Londra celebra i primi 100 anni di British Vogue

“Chi vede nella moda soltanto la moda è uno sciocco.” E se l’ha detto Honoré de Balzac che non avrei mai pensato potesse essere particolarmente interessato al tema, allora deve essere vero. E a vedere le immagini che mi passano davanti agli occhi mentre mi aggiro tra le sale della National Portrait Gallery ammirando le foto di Vogue 100, la mostra che celebra (come dice il titolo) il centenario della nascita della popolarissima rivista di moda, ha ragione…

Nata nel 1916 per sopperire alla mancanza del pubblicazione americane, British Vogue deve la sua esistenza alla Prima Guerra Mondiale. Poiché infatti, a causa dei problemi di spedizione legati allo scoppio del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie della rivista americana nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast (quello stesso che impedì a Lee Miller di essere investita da un’auto mentre attraversava la strada a New York e la lanciò nel mondo della moda) decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana – unica concessione l’uso dell’ortografia britannica invece di quella americana.

 Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG
Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Nast, che era fermamente convinto che il successo della rivista (che aveva quadruplicato le vendite dalla sua fondazione nel 1914) dipendesse oltre che all’uso della carta migliore, di un design moderno e un’impeccabile presentazione tipografica, anche al suo largo uso della fotografia – impiega i fotografi migliori. Ma il suo primo editore britannico, la battagliera Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e comincia ad inserire anche articoli di costume e società, dando sin da subito a British Vogue quel taglio tutto particolare che ne fa ancora oggi quell’icona contemporanea che conosciamo oggi.

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG
Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Per assicurare la consistenze tra le due riviste gemelle Conde Nast si fa spedire il secondo editore della sorella britannica, Dorothy Todd a New York perche imparasse a fare il suo lavoro alla maniera americana. Tornata alla direzione editoriale nel 1922, non era del tutto chiaro cosa avesse imparato dal suo soggiorno americano, visto che con lei Vogue si trasforma da rivista di moda che si occupa anche di arte, in una rivista di arte che, a tempo perso, parla anche di moda.

 Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd
Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Gli appartenenti al Bloomsbury Group erano tra gli entusiasti della rivista e la stessa Virginia Woolf scrisse almeno cinque saggi per la Vogue, ma le preoccupazioni letterarie della Todd furono un disastro commerciale per lei (che fu licenziata) e per il giornale. Ma da questo momento la rivista britannica ottiene la reputazione di una rivista per tutti, tanto per i “pensatori” che per gli amanti della moda. Durante la Guerra Vogue ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere alto il morale delle donne rimaste a casa a mandare Avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte. Non solo: nell’ora piu’ drammatica della Gran Bretagna, la rivista si propone come fronte d’informazione di primo piano con i reportage di Cecil Beaton e Lee Miller

Vogue è sempre rimasto fedele al suo obiettivo iniziale che era quello di riferire sul mondo della moda e dello stile, e lo fa utilizzando i migliori talenti dell’epoca e con un occhio attento alla cultura e alla società contemporanee , cosa che conferisce a Vogue una base di lettori molto più ampia delle riviste di moda. D’altra parte Vogue è sempre stato molti di più di una semplice rivista di moda, come dimostrano i reportage di guerra di Lee Miller. Tra i suoi collaboratori troviamo anche Huxley e persono il sindaco di Londra Boris Johnson, riuscito a infilarsi tra le sue pagine, fortunatamente in qualità di scrittore piuttosto che di fotomodello. E naturalmente ci sono tanto la regina Elisabetta II che la regina madre, che era una grande amica di Cecil Beaton.

Innumerevoli i volti famosi immortalati da vari grandi fotografi: dalle stelle del cinema come Helena Bohnam Carter, Hugh Grant e Kate Winslet, a quelle della moda come Stephen Jones, Il cappellaio matto del New Romantic e le ‘Supermodels’ degli anni Novanta; non mancano icone come del mondo dell’arte come Matisse, Francis Bacon, Lucian Freud, David Hockney e naturalmente lui, l’iperfotografato Damien Hirst.

 Alexander McQueen, photographed by Tim Walker Picture credit: Tim Walker
Alexander McQueen, photographed by Tim Walker
Picture credit: Tim Walker

Persino Margaret Thatcher che, in linea con la sua condotta di vita, vedeva le riviste di moda come una frivolezza inutile soccombe al potere di Vogue e abbigliata di velluto nero e perle, prende posto nel pantheon della moda fotografata da David Bailey.

