Pearly Kings and Queens Harvest Festival 2018

A Londra finito un festival ne comincia un altro. E il settembre londinese non scherza, e mentre da ieri la capitale britannica celebra, oltre al London Fashion Week Festival anche il ventesimo anniversario del mitico London Design Festival con eventi, showroom, laboratori, conferenze, mostre e installazioni sparse per tutta la città, la storica City of London celebra un’antica tradizione culturale della Capitale: il Pearly Kings and Queens Harvest Festival.

Ogni anno infatti, da circa 125 anni, la Guildhall Yard, la grande piazza antistante il magnifico edificio che ospita gli uffici amministrativi della City of London Corporation, diventa il palcoscenico per questo festival tradizionale tipicamente inglese che celebra l’abbondanza del raccolto autunnale. Con eccentrici cappelli di piume e abiti ricoperti di bottoni di perle, i Pearly Kings and Queens sono i veri protagonisti dell’evento. Con i loro abiti scuri, ricoperti di centinaia di chiarissimi bottoni di perle, sono uno spettacolo affascinante e indimenticabile. Ma non finisce qui: ci sono danze popolari come la Maypole dance (la danza attorno all’ albero della cuccagna), Morris dance (in cui gruppi di danzatori indossano campanelli alle caviglie ed eseguono passi ritmati e figure coreografiche, maneggiando bastoni bastoni e fazzoletti) e naturalmente bande musicali che, a ccompagnati da colorati calessi tirati da placidi asinelli e altrettanto placidi cavalli da tiro, sfilano per le strade della City of London fino alla Chiesa di St Mary-le-Bow, dove si tiene la tradizionale funzione religiosa di ringraziamento.

Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari
Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari

L’usanza di indossare abiti decorati da bottoni di madreperla risale al XIX secolo e si fa risalire ad Henry Croft, un orfano che lavorava come spazzino a Londra. Deciso a dedicarsi dedicarsi alla causa dei più bisognosi, Henry prese ispirazione dai “Costermongers”, un gruppo di Mercanti di frutta e verdure dell’east End di Londra che cucivano bottoni sui vestiti per potersi riconoscere e la cui parlata “in codice” fu formalizzato nel cockney, per creare un abito interamente ricoperto di bottoni di madreperla con cui sperava di attirare l’attenzione dei passanti e aiutando così la sua racconta di fondi. Ancora oggi (e indipendentemente dal festival) non è affatto insolito imbattersi in questi simpatici personaggi per le strade di Londra – una testimonianza ambulante che l’intuizione dei Henry Croft era giusta…

Londra// 16 Settembre 2018

Pearly Kings and Queens Harvest Festival, Guildhall Yard , Mansion House pearlysociety.co.uk

Per maggiori informazioni su cosa fare a Londra in Settembre vi rimando al sito del Time Out e del London Design Festival 2018

Il Carnevale di Notting Hill e altre storie

Se il nome “Notting Hill” evoca molte cose – l’omonima commedia romantica del 1999 con Hugh Grant e Julia Roberts, l’iconico mercatino di Portobello Road e, dal 2004 anche un gruppo di giovani politici del partito conservatore, il cosiddetto Notting Hill Set, a cui appartenevano lo stesso David Cameron e il Ministro del Tesoro George Osborne che all’epoca gravitavano in quest’area. Ma Notting Hill è anche e soprattutto il luogo in cui l’ultimo fine settima di Agosto ha luogo il Carnevale più famoso d’Europa, il Notting Hill Carnival.
Certo, è sconcertante pesare che quest’area, oggi così gentrificata e terribilmente costosa, sia stata nel 1958 teatro di violenti scontri razziali tra bande di giovani bianchi della working-class (il nucleo principale che formava la comunità del quartiere) e gli immigrati caraibici che erano arrivati in Gran Bretagna alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dalla volontà di gettare un ponte tra le comunità e celebrarne al tempo stesso la cultura e la diversità, nacque nel 1959 con il grande carnevale da cui ebbe origine il Notting Hill Carnival che conosciamo oggi. E che, a cinquan’anni dalla sua prima edizione, nel 1964, costituisce uno degli appuntamenti da non mancare del calendario londinese.
Per tre giorni le (altrimenti) tranquille strade tra Westbourne Grove e Notting Hill sono chiuse al traffico per essere invase da una folla colorata e multietnica che danza al ritmo di Salsa, Reggae e Calypso. E se il Sabato è dedicato alla gara di percussioni e la domenica al carnevale dei bambini con una sfilata più breve e la premiazione dei costumi più belli, il lunedì è il giorno in cui il Carnevale raggiunge il sui culmine con la grande sfilata conclusiva. Ma lungi dal finire quando i carri lasciano le strade, la musica e l’atmosfera festaiola continuano con i numerosi after party del Carnevale. Non perdete le bancarelle che vendodno quella delizia caraibica che è il Jamaican Jerk Chicken, il pollo fritto piccante tipicamente giamaicano. E naturalmente, rum e birra a volontà!
Per maggiori informazioni guardate qui: thenottinghillcarnival.com

