I giganti della fotografia vittoriana

Ci siamo così abituati avendo a portata di mano macchine fotografiche sempre più sofisticate come quelle dei nostri smartphones, che è facile dimenticare che che solo due secoli fa la fotografia non esisteva. Alcuni ragazzini nati dopo l’invenzione dello smartphone di fatto non riescono a concepire un mondo senza Instagram e Facebook . Eppure qualcuno l’ha inventata (Henry Fox Talbot) e qualcun’altro l’ha resa grande.

Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London
Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London

Un’intera generazione di fotografi vittoriani l’ha elevata a forma d’arte in un momento in cui questo stumento era considerato appunto … uno strumento, qualcosa di puramente meccanico utile unicamenbte per documentare la realta’. Ma Julia Margaret Cameron (1815-1879), Lady Clementina Hawarden (1822-1865), Lewis Carroll (1832-1898 – sí, quello di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) e Oscar Gustave Rejlander (1813-1875) la pensavano diversamente e hanno cominciato a sperimentare con la fotografia come e forma d’arte.

Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London
Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London

Ma bisogna dire che, sebene interessanti siano le immagini di Rejlander , soprattutto quelle utilizzate per illustrare il trattato di Charles Darwin, The Expression of the emotions in man and animals, eleganti quelle della Hawarden o inquietanti quelle delle bambine ritratte da Carrol (il fatto che Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, fotografasse ragazzine nude ha contribuito alla tesi che fosse un pedofilo, anche se bisogna dire che le fotografie di bambini nudi erano molto comuni all’epoca e altri fotografi vittoriani si sono cimentati sul tema), ancora una volta è Julia Margaret Cameron che torreggia sui colleghi. Con il suo bianco e nero sfumato, lei è la vera visionaria e la vera artista. #VictorianGiants

Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography
Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography

 

 

Londra// fino al 2 Maggio 2018

Victorian Giants: The Birth of Art Photography

National Portrait Gallery

npg.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett
Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London
Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

2017 © Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

Dipingere con la luce: i Preraffaelliti e la fotografia

Il periodo compreso tra la grande arte di J. M. W. Turner e John Constable e quella dei “cattivi ragazzi” dell’epoca vittoriana, i Preraffaelliti, non si può certo considerare uno dei momenti più innovativi dell’arte britannica. L’ascesa della classe media benestante che caratterizza il regno della Regina Vittoria (1837–1901) aveva cambiato il mercato dell’arte, e la generazione cresciuta in quell’epoca industriale voleva un’arte che riflettesse il loro mondo. Un mondo che pittori come William Murleady, William Powell Frith (quello di Darby Day) ed Edwin Landseer (1802–1873) provvedono opportunamente a riprodurre, rifornendo le case della middle-class britannica di interni borghesi, animali, scene rurali e di genere.

 William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate
William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate

Ma tutto cambia con l’avvento della fotografia. Nata nel 1839 grazie al genio di Henry Fox-Talbot che inventa la fotografia su carta salata, questa arte porta una ventata di aria fresca nello stagnante panorama artistico vittoriano. E qui ha inizio Painting with Light, la mostra di Tate Britain, un’affascinante racconto di un periodo incredibilmente creativo, che vede artisti e fotografi impegnati quasi simultaneamente ad esplorare nelle loro opere questioni di movimento, luce e composizione.

Ma è possibile dipingere con la luce? Certo che lo è, ce lo insegnano gli impressionisti e i Macchiaioli nostrani, le cui tele sembrano essere state dipinte con il sole accecante dell’Estate mediterranea. Ma questa della Tate è un altro di un altro tipo tipo di luce, quella irradiata della scienza e dal progresso. Una luce che invita l’arte ad essere oggettiva.

