La pittura senza tempo di Edward Burne-Jones

La mia preferita tra le opere esposte alla Tate Britan nella mostra dedicata al Preraffaellita Edward Burne-Jones (1833-1898), ironicamente appartiene al “mio” Victoria and Albert Museum. Raffigura uno sfinito Edward “Ned” (non ancora baronetto o, come si dice qui, “Sir”) accasciato su una sedia, stremato dall’energica lettura di una poesia da parte del suo altrettanto energico amico, compare e socio, William Morris (1834-1896).

William Morris reading poetry to Burne-Jones, 1861. Victoria and Albert Museum

È una scenetta buffissima quanto insolita, soprattutto se si pensa che è stata disegnata dallo stesso Burne-Jones. Le differenze con i soggetti delle sue altre opere che lo hanno reso famoso non potrebbero essere più marcate: un chiarissimo esempio di come per tutta la vita l’artista  sia riuscito a dipingere soggetti amati dal pubblico, conservando gelosamente per se’ e per gli amici il proprio mondo. E, aggiungerei, anche il suo senso dell’umorismo. Che a guardare i corpi statuari e i visi cerei dagli occhi fissi nel vuoto dei suoi soggetti, l’aggettivo “spassoso” non è certo uno immediatamente associabile con Burne-Jones …

 Obsessively detailed … Laus Veneris, 1873-78. Photograph: Laing Art Gallery (Tyne & Wear Archives & Museums)
Obsessively detailed … Laus Veneris, 1873-78. Photograph: Laing Art Gallery (Tyne & Wear Archives & Museums)

Nato a Birmingham nel 1833, Burne-Jones   odia praticamente fin dalla nascita la periferia industriale in cui cresce, il che lo spinge in modo quasi automatico verso la cerchia dei preraffaelliti con le loro idealizzate idee del passato medioevale. Ad Oxford, dove studia teologia (cos’altro verrebbe dia chiedersi…) incontra Morris;  i due diventano amici. Nella città universitaria i due vengono a contatto con il pensiero di John Ruskin che, supponente e puritano qual’era, era tuttavia il più grande esponente della critica d’arte dell’epoca e, tramite Ruskin, con l’opera del suo protetto, Dante Gabiel Rossetti che, sebbene invecchiato non aveva perso nulla del suo fascino. Sedotti dal carisma del fondatore dei Preraffaelliti, Morris e Burne-Jones decidono di dedicarsi all’arte entrando a far parte della confraternita dei Preraffaelliti.

Photograph of Edward Burne-Jones (left) and William Morris (right) at the Grange in 1874. Photograph: National Portrait Gallery in London
Photograph of Edward Burne-Jones (left) and William Morris (right) at the Grange in 1874. Photograph: National Portrait Gallery in London

E mentre oltremanica Monet e i suoi campari impressionisti stavano proiettano l’arte nel futuro, Burne-Jones   si impegna a tenerla fermamente nel passato. Che al contrario degli altri Preraffaelliti Holman Hunt, Millais e dello stesso Rossetti, che periodicamente si permettono una sbirciatina nella società vittoriana in cui si trovano a vivere, Burne-Jones  per tutta la sua carriera non permise mai neanche ad un lampione di fare capolino nel rarefatto classicismo delle sue tele. Anche se devo dire che nonostante il classicismo michelangiolesco delle sue figure togate, la loro linea sinuosa e il decorativismo di certe sue opere (come i pannelli della serie di Perseo) lo tradisce per quello che è: un abitante della fine del secolo, soggetto come tale alle influenze dell’Art Nouveau e della Secessione Viennese.

The Death of Medusa (I), 1881-2 Southampton City Art Gallery
The Death of Medusa (I), 1881-2 Southampton City Art Gallery

Che se i preraffaelliti erano nati dal comeune amore per il Medioevo, per l’arte prima di Raffaello, Burne-Jones eleva questo amore all’enesima potenza prendendo in prestito da varie epoche ciò che gli occorreva, lasciando altri aspetti che non trovava interessanti – una atteggiamento tipicamente vittoriano. Il suo è un mondo popolato da figure michelangiolesche, avvolte da toghe classiche, su cui troneggiano volti impassibili (che il nostro eroe non era famoso, diciamocelo, per la sua espressività, ne voleva esserlo…) che si muovono tra prati fioriti più simili a quelli degli arazzi fiamminghi che a veri prati. Che infondo Burne-Jones era prima di tutto un decoratore, un artigiano prima ancora che pittore, avendo iniziato la sua carriera artiostica creando vetrate, arazzi, libri, mobili e piastrelle per la premiata ditta Morris & C. Per lui non esisteva differenza tra pittura e arti decorative, tra le arti maggiori e le cosidette arti minori adattando le sue idee ai materiali diversi con cui lavora. E per gran parte della sua vita proprio le entrate provenienti dalla Morris & C gli forniranno il denaro necessario per dedicarsi alla pittura.

Tapestry Adoration of the Magi. Photograph: Edward Burne-Jones/private collection
Tapestry Adoration of the Magi. Photograph: Edward Burne-Jones/private collection

Neanche a dirlo, i vittoriani amavano il suo melodramma, ragion per cui che tante delle sue opere si trovano sparsi in moltissimi musei britannici, da un capo all’altro dell’isola, comprati da banchieri, filantropi, ma anche dalle giunte comunali e da chiunque se ne potesse permettere una. La moglie Georgiana, oltre a sopportare i suoi numerosi tradimenti e ripetute infatuazioni che Burne-Jones sembrava innamorarsi in continuazione di donne che non erano sua moglie, ha posato per lui in molte occasioni. Mai tuttavia quanto langlo-greca Maria Zambaco, con cui il pittore ebbe un’intensa relazione tra il 1866 e il 1869 e per cui tentò persino di lasciare la moglie, ma lo scandalo che ne seguì lo fece desistere (anche se il viso di Maria continuò ad apparire nei dipinti di Burne-Jones nei panni di una maga o una tentatrice). E visto che, a guardarci bene, la fisionomia di Georgiana e quella delle altre modelle, sembra quasi indistinguibile, mi viene da pensare che per l’artista anche nella vita le sue donne fossero un po’ interscambiabili.

 The Beguiling of Merlin, 1872–7 by Edward Burne-Jones. Photograph: National Museums Liverpool, Lady Lever Art Gallery
The Beguiling of Merlin, 1872–7 by Edward Burne-Jones. Photograph: National Museums Liverpool, Lady Lever Art Gallery

Ancora più straordinaria, la serie The Legend of Briar Rose, creati dall’artista tra il 1874 e il 1890, illustrano una storia dei fratelli Grimm, in cui l’eroe scopre un regno i cui abitanti sono tutti immersi in un sonno incantato – una perfetta metafora per l’arte di Burne-Jones. Circondato da dipinti di sognatori sdraiati tra le braccia di Morfeo, lasciando che il tuo sguardo si sovrapponga ai modelli intrecciati di figure addormentate e fogliame avvolgente, potresti sentirti in uno stato di quasi sonnambulismo. Non sorprende che Burne-Jones abbia subito un’enorme ondata di popolarità nell’era della psicadelia: questa mostra è un viaggio – in tutti i sensi… Ma devo dire che se trascorrerci un paio d’ore è stato esteticamente molto gratificante, non vorrei viverci nel mondo di Burne-Jones. Preferisco Chalie Brown.  