Tra i protagosnisti del 2000 naturalmente non poteva mancare lui, il geniale ed infelice Alexander McQueen, la cui mostra al Victoria and Albert Museum è stato l’evento del 2015, con file chilometriche, scene isteriche da parte di grandi e piccini e aperture notturne per sopperire all’incredibile domanda di biglietti.

Certo, il più delle volte Vogue vede la vita con gli occhiali rosa dell’ottimismo, avendo il suo baromentro puntato su elemti come bellezza, eleganza e stile, ma come dice Alexandra Shulman, che dirige la risvita dal 1992, Vogue permette alle persone di indulgere per un attimo in un mondo non è necessariamente il loro, ma è comunque qualcosa che si divertono a guardare. E comunque la pensiate, il divertimento è assicurato.

2016 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 22 Maggio 2016

National Portrait Gallery

npg.org.uk

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Le mille facce di Audrey Hepburn alla National Portrait Gallery

Ebbene sì, sono un’inguaribile romantica e Sabrina è uno dei mei film preferiti. Parlo dell’unico ed inimitabile Sabrina, quello del 1954 con Humphrey Bogart, William Holden e lei, la bellissima Audrey Hepburn.

Sono passati sessantacinque anni da quando Audrey Hepburn (1929-1993) salì sul palcoscenico del night club Ciro’s come ballerina di fila. Ora il club non esiste più, sostituito dall’edificio che ospita gli archivi della National Portrait Gallery. Sembra pertanto un gesto opportuno da parte della galleria londinese, quello di dedicare una mostra a questa icona del XX secolo. E infatti la mostra si chiama esattamente così Audey Hepburn: Portraits of an Icon.

Oltre ad immagini scattate dai più famosi fotografi del Novecento come Richard Avedon, Cecil Beaton, Angus McBean, Irving Penn e Norman Parkinson, la mostra include locandine di film, effetti personali e fotografie provenienti dalla collezione personale della famiglia della Hepburn. Dalla sua difficile infanzia in Belgio e Olanda, dove visse sotto il regime nazista durante la seconda guerra mondiale, ad Amsterdam dove studia danza, al suo debutto in teatro e al cinema – la mostra traccia il percorso di un’incredibile vita e un’altrettanto incredibile carriera.

Cresciuta fra Belgio, Gran Bretagna e Paesi Bassi la Hepburn era bilingue in inglese e olandese, oltre ad essere fluente anche in francese, tedesco, italiano e spagnolo e come ambasciatrice dell’UNICEF negli anni Ottanta viaggiò in alcuni alcuni dei paesi più poveri del Mondo – viaggi anch’essi documentati in una serie di fotografie incluse nella mostra.

Sabrina 1954 Copyright Paramount Pictures
Audrey Hepburn Sabrina, 1954 ©Copyright Paramount Pictures

Fino al 18 Ottobre 2015

National Portrait Gallery

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(Cinque mostre di fotografia per l’estate a Londra articolo pubblicato su Londonita)

Amici miei: I ritratti di John Singer Sargent alla National Portrait Gallery

Quando penso ai personaggi dei romanzi di Henry James (1843-1916), li immagino con i volti eleganti e le mani allungate dei ritratti di John Singer Sargent (1856–1925). Nella mia mente i due sono inscindibili. Forse perché entrambi provengono da famiglie ricche e giramondo, sono entrambi americani, entrambi espatriati, artisti e appartenenti a quell bel mondo dorato ed elegante che era l’Inghiterra di Edoardo VII. Con tanto in comune non sorprende che i due fossero diventati grandi amici.

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Carolus-Duran by John Singer Sargent, 1879. Copyright: Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts, USA (photo by Michael Agee)

Affascinato dalla bellezza, sin da bambino Sargent vuole diventare un artista. A Firenze, dove nasce nel 1856, frequenta i corsi all’Accademia di Belle Arti, con buona pace del padre, un noto chirurgo di Philadelphia, che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica. Ma la testardaggine del giovane John paga, e nel 1874 entra nello studio del pittore ritrattista Carolus-Duran, allora molto popolare tra gli studenti d’arte americani espatriati a Parigi.