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Ancora musica, ma stavolta decisamente più moderna nel grande Meltdown Festival che si tiene al Sud del Tamigi, al Southbank Centre. Rinomato per il suo mix di arte, musica e letteratura e per la partecipazione di vecchi e nuovi artisti cutting-edge, il festival è ogni anno affidato alla cura di un genio diverso. Basti pensare che le precedenti edizioni hanno visto personaggi come Patty Smith, Elvis Costello, Nick Cave, David Bowie e Yoko Ono al timone di questo straordinario evento. Quest’anno è il turno di David Byrne, ex-frontman dei mitici Talking Heads che, oltre ad assere il grande musicista che tutti conosciamo, è anche scrittore, artista e regista.

Dal 17 al 30 Agosto, southbankcentre.co.uk

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Per chi ama la folla, ma invece preferisce quella di tipo culturale e non si fa scoraggiare dalle file chilometriche alla biglietteria e le venti sterline del biglietto d’ingresso, l’apertura annuale delle diciannove State Rooms di Buckingham Palace è un’occasione da non perdere. Si tratta delle sale utilizzate dalla Regina e dagli appartenenti alla Famiglia Reale per ricevere e intrattenere gli ospiti durante visite di stato, le cerimonie e gli eventi ufficiali e che, quando la Regina Elisabetta è in vacanza in Scozia, sono aperte ai visitatori. L’impatto è davvero mozzafiato che Buckingham Palace non è un palazzo, ma un attacco ai sensi – tanto che quando sono andata ho dovuto spegnere l’audioguida (inclusa nel prezzo del biglietto) perché il mio cervellino era andato in overdrive e non riusciva a difendersi dal bombardamento di suoni, colori, immagini, forme, statue, dipinti pietre preziose (etc, etc etc…)! Al termine del tour ci si puLa mostra A Royal Welcome è inclusa nel biglietto d’ingresso. Dal 25 Luglio al 27 Settembre, royalcollection.org.uk

Gli appuntamenti dell’estate londinese

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come Wimbledon e la pioggia. Sto parlando della Summer Exhibition, l’evento più amato, criticato, atteso e discusso dell’estate londinese e che non manca ad un appuntamento con il calendario britannico dal 1769. E ogni anno da 246 anni una collezione di umanità varia ed eventuale composta da artisti (affermati o aspiranti), critici d’arte, giornalisti, collezionisti e semplici curiosi (come la sottoscritta) continua ad accorrere a frotte per toccare con mano (metaforicamente s’intende…) il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica. E in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable, i due giganti del paesaggio britannico, si erano trovati con le loro tele appese l’una accanto all’altra a fare confronti su quale delle due era la più bella. Se i due non si detestavano già (e pare che non lo facessero…), quello fu il momento in cui iniziarono.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts
Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione un paio di secoli fa (almeno non solo), quanto nella sua formula – che rende la Sumer Exhibition un’esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare le celebrità del futuro. Uno dei principi dei fondatori della Royal Academy of Arts infatti era quello di ‘montare una mostra annuale aperta a tutti gli artisti di merito.’ Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale Michael Craig-Martin (famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e Damien Hirst) che insieme al suo comitato ha selezionato con cura gli artisti partecipanti tra gli oltre 12.000 candidati. Fino al 16 Agosto 2015. royalacademy.org.uk

