Sfida all’ultimo museo…

Il secondo proposito per l’anno nuovo è visitare alcuni dei musei di Londra in cui non ho ancora messo piede, una sfida notevole visto che se vogliamo credere a Wikipedia, nell’intera area della Greater London ce ne sono circa 250 tra grandi, meno grandi, piccoli e minuscoli, pubblici e privati. So già che fallirò miseramente ma vale la pena provare…

La lista completa (o quasi) qui  😁

Pillole di bellezza Romeo and Juliet – Dance of the Knights (The Royal Ballet)

Romeo and Juliet – Dance of the Knights (The Royal Ballet)

La Danza dei Cavalieri e’ uno dei pezzi forti del balletto di Kenneth MacMillan, creato nel 1965 per il Royal Ballet di Londra. Non mi stancherei mai di guardarlo. Ogni volta mi vengono i brividi…

Lucian Freud allo specchio: gli autoritratti @ Royal Academy

Affascinante e inquietanate: la pittura di Lucian Freud (1922-2011) mi attira e allo stesso tempo mi fa stare male. La trovo affascinante per il tempo e la cura meticolosa che Freud impiega nel riprodurre ogni vena, ogni neo, ogni ruga del viso, ogni piega della pelle, ma inquietante per la crudele onestà con cui rende il corpo mano, anche quello giovane e bello della mia (allora) collega Ria.

Ero curiosa di vedere se sarebbe stato altrettanto spietato anche verso se stesso. Ho visto alcuni dei suoi autoritratti e sapevo che quello sarebbe stato il caso. Ma trovarsi faccia a faccia con quella sua spietata oggettività rivolta verso se stesso mi ha lasciato ugualmente a bocca aperta.

Freud disse una volta che “non tutti vogliono essere così onesti con se stessi” e questa è la vera crudeltà della sua opera e il grande pregio di questa mostra della National Portrait Gallery.

Lucien Freud Sel Portrait 1985. Private collection. On loan to the Irish Museum of Modern Art, IMMA Collection Freud Project 2016-2021 © The Lucian Freud Archive Bridgeman Images.
Lucien Freud Sel Portrait 1985. Private collection. On loan to the Irish Museum of Modern Art, IMMA Collection Freud Project 2016-2021 © The Lucian Freud Archive Bridgeman Images.

Con la brutale lente d’ingrandimento del suo spietato realismo volta verso sé stesso, Freud ci costringe ad ammette che ha ragione lui e che non tutti vogliono o possono essere così onesti nell’esaminare la loro fragile umanità, che per alcuni ciò che vedrebbero se si guardassero allo specchio, se davvero si guardassero, non sarebbe accettabile. Lui invece dipinge proprio la verità che non tutti vogliono vedere, e forse proprio questa è la cosa che rende la sua arte così incredibilmente bella.

2019©Paola Cacciari

Londra//fino al 26 Gennaio 2020

Lucian Freud: The Self-portraits

 

 

Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh

Ho pensato molto e molto a lungo, se davvero volevo farlo, se davvero volevo vedere la mostra alla Saatchi Gallery su King Tut dico. E non solo per il prezzo del biglietto, che costa dalle £24.50 alle £28.50 a seconda se si tratti di un giorno o di un’ora di punta, senza sconti di nessun tipo, neanche per il chi lavora in altri musei, come spesso è il caso per le altre esposizioni. Ma anche, e soprattutto, per il caos, la folla, la fila, le teste assiepate davanti alle teche, il pigia-pigia genereale e gli inevitabili isterismi legati alle must-see-exhibitions, le mostre da vedere che se non le vedi non sei nessuno.

Tutankhamun Saatchi (7)

Poi ho pensato che la io la mostra la volevo vedere nonostante tutto, e non solo perché da sempre l’Egitto mi affascina (anche se non riesco a trascorrere più di cinque minuti nella sale egizie del British Museum per in motivi citati sopra….), ma soprattutto perché questa sarà l’ultima volta che saranno visti fuori dall’Egitto. E e visto che non prevedo di fare una gita sul Nilo nel prossimo futuro, ho deciso di approfittare della sua presenza a Londra per andare a porgere i miei omaggi al divino faraone Tutankhamun.