Londra// fino al 24 Febbraio 2019

Edward Burne-Jones, Pre-raphaelite visionary @ Tate Britain

tate.org.uk

Il castello gotico di Jimmy Page

Nascosta tra il verde dell’elegante quartiere di Kensington, nella zona Ovest di Londra c’è una casa che mi ha sempre affascinato. Sembra un mini-castello, costruito in mattoni rossi, con tanto di torre rotonda sormontata da un tetto appuntito, un elaborato portale e magnifiche vetrate colorate. Quando ci sono passata davanti per la prima volta quasi vent’anni fa, in rotta per la mia prima visita a Leighton House, non avevo idea di chi ci vivesse. Ho estratto la mia macchina fotografica per fare una foto, e mentre puntavo l’obbiettivo un giovane che passava di lì si è fermato e con una punta di orgoglio nella voce, mi ha detto: “Quella è la casa di Jimmy Page, il chitarrista dei Led Zeppelin.” E se n’è andato con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, lasciandomi sbalordita, la macchina fotografica a mezz’aria. Da allora sono passate molte altre volte davanti a quella casa e non solo nella (fin’ora vana) speranza di intravedere il mitico Jimmy, ma perchè mi affascina.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

La “casa” fu progettata dall’architetto vittoriano William Burges tra il 1875 e il 1881, nello stile gotico francese del XIII secolo. Burges aveva viaggiato molto ed era tanto meticoloso nella ricerca e nei dettagli, quanto intransigente nell’uso dei materiali. Come molti in quel periodo, anche lui era ossessionato dal Medioevo ed era un abile orafo e designer prima di diventare architetto. Tra i suoi amici troviamo artisti e scultori membri dell’Estetismo e della Confraternita dei Preraffaelliti come il suddetto Lord Frederic Leighton, Dante Gabriel RossettiEdward Coley Burne-Jones etc; era socievole, cronicamente miope e persino i suoi migliori amici lo descrivevano come brutto. Aveva un certo senso dell’umorismo e non era assolutamente un architetto a buon mercato. E tutto quello che appreso e amato nel corso della sua carriera artistica è stato distillato in questa casa-torre. Perché questa sarebbe stata la sua casa.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

Ma come spesso accade, la vita è un po’ bastarda e Burgess non ebbe tempo di godersi la sua casa che morì tre anni dopo essersi trasferito, a soli 53 anni. Morì nel suo letto rosso nella Sala delle Sirene. Perchè qui nella Tower House tutte stanze principali hanno un tema (Tempo, Amore, Letteratura etc) e raccontano una storia e hanno vetrate colorate, elaborati intagli, affreschi, fregi. Insomma, ogni superficie decorabileè stata utilizzata e decorata – ovviamente utilizzando i migliori materiali. Persino i comignoli sono scolpiti con figure tridimensionali: quello in biblioteca raffigura i Principi di parola nella pietra di Caen. Al primo piano, sotto fregi dipinti con motivi marini e un soffitto di stelle dorate tempestate di specchi convessi.

Inside story: Page in the drawing room where William Burges, who designed the house, entertained his arty friends in the 1870s. Photograph: Alex Telfer for the Observer

Page aveva 28 anni quando compro’ la Tower House dall’attore Richard Harris; ora ne ha 74 di anni e continua a prendersene cura come di un bambino delicato. E delicati gli interni lo sono davvero tanto che, per evitare le vibrazioni, Page suona sempre solo la chitarra acustica in casa, non organizza feste o ricevimenti lì e non ha la televisione. E’ persino riuscito a ricomprare l’armadio dipinto che un tempo si trovava accanto al letto di Burges, e l’ha rimesso nel punto esatto voluto dall’architetto.

Ma da quando Robbie Williams si è trasferito nel villone accanto non c’è pace per il nostro Jimmy. L’ex Take That infatti vuole scavare un grande seminterrato sotto casa sua (i cosiddetti basements flats) che arriverà ad essere pericolosamente vicino alla Tower House. Page, preoccupato da fatto che i lavori di costruzione del vicino posasano danneggiare irrimediabilmente gli interni unici e insostituibili della casa, ha fatto ricorso.Che dire? Spero che vinca!!! 🙂

2018 © Paola Cacciari

Il Giugno Fiammeggiante di Lord Leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)
Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)
Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce
Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

Dipingere con la luce: i Preraffaelliti e la fotografia

Il periodo compreso tra la grande arte di J. M. W. Turner e John Constable e quella dei “cattivi ragazzi” dell’epoca vittoriana, i Preraffaelliti, non si può certo considerare uno dei momenti più innovativi dell’arte britannica. L’ascesa della classe media benestante che caratterizza il regno della Regina Vittoria (1837–1901) aveva cambiato il mercato dell’arte, e la generazione cresciuta in quell’epoca industriale voleva un’arte che riflettesse il loro mondo. Un mondo che pittori come William Murleady, William Powell Frith (quello di Darby Day) ed Edwin Landseer (1802–1873) provvedono opportunamente a riprodurre, rifornendo le case della middle-class britannica di interni borghesi, animali, scene rurali e di genere.

 William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate
William Powell Frith, The Derby Day (1856–8) Tate

Ma tutto cambia con l’avvento della fotografia. Nata nel 1839 grazie al genio di Henry Fox-Talbot che inventa la fotografia su carta salata, questa arte porta una ventata di aria fresca nello stagnante panorama artistico vittoriano. E qui ha inizio Painting with Light, la mostra di Tate Britain, un’affascinante racconto di un periodo incredibilmente creativo, che vede artisti e fotografi impegnati quasi simultaneamente ad esplorare nelle loro opere questioni di movimento, luce e composizione.

Ma è possibile dipingere con la luce? Certo che lo è, ce lo insegnano gli impressionisti e i Macchiaioli nostrani, le cui tele sembrano essere state dipinte con il sole accecante dell’Estate mediterranea. Ma questa della Tate è un altro di un altro tipo tipo di luce, quella irradiata della scienza e dal progresso. Una luce che invita l’arte ad essere oggettiva.