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Ma l’estate a Londra non sarebbe tale senza Wimbledon, il torneo più antico e prestigioso del tennis e che si tiene tra giugno e luglio nel quartiere omonimo, al Sud-Ovest della Capitale. Certo, quando nel 1878 Spencer Gore vinse il titolo probabilmente non aveva idea che avrebbe dato origine ad una delle più grandi tradizioni britanniche. E d’altronde perché avrebbe dovuto? Che con i suoi 22 partecipanti (rigorosamente uomini) e una manciata di spettatori, quell’embrione di torneo non si sarebbe davvero potuto considerare un successo, almeno non per gli standard moderni. Come si sbagliava! Al giorno d’oggi Wimbledon è il terzo dei tornei del Grand Slam in ordine cronologico annuale. Inizia sei settimane prima del primo lunedì di Agosto ed è preceduto dall’Australian Open e dagli Open di Francia, e seguito dagli US Open. I suoi colori ufficiali sono il verde e il viola e come ad Ascot, anche per il torneo di Wimbledon esiste uno stretto dress code che vuole che giocatorie giocatrici vestano rigorosamente di bianco – anche se negli ultimi anni sempre più partecipanti sembrano infrangerlo. E basta capitare in terra angla tra Giugno e Luglio per assistere ad una vere e propria Wimbledon craze con file chilometriche e tendopoli equiparabili solo a quelle presenti al Festival di Glastonbury fuori dai campi da tennis. E chi non è riuscito ad assicurarsi uno dei preziosissimi biglietti per assistere alle parteite, è attaccato al televisore ad ogni ora consentita dalla vita moderna (lavoro, pendolarismo, famiglia) mangiando fragole e bevendo Pimms. E questo da solo basta a fare di Wimbledon uno degli eventi dell’estate. Pioggia permettendo. Dal 29 Giugno al 12 Luglio. wimbledon.com

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Royal Albert Hall by Paola Cacciari

Per un’appassionata (quanto squattrinata) amante della musica classica quale sono, l’arrivo dell’Estate a Londra significa una cosa sola: l’inizio dei Proms. I Proms (Promenade Concerts) non solo sono uno degli eventi da non perdere dell’estate londinese, ma sono anche il festival di musica classica più grande del mondo. Nell’arco di otto settimane, la Royal Albert Hall, la straordinaria sala da concerti di epoca vittoriana che dal 1895 ospita questo evento, diventa il palco su cui le migliori orchestre internazionali condotte da direttori d’orchestra (o semidei se chiedete a me) come Antonio Pappano e Daniel Barenboim, rinomati solisti e compositori contemporanei si esibiscono in opere nuove e grandi classici. E il tutto a partire da sole 5 sterline! La dichiarazione d’intenti era semplice e resta la stessa anche oggi: provvedere musica classica di prima qualità in modo ugualitario e ad un prezzo abbordabile. E se questo da solo non bastasse (e vi assicuro che per me è più che sufficiente) è l’atmosfera rilassata e festaiola che fa dei Proms un evento unico nel suo genere – un po’ come il Glastonbury della musica classica. I posti della platea sono rimossi e la grande arena diventa standing room only, in cui i “Promenaders” (il popolo dei Proms) si ammassa per ascoltare il meglio del meglio (e a volte del peggio) della classica: dalla musica barocca italiana alle nuove creazioni di compositori emergenti, da concerti di jazz alla musica Indiana e contemporanea. Armatevi di programma, sandwiches e scarpe commode. E buon divertimento! Dal 17 Luglio al 12 Settembre 2015. Per il programma dettagliato guardate BBC proms 2015.

pubblicato su No Borders Magazine

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da battere. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House
Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London
‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House
View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots
The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine

Le delizie dei Royal Parks (e non solo)

Una delle cose che adoro di Londra sono i parchi. Per essere una metropoli con una decina di milioni di abitanti, la Capitale è infatti sorprendentemente verde. Ma ci sono parchi e parchi. Ci sono i parchi normali e ci sono i Royal Parks, che sono le Ferrari della situazione.

