Extinction Rebellion

Qualche settimana fa, all’uscita dal museo mi sono trovata mio malgrado nel mezzo di una protesta di Extinction Rebellion.

Per chi ancora non ne avesse sentito parlare, XR si tratta di un movimento socio-politico non violento fondato nel 2018 nel Regno Unito da un gruppo di accademici e che ha lo scopo di evitare i cambiamenti climatici e minimizzare il rischio di estinzione umana e il collasso ecologico.  La sua arma è la disobbedienza civile e nel’Aprile di quest’anno XR ha è riuscito ad occupare per una decina di giorni quattro zone al centro di Londra: Oxford Circus, Marble Arch, Waterloo Bridge e tutta l’area intorno alla Parliament Square.

Extinction Rebellion Movement June 2019 (1)

Oggi il colpevole in questione era il museo di Storia Naturale, che quella sera avrebbe opitato un’evento privato organizzato da Petroleum Group e il pacifico e colorato gruppo di attivisti aveva deciso di boiccottarlo organizzando a loro volta un evento alternativo tra Exhibition Road e la trafficatissima Cromwell Road.

C’erano persone di tutte  le eta’, giovani e anziani, famiglie con bambini, elegantoni e frikkettoni, musicisti e tamburini, educati giovanotti che distribuivano volantini con un “Signora mi permetta…” d’altri tempi e un Dodo (un uccello estinto da qualche secolo) roso elettrico a gudare la manifestazione. Inutile dire che a bloccare il traffico ci sono riusciti benissimo!

Extinction Rebellion Movement June 2019 (2)
London 2019 © Paola Cacciari

Manifesto

Richieste

Extinction Rebellion basa tutta la propria azione su 3 richieste, che vengono rivolte direttamente ai Governi nei quali il movimento è presente:

  • Il Governo deve dire la verità sul clima e sull’emergenza ecologica in generale, invertire le politiche incoerenti e lavorare al fianco dei media per comunicare con i cittadini.
  • Il Governo deve adottare misure politiche giuridicamente vincolanti per ridurre le emissioni di carbonio allo zero netto entro il 2025 e ridurre i livelli di consumo.
  • De essere resa operativa un’assemblea nazionale dei cittadini per supervisionare i cambiamenti, come parte della creazione di una democrazia adatta allo scopo.

Princìpi fondanti

  1. Abbiamo una visione condivisa del cambiamento: creare un mondo adatto alle generazioni future.
  2. Modelliamo la nostra missione su ciò che è necessario – mobilitando il 3,5% della popolazione per raggiungere il cambiamento di sistema – usando idee come “l’organizzazione guidata dall’impulso” per raggiungere questo obiettivo.
  3. Abbiamo bisogno di una cultura rigenerativa – creando una cultura che sia sana, resistente e adattabile.
  4. Sfidiamo apertamente noi stessi e questo sistema tossico, lasciando le nostre zone di comfort per agire per il cambiamento.
  5. Apprezziamo la riflessione e l’apprendimento, seguendo un ciclo di azione, riflessione, apprendimento e pianificazione per ulteriori azioni. Imparando da altri movimenti e contesti così come le nostre esperienze.
  6. Diamo il benvenuto a chiunque e ad ogni parte di esso, lavorando attivamente per creare spazi più sicuri e accessibili.
  7. Stiamo attivamente mitigando il potere, abbattendo le gerarchie del potere per una partecipazione più equa.
  8. Evitiamo di incolpare e giudicare – viviamo in un sistema tossico, ma nessuno di noi è da biasimare.
  9. Siamo una rete non violenta, che utilizza la strategia e le tattiche non violente come il modo più efficace per apportare cambiamenti.
  10. Siamo basati sull’autonomia e sul decentramento: creiamo collettivamente le strutture di cui abbiamo bisogno per sfidare il potere. Chiunque segua questi princìpi e valori fondamentali può agire in nome di Extinction Rebellion!

https://rebellion.earth/

Il colori della Natura secondo la Natura.

Sono una storica dell’arte, ma soprattutto sono un’amante della bellezza. E la bellezza spesso per me è associata al colore. I blu di Poussin, i gialli di Vermeer, i rossi di Caravaggio e dei caravaggeschi. Oppure la fotografia in tecnicolor di William Eggleston o Guy Bordin per fare un paio di nomi a casaccio tra i tanti grandi fotografi che mi fanno sognare.