Ma questa felice collaborazione tra pittura e fotografia non sarebbe  mai avvenuta senza due gentiluomini scozzesi dai nomi oscuri, David Octavious Hill e Robert Adamson.  Stabilitisi ad Edimburgo nel 1843, allora sede di una progressiva comunità di scienziati, artisti e scrittori, i due aprono uno studio fotografico che produsse non meno di 2000 fotografie e in soli quattro anni (una quantità davvero impressionante per quei tempi) e un mastodontico dipinto che non sarebbe mai esistito senza la fotografia, il Disruption Portrat. Tale dipinto prevedeva il ritratto individuale di tutti i 457 partecipanti alla storica assemblea che nel 1843 diede vita alla Free Church of Scotland. David Octavius Hill, che era presente all’assemblea, decise di immortalare la scena servendosi della nuova invenzione della fotografia per ottenere ritratti di tutti i ministri presenti. Il dipinto richiese vent’anni per essere completato, ma fu un successone anche se David Octavious Hill e Robert Adamson furono opportunamente dimenticati.

The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )
The Woodman’s Daughter, by John Everett Millais (Guildhall Art Gallery, City of London )

Influenzati dal grande  John Ruskin, il famoso critico d’arte che riportò in auge le fortune di un Turner sul viale del tramonto (e diventato ‘infamosamente’ famoso per lo scandalo dell’annullamento del suo matrimonio mai consumato con la frizzante Effie Gray, che lo lascia per l’aitante Millais) e ispirati dall’arte e dalla cultura medioevali e guidati dalla fede nel carattere spirituale del proprio lavoro, i Preraffaelliti crearono opere affascinanti e sorprendentemente originali. Fedeli al mantra di Ruskin che li esortava a “non respingere niente e non selezionare niente”, ma ad “andare incontro alla natura” John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman-Hunt adottano un approccio fotografico verso la realtà. Nei loro quadri elementi fino ad allora tralasciati assumono una nuova, vitale, importanza.

Già dalla meta del XIX secolo la collaborazione tra pittura e fotografia è tale da spingere i preraffaelliti ad uscire dai loro studi per esaminare la natura con un’attenzione mai vista dai tempi di Constable – che fu tra i primi a dipingere all’aperto. E basta guardare le tele di Millais o Holman-Hunt per capire di cosa sto parlando: ogni filo d’erba, ogni fiore, ogni foglia è dipinto con esattezza fotografica. Le loro tele rasentano l’esplosione di megapixel offerta dalle moderne  single-lens reflex.

The Parting of Lancelot and Guinevere by Julia Margaret Cameron. Credit The Metropolitan Museum of Art

 

Mentre gli artisti cercano di emulare l’esattezza delle fotografie, i fotografi cercano di riprodurre nelle loro immagini la qualità amosferica della grande pittura di storia o dei paesaggi.  Molti fotografi d’altro canto, che avevano studiato per diventare pittori prima di essere catturati dalla macchina fotografica, creano fotografie che cercano di imitare le qualità atmosferiche della pittura, mentre utilizzano le fotografie come studi preparatori invece del disegno. Mai come nella prima metà del XIX secolo il dialogo tra arte e fotografia fu così aperto e fruttuoso.

Dante Gabriel Rossetti, Proserpine 1874 Tate

 

Ma nella seconda metà del XIX secolo tutta questa positivistica chiarezza scientifica diventa troppa e alcuni artisti cominciano ad allontanare se stesi e la loro arte dalla chiarezza senza pietà offerta dalla fotografia per andare alla ricerca della belle fine a se stessa.

Entri Julia Margaret Cameron, la donna che rese la fotografi quanto di più simile ad un dipinto e il cui caratteristico utilizzo dell’effetto flou e  dell’uso quasi caravaggesco della luce, resero le sue immagini simili ad apparizioni. Non sorprende che la Cameron godesse dell’amicizia di altri famosi Preraffaelliti, G.F. Watts e Dante Gabriel Rossetti. I tre erano amici, oltre che stretti collaboratori e a loro è dedicata una serie di ritratti che i tre artisti hanno fatto gli uni degli altri, oltre a quelli  delle loro muse e modelle, Elizabeth Siddal e Jane Morris.

Che la fotografia fosse uno strumento prezioso come base e promemoria di futuri dipinti gli artisti lo sapevano bene. Ma in certi casi poteva addirittura diventare IL dipinto, come nel caso di John Atkinson Grimshaw che divenne famoso per le sue vedute notturne del porto di Liverpool e delle strade di Londra che fecero esclamare a James Abbott McNeill Whistler “Mi consideravo l’inventore di Nocturnes fino a quando ho visto le immagini illuminate dalla luna di Grimmy”. Il fatto che “Grimmy” a differenza di Whistler era un pittore di quantità più che di qualità, e il dipingere sulla fotografia gli faceva risparmiare tempo permettendogli di guadagnare il necessario per mantenersi. È davvero il caso di dire che il bisogno aguzza l’ingegno. E il pennello! 😉

2016 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 25 Settembre 2016

Painting with Light.

Tate Britain

Botticelli reinventato al Victoria and Albert Museum di Londra

Venus Sandro Botticelli 1490s Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz Photo Volker-H. Schneider
Venus by Sandro Botticelli (1490s) Gemäldegalerie Staatliche Museen zu Berlin Preußischer Kulturbesitz. Photo Volker-H. Schneider

In inglese si chiamerebbe ‘little barrel’, ma per qualche strano motivo il nome gli si addice, che c’è una certa rotonda musicalità di sapore quasi dickensiano (Little Dorrit?) che suggerisce la linea sinuosa delle sue figure. Così come il titolo Botticelli Reimagined si addice a questa mostra del V&A che esplora la riscoperta e reinvenzione di questo grande maestro del primo Rinascimento italiano.

Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo e durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Questo non gli impedì tuttavia di essere praticamente dimenticato dopo la sua morte. Fino a quando, a metà dell’Ottocento, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni che lo rispolverarono dall’oblio in cui i post-raffaelliti (scusatemi il neologismo lo mettiamo con petaloso??) lo avevano relegato. E questa, insieme alla sezione dedicate alle opere di Botticelli (quelle VERE) è la parte della mostra che mi piace di più.

