche in cinque sedute al giorno di due ore ciascuna, facendosi pagare un acconto del 50%. Dopodiché spesso perdeva interesse nel dipinto. Di conseguenza, gran parte della sua corrispondenza riguarda la mancata consegna ritratti finiti, anche dopo anni. Come quella con un tale Lord Ellenborough che lo minacciò di portarlo in tribunale per aver rifiutato di completare un dipinto di sua moglie, mentre un altro cliente lo sfidò addirittura in un duello all’alba a Hyde Park. Ma anche i ritratti non finiti erano molto apprezzati, in particolare dalle clienti di una certa età, come suggerise maliziosamente un assistente di Lawrence.

Per tutta la stravaganza dei suoi ritrattisti, la vita di Lawrence appare – almeno in superficie – stranamente sobria. Non solo non giocava alle carte o ai cavalli e non si ubriacava con gli amici (tutti i passatempi maschili reggenza propri), ma amava leggere i romanzi di Jane Austen e giocare a biliardo. Non si sposò mai nonostante fosse bello e affascinante. Ma come spesso accade a coloro che raggiungono grande altezze, la caduta di Lawrence dalle stelle alle stalle dopo la sua morte nel 1830 fu immediata e totale. Condannato dal moralismo dell’epoca vittoriana che non apprezzata la spavalderia dei ritratti maschile e l’erotismo e la maliziosa civetteria di quelli femminili e definito un pittore da “scatola di cioccolatini” dagli storici dell’arte del XX secolo come William Vaughan, Lawrence fu cosegnato all’oblio o peggio, ridicolizzato. Tanto che che divenne una battuta di spirito dire che l’unico degno erede di Thomas Lawrence fosse il fotografo di moda Cecil Beaton. Che dire? Adoro la cioccolata e in questo momento in cui l’austerità la fa da padrona sono felice di indulgere! 🙂

Londra//Fino al 23 gennaio 2011

National Portrait Gallery

Thomas Lawrence: Regency Power and Brilliance