Il mondo che ci circonda è un mondo a colori. Televisori ad alta definizione e applicazioni come Instagram che ci permettono di manipolare la realtà come e quando vogliamo basta avere uno smartphone, ci fanno spesso dimenticare che i colori che artisti e fotografi cercano con tanta ostinazione di riprodurre sono stati creati molto tempo prima dalla Natura. Come Fabrizio Bentivoglio in Marrakesh Express, a volte penso che sarò una delle ultime persone ad avere i ricordi in bianco e nero. Inutile dire che mi fa strano.

Colour and Vision
E allora ben venga Color and Vision al Natural History Museum a ricordarci che la Natura, a differenza di Instagram, non utilizza filtri. Nonostante si trovi accanto al museo in cui lavoro, non vado spesso al Natural History Museum anche se la collezione è super-affascinante: è troppo affollato e troppo rumoroso e più che ad un museo sembra mi sempre più simile ad un circo. Un circo bellissimo, ma sempre un circo.

Faccio eccezione per le mostre, sempre di grande qualità che permettono anche ad una profana come la sottoscritta di allargare le conoscenze scientifiche senza annoiarsi. E Color and Vision non fa eccezione. E ancora una volta mentre seguo il percorso della mostra, scopro che i primi organismi preistorici esistenti molti milioni di anni fa erano creature così antiche da non aver ancora sviluppato un apparato visivo (e non avendo gli occhi ed essendo pertanto incapaci di vedere il nemico arrivare, aggiungo io, non sorprende che si siano estinte…), mentre altre creature la vista ce l’hanno, ma molto diversa dalla nostra. Il bulldog per esempio vede il mondo come noi esseri umani, ma più sbiadito (un po’ come chi essendo daltonico non vede certi colori), mentre la libellula abita un mondo psicadelico che sembra uscito dalla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Da gattofila convinta, sono tuttavia un po’ offesa dal fatto che il mio animale preferito sia stato ignorato. Pazienza, non si puo’ avere tutto…
Gli occhi sono un organo meraviglioso. Ma al contrario di quanto l’esimio critico d’arte vittoriano John Ruskin voleva credere, i colori e la vista non sono stati creati per permettere alle creature della terra di ammirare la gloria del Signore, bensì per una ragione molto più pratica e spietata, quella legata all’evoluzione della specie. In pratica mentre il predatore sviluppava la vista, la preda sviluppava i meccanismi di difesa per mimetizzarsi. E il mondo diventava sempre più colorato. Inutile dire che sono molto contenta di non vedere il mondo in bianco e nero come la lumaca: sarebbe davvero un peccato.

 Starling Sturnus vulgaris © The Trustees of the Natural History Museum, London
Starling Sturnus vulgaris © The Trustees of the Natural History Museum, London

 

Londra// fino al 6 Novembre 2016
Colour and Vision
Natural History Museum, London

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

La vita segreta dei coralli. Al Natural History Museum di Londra.

Sono una storica dell’arte non un’esperta di biologia marina. Ma non occorre esserlo per godersi Coral Reefs: Secret Cities of the Sea, la mostra del Natural History Museum che da sempre fa della parola “educativo” la sua dicharazione d’intenti. E così, aggirandomi tra coralli colorati, pescioni imbalsamanti e gigantesche conchiglie (avete presente quella della Venere di Botticelli?) ho imparato che c’è un sacco di attività nel profondo del mare e altrettanto dramma, causato non da ultimo da personaggi come il polpo dagli anelli blu, un piccoletto grande come un soldo di cacio il cui corpo è lungo circa 5 cm con tentacoli di 7 cm e che pesa meno di un’etto di prosciutto, che si illumina quando si arrabbia. Letteralmente! E pare che abbia in corpo abbastanza veleno da uccidere 47 uomini – anche se effettivamnte (e fortunatamente) la cosa non è mai stata provata.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Questa mostra sembra contenere tutte le specie di coralli possibili ed immaginabili – dalla Mussidae la cui forma ricorda quella del cervello umano (in inglese si chiama Brain Coral…) al pomodoro di mare (che in realtà si chiama Actinia equine, ma sfido chiunque non sia un esperto a ricordarselo…) o quello che che sembra un ventaglio di piume – nettamente disposte in bacheche vittoriane che evocano l’atmosfera magica dei tempi di Darwin.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Ma il vero higlhlight della mostra è un bellissimo acquario in cui pesciolini colorati come il Nemo del film omonimo coabitano con veri coralli. È una mostra davvero affascinate e fatico non poco a staccarmi da quella finestra su un mondo e lasciare vedere qualcosa anche ai bambini dietro di me… (!).