Quando studiavo storia dell’arte alle superiori e all’università non avevo mai realizzato in pieno la portata dell’effetto che le dame sognanti del nostro fiorentino ebbero su intere generazioni di pittori e artisti moderni e post-moderni. Anche se (e non intendo essere blasfema…) non riesco a capacitarmi del come la sua linea grafica e arricciolata, la relativa piattezza delle sue figure e con la loro eterea bellezza possano avere ispirato tanta passione terrena, non solo nelle veneri dalle rosse criniere e labbra carnose di Rossetti e compagni, ma anche nelle generazioni successive. Basta varcare la soglia della mostra per trovarsi catapultato in un universo psicadelico abitato dalle creazioni di artisti come Andy Warhol, musicisti come Lady Gaga, stilisti come Dolce e Gabbana. Non mancano anche gli omaggi cinematografici, il più famoso dei quali appartiene al film di 007 Dr No, con Ursula Andress nei panni di Honeychile Rider (descritta nel libro di Ian Fleming come “Botticelli’s Venus seen from behind”) che esce dal mare in bikini bianco con tanto di conchiglia. Non so quanto quanti degli ammiratori di James Bond abbiano colto la referenza alla Venere pittorica degli Uffizi, ma è indubbiamente un insolito incontro tra cinema popolare e alta cultura…

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate
The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © Tate

È solo nell’ultima sala che Botticelli ci appare in tutta la sua delicata bellezza, anche se chi si aspetta i capolavori che hanno ispirato tante opere della prima parte della mostra, resterà deluso che la Nascita di Venere e la Primavera lasciano gli Uffizi tanto spesso quanto la Monna Lisa lascia il Louvre, cioè mai (l’ultima volta pare sia stata negli anni Trenta quando un Mussolini ansioso di accrescere la sua popolarità in Gran Bretagna acconsentì al prestito). Manca anche uno dei miei preferiti, La Calunnia, così come non c’è traccia del mio adorato Valentino (non so il vero nome, così l’ho inventato…) che abita le pareti della National Gallery, anche se c’è un altro ritratto maschile quasi altrettanto bello. E comunque devo ammettere che gli eleganti ritratti di profilo della bellissima Simometta Vespucci colmano assai bene il vuoto lasciato dall’assenza di altre opere piu’ famose.

Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London
Installation view of Botticelli Reimagined. Victoria and Albert Museum, London

Ma da brava laureata in Lettere, i miei preferiti sono i disegni che illustrano la Divina Commedia, in particolare l’Inferno, da sempre il mio preferito dei tre libri. Realizzati attorno al 1490 per volere di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici che affidò al nostro firentino il compito di illustrare il poema dantesco copiato su pergamena da Nicolaus Mangona, i disegni sono un’affascinante testimonianza del continuo fascino esercitato sugli artisti dell’epoca dal capolavoro di Dante.

Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 - 1495)
Sandro Botticelli, Drawings for Dante´s Divine Comedy (Purgatorio 31) (1480 – 1495)

Londra // Fino al 3 Luglio 2016

Botticelli Reimagined

vam.ac.uk

Cinque mostre per l’Inverno a Londra

Otherworlds: Visions of our Solar System, dal 22 Gennaio al 15 maggio. Natural History Museum.

Saturn - Cassini mission - Natural History MuseumArte o un semplice strumento con cui documentare la realtà? Da quando fu inventata nei primi anni del XIX secolo, la fotografia non ha mai cessato di far discutere. Per il fotografo, artista e curatore Michael Benson, la fotografia è entrambe le cose. Unendo infatti pratica artistica e processo scientifico, Benson ha elaborato vari decenni di dati grezzi forniti dalle missioni NASA ed ESA, montandoli e ricomponendoli per creare una serie di incredibili immagini del mondo ai confini del sistema solare. E il Natural History Museum ci regala oltre settanta di queste immagini, unite ai risultati delle ricerche scientifiche condotte dagli scienziati del museo stesso, tra cui il Dott. Joe Michalski, che studia i processi geologici che hanno dato forma a Marte per meglio comprendere gli esordi della vita pianeta Terra. Una colonna sonora originale composta da Brian Eno completa l’atmosfera magica di una mostra davvero di “un’altro pianeta”… www.nhm.ac.uk

 

 Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, dal 30 Gennaio al 20 Aprile 2016. Royal Academy

Claude Monet Agapanthus Triptych.Non è un caso che Oscar-Claude Monet (1840-1926) abbia trascorso la vita dipingendo fiori e giardini: il nostro artista era infatti un appassionato naturalista e orticoltore, che viveva in una casa immersa tra fiori, prati e piante esotiche. Lui stesso scrisse che doveva il suo essere diventato artista proprio alla sua passione per i fiori e la natura. Ed è a questa sua passione che la Royal Academy dedica la sua prima grande mostra del 2016. Tra le opere in esposizione, oltre a numerosi dipinti delle sue celebrate Ninfee, anche il trittico Agapanthus, per la prima volta in esposizione nel Regno Unito, così come libri e riviste di orticoltura dell’artista e le ricevute che documentano i suoi acquisti di piante. Accanto ai capolavori di Monet, opere di Manet, Cézanne, Sargent, Van Gogh, Klimt e Kandinsky raccontano il modo in cui artisti diversi hanno risposto allo stesso soggetto. royalacademy.org.uk

 

 Botticelli Reimagined, dal 5 Marzo fino al 3 Luglio. 2016. Victoria and Albert Museum.

The Renaissance of Venus 1877 by Walter Crane © TateOggi considerato uno dei grandi maestri del primo Rinascimento italiano, Sandro Botticelli (1445-1510) fu un artista molto apprezzato anche al suo tempo. Durante la sua breve vita e altrettanto breve carriera, produsse grandi pale d’altare e tele di soggetto storico e mitologico e fu persino convocato a Roma da Papa Sisto IV per creare una serie di affreschi per la Cappella Sistina. Eppure, dopo la sua morte, Botticelli fu praticamente dimenticato fino a quando, nel XIX secolo, non fu riscoperto dai Preraffaelliti di Rossetti e compagni. Con questa mostra il Victoria and Albert Museum racconta la storia della riscoperta di Botticelli, esponendo accanto ai suoi capolavori anche quadri, fotografie e film realizzati in omaggio alla sua opera nel corso degli ultimi 500 anni. Tra gli artisti inesposizione ci sono anche Magritte e Warhol, oltre naturalmente a Dante Gabriel Rossetti. vam.ac.uk

In contemporanea con quella del Victoria and Albert Museum, una seconda mostra alla Courtauld Gallery ci regala una trentina disegni di Botticelli raramente esposti al pubblico. Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection, The Courtauld Gallery, dal 18 Febbraio al 15 Maggio 2016. courtauld.ac.uk/gallery

 

 Vogue 100: A Century of Style, dall’11 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Portrait Gallery

Linda Evangelista by Patrick Demarchelier 1991Se non fosse stato per i problemi di spedizione legati allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, British Vogue non sarebbe mai esistito. Poichè, a causa del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie del giornale nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana. Ma l’editore britannico, Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e nelle sue mani British Vogue si trasforma da semplice rivista di moda nell’icona di costume, cultura e società che conosciamo oggi. Con questa grande mostra fotografica, che include anche icone come Matisse, Bacon, Freud, Hockney e Hirst, e un pionieristico reportage di guerra di Lee Miller, la National Portrait Gallery celebra i 100 anni della rivista. www.npg.org.uk/

 

Delacroix and the Rise of Modern Art dal 17 Febbraio al 22 Maggio 2016. National Gallery.

