Scrivere lascia il segno: ce lo racconta la British Library

Mi piace scrivere: questo è il motivo per cui ho aperto un blog. Appartengo ad un’epoca pre-computer, quando si scriveva a mano e a scuola avere “una bella calligrafia” era ancora una cosa ancora importante. Mi piace vedere i miei pensieri che si srotolano sulla carta, le idee che predono forma d’inchiostro, le parole rotonde che si srotolano ordinate sotto i miei occhi. La scrittura elettronica è una grande invenzione, ma non mi da la stessa soddisfazione. Non ho mai smesso di scrivere e certamente non ho mai preso la scrittura sottogamba, che scrivere come il leggere, sono due delle invenzioni più rivoluzionarie dell’umanità. E la British Library ci ha fatto sopra una mostra, un’altra bellissima mostra come solo la British Library sa fare, quando si tratta di affrontare soggetti di questo tipo (ricordo la mostra del 2011 sull’evoluzione della lingua inglese.

Writing: Making Your Mark è una mostra piene di parole, di libri e di stupefacenti artefatti, che vanno da una pietra intagliata mesoamericana di 5000 A.C. ai  manoscritti illuminati, dal primo Microsoft Word al MacBook. In  parole povere: dalle tavolette ai tablet.

Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.
Do computers mark the beginning of the end for writing? Photo: Tony Antoniou.

A proposito, lo sapevate che la lettera “A” deriva dal’evoluzione del geroglifico rappresentante una testa di bue? Nel corso del tempo i Fenici, i Greci, gli Etruschi e infine i Romani, utilizzarono questo geroglifico, stilizzandolo sempre più fino ad arrivare a quella che conosciamo come la prima lettera del nostro alfabeto. E mentre fatico a processare che la lingua di Dante e Shakespeare derivi da qui, non riesco e non pensare che questo geroglifico semi-astrattro sarebbe stato benone sulla copertina di un disco dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin

Eppoi manoscritti, tanti manoscritti. Dai salteri medievali a Mozart e James Joyce; dalle note tironiane alla BIC Cristal, la penna biro più famosa  e affidabile, che ancora oggi si vende ancora a milioni. Il mio oggetto preferito è una tavoletta di cera sulla con i compiti di uno scolaro egiziano che stava imparando il greco: compiti che risalgono al II secolo DC, ma sempre compiti sono…

La domanda finale è quella che mi preoccupa: dove andrà a finire la nostra lingua? E’ fluida malleabile, o si è semplicemente semplificata troppo? Saremo ancora capaci di parlare o finiremo con l’utilizzare un linguaggio più simile agli sms che ad un codice usato da esseri umani? Non ne ho idea. Ma come cantava Lucio Battisti, lo scopriremo solo vivendo…

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Agosto 2019

Writing: Making Your Mark

www.bl.uk

Cosa può dire di te un libro…

Un’amica mi ha sfidato a descrivermi con le mie letture. Chiaramente non potevo non accettare questa sfida, ma davvero non è facile come sembra. Comunque questo è quanto ne è risultato. Almeno per ora… 😉

 

Descriviti: Creatura di sabbia (Tahar Ben Jelloun)

Cosa provano le persone quando stanno con te? Sense and Sensibility (Jane Austen)

Descrivi la tua relazione precedente: Una stagione all’inferno (Arthur Rimbaud)

Descrivi la tua relazione corrente: On The Road (Jack Kerouak)

Dove vorresti trovarti? A Sud del confine, a Ovest del sole (Aruki Murakami)

Come ti senti nei riguardi dell’amore? L’Opera (Emile Zola)

Com’è la tua vita? Notes from a small Island (Bill Bryson)

Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio? Treasure Island (Robert Louis Stevenson)

Dì qualcosa di saggio… Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

Una musica: Norwegian Wood (Tokio blues) (Aruki Murakami)

Chi o cosa temi? Questo sangue che impasta la terra (Loriano Machiaveli e Francesco Guccini)

Un rimpianto: Alla ricerca del tempo perduto (Marcel Proust)

Un consiglio per chi è più giovane: De brevitate vitae (Seneca)

Da evitare accuratamente: La Noia (Alberto Moravia)

E voi come vi descrivereste con un un libro? 🙂

La Brexit secondo Shakespeare

To Brexit, or not to Brexit, that is the question:
Whether ‘tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take Arms against a Sea of troubles,
And by opposing end them: to die, to sleep
No more EU; and by a sleep, to say we end the European Union.

 

 

San Pietroburgo, la città imperiale

Quando sono nata si chiamava ancora Leningrado, ma quando finalmente sono riuscita ad andarci nel Marzo di quest’anno era già ritornata da almeno ventisette anni al suo vecchio, glorioso nome: San Pietroburgo. Un nome ripristinato il 6 settembre 1991, con un referendum popolare. E’ passato un anno esatto da quando ci sono andata, e ora piu’ che mai mi sembra un sogno.