In breve tempo Sargert acquisisce numerosi clienti sia americani che francesi, tra cui il drammaturgo Edouard Pailleron (1834-1899) di cui ritrae i due figli, Edouard e Marie Louise (1881) in un inquietante doppio ritratto che combina eleganza nervosa e una straordinaria capacità di intuizione psicologica: freddi e seri come due bambole nella loro passiva aggressività, i due bambini sembrano usciti dalle pagine di The Turn of the Screw di Henry James (e non a caso, visto che il racconto fu scritto nel 1998, diciassette anni dopo la realizzazione del dipinto…).

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Édouard and Marie-Louise Pailleron by John Singer Sargent, 1881. Copyright: Des Moines Art Center, Des Moines, Iowa

Ma la fulminante ascesa della sua stella è bruscamente interrotta dallo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) esposto al Salone di Parigi del 1884. Ad un passo dalla rovina, Sargent abbandona Parigi per Londra, incoraggiato in questo dal suo amico Henry James. E nella Capitale britannica si dedica pazientemente a rimettere insieme i pezzi della sua brillante carriera. O quantomeno di ciò che ne rimane…

Nella campagna del Cotswolds, dove trascorre le sue estati, Sargent dipinge all’aperto e i suoi esperimenti con l’impressionismo dell’amico Monet risultano in dipinti come Carnation, Lily, Lily, Rose (1885-6) in cui Simbolismo e Impressionismo si combinano con Estetismo e preraffaellitismo e con le influenze giapponesi tanto in voga all’epoca, o Group with Parasols (1904-05) in cui lo spazio piatto della scena e la composizone in primo piano guardano avanti al Modernismo del nuovo secolo.

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Robert Louis Stevenson by John Singer Sargent, 1887. Copyright: Courtesy of the Taft Museum of Art, Cincinnati, Ohio

L’inizio del Novecento vede Sargent diventare il pittore più conteso dall’alta società da entrambi i lati dell’Atlantico, il ‘van Dyck dei nostri tempi’, come l’aveva definito Auguste Rodin. Ma l’artista che dipinge la società elegante alla maniera di van Dyck non piace al secolo delle Avanguardie che lo relega al dimenticatoio senza pensare che criticare Singer Sargent per non essere Picasso o Matisse è come criticare Henry James per non essere James Joyce o Marcel Proust, che Sargent è un ritrattista ed un ritratto è quello che si aspettano da lui i suoi clienti.

E che ritrattista è il nostro americano! Sargent dipinge circa 600 ritratti, oltre a dipinti e acquerelli di soggetti diversi, diventando l’artista prediletto del bel mondo. Come quelli di van Dyck, i ritratti di Sargent si preoccupano di esprimere lo status del soggetto attraverso l’abbigliamento, i gioielli e la posa del personaggio. Ma come spesso accade nei ritratti ‘ufficiali’, il virtuosismo della composizione e l’attenzione alla resa dello status del personaggio finiscono con il prevalere, a scapito dell’espressività.

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William Butler Yeats, 1908

Per questo Sargent: Portraits of Artists and Friends alla National Portrait Gallery è una vera rivelazione. Dipingendo amici e cognoscenti, Sargent può finalmente essere se stesso. E libero di rispondere solamente alle esigenze della pittura invece che a quelle del committente e del suo status sociale, l’artista ci regala un’abbagliante carrellata di volti appartenenti al mondo dell’arte, della musica e della letteratura, come gli artisti Auguste Rodin e Monet, il musicista Gabriel Fauré, lo scrittore R.L. Stevenson, e naturalmente lui, il suo grande amico Henry James. E non mancano anche splendini ritratti femminili come quello dell’attrice Eleonora Duse, nota nel mondo del teatro semplicemente come “La Duse”, reso con una pennelatta larga e soffice, che ricorda quella di Giovanni Boldini – quel Boldini a cui Sargent, abbandonando Parigi, aveva lasciato campo libero.

L’unico ritratto da cui non traspira nulla del carattere del soggetto è il suo autoritratto. Elegante e raffinato, Sargent parlava quattro lingue, era un lettore accanito e un bravo musicista: eppure il personaggio che ci osserva da questo ritratto è un libro chiuso. Gelosamente protettivo della sua privacy, sembra quasi che l’artista abbia volute evitare di proposito di aprire un benché minimo spiraglio che potesse gettare luce sulla sua personalità: e non a caso tutti gli autoritratti da lui completati furono commissionati da terzi, piuttosto che frutto di una spontanea auto-osservazione…

Sargent non si sposò mai, ma continuò a viaggiare tra l’Europa e gli Stati Uniti, circondato dall’affetto e dalla compagnia degli amici e della famiglia. Una famiglia che continua a ricordarlo e ad onorarlo anche adesso, e che annovera tra i suoi discendenti anche lo storico dell’arte Richard Ormond, qui nei panni di curatore della mostra.