Delacroix Eugène (1798-1863). Paris, musée du Louvre. RF25.

‘Tutti noi dipingiamo nel linguaggio di Delacroix.’ Disse Paul Cézanne. E su questa dichiarazione la National Gallery costruisce la sua nuova, grande mostra dedicata a questo grande rivoluzuinario della pittura. Perché Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863) era davvero un rivoluzionario: il suo uso totalmente innovativo ed espressiovo della pennellata, di colori accesi ed di effetti ottici particolari innescò quel nuovo stile ‘moderno’ che fu alla base dell’Impressionismo. Manet e Renoir appresero la loro arte copiando le opere di Delacroix, mentre e Renoir acquistò uno dei suoi ritratti per la propria collezione. Ma la portata del ‘ciclone’ Delacroix non si ferma qui e la National Gallery ci regala una carrellata di soggetti religiosi, storici e letterari e paesaggi che rivelano l’influenza del francese non solo sui grandi del XX secolo come Van Gogh, Matisse e Kandinsky, ma anche su artisti a lui contemporanei come Courbet e Géricault. nationalgallery.org.uk

 

Pubblicato su Londonita By Paola Cacciari

 

Donne, Madonne e le pietre di Venezia: la vita (non troppo) segreta di John Ruskin

Oltre a resuscitare le sorti di un Turner ormai sul viale del tramonto, scatenare la moda per lo stile Neogotico e fare la fortuna dei Preraffaelliti, John Ruskin (1819-1900) inventò la critica d’arte come la intendiamo oggi. Nella vita privata tuttavia, era un personaggio egocentrico, solitario, supponente e nevrotico che preferiva le pietre di Venezia alle grazie della moglie, che infatti lo lasciò per l’aitante pittore John Everett Millais che le Madonne le dipingeva, ma che le donne le amava in carne e ossa.

John Ruskin standing at Glenfinlas, Scotland, by John Everett Millais(1853–54)
John Ruskin standing at Glenfinlas, Scotland, by John Everett Millais(1853–54)

La madre di Ruskin, Margaret, aveva 37 anni quando si sposa – un’età quasi archeologica per il periodo vittoriano – e la nascita di quell’unico figlio è accolta dalla coppia come un dono del cielo. Adorato, viziato e assecondato in ogni suo desiderio, il giovane John vive un’infanzia protetta e felice che lo trasforma in un adolescente eccentrico, ipersensibile e intellettualmente molto precoce. Questo, unito al fatto di non aver conosciuto altra figura femminile al di fuori di una madre fieramente protettiva e impicciona, lo porta a sviluppare idee confuse e irreali sul mondo femminile. Un mondo nel quale il giovane Ruskin si butta totalmente impreparato e con conseguenze disastrose, come dimostra la sua giovanile infatuazione non corrisposta per Adele Domecq, la figlia del socio in affari del padre, che lo getterà in uno stato di tale disperazione da costringerlo nel 1840 a sospendere i suoi studi universitari ad Oxford e a partire per un lungo viaggio sul Continente, tra il sollievo dei genitori, dai quali aveva ereditato l’insaziabile passione per i viaggi.

Mountain Rock and Alpine Rose by John Ruskin. 1844-49. Ruskin Foundation (RF 1395), Ruskin Library, Lancaster University. ©Ruskin Foundation.
Mountain Rock and Alpine Rose by John Ruskin. 1844-49. Ruskin Foundation (RF 1395), Ruskin Library, Lancaster University. ©Ruskin Foundation.

E in Europa tutto lo affascina: la gente, l’architettura e soprattutto il paesaggio e le forze sublimi della Natura ad esse legate – argomenti che saranno una costante degli scritti di Ruskin per gli anni a venire. Galvanizzato da ciò che ha visto sul Continente, una volta tornato a Londra nel 1841 Ruskin si butta nel lavoro e nel 1843 esce il primo volume di Modern Painters, un’appassionata quanto accurata difesa dell’arte di Turner che ottiene un discreto successo. Ruskin ha trovato la sua vocazione.

Nel 1846, tre anni dopo essere ritornato ad Oxford e aver terminato i suoi studi, esce il secondo volume di Modern Painters, una riflessione vasta e informata su quanto aveva appreso durante il suoi viaggio in Europa e che lo consacrerà definitivamente all’Olimpo delle celebrità letterarie, facendone una delle più importanti figure della storia dell’arte della sua generazione. I cinque volumi di Modern Painters (1841-60) sono un’opera epicamente vasta, in cui penetranti osservazioni sull’arte vanno di pari passo con scritti di botanica, geologia, mitologia, storia a poesia – tutti soggetti che avevano sempre interessato Ruskin e su cui continua a scrivere copiosamente per tutta la vita.

Da grande appassionato dei romanzi di Walter Scott (1771-1832) qual’era, Ruskin flirta per un breve momento con l’idea di sposare la nipote del grande scozzese, la giovane Charlotte Lockart. Per l’ambizioso giovane, imparentarsi con quel grand’uomo sarebbe stata una mossa sociale che gli avrebbe aperto moltissime porte. Ma lo sconvolgimento emotivo causato dalla passione per Adele, aveva reso Ruskin troppo cauto e così Charlotte Lockart esce dalla vita di Ruskin altrettanto silenziosamente quanto vi era entrata per lasciare il posto a Euphemia Gray.

Effie Gray painted by Thomas Richmond.
Effie Gray, by Thomas Richmond.

Allegra, intelligente e vivace, Effie Gray (1828-1897) ama la compagnia ed è perfettamente a proprio agio in società. I due, che si erano conosciuti da bambini a Perth, in Scozia, dove un tempo la famiglia Ruskin abitava, si rivendono anni dopo quando Effie trascorre un periodo di tempo nella loro splendida casa a Denmark Hill, al Sud-Est del Tamigi. La bambina che Ruskin aveva visto in Scozia si era trasformata in una bellissima donna e John, incapricciatosi della giovane, decide di sposarla nonostante il parere contrario dei suoi genitori che non la consideravano all’altezza del loro celebre figlio. Forse avevano intuito che sotto l’amabile sorriso della fanciulla e il suo aspetto da bambola, si celava una natura forte e audace che avrebbe causato guai di ogni sorta, e visto cosa riservava il futuro alla coppia, avevano ragione…

I due si sposano nel 1848, ma Ruskin si rifiuta di consumare il matrimonio adducendo le scuse più svariate, fino a suggerire di attendere che Effie compisse i venticinque anni. E dal momento che la giovane sposina di anni ne aveva appena diciannove e desiderava ardentemente diventare madre, l’attesa si preannunciava lunga davvero… Nel tentativo di mettere un po’ di distanza dall’ingombrante presenza della suocera e cercare di sedurre il marito, la sempre intraprendente Effie suggerisce di trascorrere la luna di miele a Venezia. Ruskin, che aveva visitato la città lagunare per la prima volta nel 1835 con i genitori, è entusiasta, mentre la povera Effie che, una volta in Italia, si trova abbandonata a se stessa mentre il novello sposo passa le giornate a disegnare monumenti, lo è molto meno.