Ma questa felice collaborazione tra pittura e fotografia non sarebbe  mai avvenuta senza due gentiluomini scozzesi dai nomi oscuri, David Octavious Hill e Robert Adamson.  Stabilitisi ad Edimburgo nel 1843, allora sede di una progressiva comunità di scienziati, artisti e scrittori, i due aprono uno studio fotografico che produsse non meno di 2000 fotografie e in soli quattro anni (una quantità davvero impressionante per quei tempi) e un mastodontico dipinto che non sarebbe mai esistito senza la fotografia, il Disruption Portrat. Tale dipinto prevedeva il ritratto individuale di tutti i 457 partecipanti alla storica assemblea che nel 1843 diede vita alla Free Church of Scotland. David Octavius Hill, che era presente all’assemblea, decise di immortalare la scena servendosi della nuova invenzione della fotografia per ottenere ritratti di tutti i ministri presenti. Il dipinto richiese vent’anni per essere completato, ma fu un successone anche se David Octavious Hill e Robert Adamson furono opportunamente dimenticati.

The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )
The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )

Influenzati dal grande  John Ruskin, il famoso critico d’arte che riportò in auge le fortune di un Turner sul viale del tramonto (e diventato ‘infamosamente’ famoso per lo scandalo dell’annullamento del suo matrimonio mai consumato con la frizzante Effie Gray, che lo lascia per l’aitante Millais) e ispirati dall’arte e dalla cultura medioevali e guidati dalla fede nel carattere spirituale del proprio lavoro, i Preraffaelliti crearono opere affascinanti e sorprendentemente originali. Fedeli al mantra di Ruskin che li esortava a “non respingere niente e non selezionare niente”, ma ad “andare incontro alla natura” John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman-Hunt adottano un approccio fotografico verso la realtà. Nei loro quadri elementi fino ad allora tralasciati assumono una nuova, vitale, importanza.

Già dalla meta del XIX secolo la collaborazione tra pittura e fotografia è tale da spingere i preraffaelliti ad uscire dai loro studi per esaminare la natura con un’attenzione mai vista dai tempi di Constable – che fu tra i primi a dipingere all’aperto. E basta guardare le tele di Millais o Holman-Hunt per capire di cosa sto parlando: ogni filo d’erba, ogni fiore, ogni foglia è dipinto con esattezza fotografica. Le loro tele rasentano l’esplosione di megapixel offerta dalle moderne  single-lens reflex.

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

 

Mentre gli artisti cercano di emulare l’esattezza delle fotografie, i fotografi cercano di riprodurre nelle loro immagini la qualità amosferica della grande pittura di storia o dei paesaggi.  Molti fotografi d’altro canto, che avevano studiato per diventare pittori prima di essere catturati dalla macchina fotografica, creano fotografie che cercano di imitare le qualità atmosferiche della pittura, mentre utilizzano le fotografie come studi preparatori invece del disegno. Mai come nella prima metà del XIX secolo il dialogo tra arte e fotografia fu così aperto e fruttuoso.

Dante Gabriel Rossetti, Proserpine 1874 Tate

 

Ma nella seconda metà del XIX secolo tutta questa positivistica chiarezza scientifica diventa troppa e alcuni artisti cominciano ad allontanare se stesi e la loro arte dalla chiarezza senza pietà offerta dalla fotografia per andare alla ricerca della belle fine a se stessa.

Entri Julia Margaret Cameron, la donna che rese la fotografi quanto di più simile ad un dipinto e il cui caratteristico utilizzo dell’effetto flou e  dell’uso quasi caravaggesco della luce, resero le sue immagini simili ad apparizioni. Non sorprende che la Cameron godesse dell’amicizia di altri famosi Preraffaelliti, G.F. Watts e Dante Gabriel Rossetti. I tre erano amici, oltre che stretti collaboratori e a loro è dedicata una serie di ritratti che i tre artisti hanno fatto gli uni degli altri, oltre a quelli  delle loro muse e modelle, Elizabeth Siddal e Jane Morris.