Paola Cacciari
Pubblicato su Londonita

Fino al 25 Maggio.
Sargent: Portraits of Artists and Friends.
National Portrait Gallery, St Martin’s Place, London WC2H 0HE
Orario: dal martedi al venerdì dalle 10 alle 18; giovedì e venerdì fino alle 21

I ritratti di Hoppé a Londra

Sono una fotografa frustrata. E allora mi sfogo ammirando le fotografie altrui, come questa bellissma mostra alla National Portrait Gallery di Londra dal titolo Hoppé Portraits: Society, Studio and Street.

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Ezra Pound (1918) by E.O. Hoppé

Ma chi era Hoppé? Ammetto senza remore che non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. E allora ho fatto qualche ricerca biografica. Nato in Germania, ma naturalizzato cittadino britannico, Emil Otto Hoppé (1878 –1972) è uno dei più importanti fotografi della prima metà del XX secolo.
Famosissimo tra i suoi contemporanei -tanto da indurre Cecil Beaton a chiamarlo “il Maestro”- ed ora quasi completamente dimenticato, tra il 1907 e il 1945 Hoppé sembra avere fotografato tutte le maggiori personalità del mondo della politica, della letteratura e delle arti: da Henry James a Rudyard Kipling, da Leon Bakst a Vaslav Nijisky (e numerosi altri ballerini della compagnia dei Balletti Russi); da Richard Strauss a Jacob Epstein. Negli anni Venti, oltre ai ritratti di Albert Einstein, Benito Mussolini, Aldous Huxley, Hoppé è invitato a fotografare la Regina Madre, Re Giorgio VI ed altri membri della famiglia reale.

Figlio di un banchiere ed egli stesso destinato ad una carriera finanziaria, Hoppé arriva a Londra nel 1902 dove si appassiona alla fotografia. Abbandonata la carriera commerciale, nel 1907 apre uno studio e in pochi anni diventa il leader indiscusso del ritratto fotografico in Europa.
Spinto da un’instancabile curiosità, a partire dal 1919 Hoppé comincia a viaggiare per  il mondo alla ricerca di nuovi soggetti (‘tipi’) e paesaggi.  I suoi viaggi lo portano in Africa, Germania, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, gli Stati Uniti, Cuba, Giamaica e i Caraibi, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Indonesia, Singapore, Malesia, India e Ceylon. Esperienze che culminano nella pubblicazione di due libri fotografici, Taken from Life  (1922) e London Types (1926).

British Museum Underground Station, 1937 – EO Hoppé
 A partire dagli anni Trenta, Hoppé esce dallo studio con sempre maggiore frequenza per cercare in strada i soggetti da fotografare. Affascinato dalla diversità culturale della società Britannica, esplora la multienicità della capitale fotografando persone appartenenti ad etnie differenti impegnate in lavori diversi (addetti delle pulizie, cameriere, venditori ambulanti), spesso servendosi di una macchina fotografica nascosta in un sacchetto di carta per non togliere nulla alla spontaneità della scena. Le sue foto sono cariche di atmosfera. Una vera ri-scoperta e una mostra da non perdere per gli amanti della fotografia!
Fino al 30 Maggio 2011
[NB: il post in qui sopra si riferisce ad una mostra del 2011; per chi vuole saperne di più su questo fotografo, il Mast di Bologna presenta Emil Otto Hoppé: Il Segreto Svelato dal 21 Gennaio al 3 Maggio 2015, dedicata alle sue fotografie industriali http://www.mast.org/it/home ]

Cinque mostre per l’Autunno

  1.   Late Turner: Painting Set Free. Tate Britain, fino al 25 Gennaio 2015 
  2.   Constable: The Making of a Master. Victoria and Albert Museum, fino all’11 Gennaio 2015
John Constable, Stonehenge, 1835. London, Victoria and Albert Museum