John Ruskin Watercolour 1845
John Ruskin Watercolour 1845

La giovane si butta così nella vita sociale veneziana, con grande sollievo di Ruskin che può così dedicarsi all’arte senza sentirsi in colpa – atteggiamento che in seguito porterà il fratello di Effie ad accusarlo di incoraggiare le amicizie della moglie per comprometterla e avere così un motivo per separarsi da lei. La separazione avvenne – eventualmente- nel 1854 quando, esasperata dal contnuo rifiuto di Ruskin di consumare il matrimonio, la Effie lo denuncia per impotenza, ottenendo l’annullamento e nel 1855 sposerà Millais, da cui avrà otto figli.

Nonostante tutto, i sei anni che Ruskin trascorre da uomo ‘infelicemente’ sposato furono per lui un periodo molto produttivo che vide, tra le altre cose, la pubblicazione di saggi fondamentali come The Stones of Venice (1851-53) dove si fece promotore del Gothic Revival che divenne lo stile degli edifici pubblici e commerciali vittoriani, e di Pre-Raphaelitism, che decise della fortuna di quel movimento. Per lui, arte e morale erano inestricabilmente legate, ed fu un’ironia della sorte che Ruskin si sia trovato a vivere in una società come quella vittoriana che fece del capitalismo la sua nuova religione. Quello stesso capitalismo a cui William Morris si opponeva con le sue Arts and Crafts, di cui infatti Ruskin divenne un grande sostenitore.

Paradossalmente, tra i due, chi uscì meglio dallo scandalo dell’annullamento fu Effie che fu molto felice con Millais, nonostante l’ostinato rifiuto della regina Vittoria di riceverla a Corte non le permettesse la vita sociale che aveva conosciuto, seppure per un breve periodo, all’inizio del suo matrimonio con Ruskin. Lo stesso non si può dire di quest’ultimo. I nemici di Ruskin non persero tempo ad utilizzare lo scandalo per danneggiare la sua reputazione e le sue future relazioni sentimentali, come quella con la giovanissima Rose La Touche, di cui Ruskin chiede la mano nel 1867. Effie avrà provato un maligno piacere quando il 18 Maggio del 1868 prese carta e penna e si sedette alla sua scrivania per scrivere una lunga lettera alla madre della fanciulla, avvisandola di ciò che aspettava alla figlia se avesse acconsentito al matrimonio con il celebre critico. Il matrimonio non si fece, e Rose morì nel 1875 a soli ventisette anni per cause ancora non chiare, gettando Ruskin nello sconforto.

John Ruskin, by William Downey, for W. & D. Downey
John Ruskin, by William Downey, for W. & D. Downey

E Ruskin trovò comunque l’amore, se non in una donna, certamente nei suoi libri, nell’arte e nella bellezza della Natura. E senza le distrazioni causate da una moglie e da una casa piena di bambini divenne il più grande critico d’arte del XIX secolo e uno dei più grandi pensatori ed intellettuali che l’Inghilterra, e forse il mondo intero abbia mai avuto.

By Paola Cacciari, 2015

Pubblicato su Londonita

La donna ‘perduta’ e il lato oscuro della società vittoriana

The Fallen Woman, ossia la donna caduta. Dove per ‘caduta’ si intende naturalmente alla donna caduta in tentazione, sedotta e abbandonata, perduta. Una figura tragica così popolare nell’arte e nella letteratura vittoriana e a cui il Foundling Museum ha dedicato un’intera mostra. Ma se l’argomento è insolito, lo è anche il museo, nato nel 1741 per volere del capitano Thomas Coram che, tornato a Londra nel 1732 dopo una vita passata per mare, si accorse che la città pullulava di bambini abbandonati e decise di fondare un istituto che raccogliesse questi trovatelli.

The Foundling Hospital. London, 2015 © Paola Cacciari
The Foundling Hospital. London, 2015 © Paola Cacciari

Il primo nucleo del Foundling Hospital (l’Ospedale degli innocenti) aprì i battenti nel 1741 in un’abitazione di Hatton Garden, nel quartiere di Clerkenwell. In un primo momento ai genitori che abbandonavano qui i figli perché non potevano mantenerli, veniva semplicemente richiesto di lasciare al collo dei bambini una piccola collana con un ciondolo come segno di riconoscimento – monete, pezzi di cotone o nastro, versi scritti su pezzi di carta come pegno del genitore qualora riuscissero a tornare a riprenderli. Ma il successo dell’istituzione rese necessaria una struttura più grande.

Henry Nelson O’Neil, A Mother Depositing Her Child at the Foundling
Henry Nelson O’Neil, A Mother Depositing Her Child at the Foundling

Disegnato da Theodore Jacobsen e locato nel quartiere di Bloomsbury, il nuovo ospedale fu completato tra il 1742 e il 1752 e al suo completamento fu descritto dal Times come uno dei monumenti alla carità più importanti eretti nel XVIII secolo in Inghilterra. George Frideric Handel fu eletto presidente dell’istituzione e diresse una serie di concerti per raccogliere fondi per l’ospedale, tra cui nel 1750 anche una performance del Messia; tutt’ora la museo si possono ammirare gli spartiti originali del Messia e l’organo su cui suonava.In pochi anni vennero presentati all’ospedale oltre 14.934 bambini. Le grandi spese per il mantenimento dell’opera, allarmarono la Camera dei Comuni che propose di trovare questi fondi nelle parrocchie. L’ospedale, dipendendo ora quasi esclusivamente dalle proprie forze, stabilì una tassa d’ammissione di 100 sterline per scoraggiare i genitori che non potevano permettersi un’altra bocca da sfamare ad abbandonare i loro figli. Se la tassa ridusse il numero dei bambini accettati, e quindi le spese di mantenimento della struttura, nel 1801 fu stabilito che l’ospedale come istituzione di carità, non doveva chiedere soldi alla popolazione bisognosa. In quest’epoca, infatti, la maggior parte dei bambini presenti all’ospedale erano di ragazze-madri o comunque di donne non sposate e anche alcune prostitute. E questo ci porta al soggetto della mostra, The Fallen Woman.