Che la fotografia fosse uno strumento prezioso come base e promemoria di futuri dipinti gli artisti lo sapevano bene. Ma in certi casi poteva addirittura diventare IL dipinto, come nel caso di John Atkinson Grimshaw che divenne famoso per le sue vedute notturne del porto di Liverpool e delle strade di Londra che fecero esclamare a James Abbott McNeill Whistler “Mi consideravo l’inventore di Nocturnes fino a quando ho visto le immagini illuminate dalla luna di Grimmy”. Il fatto che “Grimmy” a differenza di Whistler era un pittore di quantità più che di qualità, e il dipingere sulla fotografia gli faceva risparmiare tempo permettendogli di guadagnare il necessario per mantenersi. È davvero il caso di dire che il bisogno aguzza l’ingegno. E il pennello! 😉

2016 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 25 Settembre 2016

Painting with Light.

Tate Britain

Julia Margaret Cameron e la fotografia vittoriana

Era il 21 Ottobre del 1875 e una folla si era riunita al porto di Southampton per assistere alla partenza del piroscafo Pekin diretto a Ceylon. Tra i passeggeri, la sessantenne Julia Margaret Cameron (1815-1879) e il marito, Charles Hay (1795-1881). Dopo anni di alti e bassi finanziari, i due si erano arresi all’evidenza e avevano deciso di tornare a finire i loro giorni nelle più economiche colonie.

Nata a Calcutta da madre francese e da padre anglo-indiano, Julia Margaret Cameron era la sorella ‘insignificante’ in una famiglia di belle ragazze, ma il suo fascino e la sua intelligenza compensavano ampiamente ogni altra mancanza e fecero di lei la più formidabile delle sei figlie. La sua famiglia apparteneva a quell’élite di dipendenti pubblici britannici che vivevano un’esistenza privilegiata nelle colonie, il che aveva permesso a Margaret di ricevere un’ottima educazione in Francia ed in Inghilterra. Tornata a Calcutta, sposa nel 1838 Charles Hay Cameron, un giurista della Compagnia delle Indie Orientali. Lui aveva 20 anni più di lei, estremamete colto e amico intimo di molti uomini di spicco del suo tempo; sfoggiava una lunga barba bianca e aveva capelli altrettanto candidi che qualche anno più avanti avrebbero fatto di lui uno splendido Merlino. Sebbene non fossero aristocratici, i due godevano all’epoca di un’ottima posizione all’interno della società anglo-indiana e di un altrettanto ottima rendita, il che aveva permesso a Charles Hay l’acquisto di numerose piantagioni di caffè a Ceylon.

'Vivien and Merlin' (Agnes Mangles (Lady Chapman); Charles Hay Cameron) by Julia Margaret Cameron, 1874 © National Portrait Gallery, London
‘Vivien and Merlin’ (Agnes Mangles (Lady Chapman); Charles Hay Cameron) by Julia Margaret Cameron, 1874 © National Portrait Gallery, London

Le cose cambiano quando, nel 1848 Charles si ritira dal servizio e la famiglia fa ritorno in Inghilterra, dapprima a Londra, dove viveva la sorella della Cameron, Sarah Prinsep, il cui salotto a Little Holland House era frequentato regolarmente da artisti e scrittori famosi. Ma (ora come allora) la vita a Londra era troppo cara per la numerosa famiglia Cameron e nel 1860 si trasferiscono a Freshwater, sull’Isola da Wight, dove ancora oggi è possibile visitare la loro casa. Ed è qui che, nel 1864, la figlia regala a Margaret una macchina fotografica per aiutarla a passare il tempo durante una delle prolungate assenze del marito e dei cinque figli maschi, occupati con le piantagioni di caffè a Ceylon. Aveva 48 anni. Ed è così che ebbe inizio l’avventura di Julia Margaret Cameron, fotografa.