Tutti conoscono John Constable e JMW Turner e a partire da questo mese di Settembre li conosceremo  ancora meglio grazie alle grandi mostre  che ilVictoria and Albert Museum e la Tate Britain hanno dedicato a questi due titani della pittura di paesaggio inglese  nati ad un solo unanno di distanza l’uno dall’altro. I loro sublimi, quanto diversi, concetti di “paesaggio”  portarono loro vari gradi di successo nella  vita. Mentre Tate Britain esplora la tarda carriera di Turner, un periodo in cui si dedicò alle radicali sperimentazionitecniche per cui è tanto celebrato, ilVictoria and Albert Museum approfondisce le vicende che stanno dietro alla genesi dei  capolavori dipinti da Constable, molti dei quali ricevettero il riconoscimento dovuto solo dopo la sua morte. Tante le delizie in mostra, tra cui gli splendidi  Norham Castle all’alba di Turner  e Salisbury Cathedral from the Meadows di Constable.

3. Anarchy & Beauty: William Morris and his Legacy, 1860-1960. National Portrait Gallery, dal 16 Ottobre  all’ 11 Gennaio 2015.   
Altro grande protagonista della scena artistica dell’autunno londinese è William Morris, il genio alla base del movimento delle Arts and Crafts che fece de “L’arte per il popolo” il suo grido di battaglia. Sebbene ricco, infatti, Morris era un socialista che si opponeneva alla volgarità della produzione industriale e lottava per portare la bellezza alle masse. Il suo famoso motto “non tenere in casa nulla che non sia utile, o non si consideri bello” ha ridefinito la creatività in epoca vittoriana. Curata da Fiona MacCarthy, acclamata autrice e biografa nota per i suoi approfonditi studi sui Preraffaelliti e sullo stesso Morris, la mostra include arredi originali, tessuti, opere di amici e contemporanei come Dante Gabriel Rossetti ed Edward Burne-Jones, nonché libri, gioielli, ceramiche e abiti creati da artigiani e designers del XX secolo come Eric Gill, Bernard Leach e Terence Conran. A dimostrare come l’eredità di Morris, lungi dall’estinguersi con la sua morte abbia influenzato persone ed eventi anoi contemporanei.
 

 4. Rembrandt: The Late Works. National Gallery, dal 15 Ottobre al 18 Gennaio 2015 
Sull’orlo della bancarotta e distrutto dalla morte della moglie e di tre dei suoi figli, gli ultimi anni di Rembrandt furono segnati da tragedie e difficoltà economiche. Ma furono anche quelli in cui la sua opera raggiunse i livelli più alti di espressività. Con oltre 40 dipinti, 20 disegni e 30 stampe in prestito da musei di tutto il mondo, la mostra della National Gallery esplora un periodo della vita dell’artista che  va dal 1650 alla sua morte, avvenuta nel 1669. Tra le delizie in esposizione, oltre ad una serie di incredibili autoritratti, c’è anche  la Sposa ebrea,  un dipinto che portò  Vincent van Gogh a confessare ad un amico che avrebbe dato volentieri dieci anni della sua vita per potersi sedere per due settimane davanti al quadro con solo una crosta di pane secco da mangiare. 

5. Sherlock Holmes: The Man Who Never Lived And Will Never Die. Museum of London, dal 17 Ottobre al 12 Aprile 2015 
Il grandissimo successo ottenuto dalla serie televisiva della BBC1 che ha per protagonista Benedict Cumberbatch dimostra che il fenomeno “Sherlock”  è sempre attuale. E allora ben venga la mostra del  Museoum of London – la prima organizzata a Londra dal 1951 dedicata al grande detective. Da oggetti autentici del periodo vittoriano, dipinti, fotografie, manoscritti e il primo filmato documentario girato a Londra, a “reliquie” contemporanee come il cappotto e la vestaglia indossati dallo stesso Cumberbatch,  la mostra  che esplora il come e perché dell’incessante successo del mito  di Sherlock Holmes, nonché il legame tra Holmes, Conan Doyle e la capitale.


Paola Cacciari

Articolo pubblicato su Londonita

I ritratti di Lucian Freud alla National Portrait Gallery

Giorno libero, splendida giornata di Febbraio, sole e temperatura polare. Troppo bello per stare in casa, troppo freddo per stare all’aperto. Perfetto per un’escursione museale (che al contrario del nostro, negli altri musei fa caldo…). E così sono andata alla National Portrait Gallery a curiosare tra i ritratti di Lucian Freud (1922-2011).

hpimageNato a Berlino nel 1922 e scomparso lo scorso anno a 88 anni, Lucian Freud (sì, è il nipote di Sigmund) ha undici anni quando quando la sua famiglia abbandona la Germania in seguito all’ascesa di Hitler per trasfersi in Gran Bretagna. È precocemente dotato il giovane Freud, e sviluppa presto la convinzione che scopo dell’arte sia la continua interrogazione della realtà.