La liberazione sessuale è una cosa relativamente recente per le donne e si limita prevalentemente al mondo Occidentale. Ma in un’epoca come quella vittoriana, in cui la rispettabilità era di fondamentale importanza, per una donna non sposata la perdita della castità era un vero e proprio disastro. In una società in cui il ruolo della donna era limitato a quello di moglie devota, madre premurosa e figlia obbediente, il sesso al di fuori del matrimonio era un vero e proprio tradimento dell’ideale vittoriano della donna angelicata, un ideale medievale tornato prepotentemente in voga nell’Ottocento insieme alla passione per guglie e pinnacoli del Revival Neogotico. I soggetti dei dipinti dell’epoca sono praticamente un’aggiornata versione della Madonna con il Bambino medievale e rinascimentale. E se la povertà e l’ignoranza erano accettate con riluttanza, come giustificazioni per una gravidanza non voluta, l’idea generale era che le donne fossero esseri fondamentalmente la deboli, la cui moralità andava salvaguardata tramite una stretta educazione e una vita segregata. Che si sapeva che le ragazze che per necessità dovevano uscire nel mondo per lavorare erano esposte a terribili tentazioni. Ne sa qualcosa Lizzie Siddal che lavorava come modista in un negozio di cappelli e incontrò l’aitante Dante Gabriel Rossetti sulla strada per il lavoro.

Non sorprende che proprio l’epoca vittoriana, con il suo moralismo ipocrita, abbia dato vita ai bad boys del XIX secolo, i Preraffaelliti che con il loro anticonformismo che infranse i tabù morali e di classe e che piegò le rigide norme che regolavano i ruoli dei sessi, sconvolse la società bacchettona del tardo XIX secolo. Ma Rossetti e compagni. erano solo una minoranza e se le bellezze sensuali dell’anglo-italiano erano apprezzatissime, molto più diffusse erano le scene di vita borghese con cui la società vittoriana sollecitava le donne a non perdere la virtù.

The Outcast by Richard Redgrave, RA. 1851. Royal Academy of the Arts, London.
The Outcast by Richard Redgrave, RA. 1851. Royal Academy of the Arts, London.
Ovviamente se il sesso fuori dal matrimonio era tabù per le donne, era perfettamente accettabile per gli uomini, che in tutta la letteratura o arti visive non esiste nessun personaggio maschile paragonabile alla ‘donna caduta’. La colpa, sembra, era sempre e solo tutta delle donne.
Perché il loro bambino fosse accettato dal Foundling Hospital, queste giovani disperate dovevano scrivere una lettera in cui chiedevano all’istituzione di accettare il loro neonato, dicendo che erano persone rispettabili che erano cadute in tentazione una sola volta e che, dopo essere state sedotte, erano state abbandonate da amanti senza scrupoli. Ma tra i richiedenti c’erano spesso anche prostitute e le vittime di violenza sessuale.
G F Watts, Found Drowned, c 1848-1850 © Watts Gallery
G F Watts, Found Drowned, c 1848-1850 © Watts Gallery

Cosa ne sia stato delle madri che erano riuscite ad ottenere che l’ospedale accettasse i loro bambini è difficile da sapere. Rifiutate dalle loro famiglie, prive di ogni mezzo di sostentamento (che tutto era di proprietà del marito), molte finirono con il prostituirsi solo per poter mangiare, altre si suicidarono buttandosi nel Tamigi, altre morirono di stenti in povertà. Insomma, per la donna caduta, il salto ‘dalle stelle alle stalle’ avvenita davvero da una grande altezza…

Londra//fino al 3 Gennaio 2016

Gli appuntamenti dell’estate londinese

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come Wimbledon e la pioggia. Sto parlando della Summer Exhibition, l’evento più amato, criticato, atteso e discusso dell’estate londinese e che non manca ad un appuntamento con il calendario britannico dal 1769. E ogni anno da 246 anni una collezione di umanità varia ed eventuale composta da artisti (affermati o aspiranti), critici d’arte, giornalisti, collezionisti e semplici curiosi (come la sottoscritta) continua ad accorrere a frotte per toccare con mano (metaforicamente s’intende…) il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica. E in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable, i due giganti del paesaggio britannico, si erano trovati con le loro tele appese l’una accanto all’altra a fare confronti su quale delle due era la più bella. Se i due non si detestavano già (e pare che non lo facessero…), quello fu il momento in cui iniziarono.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts
Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione un paio di secoli fa (almeno non solo), quanto nella sua formula – che rende la Sumer Exhibition un’esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare le celebrità del futuro. Uno dei principi dei fondatori della Royal Academy of Arts infatti era quello di ‘montare una mostra annuale aperta a tutti gli artisti di merito.’ Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale Michael Craig-Martin (famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e Damien Hirst) che insieme al suo comitato ha selezionato con cura gli artisti partecipanti tra gli oltre 12.000 candidati. Fino al 16 Agosto 2015. royalacademy.org.uk

640139890_21c520af42_b-590x284

Ma l’estate a Londra non sarebbe tale senza Wimbledon, il torneo più antico e prestigioso del tennis e che si tiene tra giugno e luglio nel quartiere omonimo, al Sud-Ovest della Capitale. Certo, quando nel 1878 Spencer Gore vinse il titolo probabilmente non aveva idea che avrebbe dato origine ad una delle più grandi tradizioni britanniche. E d’altronde perché avrebbe dovuto? Che con i suoi 22 partecipanti (rigorosamente uomini) e una manciata di spettatori, quell’embrione di torneo non si sarebbe davvero potuto considerare un successo, almeno non per gli standard moderni. Come si sbagliava! Al giorno d’oggi Wimbledon è il terzo dei tornei del Grand Slam in ordine cronologico annuale. Inizia sei settimane prima del primo lunedì di Agosto ed è preceduto dall’Australian Open e dagli Open di Francia, e seguito dagli US Open. I suoi colori ufficiali sono il verde e il viola e come ad Ascot, anche per il torneo di Wimbledon esiste uno stretto dress code che vuole che giocatorie giocatrici vestano rigorosamente di bianco – anche se negli ultimi anni sempre più partecipanti sembrano infrangerlo. E basta capitare in terra angla tra Giugno e Luglio per assistere ad una vere e propria Wimbledon craze con file chilometriche e tendopoli equiparabili solo a quelle presenti al Festival di Glastonbury fuori dai campi da tennis. E chi non è riuscito ad assicurarsi uno dei preziosissimi biglietti per assistere alle parteite, è attaccato al televisore ad ogni ora consentita dalla vita moderna (lavoro, pendolarismo, famiglia) mangiando fragole e bevendo Pimms. E questo da solo basta a fare di Wimbledon uno degli eventi dell’estate. Pioggia permettendo. Dal 29 Giugno al 12 Luglio. wimbledon.com