La nuova capitale russa fu fondata ufficialmente nel Maggio del 1703. Strategicamente situata sul Baltico, la nuova città godeva, al contrario di Mosca, di una posizione privilegiata da cui partecipare agli affari europei. Non solo Pietro il Grande voleva costruire una città nuova, ma la voleva completamente differente dalle preesistenti città russe.

All’epoca Luigi XIV stava ancora costruendo la Reggia di Versailles e non a caso Pietro si ispira al “collega” francese che di lusso se ne intendeva. E parlando di lusso, bisogna dire che i due sovrani avevano le idee ben chiare sul ruolo dell’architertuura come mezzo per comunicare il loro status di monarchi assoluti. Ma non fu Parigi, bensì Amsterdam a fornire il modello per la pianta della nuova capitale. Pietro era stato in Europa nel 1697 ed era rimasto molto colpito da ciò che aveva visto in Olanda e in Inghilterra e da monarca effettivo qual’era, voleva essere coinvolto in ogni dettaglio della costruzione della città e esaminando minuziosamente ogni dettaglio della pianificazione della sua creatura.

Da bravo autocrata qual’era, Pietro non esita a imporre il suo gusto, come bene sanno i suoi nobili che, insieme a barbe e cafetani per un look occidentale, si vedono costretti a rinunciare a anche allo stile tradizionale russo delle loro abitazioni e scambiare legno e tessuti caldi per marni e specchi. Naturalmente, come in ogni cosa in Russia (e e non solo) lo stile e la grandezza della facciata  e dell’abitazione stessa dipendevano dallo status socioeconomico del padrone di casa.

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La manifattura e il materiale e il denaro necessari a quella epica impresa furono organizzati con impietosa efficienza dal sempre presente Pietro e versati con torrenziale puntualità nel paludoso estuario della Neva, come l’acqua da una brocca. Cosa positiva fu la preoccupazione per li incendi che fece sì che i tetti fossero costruiti con tegole invece che di paglia che le stufe per riscaldare le case non fossero addossate alle pareti e che fossero regolamente pulite. Nel corso dell’XVIII secolo Pietroburgo divenne sempre più simile ad Amsterdam con i suoi semicerchi concentrici di canali e strade che si irradiavano dal punto di fuga dell’Ammiragliato, per gettarsi nella Neva. Costruito in stile Impero l’Ammiragliato fu progetto dell’architetto Andrejan Zacharov fra il 1806 ed il 1823: la sua guglia dorata è il punto focale della vecchia San Pietroburgo e tutt’ora marca la convergenza delle tre strade principali Nevskij Prospekt, Ulica Gorokhovaja e Vosnesenskij Prospekt, riprendendo lo schema del tridente romano e sottolineando l’importanza che Pietro I attribuiva alla Marina imperiale.

The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La Prospettiva Nevskij o Nevskij Prospekt (“Corso della Neva”) è la strada principale che attraversa la città di San Pietroburgo. Voluta da Pietro il Grande come l’inizio della strada che avrebbe collegato la nuova capitale alla città di Velikij Novgorod e poi a Mosca e costruita sul modello degli degli Champs-Élysées di Parigi, venne subito progettata con una larghezza di varie corsie, pur non raggiungendo la magnificenza del corso parigino. La strada che attraversa anche alcuni dei canali della città, fu presto affiancata da palazzi come la Biblioteca Nazionale Russa, il Caffè letterario o il Palazzo Stroganov e numerose chiese di svariate confessioni, fra cui la chiesa armena di Santa Caterina e la magnifica Cattedrale di Kazan. Anche la letteratura ha spesso citato la prospettiva Nevskij e lo scrittore Nikolaj Gogol le ha dedicato il racconto La Prospettiva Nevskij (nei Racconti di Pietroburgo), dove racconta la vita di questa arteria cittadina.

Al nord della Neva sorge l’imponente Fortezza di Pietro e Paolo, al centro della quale è la cattedrale in cui riposano Pietro ed i suoi successori. La sua spira dorata, ispirata alle chiese lituane, è visibile da ogni punto della città (o quasi). Alla metà del XVIII secolo cominciaro i lavori per il Palazzo d’Inverno, che fa bella mostra di se poco distante dal ammiragliato e che ora ospita il Museo dell’Ermitage.

River Neva and St'speter and Paul's Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
River Neva and St’speter and Paul’s Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Pietroburgo è un città di aria e di acqua e l’impressione che si ha è quella di spazio e armonia. E nessuno era più ossessionato dall’armonia e dall’uniformità dello zar Alessandro I  che arriva persino a decretare che era proibito ai cittadini dipingere le loro case di colori volgari e che i soli permessi erano il giallo pallido, il grigio (chiaro e scuro), l’azzurro, il verde, il rosa e il bianco. Lo scopo finale era il raggiungere la perfezione estetica nella capitale. Gli stessi architetti si sforzavano di mantenere lo stile architettonico unitario lungo la Neva o i canali come il Fontanka che tanto mi ha incantato durante la mie breve permanenza. Lo stesso avviene con il suo successore Nicola I che, come Alessandro I  prima di lui si dava la pena di esaminare ogni progetto architettonico prima di approvarlo.