Tutankhamun Saatchi (9)

Allestita per celebrare i 100 anni dalla scoperta della tomba di Tutankhamun, il 4 novembre 1922 da parte dell’archeologo Howard Carter, la mostra della Saatchi si rivela essere una vera sorpresa. Non solo perche, dato il volume di gente che la visita, la fila non è troppo lunga e le sale non sono troppo piene (anche se la strana conforrmazione della galleria rende il percorso un po’ confuso) ed effettivamente riesco a vedere qualcosa invece che come al solito intravedere in contemuto delle teche tra la di teste assiepate davanti al vetro, ma per gli oggetti stessi. Avvolti in atmosferiche luci ovattate sono circa 150 manufatti Avvolti in atmosferiche luci ovattate sono circa 150 manufatti (60 dei quali mai usciti dall’Egitto) la maggior parte molto scintillanti, altri più’ umili, tutti provenientii dalla tomba del giovane faraone. Proprio la tomba di Tutankhamun sarà l’attrazione principale del nuovo Grande Museo Egizio del Cairo, il cui completamento finanziato anche dalla mostra,  si concluderà in tempo per celebrare il centenario dalla scoperta. La novità qui è la mancanza di novità: la mostra fa quello che dice di fare, cioè mostrare i tesori di Tutankhamun, un’occasione unica per entrare nella sua, un po’ come fece Carter quasi un secolo fa, e ed questo il suoi più grande merito.

Ovviamente al termine del percorso della mostra non manca un gigantesco shop modello Las Vegas, con ogni genere di gadget e pubblicazione sul tema, ma a £50 il catalogo è decisamente troppo costoso. Non c’è problema: i miei occhi (e la memoria del mio smartphone) sono pieni di “cose meravigliose”… 🙂

2019 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 3 Maggio 2020

Tutankhamun: Treasures of the Golden Pharaoh @ Saatchi Gallery, London

La Londra di Hogarth

Violenza, inganno, corruzione e una nazione divisa. No, non è l’ennesimo articolo sull’Inghilterra della Brexit (anche se potrebbe esserlo) ma la serie Humours of an Election, dipinta nel 1754 da quel genio della satira che era William Hogarth (1697-1764), che rappresenta una falsa elezione generale che va di male in peggio – e in cui mi pare che ogni personaggio assomigli a Boris Johnson & C.

The Polling from The Humours of an Election series, 1755
The Polling from The Humours of an Election series, 1755
Con un tempismo impeccabile infatti, il Sir John Soane Museum ha riunito per la prima volta tutte le serie di William Hogarth: La carriera di una prostituta (The Harlot’s Progress, 1731), Carriera di un libertino (A Rake’s Progress, 1732-33) Quattro momenti del giorno (1738), I quattro stadi della crudeltà (1741) e Marriage A-la-Mode (1743). Le aveva ribattezzate ‘Modern Moral Subjects‘ e sono  costruite come commedie fatte di immagini.
Ho sempre avuto una passione sviscerata per Hogarth e il suo spietato sarcasmo. Mi chiedo se sarebbe stato cosi cattivo verso quella ricca borghesia a cui non apparteneva se fosse riuscito ad farne parte. Il non essere riuscito a fare il Gran Tour, il pellegrinaggio artistico-godereggio nel sud dell’Europa necessario per un gentiluomo che si volesse considerare tale, per mancanza di mezzi: fu un colpo da cui non si riprese più…
A Hogarth piaceva dipingere serie di opere: gli permettevano di raccontare una storia, di sviluppare una narrativa mentre si abbandonava al suo istinto . Ed erano facilmente riproducibili come incisioni che potevano essere vendute per SOLDI. Forse non è un caso che tutte le sue grandi serie di opere hanno in come il soggetto del denaro: la sua mancanza, la sua influenza e il suo abuso. La gente ruba, muore e impazzisce per il denaro
A Rake's Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34
A Rake’s Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34

Il “Rake” eredita, sperpera e impazzisce. La coppia in “Marriage-A-la-Mode” si sposa per convenienza (lui per soldi e lei per entrare a fare parte dell’aristocrazia) ed entrambi muoiono. Oh sì, c’è anche morte, e in abbondanza: il mondo di Hogarth è fatto di estremi, ma quello era il mondo in cui viveva e lavorava, la Londra dell’Epoca Georgiana.