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

E lascio il Natural History Museum avendo la certezza di aver imparato tutta una serie di piccoli fatti sui questi organismi marini – tutte cose che probabilmente avrei potuto leggere su Wikipedia, ma che sono immensamente molto più interessanti e stimolanti  se viste dal vero. Soprattutto ho imparato che il corallo è un organismo vivente, che si riproduce costantemente e il cui appetito per il sesso rivaleggia quello di Don Giovanni. E che se non facciamo qualcosa per proteggerle, le Grandi Barriere coralline – minacciate come sono dall’attività umana e dall’aumento delle temperature- moriranno nel giro di soli 50 anni. E sarebbe un vera tragedia. Meditate gente, meditate.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Londra // fino al 13 Settembre

Coral Reefs: Secret Cities of the Sea

Natural History Museum

nhm.ac.uk

 

Per gli appassionati di fotografia cinque mostre da non perdere. A Londra.

  1. Conflict, Time, Photography. Tate Modern, fino al 15 Marzo 2015.
Don McCullin Shell Shocked US Marine, Vietnam, Hue 1968, printed 2013 © Don McCullin
Don McCullin Shell Shocked US Marine, Vietnam, Hue 1968, printed 2013 © Don McCullin

 

Da quando è stata inventata, la fotografia è diventata il mezzo per eccellenza per documentare sia un conflitto che le sue conseguenze. Tate Modern ci regala (ancora per poco) una mostra spettacolare che documenta gli effetti della guerra su oggetti, persone e paesaggi . Il potere evocativo della fotografia è immenso. Sono fotografie scattate negli attimi immediatamente successivi ad un evento, come la foto del soldato americano in stato di shock fatta da Don McCullin durante la Guerra in Vietnam, ma anche mesi o anni dopo, come quella raffigurante l’elmetto in acciaio con un frammento di osso del cranio fuso all’interno – quanto resta di una persona dopo l’esplosione della bomba atomica- scattata da Shomei Tomatsu nel 1963, a vent’anni dai fatti di Hiroshima e Nagasaki. Una mostra potente e profonda, assolutamente da non perdere.

  1. Human Rights, Human Wrongs. The Photographers’ Gallery, fino al 6 Aprile.  ( Ne abbiamo quiì  http://www.londonita.com/mostra-diritti-umani-londra/ )
    Per la sua immediatezza e per lo straordinario impatto informativo dell’immagine, il fotogiornalismo è diventato il mezzo prediletto per testimoniare i momenti salienti nella storia umana. Per gli amanti di questo genere pertanto la mostra della Photographer’s Gallery è un must see: oltre duecento fotografie provenienti dalla collezione dell’agenzia Black Star di New York – un’incredibile testimonianza dell’importanza delle immagini nella lotta per i diritti umani. Questa mostra esplora i grandi cambiamenti politici internazionali avvenuti nel quarantennio che va dal 1945 agli anni Novanta – dalla lotta contro il razzismo ai movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, dalla Guerra del Biafra alla Primavera di Praga.
Al Vandenberg, 'High Street Kensington' from the series 'On a Good Day'
Al Vandenberg, ‘High Street Kensington’ from the series ‘On a Good Day’

 

  1. Staying Power. Victoria & Albert Museum, fino al 24 Maggio 2015
    Il risultato di un progetto durato sette anni, la mostra è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archives – una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. Abbracciando il quarantennio compreso tra il 1950 e il 1990, le opere affrontano argomenti diversi che vanno dalla moda alla musica, alla vita familiare e alle manifestazioni di protesta, gli abusi razziali e all’esperienza dell’immigrazione. Lo scopo è quello di aumentare la consapevolezza del contributo dato non solo alla cultura e alla società britannica dai suoi cittadini di colore, ma anche all’arte della fotografia. Al Vandenberg, Maxine Walker, Ingrid Pollard e Yinka Shonibare sono tra gli artisti presenti .

4. Salt and Silver: Early Photography 1840-1860. Tate Britain, fino al 7 Giugno 2015.

Jean-Baptiste Frenet, Thought to be a Mother and Son circa 1855 © Wilson Centre for Photography
Jean-Baptiste Frenet, Thought to be a Mother and Son circa 1855 © Wilson Centre for Photography

 

Questa è la prima mostra in Gran Bretagna dedicata alle stampe su carta salata – una delle prime forme di fotografia. Inventato da William Henry Fox Talbot nel 1834, questo processo che consisteva nel coprire fogli di carta con una soluzione di sale comune e nitrato d’argento che li rendenva sensibili alla luce, donava all’immagine quella particolare morbidezza che è diventata parte integrante del linguaggio visivo moderno. A causa della loro fragilità tuttavia, solo poche di queste immagini sono arrivate fino a noi. Questa mostra ci offre pertanto una rara opportunità per ammirare le incredibili nature morte, i paesaggi e i ritratti creati con questa tecnica.