The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari
The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari

Sfortunatamente come ancora succede, la gente comune, il popolino che doveva vivere in quelle case, camminare lungo quelle strade e navigare lungo i canali, non aveva nessuna voce in capitolo. Nonostante le promesse del governo, poco fu fatto e quel poco spesso fu fatto male (suona familiare??), le case di legno erano consentite solamete lontano dalle arterie principali e dovevano essere distanziate al meno 2 m per evitare gli incendi. Altri servizi come gli ospedali erano considerati responsabilità delle associazioni benefiche e della chiesa (cosa comune al resto del mondo occidentale) sebbene con la crescita delle città passarono eventualmente sotto la gestione dello stato.

The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Essendo stata costruita principalmente nel XVIII secolo, San Pietroburgo rispecchia lo stile di quel periodo: dal Barocco di Pietro il Grande al Rococò di sua figlia, la zarina Elisabetta, al Neoclassicismo di Caterina la Grande e di Alessandro I, entrambi parziali all’architettura greca, resa popolare da Winkelman. Lo status dell’architetto era tale che pesino Gogol si sente in dovere di inserire un architetto tra le figure di impiegati statali che popolano una remota cittadina russa nel suo Anime Morte (1830).

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Scopo principale dell’architetto di San Pietroburgo era creare grandiosità, armonia, nobiltà,  permanenza: la città di Pietro il grande era lì per restare. Con le sue grandi piazze, fatte per ospitare parate militare del vittorioso esercito che aveva sconfitto Napoleone, la città degli zar era uno splendido monumento all’autocrazia.

2019 © Paola Cacciari

Il Moro di Pietro il Grande

Uno dei motivi per cui amo lavorare in un museo sono le storie che si celano dietro gli oggetti piu’ impensabili. Come questa miniatura, un dono diplomatico, dipinta da Gustav von Mardfelt nel 1720 nascosta in un cassetto delle sale dedicate all’Europa del museo in cui lavoro.

Rappresenta Pietro il Grande (1672-1725) zar e, dal 1721, imperatore di Russia. Peter indossa un abito di foggia francese ed è rasato (aveva obbligato i nobili a radere le barbe, simbolo della vecchia Russia) porta le insegne del potere , il bastone del comando, l’aquila imperiale.
Nel corso del suo regno, Pietro il Grande introdusse un programma di riforme civili, militari, religiose e amministrative ispirate dai suoi viaggi in europa nel 1697 che diedero indizio alla modernizzazione dlel Russia e al suo sviluppo come stato europeo. La sua passione per gli esercizî militari, le costruzioni navali e la navigazione, l’immensa sete di apprendere e la decisa volontà di far progredire la Russia secondo il modello dell’Occidente, lo spinsero a varcare (1697), col nome di Pietro Michajlov, i confini della patria per un lungo viaggio di studio e di aggiornamento. Dai cantieri d’Olanda passò in Inghilterra, dove seguì un corso di costruzione navale; si recò quindi in Prussia, in Boemia e a Vienna. Stava per recarsi a Venezia quando una rivolta degli strelcy lo richiamò precipitosamente a Mosca, dove centinaia d’impiccagioni (sett.-ott. 1698) segnarono l’inizio del suo duro regime autocratico. Lo sforzo espansivo, sul Baltico e sul Mar Nero e verso i Balcani, e l’opera riformatrice di P. costituiscono gli aspetti congiunti di un unico sforzo, diretto a mettere la Russia in condizione di reggere a un confronto armato con le potenze dell’Occidente, anche più progredite.

Miniature painting showing Peter the Great, by Baron Gustav von Mardefeld, 1720. Victoria and Albert Museum

Con lui è un paggio di colore, Abram Petrovič Gannibal (1696-1781). Le sue origini sono incerte. Nato nel 1696 in Africa, in una famiglia nobile le cui origini geografiche precise sono molto discusse (tra Etiopia, Eritrea e Camerun), nel 1703 Gannibal fu portato a Costantinopoli alla corte del Sultano Ottomano come ostaggio per garantire il buon comportamenteo del padre. Con lui fu catturata anche la sorella, che pero’ morì durante il viaggio.