Una delle cose più affascinanti della mostra è il modo in cui queste storie portano i protagonisti per tutta Londra: dall’elegante West End all’allora squallido mercato di Covent Garden, fino ai bassifondi del Barbican. Questa non è una fantasia – la carriera di questi personaggi è letterale, catastrofico e posto tra punti di riferimento riconoscibili.
Marriage à-la-mode, After the old Earl's funeral (scene four of six) William Hogarth - The National Gallery
Marriage à-la-mode, After the old Earl’s funeral (scene four of six)
William Hogarth – The National Gallery
Ma non c’è solo miseria e bruttra nei dipinti di Hogarth, anzi. Che e con l’età forse si addolcisce e, i suoi dipinti più tardi sono pieni di bellezza. Forse perché invece della commedia umana si dedicata al sublime della Natura, a cieli, fiumi e boschi. E mi viene da pensare che sia un’altra delle sue gomitate, un modo per rammentarci che la natura è perfetta ed è stato l’uomo a rovinare tutto. Un altro attualissimo riquadro del XXI secolo. Greta Thunberg sarebbe fiera di lui.
2019 ©Paola Cacciari

Londra/fino al 5 Gennaio 2020

Hogarth: Place and Progress @ Sir John Soane’s Museum , Holborn

Il cibo nelle fotografia

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo è combustibile e nutrimento, ma è anche piacere fisico ed estetico. Mangiare è uno degli atti più necessari e basilari, ma e anche celebrazione e come tale rappresenta una parte centrale dei nostri rituali, del nostro essere umani. Il cibo tocca infatti la nostra sfera pubblica e privata, rappresenta famiglia, razza, genere, classe sociale, salute, religione, i nostri principi morali.

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Io amo mangiare e amo il cibo, e non solo perchè sono una buona forchetta, ma perchè il cibo è storia sociale, l’espressione della cultura di un popolo. Non la caso, proprio la necessità di comprendere la moltitudine di nuovi ingredienti , sapori e cibi sugli scaffali dei supermercati britannici è stata (oltre alla frustrazione di non poter leggere Jane Austen e Oscar Wilde in lingua originale…😉) uno dei fattori determinanti nel velocizzare il più possibile il mio apprendimento dell’inglese…! E questo vale anche per la fotografia del cibo. E qui arrivo a Feast for the Eyes l’interessantissima mostra alla Photographer’s Gallery sulla storia del cibo nella fotografia, che le immagini di cibo in realtà solo raramente sono solo di cibo, ma riflettono il nostro stile di vita e il momento storico e sociale in cui ci troviamo a vivere e, come tale, da sempre occupano un posto di primo piano nella Storia dell’Arte e della Fotografia.

 

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Weegee Phillip J. Stazzone is on WPA and enjoys his favourite food as he’s heard that the Army doesn’t go in very strong for serving spaghetti, 1940 © Weegee/International Center of Photography,

 

Soprattutto dall’avvento di Instagram il cibo non è mai stato così popolare. Proprio oggi sono passata davanti ad una pasticceria che aveva un cartello uri dalla vetrina, “Our colors are especially instagrammable”. Uh! La cosa mi ha fatto sorridere, ma la dice lunga sullo stato delle cose: e cioè che la fotocamera dello smartphone ha cambiato tutto. Oggi potenzialmente possiamo tutti essere fotografi, soprattutto di quello che sta nei nostri piatti e che condividiamo con entusiasmo su Instagram. Un ex-collega del museo in cui lavoro  è diventato famoso con i suoi  simmetrybreakfast.