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art
The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

Il successo di Julia Margaret Cameron è tanto straordinario, quanto insolito, poiché nella seconda metà dell’Ottocento la fotografia amatoriale non era il passatempo diffuso che conosciamo adesso, e ancora meno lo era per una donna. Il mestiere del fotografo era costoso, impegnativo e anche molto faticoso: le prime macchine fotografiche erano pesanti, ingombranti e la preparazione e lo sviluppo dei negativi richiedeva moltissime sostanze chimiche difficili da trasportare. Ciononostante, nel giro di un anno, Margaret aveva compilato numerosi album fotografici per il piacere suo e dei suoi cari ed era diventata una socia della Photographic Society di Londra.

Dalla sua, Julia Margaret Cameron ebbe la fortuna di appartenere ad un ambiente sociale insolito e privilegiato che le premise di dare libero sfogo al suo talento, altrimenti destinato ad essere quasi certamente soffocato dai compiti domestici. Inoltre, non le mancava l’aiuto domestico, sotto forma della sua paziente cameriera, Mary Hillier, reclutata nel processo fotografico come modella in quanto pare fosse bravissima a rimanere immobile durante i lunghi tempi dell’esposizione che richiedevano almeno 4 minuti.

Holman Hunt in Eastern Dress, May 1864
Holman Hunt in Eastern Dress, May 1864

Per oltre un decennio la Cameron fu un vulcano di creatività. In un epoca in cui la minaccia di morte e malattie era reale e constante, le prolungate assenze dei suoi cari e il timore di dover ancora una volta dire addio a persone e luoghi cari sembrano essere stati i motivi dominanti del suo rivolgersi alla fotografia come mezzo per preservare la memoria. Il suo atteggiamento verso la macchina fotografica era istintivo e passionale: l’obbiettivo per lei era una cosa viva. In un momento come l’epoca vittoriana, in cui non si era ancora deciso se la fotografia fosse un’arte o una scienza, Julia Margaret Cameron crea immagini simili a dipinti.

Julia Margaret Cameron John Herschel. The Metropolitan Museum of Art
Julia Margaret Cameron John Herschel. The Metropolitan Museum of Art

Le qualità pittoriche delle sue immagini, tuttavia, non piacevano a tutti, a cominciare dai soggetti stessi: lo storico Thomas Carlysle disse del suo ritratto che era “terribilmente brutto e sconsolato”, anche se ammette che gli assomigliava abbastanza. Ma le recensioni ufficiali sono più severe. I fotografi professionisti erano offesi dal “disprezzo” della Cameron per la fotografia scientifica e risentivano della facilità con cui lei aveva accesso ad amici famosi da usare come modelli. Il fatto poi che non fosse obbligata a vivere del suo lavoro – anche se, effettivamente, ogni immagine venduta era un innegabile aiuto per le disastrate finanze della famiglia, fece il resto. La prestigiosa rivista The Photographic Journal la stronca, accusandola di ignorare tutto quello che c’era di buono nella fotografia. Ma lungi dall’essere una negligenza, l’effetto flou caratteristico delle immagini di Julia Margaret Cameron era una scelta voluta che, insieme all’uso quasi caravaggesco della luce, rende le sue immagini simili ad apparizioni galleggianti nella cornice. Guardare la foto dell’astronomo e matematico John Herschel per credere…

Ma la sua impulsiva generosità, che spesso la portava a regalare album costosi ad amici e conoscenti, unita alla sua passione per il bello e alla volontà di mantenere alta la qualità del suo lavoro – cosa che le impediva di accettare persone che non le piacevano come clienti, costituivano d’altro canto veri e propri disastri finanziari. Ma lei pare non curarsene. Invece, fotografa i grandi uomini dell’epoca – Anthony Trollope, Alfred Tennyson, Charles Dickens, George Frederic Watts, Charles Dodgson (aka Lewis Carroll) e Charles Darwin (per citarne alcuni…), che ritrae a mezzobusto in un evidente riferimento alle composizioni rinascimentali del ritratto eroico. La maggior parte del suo lavoro, tuttavia, avviene negli intervalli tra le visite dei suoi amici, quando crea immagini che hanno per tema la bellezza in tutte le sue forme, le leggende arturiane, la poesia di Tennyson o i dipinti di Raffaello. Amici, parenti, figli, nipoti e cameriere sono, volenti o nolenti, di volta in volta trasformati in eroine bibliche, putti rinascimentali, damigelle e cavalieri medievali. Non a caso il preraffaellita G.F. Watts, che Julia Margatet Cameron aveva conosciuto a Little Holland House, fu un grande sostenitore del suo lavoro e utilizzò spesso le sue immagini come studi per i suoi dipinti.