Nel 1704, dopo aver trascorso un anno a Costantinopoli, Gannibal fu riscattato e portato in Russia, dove fu donato all’Imperatore Pietro il Grande che, colpito dall’intelligenza del ragazzo, lo adottò e lo crebbe assieme ai suoi figli. Gannibal fu battezzato nel 1705, nella chiesa di Santa Parasceve, a Vilnius, con Pietro come padrino. Nel 1717, ormai ventunenne, Abram si traferisce a Metz, in Francia, per studiare le arti, le scienze e le discipline militari, tra cui l’ingegneria. Qui, dopo un anno, il nostro giovanotto decise  – con l’incoraggiamento dello Zar – di unirsi all’esercito francese per  fare esperienza pratica nel campo nell’ingegneria militare. Arruolatosi nell’esercito di Luigi XV di Francia combatte contro Filippo V di Spagna, si distinse fino a raggiungere il grado di capitano. Fu durante il soggiorno francese che adottò il cognome Gannibal, in onore del celebre generale cartaginese Annibale (Gannibal è, infatti, la tradizionale traslitterazione del nome in russo). A Parigi, Gannibal ebbe modo di conoscere famose personalità dell’Illuminismo come Denis Diderot, il barone di Montesquieu e Voltaire (che lo definì “stella oscura dell’Illuminismo“), con i quali strinse rapporti d’amicizia.

Una volta conseguita un’istruzione universitaria e un’esperienza sul campo di battaglia, nel 1723 Abram tornò a Mosca. Non ancora trentenne, il giovane ufficiale era ansioso di intraprendere una carriera di successo nell’esercito imperiale russo. Sfortunatamente per lui, il destino aveva altri piani. Lo zar Pietro I morì a soli 52 anni dopo una lunga malattia nominando erede la moglie, Caterina, che salì al trono come Imperatrice, ma il vero potere era nelle mani di un gruppo di “consiglieri”, tra cui il corrotto principe Aleksandr Danilovich Menshikov che detestava Abram per la sua influenza a corte. Cosi’ il principe Menshikov fece assegnare il capitano Gannibal ad un’unità dell’esercito di stanza in Siberia, con il compito di usare le sue abilità ingegneristiche per misurare la Grande Muraglia cinese, allora appena oltre il confine russo. Fu un breve esilio, comunque. In uno dei drammatici cambiamenti di fortuna che caratterizzano la stori dell’impero russo, Menshikov perse favore con la nuova imperatrice Anna I (1693-1740) e fu mandato in esilio in Siberia. Nel 1730 Gannibal tornò a Mosca, dove riprese la sua carriera nell’esercito imperiale da punto in cui era stata interrotta.

Ma fu durante il regno dell’imperatrice Elisabetta (1709-1762), la figlia di Pietro salita al trono nel 1741, che la fortuna torna davvero a sorridere al nostro Gannibal, che divenne un personaggio molto importante a corte. Raggiunto il grado di maggior generale, Gannibal è nominato soprintendente di Reval (oggi Tallinn, in Estonia, carica che ricoprì dal 1742 al 1752) dall’imperatrice, che nel 1742 gli assegna la tenuta di Mikhailovskoye, nella provincia di skov, con centinaia di servi dove il nostro eroe si ritira nel 1762.

Gannibal si sposò due volte. La sua prima moglie fu Evdokija Dioper, una nobildonna di origine greca che gli diede una figlia. Ma non fu un matrimonio felice. Evdokija disprezzava suo marito, che era stata costretta a sposare; quando Gannibal scoprì che lei gli era stata infedele, la fece arrestare e gettare in prigione, dove la poveretta trascorse undici anni in condizioni terribili. Gannibal si consolò con Christina Regina Siöberg (1705–1781), discendente da una nobile famiglia di origini scandinave e tedesche, e la sposò a Reval, nel 1736, un anno dopo la nascita del loro primo figlio, mentre lui era ancora legalmente sposato con la prima moglie. Ma visto che il suo divorzio da Evdokija non divenne definitivo fino al 1753, Gannibal, in quanto bigamo, dovette pagare una multa e fare una penitenza (se la cavò comunque molto meglio della povera Evdokija che dopo aver passato undici anni in prigione, fu costretta a ritirarsi in un convento per il resto della sua vita…). Il secondo matrimonio di Gannibal venne comunque ritenuto legale dopo il divorzio.

In un documento ufficiale presentato nel 1742 dallo stesso Gannibal all’Imperatrice Elisabetta per acquisire un blasone, il noetro chiese il diritto di usare come stemma di famiglia un elefante e la misteriosa parola FVMMO, che forse sta per “patria” in lingua Kotoko-Yedina – anche se a me sembra molto piu’ appropriata la versione che vuole che FVMMO stia per la locuzione latina Fortuna Vitam Meam Mutavit Oppido, ovvero «La fortuna ha cambiato la mia vita completamente». Se non l’ha cambiata a lui…

Abram Gannibal e Christina Regina Siöberg ebbero dieci figli, tra cui un maschio, Osip, che, a sua volta, ebbe una figlia, Nadežda, che ebbe un figlio. Questo bambino crebbe fino a diventare un pilastro della letteratura russa. Il suo nome era Aleksandr Puškin.

Orgoglioso delle sue origini africane, Puškin immortalò il celebre bisnonno in un romanzo rimasto incompiuto, Il Negro di Pietro il Grande, scritto tra il 1827–1828 e pubblicato nel 1837 e  la prima opera in prosa del grande poeta russo.