E questo sforzo è evidente già dalle prime opere, quelle degli anni Quaranta e Cinquanta, dipinte con piccole pennellate precise e racchiuse da linee decise e caratterizzate da un’esattezza spietata, quasi crudele. Un’esattezza che riduce i soggetti a immobili creature senza tempo i cui occhi immensi sembrano scrutare nel profondo dell’anima…

E sebbene produca anche dipinti da cui la figura umana è assente, il ritratto rimane sempre il fulcro dell’arte di Freud e i soggetti prediletti sono le persone della sua vita: famigliari, amanti, amici, altri pittori, se stesso. Pare uno scrigno colmo di ricordi questa mostra, un album di fotografie lungo nove sezioni. Facce e corpi passati e presenti, nudi monumentali o meno, abbandonati su letti disfatti o contenuti a fatica da divani troppo piccoli. Una pittura densa e dettagliatissima. Il marchio di fabbrica di Freud.

Lucian Freud, “Ria, Naked Portrait,” 2006-7
Lucian Freud, “Ria, Naked Portrait,” 2006-7

E nell’ultima sala, una vecchia conoscenza. Pittrice lei stessa, una bellezza quieta, un carattere riservato ma con un graffiante senso dell’umorismo, Ria era nel mio gruppo di ‘novizi’ del Front of House quando qualche anno fa abbiamo cominciato a lavorare al museo; ma lei era una persona pratica e molto capace e dopo qualche anno, fu trasferita al dipartimento responsabile dell’allestimento delle mostre. E proprio al nostro museo, mentre con gli altri colleghi montava un display dedicato a Freud e al suo amico Frank Auerbach, ha incontrato l’artista. La sua diretta semplicita’ fece colpo e l’artista le chiese su due piedi se voleva posare per lui. E lei lo ha fatto senza interruzione per 16 lunghissimi mesi, sette giorni su sette, anche il giorno di Natale, tra l’incredulità, la meraviglia (e l’invidia) generale. Strane, incredibili cose, posssono succedere nella vita…

Londra// fino al 27 Maggio 2012

Lucian Freud Portraits

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Bailey Stardust

National Portrait Gallery, Londra – fino al 1° giugno 2014. Stardust. Polvere di stelle. E di stelle che brillano sulle pareti della National Portrait Gallery ce ne sono oltre duecentocinquanta: da Kate Moss, che ci accoglie all’ingresso, a Michel Caine, David Bowie e Damien Hirst. Attori, scrittori, musicisti, registi, icone della moda e dello stile, artisti e altri fotografi, oltre a persone incontrate nei suoi viaggi. Sono i ritratti di David Royston Bailey. 

Mick Jagger by David Bailey, 1964 © David Bailey

Catapultato nel mondo delle stelle negli anni Sessanta quando approda a British Vogue, David Royston Bailey (Londra, 1938) fatica a staccarsi di dosso l’etichetta di fotografo della Swinging London. Un’immagine amata/odiata quella del mondo della moda e che ha ispirato il personaggio interpretato da David Hemmings nel celeberrimo Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni. Un’immagine che tuttavia proprio Bailey stesso ha contribuito a creare con il suo Box of Pin-Ups (1965): trentasei stampe formato poster di personaggi famosi dell’epoca che includono nomi come Andy Warhol, Cecil Beaton, Rudolf Nureyev, Jean Shrimpton, oltre ad un giovanissimo Mick Jagger immortalato all’inizio della sua carriera avvolto in un cappuccio di pelliccia. Fotografati sotto una luce tagliente contro uno sfondo bianco, senza trucchi e con pochi oggetti di scena, emanano carisma all’ennesima potenza.
Lo stesso carisma che si ritrova nelle immagini di Black and White Icons. Dai Queen agli U2, da Bob Geldof a Meryl Streep: in questa carrellata di facce famose non manca davvero nessuno, neanche lo stesso Bailey, di cui ci sono diversi ritratti. Tra gli scatti più riusciti, quelli che ritraggono un rilassato Johnny Deep o un sorridente Jack Nicholson, attori che Bailey ammira in modo particolare e a cui è legato da una lunga amicizia.