Belli, eleganti, tenuti a regola d’arte nonostante la gente ne faccia ampio uso (non si vede quasi mai il cartello “Non calpestare l’erba”… ) i Royal Parks sono una vera e propria opera d’arte. Aperti al pubblico nel 1851, appartengono ancora ancora a tutti gli effetti alla Regina (da qui l’aggettivo Royal). A Londra ce ne sono otto: Green Park, St James’s Park e Regent’s Park, la più grande area verde nel centro della città; Hyde park e Kensington Gardens che da soli occupano un’area grande come il Central Park di New York; Greenwich Park (74 ettari) a Sud-Est del Tamigi, che ospita oltre al National Marittime Museum, l’Osservatorio e il Meridiano di Greenwich; ad Ovest, uscendo dalla città, si incontrano i 955 ettari di Richmond Park (con tanto di 630 tra daini e cervi) e i 445 ettari di Bushy Park, vicino ad Hampton Court. E non dimentichiamo Kew Gardens, gli splendidi Giardini Botanici Reali, un magnifico complesso di serre e giardini che si trovano tra Richmond upon Thames e Kew, a circa 10 km a sud-ovest di Londra. Qui si trova anche il delizioso Kew Palace (l’ingresso al palazzo è incluso nel prezzo del biglietto), piccolo per gli standard dell’epoca era piú una casa che un palazzo reale, ma che proprio per questo era la residenza prediletta del re Giorgio III e della regina Charlotte. kew.org

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Kew Palace, Kew Gardens. London. 2015©Paola Cacciari

Ma Kew non è l’unico orto botanico di Londra. Il Chelsea Physic Garden è un luogo davvero affascinante, oltre ad essere un centro di studio con le sue oltre 7000 varieta di piante esotiche e non. Fondato nel 1673 per coltivare le piante medicinali a scopo di studio, non è il più antico giardino botanico del mondo (quelli di Pisa e Oxford sono più antichi), ma è certo uno dei più celebri. chelseaphysicgarden.co.uk

Se oltre ad ammirarli i fiori invece volete anche comprali, allora non perdete quella vera e propria istituzione britannica che è il RHS Chelsea Flower Show che si tiene pressoché ininterrottamente (guerre mondiali escluse) da 102 anni. Una delle più antiche e frequentate esposizioni floreali al mondo che attrae ogni anno oltre centocinquantamila visitatori e 550 espositori, il RHS Chelsea Flower Show è organizzato annualmente dalla Royal Horticultural Society e si tiene al Royal Hospital Chelsea , il magnifico edificio costruito nel 1681 da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral). Quest’anno si tiene tra il 19 e il 23 Maggio. rhs.org.uk

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Ma se soffrite di allergia al polline e i fiori preferite vederli solo da lontano, allora immergetevi nei giardini dipinti di Painting Paradise: The Art of the Garden alla  di Buckingham Palace, una bellissima mostra che traccia l’evoluzione del giardino dal XVI al XX secolo e che include una carrellata di delizie pittoriche che non richiedono una laurea in botanica (o ecologia vegetale come pare chiamarsi adesso) per essere apprezzate. Dai manoscritti persiani ai ritratti miniati di Isaac Oliver, passando dall’immancabile Leonardo, l’autore di alcune tra le più significative immagini di piante. Naturalmente re e regine e aristocratici hanno sempre avuto grande influenza nel decidere lo stile dei loro giardini, se non altro perché erano gli unici che potevano permettersi di farlo. Basta pensare che dalla rivalità (vera o presunta) tra Guglielmo III d’Orange e il suo contemporaneo Luigi XIV, naquero due dei più grandi e giardini reali mai creati: Hampton Court e Versailles. Fino all’11 Ottobre. royalcollection.org.uk/

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Hampton Court, London. 2012 ©Paola Cacciari

2015 © Paola Cacciari

Pubblicato su No Borders Magazine

 

Buon compleanno Hampton Court!