Alfred Tennyson with Book, May 1865. National Museum of Photography, Film & Television, Bradford
Alfred Tennyson with Book, May 1865. National Museum of Photography, Film & Television, Bradford

Dopo il 1875, Julia continuò a praticare la fotografia anche a Ceylon, ma con meno ardore e certamente meno successo di quanto era avvenuto in Inghilterra. Le ragioni erano molteplici, a cominciare dalla difficoltà pratiche di reperire le sostanze chimiche e di ottenere acqua pura per sviluppare e stampare i negativi. Inoltre, lontano dalla comunità artistica di Little Holland House, le erano venuti a mancare i soggetti per i suoi ritratti fotografici oltre al mercato per distribuirli. Le poche immagini rimaste di questo ultimo periodo sono di personaggi locali in pose simili a quelle che la Cameron aveva scattato ai suoi vicini di casa in Inghilterra.

Group of Ceylonese Plantation Workers, c.1875-78

E facile ritrovare nell’anticonvenzionale stile di vita della Cameron e dei suoi amici alcune similitudini con la compagine di intellettuali del famigerato Bloosmbury Goup. Similitudini notate già all’epoca dall’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934), che nel 1926 scrisse che il circolo di Julia Margaret Cameron “coltivò l’esotico e il bello con tutta l’energia e la determinazione della classe dominante. Con l’ammirevole disinvoltura conferita loro dalla posizione sociale […] hanno avuto il coraggio dei loro vezzi; hanno apertamente ammesso di essere ‘intensi’.” E intenso davvero è lo sguardo della bella Julia Jackson, nipote della Cameron e soggetto di alcuni dei suoi ritratti più affascinanti. La somiglianza con Virginia Woolf è incredibile. E non a caso, visto che la Jackson era la madre della celebre scrittrice. Dalla prozia Virginia Woolf eredita la vitalità e l’indomabile talento. Ma questa è un’altra storia…

By Paola Cacciari, 2015.

Pubblicato su Londonita

Per celebrare il becentenario della nascita di Julia Margaret Cameron, il Victoria and Albert Museum e lo Science Museum di Londra hanno organizzato due mostre:

Julia Margaret Cameron.

Victoria and Albert Museum

Londra//Fino al 21 Febbraio 2016.

vam.ac.uk

 

Julia Margaret Cameron: Influence and Intimacy

Science Museum

Londra//Fino al 3 Marzo2016.

sciencemuseum.org.uk

 

Percorsi. Tutte le mostre fotografiche in corso a Londra

Nonostante il clima economico incerto, il dibattito sull’eurozona e i bisticci della classe politica abbiano gettato un alone di cupa austerità sulla Gran Bretagna, la stagione artistica di Londra parte alla grande. Protagonista la fotografia in tutte le sue forme, con alcuni tra i più grandi musei e gallerie che ospitano importanti retrospettive e rassegne dedicate a questo mezzo.

Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007

Da quando fu inventata, poco meno di due secoli fa, la fotografia non ha mai smesso di far discutere. È arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? La risposta della National Gallery a questo eterno dilemma è Seduced by Art: Photography Past and Present, la prima mostra ospitata nella storica galleria britannica che offre un esame approfondito del dialogo che da sempre è esistito (e continua ad esistere) tra l’arte e la fotografia d’arte. E se fotografi vittoriani come Julia Margaret Cameron e Roger Fenton imitavano la pittura quando, agli albori, esploravano le possibilità artistiche di questo nuovo mezzo, artisti contemporanei come Thomas Struth e Tacita Dean non sono da meno nel creare fotografie persino più “artistiche” dei dipinti a cui sono ispirate. Basta guardare il magnifico vaso di fiori di Ori Gersht, che si rifà all’opera di Henri Fantin-Latour: a differenza del francese, Gersht accelera la scomparsa di questa natura morta congelando la composizione floreale prima di farla esplodere, creando così qualcosa allo stesso tempo di bello e terribile.
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Se invece preferite il fotogiornalismo d’azione, quello che coglie “il momento decisivo” e racconta i grandi eventi del mondo con immediatezza e oggettività, allora non perdetevi Everything Was MovingPhotography from the 60s and 70s  al Barbican, una straordinaria rassegna che esplora due decadi – gli anni Sessanta e Settanta – che hanno visto la società cambiare in modo drammatico. Sono gli anni di Woodstock, dell’Apartheid, delle marce per i diritti civili in America, della rivoluzione culturale in Cina, del Vietnam e del ‘68. È la storia nel suo farsi, raccontata da dodici fotografi che hanno vissuto dall’interno le rivoluzioni politiche e socio-culturali di quegli anni tumultuosi. E accanto a leggende come David Goldblatt, William EgglestonBruce Davidson, ce ne sono altri meno conosciuti ma non meno significativi, come il sudafricano Ernest Cole i cui documenti fotografici delle condizioni di vita dei neri (lui stesso era di colore) durante gli anni dell’Apartheid costituiscono uno dei documenti più potenti dell’intera mostra.

Paola Cacciari © 2012
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Il culto della bellezza in mostra al Victoria and Albert Museum

Si racconta che, quando i suoi occhi si posarono sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia mormorato: “Uno di noi deve andarsene”. Leggenda metropolitana? Poco importa: quello di Oscar Wilde e dell’Estetismo era un mondo in cui cose come la carta da parati contavano molto. Se ne parla, fino al 17 luglio, al Victoria and Albert Museum di Londra.

Frederic Leighton – Pavonia – 1858-59 © Private Collection c/o Christie

L’Inghilterra della metà del XIX secolo è una realtà in grande fermento. L’industrializzazione e la crescita urbana che ne consegue portano alla costruzione di case più confortevoli e a una crescente domanda di oggetti di arredamento (mobili, tappeti, tende e carta da parati) da parte di una borghesia ansiosa di promozione sociale. Ma la crescita economica e la produzione in serie sono nemiche della qualità. Qualità che William Morris, con il suo movimento delle Arts and Crafts, si propone di restaurare, dedicandosi alla produzione di oggetti che siano esteticamente belli, oltre che utili. Morris è un socialista che, opponendosi alla volgarità della produzione industriale, vuole portare la bellezza alle masse. Ma per un gruppo di intellettuali e artisti come Dante Gabriel Rossetti, il culto della bellezza diventa l’unico mezzo per opporsi al rigido moralismo vittoriano.

Napoleon Sarony – Oscar Wilde – 1882 – National Portrait Gallery, Londra

Celebrazione della bellezza in tutte le sue forme ed espressioni, The Cult of Beauty: The Aesthetic Movement 1860-1900 al Victoria and Albert Museum è una vera e propria festa per gli occhi, con oltre 250 opere (dalle fotografie di Julia Margaret Cameron ai colorati artefatti di William Morris e delle sue Arts and Crafts, ai numerosi dipinti di grandi dell’epoca come Frederick Leighton, Edward Burne-Jones e James McNeill Whistler) organizzate cronologicamente in quattro sezioni, racconta la storia dei padri del Decadentismo.

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