E ristoranti dal canto loro, ora progettano i loro piatti in modo che rendano bene in fotografia, poco male se il gusto del cibo viene leggermente sacrificato…

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Una delle mie sezioni preferite della mostra  è una parete piena di schede di ricette WeightWatchers rappresentanti il meglio (o il peggio…) del cibo degli anni Settanta dove quelli che all’inizio erano carne, pesce e verdure sono trasformati in oggetti da incubo che non sembrano avere nulla di commestibile forzati come sono in strane “forme” e coperti da salse o gelatine dai colori altrettanto strani. Non riuscivo a decidermi su quale fosse il meno appetitoso, fino a quando ho notato la cena “da congelatore al forno”, un grumo rettangolare di carne grigia bollita da far sembrare il digiuno un’opzione preferibile.

Londra//fino al 9 Febbraio 2020

Feast for The Eyes – The Story of Food in Photography

@ The Photographers Gallery  16 – 18 Ramillies Street, London, W1F 7LW

La Morte a Venezia

… anche se viste le circostante in cui versa ultimanemente la Serenissina (turismo modello invasione delle locuste, acqua alta, allagamenti) sarebbe meglio dire la Morte di Venezia. Comunque.

Britten: Death in Venice - Gerald Finley, Mark Padmore   Royal Opera ((c) ROH 2019 photographed by Catherine Ashmore)
Britten: Death in Venice – Gerald Finley, Mark Padmore Royal Opera ((c) ROH 2019 photographed by Catherine Ashmore)

Ho letto la Morte a Venezia di Thomas Mann tre volte nel corso della mia vita. La prima volta avevo 15 anni e non l’ho capito, la seconda l’ho letto in inglese e molto mi è sfuggito, la terza volta volta… la terza vola è stata in questi giorni. Colpa della Royal Opera House e di Benjamin Britten che ci ha scritto sopra un’opera, Death in Venice appunto, cortesia di un’amica che alla ROH ci lavora e mi ha invitato alla prova generale. Che se fosse stato per me non l’avrei mai fatto, vedere un’opera di Britten dico. Io amo la melodia, le arie che ti restano in testa per giorni e che puoi canticchiare ovunque, per la strada, in metropolitana, sotto la doccia, o da sola quando sono al museo e camminare per le sue sale. Qualcosa come La donna è mobile, o Nessun dorma, per intenderci: Britten è troppo moderno. Troppo XX secolo, troppo anti-melodico.

Britten: Death in Venice - Leo Dixon and Mark Padmore. Royal Opera
Britten: Death in Venice – Leo Dixon and Mark Padmore. Royal Opera

E mi sono dovuta ricredere. Che insieme alle suddette cose, ci sono anche veri squarci di sublime musica che ti graffiano il cuore e fanno venire i brividi.

Gioventù/vecchiaia, salute/malattia, vita/morte, Apollineo/Dionisiaco sono le tematiche che occupano la letteratura e le arti in genere all’inizio del secolo. La figura del protagonista, Gustav von Aschenbach è qui opposta a quella di Tazio, il bellissimo giovinetto di cui il vecchio scrittore si innamora – che qui sembra incarnare il superuomo di Nietzche, l’ideale di bellezza umana fatto suo da Hitler per portare avanti il suo barbarico progetto di sterminio.

Nell’opera di Britten i personaggi di Tadzio, la sua famiglia e i suoi amici sono tutti interpretati da ballerini del Royal Ballet, l’unico modo possibile (mi accorgo ripensandoci) per dare voce a chi nella novella di Mann una voce non ce l’ha.

Il giovane ballerino Leo Dixon poi, sembra stato scelto , oltre che per le sue qualità di artista, perché sembra essere stato creato dalla penna dello stesso Mann: naso dritto, profilo greco, labbra carnose, e ben disegnate, capelli color miele.

Forse questo è proprio la cosa che Britten ha preso dal libro di Thomas Mann: l’impotenza dell’intelletto di fronte alla bellezza radiosa, transitoria e intoccabile. La bellezza di un ragazzo, di una persona, di un paesaggio (e perché no?) della musica stessa.

Royal Opera House London

2019 ©Paola Cacciari