  1. Wildlife Photographer of the Year 2014. Natural History Museum, fino al 30 Agosto 2015
    Il fine ultimo di un fotografo naturalista è riuscire a catturare la selvaggia bellezza della Natura e dei suoi abitanti, fermando sulla pellicola quel momento fugace che fa di una “bella” foto una foto “speciale.” Come quella in bianco e nero di Jasper Doest per esempio, affollata da centinaia di eleganti gru nell’atto di alzarsi in volo; o lo scatto del polacco Łukasz Bożycki che ha sopportato temperature polari per fotografare un pipistello in letargo in un bunker da guerra abbandonato e che è costato la vita al suo compagno d’avventure, Piotr Tomasik, morto di polmonite di lì a poco e a cui la foto è dedicata. Giunta alla sua 50esima edizione, questa mostra raccoglie cento fotografie di flora e fauna selvatica, selezionate tra le oltre 42mila partecipanti al concorso. Un imperdibile viaggio tra le meraviglie del nostro meraviglioso pianeta.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Il magico mondo di Sebastião Salgado

Quando, alla fine del 1990, durante una malattia, Sebastião Salgado (n. 1944) decise di fare ritorno in Brasile, trovò il ranch in cui era cresciuto molto cambiato: la vegetazione rigogliosa e la fauna che ricordava erano pressoché scomparse. Fu in quel momento che il fotografo decise che era tempo di passare all’azione. Con l’aiuto della moglie e collaboratrice, Lélia Wanick, hanno ripiantato quasi due milioni di alberi e hanno osservato il paesaggio rinnovarsi, e gli uccelli e gli animali ritornare. Fu allora che nacque nella sua mente l’idea di Genesis: un progetto che è allo stesso tempo una lettera d’amore al nostro pianeta “una chiamata alle armi” per difenderlo.
Una chiamata alle armi a cui il Natural History Museum ha risposto con entusiasmo. Organizzata in cinque sezioni -Planet South, Sanctuaries, Africa, Amazonia and Pantanal, e Northern Spaces – Sebastião Salgado: Genesis è uno straordinario viaggio attraverso il nostro incredibile pianeta. Un progetto durato otto anni che ha richiesto una straordinaria resistenza dall’energetico sessantanovenne e che lo ha portato attraverso 32 paesi, dagli abissi del Grand Canyon americano ai ghiacci siberiani, dai deserti africani alle profondità della foresta dell’Amazzonia – a documentare il nostro pianeta e i suoi abitanti.
Quello catturato dall’obbiettivo di Salgado é un mondo maestoso, di travolgente bellezza. E non è necessario essere fotografi di professione per apprezzare la raffinata tecnica di Salgato, intensità tonale del bianco e nero che dona alle sue immagini la consistenza cesellata di un’acquaforte, o la  sua capacità di fissare sulla pellicola un momento di eternità. Perché a differenza di Henri Cartier-Bresson, Salgato di rado cattura l’attimo fuggente, il momento decisivo.
E quando questo accade, non c’é una penna o una foglia fuori posto. Le sue sono immagini levigate, immobili, eterne: come i due gabbiani rannicchiati l’uno contro l’atro, lo sguardo perso nell’immensità.
Rispetto ai formati mastodontici dei due progetti che lo hanno preceduto, Workers e Migrations, con centinaia di immagini ciascuna da tutto il mondo, le circa 200 foto di Genesis sono di formato ridotto, quasi da cavalletto. Ma ognuna di esse vale da sola una visita alla mostra.
Londra // fino all’8 Settembre 2013
Natural History Museum
Cromwell Road
London SW7 5BD

Percorsi. Tutte le mostre fotografiche in corso a Londra

Nonostante il clima economico incerto, il dibattito sull’eurozona e i bisticci della classe politica abbiano gettato un alone di cupa austerità sulla Gran Bretagna, la stagione artistica di Londra parte alla grande. Protagonista la fotografia in tutte le sue forme, con alcuni tra i più grandi musei e gallerie che ospitano importanti retrospettive e rassegne dedicate a questo mezzo.

Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007
Ori Gersht Blow-Up: Untitled 5, 2007

Da quando fu inventata, poco meno di due secoli fa, la fotografia non ha mai smesso di far discutere. È arte o è solo uno strumento con cui documentare la realtà? La risposta della National Gallery a questo eterno dilemma è Seduced by Art: Photography Past and Present, la prima mostra ospitata nella storica galleria britannica che offre un esame approfondito del dialogo che da sempre è esistito (e continua ad esistere) tra l’arte e la fotografia d’arte. E se fotografi vittoriani come Julia Margaret Cameron e Roger Fenton imitavano la pittura quando, agli albori, esploravano le possibilità artistiche di questo nuovo mezzo, artisti contemporanei come Thomas Struth e Tacita Dean non sono da meno nel creare fotografie persino più “artistiche” dei dipinti a cui sono ispirate. Basta guardare il magnifico vaso di fiori di Ori Gersht, che si rifà all’opera di Henri Fantin-Latour: a differenza del francese, Gersht accelera la scomparsa di questa natura morta congelando la composizione floreale prima di farla esplodere, creando così qualcosa allo stesso tempo di bello e terribile.
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Se invece preferite il fotogiornalismo d’azione, quello che coglie “il momento decisivo” e racconta i grandi eventi del mondo con immediatezza e oggettività, allora non perdetevi Everything Was MovingPhotography from the 60s and 70s  al Barbican, una straordinaria rassegna che esplora due decadi – gli anni Sessanta e Settanta – che hanno visto la società cambiare in modo drammatico. Sono gli anni di Woodstock, dell’Apartheid, delle marce per i diritti civili in America, della rivoluzione culturale in Cina, del Vietnam e del ‘68. È la storia nel suo farsi, raccontata da dodici fotografi che hanno vissuto dall’interno le rivoluzioni politiche e socio-culturali di quegli anni tumultuosi. E accanto a leggende come David Goldblatt, William EgglestonBruce Davidson, ce ne sono altri meno conosciuti ma non meno significativi, come il sudafricano Ernest Cole i cui documenti fotografici delle condizioni di vita dei neri (lui stesso era di colore) durante gli anni dell’Apartheid costituiscono uno dei documenti più potenti dell’intera mostra.

Paola Cacciari © 2012
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Strane Creature (Remarkable Creatures) di Tracy Chevalier

Un libro di Tracy Chevalier, quella de La Ragazza dall’orecchino di perla, mi ha fatto improvvisamente ritornare la curiosità (mai sopita per la verità…) per la Storia Naturale, i fossili e i dinosauri. Così, sfidando la neve che ha coperto Londra (e pare, gran parte dell’Europa) io e la mia dolce metà ci siamo avventurati al Natural History Museum, in South Kensington sperando che il tempo inclemente tenesse lontane (almeno per qualche ora) le centinaia di vocianti scolaresche che affollano quotidianamente quel magnifico edificio vittoriano.

Mary Anning, 1842. Natural History Museum, London
Mary Anning, 1842. Natural History Museum, London

Ambientato a Lyme Regis sulla costa del Dorset all’inizio dell’XIX secolo, Remarkable Creatures (Strane Creature) di Tracy Chevalier, racconta dell’amicizia tra Mary Anning ed Elizabeth Philpot due donne che, diversissime per età, educazione e ceto sociale, sono unite dalla stessa passione per la ricerca e lo studio dei fossili.

Figlia di un falegname ebanista morto quando lei aveva solo undici anni, Mary diventa famosa nell’ambiente della storia naturale e della geologia non solo in Gran Bretagna, ma anche in Europa e in America.

Tuttavia, nonostante fosse l’autrice della scoperta (insieme  al fratello Joseph) dello scheletro del primo ittiosauro completo e di due plesiosauri, il fatto che fosse una donna (e di perdipiu’ di umili origini) non le consentì mai di diventare socia della Geological Society of London, cosa che non le consentì mai di partecipare al dibattito scientifico. Uh!

Drawing of the skull of Ichthyosaurus found by Joseph and Mary Anning 1814
Drawing of the skull of Ichthyosaurus found by Joseph and Mary Anning 1814

Non andò meglio alla sua contemporanea, Elizabeth Philpot. Nata a Londra nel 1780, e trasferitasi a Lyme Regis con le sorelle (zitelle, come lei) nel 1805 per non essere a carico del fratello avvocato, Elizabeth è famosa per la sua collezione fossili di pesci ora in mostra all’Oxford University Museum.

Alcune delle scoperte di Mary Anning sono in mostra permanente al Natural History Museum di Londra.

Sembra incredibile. E a volte dimentico quanta strada abbiamo fatto, noi donne dico, in fatto di evoluzione della specie. E di lotte sociali. Che con tutta la mia passione per la storia, non sono sicura mi sarebbe piaciuto nascere donna in un’altra epoca…

2011 ©Paola Cacciari