2019 ©Paola Cacciari

Delitto e Castigo di Fyodor Dostoevsky

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho pensato che non sarei mai riuscita a leggere Dostoevsky. Non che non ci avessi provato, anni fa (neppure troppi anni fa…), ma la miseria del mondo abitato da Raskolnikov mi faceva sentire così triste e depressa che mi sono arresa dopo tre capitoli. Poi sono stata a San Pietroburgo e tutto è cambiato. Mi sono innamorata della città, totalmente, senza riserve. E ho deciso di riprovarci, a rileggere Delitto e Castigo dico.

L’ho letto quasi tutto d’un fiato, come ho fatto con Guerra e Pace. Che c’è un motivo perché questi libri sono cosiderati classici: perché, nonostante il tempo, non smettono mai di parlarci. Era tempo che un libro non mi faceva riflettere così profondamente sul cosa significhi essere un essere umano, e sul come le nostre scelte abbiano un’influenza indelebile sulla nostra vita.

E mentre leggevo, assaporando quella prosa brillante (OK, l’ho letto in traduzione, ma era una buona traduzione) e non cessavo di stupirmi dell’altrettanto brillante comprensione che Dostoevsky ha della natura umana. La trama è incredibilmente semplice: Rodion Romanovich Raskolnikov, un povero ex-studente all’università di San Pietroburgo, formula un piano per uccidere una vecchia usuaraia senza scrupoli per derubarla. Raskolnikov crede che con i soldi possa liberarsi dalla povertà e continuare a compiere grandi imprese; ma confusione, esitazione e lo zampino del caso fanno cadere la sua convinzione di riuscire a compiere un omicidio moralmente giustificabile. Delitto e Castigo non è altro che uno studio approfondito di un uomo che commette un omicidio e del come viene “punito” per questo, principalmente dalla sua coscienza.

Dostoevsky è un narratore sublime. Non solo è in grado di creare personaggi complessi, ma è in grado di portare il lettore profondamente dentro la mente di un personaggio. Tanto che di tanto in tanto mi veniva da chiudere il libro per mettermi a pensare. Sara’ il paesaggio, la particolarità della loro terra o della loro cultura, la loro non appartenenza né all’Oriente né all’Occidente, ma i romanzieri russi sono insuperabili nel riuscire a combinare di storia, filosofia e alta alta letteratura in un unico tomo.

Lo sceneggiato televisivo della BBC2 del 2002 con John Simm nei panni dell’inquieto Raskolnikov e girata interamente a San Pietroburgo cattura lo spirito del romanzo.

2018 © Paola Cacciari

La San Pietroburgo di Gogol

Non l’avrei mai pensato che il più eccentrico degli scrittori russi non fosse neppure russo. Che Nikolai Vasilievich Gogol (1809-1852) veniva dall’Ucraina, da una famiglia di piccoli proprietrai terrieri. Ma il mio incontro con la letteratura russa è avvenuto tardi (e principalmente grazie allo sceneggiato  Guerra e Pace trasmesso dalla BBC nel 2016) e ho un sacco di lavoro da fare prima di recuperare.

Ma la mia curiosità non è mai stata così forte come dopo la mia visita a San Pietroburgo. Ed è stato in preda alla nostalgia per quella città così magica che ho cominciato a leggere i Racconti di Pietroburgo.

Statue ofStatue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.
Statue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.

Questo piccolo gentiluomo di provincia arrivò a San Pietroburgo nel 1828 alla tenera età di 18 anni. La nuova Capitale aveva da poco festeggiato il primo secolo di esistenza e già vantava oltre 450.000 abitanti. Costruita su un numero imprecisato di isole (chi dice 40 chi dice 100) sul delta del fiume Neva, attraversata da decine di canali e centinaia di ponti, San Pietroburgo abbagliava ogni nuovo venuto con l’imponente architettura dei suoi palazzi e la grandiosità delle sue sculture. Pietro il Grande l’aveva costruita come la sua finestra sull’Occidente. Una finestra da cui l’arte e l’architettura e la musica europea, ma anche il costume, le maniere, il cibo, la religione e le lingue occidentali potevano entrare liberamente in Russia, sommergendo la sua antica cultura slavofila come un fiume in piena.

“In genere ogni capitale è caratterizzata dai sui abitanti, che imprimono la loro identità nazionale su si essa; ma San Pietroburgo non ha nessuna di queste caratteristiche: i forestieri che si sono stabiliti qui si sono messi comodi, come se fossero a cara propria, mentre i russi che ci vivono hanno acquisito un’aria forestiera e non sono ne una cosa ne l’altra.”