Francis Bacon by David Bailey, 1983 © David Bailey

Ma c’è di più oltre a Bailey fotografo delle stelle e la National Portrait Gallery è ansiosa di dimostrarlo. Per questo gli ha dato libertà assoluta di scegliere e di allestire le sue foto come preferisce. E Bailey ha scelto un approccio tematico piuttosto che cronologico, raggruppando le sue immagini in diciannove categorie suddivise per tema, epoca o formato. Immagini di grandi come poster o piccole come cartoline illuminano di vita le pareti bianche dello spazio principale della galleria londinese che per l’occasione ha concesso a Bailey tutto il primo piano, rimuovendo le opere della collezione permanente. E e se spesso questo allestimento tematico è confuso, quando funziona provvede un’altalena di emozioni del tutto inaspettata. Come quando passa dal patinato mondo dei Rolling Stones e di Vivienne Westwood alle immagini dei reportage di viaggi in Australia e Papua Nova Guinea, da Delhi alla moglie Catherine Bailey, o da Maurizio Cattelan impegnato a fare le boccacce alle immagini scattate in Sudan come inviato del Live Aid nel 1985, queste ultime in particolare, un brusco richiamo alla realtà.

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George Catlin: American Indian Portraits

Ecco una mostra che mio padre, da sempre appassionato del “far West” sarebbe felice di vedere. George Catlin: American Indian Portraits alla National Portrait Gallery.
Nato in Pennsylvania nel 1796, George Catlin (1796 –1872) era affascinato dagli indiani d’America ed era convinto (cosa del tutto insolita per quei tempi) che fosse sbagliato cercare di cancellarli dalla faccia della Terra. Utilizzando una paletta limitata, carica di rossi e marroni, Catlin sforna un ritratto dopo l’altro, registrando fedelmente acconciature e decorazioni. E quello che i suoi ritratti mancano in stile o eleganza, compensano in osservazione antropologica.  Soprattutto colpisce lo sforzo di catturare qualcosa di più dell’aspetto esotico dei suoi soggetti, che sono e restano prima di tutto persone. Davvero interessante.

Londra // fino al 23 giugno 2013

National Portrait Gallery
St Martin’s Place
London, WC2H 0HE

http://www.npg.org.uk/

I ritratti di Man Ray alla National Portrait Gallery

Pittore, regista e fotografo nonché un importante esponente del Dadaismo, Man Ray (1890 –1976) è famoso soprattutto per i suoi straordinari ritratti fotografici di artisti, scrittori e stelle del cinema del XX secolo. Ma le sue non sono solo un susseguirsi di fotografie di belle facce, anche se molte di esse  come quelle di Marchel Duchamp, Salvador Dali, Picasso, James Joyce, Ava Gardner e Catherine Deneuve -solo per citarne alcune – sono poi entrate  a far parte della storia dell’arte e del costume.E le 150 foto di Man Ray Portraits in mostra alla National Portrait Gallery sono una fantastica panoramica su un periodo di straordinaria creatività di questo incredibile personaggio– periodo compreso tra il 1916 e il 1968.
A Parigi, dove si era stabilito nel 1921, Man Ray incontra Kiki de Montparnasse (Alice Prin) modella e personaggio celebre nei circoli bohémien parigini, che diventa la sua compagna e musa fino al 1929, quando al suo orizzonte appare l’americana Lee Miller (1907-1977).

Modella di successo e appassionata di fotografia, Lee Miller diventa sotto la guida di Man Ray un’apprezzata fotografa di moda, prima di intraprendere una brillante carriera come corrispondente per Vogue durante la Seconda Guerra mondiale, coprendo eventi come il Blitz di Londra, la liberazione di Parigi, e campi di concentramento di Buchenwald e Dachau.
Insieme a Lee Miller, Man Ray reinventa la tecnica fotografica della solarizzazione che dona alle immagini una consistenza argentea tipica di molte sue fotografie. Crea inoltre un tipo di fotogramma che chiamarayografia“, che descrive come “dadaismo puro”. Un personaggio Man Ray sempre pronto ad andare oltre i limiti imposti dalla stessa pellicola fotografica. Una mostra tutta da vedere.


Londra // fino al 27 Maggio 2013 

Man Ray Portraits
http://www.npg.org.uk/