Mese ricco mi ci ficco. Ok, il proverbio non diceva proprio così ma ci siamo capiti. Che l’Aprile londinese è un mese davvero ricco in fatto di cose da fare tra mostre eventi e celebrazioni. A cominciare da quelle che si terranno ad Hampton Court in occasione del suo 500esimo compleanno. Costruito nel 1515 da Thomas Wosley (1473-1530) arcivescovo cattolico di York e Lord Cancelliere, famosamente caduto in disgrazia presso Enrico VIII per non essere riuscito a convincere il Papa a concedergli il divorzio da Caterina D’Aragona per sposare Anna Bolena, il palazzo fu opportunamente requisito da Enrico nel 1529 che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi. Ma non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor e Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri.

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Hampton Court 2012©Nebbiadilondra

Per me che sono appassionata di storia del cibo, le cucine sono l’attrazione maggiore e durante le celebrazioni pasquali, cuochi veri saranno al lavoro per preparare cibo e carni allo spiedo usando lo stesso sistema e gli stessi utensili di 500 anni fa. È davvero incredibile pensare che qui due volte al giorno si preparavano i pasti per per oltre 600 persone, e senza l’ausilio dei gadgets moderni! Ora, nei locali che un tempo ospitavano le cucine di Elisabetta I, un delizioso caffè offre ai turisti affamati sandwiches di arrosto di maiale ispirati a quelli serviti alla mensa dei Tudor. Per chi desidera un assaggio (non solo metaforico) di una mensa rinascimentale.

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Hampton Court 2012©Nebbiadilondra

Parlando di Shakespeare, in concomintanza con il compleanno del Bardo (che, visto che non si sa di preciso quando cada, è celebrato il 23 Aprile, giorno di San Giorgio, il santo patrono d’Inghilterra) parte anche la stagione teatrale del Globe Theatre. Distrutto nel 1644, il teatro all’aperto di forma circolare sulle rive del Tamigi, la famosa wooden “O” di Shakespeare, fu ricostruito nel 1997 per volere dell’attore e regista statunitense Sam Wanamaker a poca distanza dal sito originale utilizzando, per quanto possibile, materiali edilizi di un tempo come il legno di quercia e la paglia per il tetto, mai più utilizzata a Londra dopo l’incendio del 1666. Qui per soli £5 (il prezzo di una pinta di birra in un pub del centro e meno di un pacchetto di sigarette…) potrete assicurarvi un posto in piedi in platea, tra i groundlings, e provare l’ebbrezza del vero teatro elisabettiano.

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Globe Theatre, London. 2014©Nebbiadilondra

Al tempo di Shakespeare, infatti, per la modica somma di un centesimo, chi non poteva permettersi un posto a sedere su uno dei tre livelli del teatro poteva stare nello yard, il cortile posto sotto il palco e guardare da lì lo spettacolo. Preparatevi a stare scomodi, che non ci si può sedere se non durante l’intervallo e non sono ammessi gli ombrelli in caso di pioggia, ma solo impermeabili, ma è un’esperienza assolutamente elettrizzante e coinvolgente che, come ai concerti rock, durante le rappresentazioni teatrali (spesso in costumi elisabettiani) gli attori interagiscono con i groundlings come accadeva nel XVII secolo. E alla fine dello spettacolo potrete ristorarvi e recuperare le forze con una sosta al vicino Anchor pub, costruito (o ricostruito – su questo pare che le guide non riescano a mettersi d’accordo…) nel 1676 e che si dice fosse frequentato dagli attori dei teatri vicini, come il Globe, lo Swan e The Rose – e forse anche dallo stesso Shakespeare. Vero o no, cheers! Per la stagione del Globe guardate qui: www.shakespearesglobe.com/

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Paola Cacciari

Pubblicato su No Borders Magazine