RoyalAlbertHall
Royal Albert Hall by Paola Cacciari

Per un’appassionata (quanto squattrinata) amante della musica classica quale sono, l’arrivo dell’Estate a Londra significa una cosa sola: l’inizio dei Proms. I Proms (Promenade Concerts) non solo sono uno degli eventi da non perdere dell’estate londinese, ma sono anche il festival di musica classica più grande del mondo. Nell’arco di otto settimane, la Royal Albert Hall, la straordinaria sala da concerti di epoca vittoriana che dal 1895 ospita questo evento, diventa il palco su cui le migliori orchestre internazionali condotte da direttori d’orchestra (o semidei se chiedete a me) come Antonio Pappano e Daniel Barenboim, rinomati solisti e compositori contemporanei si esibiscono in opere nuove e grandi classici. E il tutto a partire da sole 5 sterline! La dichiarazione d’intenti era semplice e resta la stessa anche oggi: provvedere musica classica di prima qualità in modo ugualitario e ad un prezzo abbordabile. E se questo da solo non bastasse (e vi assicuro che per me è più che sufficiente) è l’atmosfera rilassata e festaiola che fa dei Proms un evento unico nel suo genere – un po’ come il Glastonbury della musica classica. I posti della platea sono rimossi e la grande arena diventa standing room only, in cui i “Promenaders” (il popolo dei Proms) si ammassa per ascoltare il meglio del meglio (e a volte del peggio) della classica: dalla musica barocca italiana alle nuove creazioni di compositori emergenti, da concerti di jazz alla musica Indiana e contemporanea. Armatevi di programma, sandwiches e scarpe commode. E buon divertimento! Dal 17 Luglio al 12 Settembre 2015. Per il programma dettagliato guardate BBC proms 2015.

pubblicato su No Borders Magazine

L’estate è magica con la Summer Exhibition 2015

Guerre e rivoluzioni vanno e vengono, monarchi e Primi Ministri si susseguono, ma la Summer Exhibition resta una delle assolute certezze dell’estate londinese – con Wimbledon e i Proms e la pioggia.

20150702_140602
The Royal Academy, Burlington House, London. 2015 © Paola Cacciari

Nata nell’anno in cui Napoleone viene alla luce ad Ajaccio e il Capitano James Cook sbarca in Nuova Zelanda, la Summer Exhibition non manca dalla Capitale dal 1769 e nei 246 anni della sua esistenza è rimasta un potente barometro per misurare il polso della situazione dell’arte contemporanea Britannica, e in questo nulla è cambiato dal tempo in cui Turner e Costable nel 1832 trovarono le loro tele appese l’una accanto all’altra scatenando (se non era già accaduto prima) una delle più plateali rivalità della storia dell’arte moderna. Ma il motivo di tanto successo non sta nel fatto che Turner, Constable e i Preraffaelliti hanno visto le loro opere appese alle pareti della famosa istituzione poco meno di un paio di secoli fa, quanto nella sua formula rivoluzionaria che rende questa esposizione unica nel mondo dell’arte. Per qualche settimana infatti, le opere di maestri di fama mondiale sono “democraticamente” esposte accanto a quelle di illustri sconosciuti che sperano di diventare il Damien Hirst del futuro. Uno degli obbiettivi principali dell’Accademia infatti, sin dalla sua fondazione nel 1768 era proprio quello di istituire una grande esposizione annuale aperta ad tutti gli artisti di merito e al pubblico pagante. E ieri come oggi, tutte (o quasi) le opere esposte sono in vendita, con tanto di prezzo dovutamente indicato nel catalogo. E come in passato, il 30% dei proventi è destinato al finanziamento della Scuola della Royal Academy dove nascono, crescono e sono lanciate nel mondo dell’arte le future generazioni di artisti.

Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts
Gallery III of the Summer Exhibition 2015 (c) David Parry, Royal Academy of Arts

Per poche centinaia di sterline pertanto, chiunque può tornare a casa con un disegno di un artista emergente o (per qualche centinaia di sterline in più) con una stampa dell’immancabile Tracey Emin, la ragazza terribile di Margate diventata famosa nel 1999 il suo letto disfatto e che nel 2011 ha scambiato il suo anticonformismo con un ruolo come artista associata della Royal Academy – il che dimostra ancora una volta come gli antagonisti di ieri, con l’età (e un discreto conto in banca), finiscano per trovarsi incredibilmente a proprio agio nel mainstream di oggi.

Quest’anno la mostra è coordinata dall’artista concettuale irlandese Michael Craig-Martin, famoso per aver coltivato talenti come Gary Hume, Sarah Lucas e il suddetto Damien Hirst, e che insieme ad un comitato costituito da artisti e architetti (come vuole la secolare tradizione dell’Accademia) ha selezionato circa 1100 opere da esporre sulle pareti di Burlington House, sede della Royal Academy, e che in una spettacolare rottura con la tradizione, invece del solito bianco abbagliante sono state dipinte in gioiosi toni di turchese, rosa confetto e blu cielo.

Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015  © David Parry, Royal Academy of Arts
Michael Craig-Martin CBE RA unveiling a new site-specific artwork by Jim Lambie for the Summer Exhibition 2015 © David Parry, Royal Academy of Arts

Che Craig-Martin fosse un artista fuori dalla norma era un fatto risaputo – almeno da coloro che conoscono i suoi pictorial readymades che mostrano oggetti d’uso comune come un iPhone che, estrapolati da fotografie, sono disegnati e colorati con gli stessi colori accesi ed esagerati che decorano le sale centrali della Royal Academy. Ma la sua personalità eccentrica e innovativa non si esaurisce in questo esercizio di imbiancatura, ma è palpabile nell’atmosfera totalmente insolita e (perché no?) decisamente edificante dell’edizione di quest’anno. E sebbene la pittura continui a regnare sovrana, con diverse opere dello stesso Craig-Martin presenti in varie sale e di Norman Ackroyd, non mancano grandi nomi della scultura come Anish Kapoor, Mimmo Paladino e Anthony Gormley e progetti e modelli di divinità dell’architettura come Renzo Piano e Zaha Hadid, oltre a numerosi disegni e stampe e una sala interamente dedicata alla fotografia.

20150702_143615
Grayson Perry tapestry, London. 2015 © Paola Cacciari

Da un Budda creato con grucce di ferro da David Mach ad un coloratissimo arazzo di Grayson Perry, dalle peculiari installazioni di ferro rugginoso di Ron Arad agli immancabili (e stranamente rassicuranti nella loro normalità) omaggi al Venezia dipinti dall’onnipresente Ken Howard, la Summer Exhibition è tutto questo: un miscuglio di nomi famosi e di perfetti sconosciuti, del tradizionale e dell’eccentrico, del piccolo e del gigantesco, del bello e dell’assurdo dove le opere più disparate lottano per contendersi l’attenzione dei presenti. Soprattutto non occorre essere esperti di arte contemporanea per godersi questo pezzo di storia culturale della Capitale: basta la piccola guida alle opere in mostra, una biro per scribacchiare nomi che si finirà per dimenticare all’uscita e una buona dose di curiosità.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Fino al 16 Agosto 2015,

Summer Exhibition

Royal Academy,

Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD

royalacademy.org.uk