Gogol trova difficile comprendere le dinamiche della citta’ e dei suo abitanti e dalla mancaza di interazione sociale: “Ci sono gli aristocratici, i mercanti, gli inglesi, i tedeschi, i burocrati – tutti formano circoli separati…” Di certo paragonata con la colorata realtà della provincia ucraina da cui veniva, San Pietroburgo gli doveva apparire deprimente e senz’anima. “Non c’è niente qui se non impiegati statali e funzionari governativi.”

La Pietroburgo di Gogol è una città fatta di nebbia piuttosto che di pietra, un luogo sinistro e iperbolico dove accadono cose surreali e dove niente è quello che sembra. Dove funzionari statali si svegliano senza il loro naso e cappotti hanno una vita propria, dove creature fatte di baffi e colletti, stivali e uniformi invece che da tratta fisiognomici precisi, popolano ad ogni opera del giorno e della notte l’elegante Prospettiva Nevsky. Sono i piccoli impiegati statali, la nuova classe socio-economica nata con Pietro il Grande e impegnata a gestire la montagna della burocrazia imperiale. Poco attraente e profondamente prosaico, impegnato unicamente nella selvaggia scalata sociale che dal quattordicesimo rango l’avrebbe portato alle soglie della nobilità (in Russia la nobiltà era un rango ottenibile in questo modo) l’impiegato statale di Gogol è l’antitesi assoluta dell’eroe romantico. La Pietroburgo di Gogol è un microcosmo popolato da omuncoli impegnati in rituali privi di senso, ossessionati dal rango e dalle apparenze, le cui anime sono più morte delle anime morte da lui stesso descritte nel suo ultimo romanzo, scritto nel 1842 e intitolato (appunto) Anime morte.

llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev
llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev

2018 ©Paola Cacciari

Il giovane Verdi e Shakespeare

Che mi piaccia l’opera non è un segreto, così come il fatto che abbia una passione sfegatata per William Shakespeare. E mi sono spesso chiesta perchè in Italia abbiamo dovuto aspettare Giuseppe Verdi per avere un’opera che prendesse a soggetto una delle tragedie del Bardo.

Verdi and Shakespeare Photo Huttom ArchiveGetty Images
Verdi and Shakespeare. Photo: Huttom Archive/Getty Images

Certo, nel 1816 ci aveva provato Gioacchino Rossini (1792-1868) con il suo Otello ossia Il moro di Venezia, che tuttavia tratta il Bardo con tale leggerezza e libertà (inserendo un gondoliere che canta sotto le finestre di Desdemona il famoso verso dantesco: “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” e talvolta – che orrore!! – sostituendo la conclusione tragica con un lieto fine, a seconda delle perefrenze del pubblico) che è di fatto difficile riconoscere la struttura della trama del dramma originale shakespiriano. Uh!

Specchio delle passioni e di tutte le umane contraddizioni, Shakespeare diventa presto uno dei simboli del Romanticismo – o almeno di quello dell’Europa del Nord. Ma in Italia, dove le traduzioni dal Bardo erano poche e poco accurate e dove imperversava ancora la tradizione neoclassica, le passioni raccontate da questo poeta “barbaro” erano considerate troppo violente per un pubblico dalle miti inclinazioni come quello del Bel Paese. Ma questo era prima di Madame de Stäel che, nel gennaio del 1816, scrive un lungo articolo in forma di lettera, dal titolo Sulla maniera e la utilità delle traduzioni che viene pubblicato sulla rivista Biblioteca italiana. E scoppia la polemica.

Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810
Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810

Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Staël (1766-1817), intellettuale francese di origini svizzere, donna coltissima e molto amante delle arti in generale e della letteratura italiana in particolare, non era famosa per il suo tatto. “Dovrebbero a mio avviso gl’italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini.” Scrive la letterata andando dritta al punto. La sua lettera voleva solo essere un affettuoso scossone alle coscienze dei letterati italiani che, privi del desiderio di confrontarsi con altre tradizioni letterarie, continuavano ad imitare i maestri greci e latini producendo opere obsolete come abiti fuori moda. “L’affettuoso scossone” ebbe l’effetto voluto e, nonostante le polemiche,  il lavoro di traduzione della letteraura straniera cominciò con entusiasmo e tra il 1829 e il 1834 furono pubblicate varie traduzioni italiane di almeno otto tragedie di Shakespeare, anche se bisognerà attendere il 1839 perché Carlo Rusconi completi la traduzione di tutti i drammi del Bardo. Traduzione che Verdi utilizzerà come base per il libretto del suo Macbeth.

La lunga storia d’amore di Verdi con le opere di Shakespeare inizia proprio con Macbeth, tragedia che il Maestro considerava “una delle più grandi creazioni dell’uomo”. E come dargli torto? Ricordo ancora con un brivido lo splendido Macbeth a cui ho assistito al Globe Theatre  la prima volta che ho sentito recitare Shakespeare in lingua originale. Anche Verdi adorava Macbeth e insieme al suo librettista Francesco Maria Piave voleva creare “qualcosa fuori dall’ordinario”.  E dopo aver assitito alla suddetta opera alla Royal Opera House non posso che applaudirlo ancora piú selvaggiamente di quanto ho fatto l’altra sera a teatro. L’opera, scritta nel 1847, vede Verdi nella sua versione più teatrale, traboccante di energia e di passione.

Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir
Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir

È la prima opera italiana davvero shakespiriana. La vita di Macbeth, generale dell’esercito scozzese, cambia quando tre streghe predicono che sarà nominato signore di Cawdor dal re di Scozia Duncan, per poi ascendere lui stesso al trono. Lady Macbeth istiga lo sposo a commettere una serie di atroci delitti: ambizione, sangue e intrigo caratterizzano il loro breve regno. Ma le streghe fanno un’altra predizione che diventa realtà: Macbeth e la sua signora moriranno e la giustizia viene ripristinata.

Lady Macbeth è il personaggio psicologicamente più sfaccettato: è malvagia, ma al tempo stesso è fragile e compassionevole. È lei a spingere Macbeth, di per sé codardo, a commettere la serie di efferati delitti che lo portano al trono. Alla soprano (in questo caso la divina Anna Netrebko) sono richieste potenza e agilità insolite, una notevole estensione e tenuta nel registro grave e una tecnica inappuntabile. Fatta eccezione per un paio di arie del primo atto, la musica ha un tono lugubre e molto inquietante. Pare che alla prima dell’opera, Verdi abbia detto che la sua Lady avrebbe duvuto avere una voce sgradevole e strisciare sul palcoscenico, con caratteri più da demone che da donna…

A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian
A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian

Chiunque abbia letto il Macbeth di Shakespeare sa che le tre streghe sono personaggi essenziali della tragedia, il mezzi attraverso cui si manifesta il fato. Ma Verdi fa a meno di loro trasformandole in un intero coro ( inizialmente Verdi aveva previsto un coro di diciotto streghe!). Questo non era insolito nelle produzioni teatrali di Shakespeare dell’Ottocento. Verdi aveva le idee chiare sull’effetto che voleva creare quando disse a Francesco Maria Piave che i “cori” delle streghe dovevano essere “volgari, eppure bizzarri e originali (triviali, ma stravaganti ed originali) “. L’umorismo diabolico delle streghe esalta le qualita’ sublimi delle altre parti dell’opera.

Ma a differenza di Rossini, che con il suo Otello aveva trasformato un capolavoro letterario in un’opera lirica italiana, Verdi si avvicina a Macbeth lo con lo spirito di chi vuole fare dell’opera lirica italiana un mezzo in grado di trasmettere la stessa forza e la stessa passione di un capolavoro letterario.  Una cosa del genere era completamente nuova nel modo dell’opera italiana. Certo, tra i due Macbeth le differenze ci sono. L’opera non è il mezzo adatto per analizzare profondi problemi morali, ma tramite l’emozione della musica rappresenta il modo in cui i personaggi vivono il presente, ricordano o il passato o immaginano il futuro.

Ma nonostante la sua passione per l’Inghilterra, Verdi conosceva poco l’inglese e la sua conoscenza di Shakespeare era avvenuta dal punto di vista letterario piuttosto che teatrale, (proprio grazie tramite le traduzioni in lingua italiana tanto auspicate da Madame de Staël). E non era l’unico, che la ragione principale per cui Shakespeare era praticamente sconosciuto nell’italia dell’XIX secolo era che, fondametalmente, mancavano le traduzioni e fino alla fine del  XVIII secolo solo Giulio Cesare era stato tradotto in italiano nel 1756. Macbeth è la prima delle sue tre opere shakespeariane, seguita nel 1880 da Otello (1887) e Falstaff (1893), la sua unica opera buffa basata su Le allegre comari di Windsor di Shakespeare, i cui libretti furono entrambi scritti in collaborazione con lo scrittore e compositore Arrigo Boito. Verdi avrebbe voluto comporre un’opera basata sul Re Lear, ma fu sconfitto dalla mancanza dei cantanti giusti per questo suo ambizioso progetto. Altri sogni come La Tempesta, e l’Amleto, non furono mai sviluppatu, e restarono, appunto, sogni. #ROHMacbeth

2018 ©Paola Cacciari

I giganti della fotografia vittoriana

Ci siamo così abituati avendo a portata di mano macchine fotografiche sempre più sofisticate come quelle dei nostri smartphones, che è facile dimenticare che che solo due secoli fa la fotografia non esisteva. Alcuni ragazzini nati dopo l’invenzione dello smartphone di fatto non riescono a concepire un mondo senza Instagram e Facebook . Eppure qualcuno l’ha inventata (Henry Fox Talbot) e qualcun’altro l’ha resa grande.

Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London
Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London

Un’intera generazione di fotografi vittoriani l’ha elevata a forma d’arte in un momento in cui questo stumento era considerato appunto … uno strumento, qualcosa di puramente meccanico utile unicamenbte per documentare la realta’. Ma Julia Margaret Cameron (1815-1879), Lady Clementina Hawarden (1822-1865), Lewis Carroll (1832-1898 – sí, quello di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) e Oscar Gustave Rejlander (1813-1875) la pensavano diversamente e hanno cominciato a sperimentare con la fotografia come e forma d’arte.

Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London
Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London

Ma bisogna dire che, sebene interessanti siano le immagini di Rejlander , soprattutto quelle utilizzate per illustrare il trattato di Charles Darwin, The Expression of the emotions in man and animals, eleganti quelle della Hawarden o inquietanti quelle delle bambine ritratte da Carrol (il fatto che Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, fotografasse ragazzine nude ha contribuito alla tesi che fosse un pedofilo, anche se bisogna dire che le fotografie di bambini nudi erano molto comuni all’epoca e altri fotografi vittoriani si sono cimentati sul tema), ancora una volta è Julia Margaret Cameron che torreggia sui colleghi. Con il suo bianco e nero sfumato, lei è la vera visionaria e la vera artista. #VictorianGiants

Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography
Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography

 

 

Londra// fino al 2 Maggio 2018

Victorian Giants: The Birth of Art Photography

National Portrait Gallery

npg.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Eugene Onegin tra Puškin e Tchaikovsky

Per anni ne ho sussurato il nome a bassa voce, con deferenza e rispetto, quasi per paura di sciuparlo. Che da sempre è stato il tempio del balletto – sul suo palcoscenico hanno ballato i piu’ grandi – Vaslav Nijinsky, Anna Pavlovna, Rudolf Nureyev. Persino il nostro Giuseppe Verdi lo scelse per la prima rappresentazione assoluta de La Forza del Destino il 10 Novembre 1862. Parlo del Teatro Imperiale di San Pietroburgo, meglio noto come Teatro Mariinskij.

The Mariinsky Opera and Ballet Theatre
The Mariinsky Opera and Ballet Theatre

Per cui potete immaginare la mia eccitazione quando la settimana scorsa, durante una manciata di giorni trascorsi nella rispledente San Pietroburgo, ne ho varcato le porte per assistere ad Eugene Onegin, il capolavoro di Pyotr Ilyich Tchaikovsky tratto dall’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin!!

La storia, composta tra il 1822 e il 1831 e pubblicato completa per la prima volta nel 1833, è diventata un classico della letteratura mondiale. Eugenio Onegin è un giovane dandy annoiato e disilluso dalla vita. Trasferitosi in campagna, diventa amico di un giovane poeta, Vladimir Lenskij, innamorato di Olga con cui si è appena fidanzato. Mentre Lenskij corteggia Olga, e si allontana con lei, Onegin conversa con la sorella di lei,Tatyana che, affascinata da Onegin, si innamora a prima vista di lui. Giovane e impulsiva, Tanya gli scrive (dopo qualche esitazione) un’appasionata lettera in cui gli dichiara il suo amore.

Amore che Onegin respinge con un annoiata fermezza quando si incotrano in un angolo del giardino della Larina, fra cespugli di lillà e di acacie in fiore, un’antica panca, fra aiuole trascurate. Lei è troppo giovane, troppo povera, troppo inesperta e lui non pensa assolutamente a sposarsi.

Qualche tempo dopo, Lenskij insiste perché il suo amico assista al ballo in occasione dell’onomastico di Tatyana. Onegin, scontento e annoiato, decide di divertirsi giocando a sedurre Olga, che sta al gioco. Ma a fare la parte del terzo incomodo Lenskij proprio non ci sta (come dargli torto?). Offeso e tradito, sfida l'(ex) amico ad un duello con le pistole da tenersi il giorno seguente, all’alba. Duello che si conclude tragicamente quando un riluttante Onegin uccide Lenskij.

Costretto a lasciare la città, Onegin vi fa ritorno due anni dopo. Ed lì, nel salone di un ricco palazzo a Pietroburgo, dove gli invitati si divertono un mondo a ballare una polacca, che ritrova Tatyana al braccio del principe Gremin, generale dell’esercito ed eroe di guerra. La giovane appassionata che gli aveva scritto una lettera d’amore due anni prima è diventata una donna bellissima e raffinata, e Onegin – resosi conto dell’errore commesso tempo prima rifiutandola – le confessa il suo amore. Ma è troppo tardi: Tatiana che ha sposato il Principe, preferisce restare fedele al marito nonostante ami ancora Onegin. Nell’ultima scena la donna esce di scena e dalla vita di Onegin, lasciando l’uomo alla sua disperazione e al suo rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato mai. Ed è questa è la vera tragedia.

Ammetto senza vergogna di essere una tradizionalista e questa produzione di Eugene Onegin del Teatro Mariinsky creata da Yuri Temirkanov nel 1982, con i suoi costumi classici, senza strani esperimenti e adattamente è stata semplicemente da sogno! 🙂

 2018 ©Paola Cacciari