Breve storia di (tutta) l’Epoca Stuart

James I of England 1621 by Daniel Mytens
James I of England 1621 by Daniel Mytens

Gli Stuart abitano il Seicento con la stessa naturalezza con cui i Tudor avevano abitato il Cinquecento.

Quando, il 24 marzo 1603 Elisabetta muore senza eredi, le succede sul trono d’Inghilterra il figlio protestante della (cattolica) cugina Maria Stuart, Giacomo IV di Scozia diventato poi Giacomo I d’Inghilterra (1603-1625). Il suo regno fu in un certo senso una continuazione di quello di colei che lo aveva preceduto con attentati e cospirazioni contro il re e la monarchia che si susseguono con impressionante regolarità come all’epoca di Elisabetta, ma anche con l’esplorazione geografica, che porterà nel 1620 un gruppo di puritani ad imbarcarsi sulla Mayflower e ad attraversare l’Oceano per fondare il primo nucleo della colonia del Massachusetts, mentre il genio di Shakespeare continua a produrre un capolavoro dietro l’altro (Macbeth, Re Lear e La Tempesta furono tutti scritti in questo periodo).

Sulle orme di Elisabetta, Giacomo continua la costruzione di una Chiesa Anglicana subordinata  alla monarchia, cosa che crea non pochi frizioni con i puritani che volevano una Chiesa di Stato e che per questo furono instancabilmente perseguitati. Se l’odio dei puritani non fosse stato sufficiente, Giacomo riuscì anche ad incorrere nella collera dei cattolici che porterà alla Congiura delle polveri del 1605, la Gunpowder Plot, i cui membri capeggiati da Guy Fawkes progettavano di far esplodere la Camera dei Lord in un momento in cui il re e i membri del Parlamento sarebbero stati presenti. La congiura fu però scoperta, i colpevoli puniti in modo feroce e le repressioni inasprite. Ma i complotti finirono…

Anthony van Dyck Charles I with M de St Antoine (1633)
Charles I with M de St Antoine (1633) by Anthony van Dyck

Con Carlo I (1625-1649), il secondogenito di Giacomo I (il primogenito Enrico Federico Stuart, era morto nel 1612), la religione torna ad essere un problema. Non che avesse cessato di esserlo sotto Giacomo I sia chiaro, ma almeno il padre non era sposato una regina apertamente cattolica (e per lo più francese) come Henrietta Maria. Se questo non fosse stato sufficiente ad irritare il Parlamento, nei successivi quindici anni del suo regno, Carlo fece di tutto per esasperare i suoi membri stipulando prima un trattato segreto con Luigi XIV di Francia, a cui promette aiuto contro i protestanti insorti nella città de La Rochelle, poi decidendo di sciogliere il Parlamento e regnare come sovrano assoluto. Inutile dire che quest’ultima decisione non fu particolarmente popolare soprattutto a Londra, che insorge costringendo Carlo a fuggire. La guerra civile che ne seguì e che vide Cavalieri, sostenitori del Re e della Chiesa anglicana, scontrarsi con le Teste Rotonde, i puritani appartenenti alla borghesia mercantile cittadina, fu in larga misura colpa del Re. Ciò non toglie che la sua successiva decapitazione fu forse una reazione un tantino esagerata…

Ma con il Commonwealth, la Repubblica creata nel 1649, la situazione anziché migliorare, addirittura peggiorò visto che le decisioni prese dal Lord Protector Oliver Cromwell (1599-1658) e compagni, non riguardavano più solo Cavalieri e Teste Rotonde, ma tutto il Paese. Per ben undici anni il velo grigio del puritanesimo si estese a tutta la Gran Bretagna, sopprimendo meticolosamente tutte le cose che rendono la vita interessante: la danza, il teatro, il gioco d’azzardo… Persino il Natale fu dichiarato illegale e con esso le mince pies.

Non sorprende che quando alla morte di Oliver Cromwell nel 1660, Samuel Pepys e Lord Montague salparono alla volta della Francia per riportare a casa l’esiliato Carlo II (1630-1685), furono in pochi a rimpiangere i tempi cupi del puritanesimo: con il nuovo re almeno la vita sarebbe  tornata ad essere nuovamente divertente… Certo, non mancarono i disastri – la peste, il grande fuoco, che diede al grande architetto Christopher Wren la scusa per creare la cattedrale di St Pauls e una quarantina di nuove chiese, puntualmente distrutte dalle bombe di Hitler nel Blitz del 1940 e altrettanto puntualmente ricostruite nel dopoguerra.

King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio National Portrait Gallery
King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio (National Portrait Gallery)

Giacomo II (1633-1701), il fratello di Carlo II che lo seguì sul trono alla morte  senza eredi del sovrano, fu spodestato dopo soli tre anni per essersi convertito al cattolicesimo, innescando così la Gloriosa Rivoluzione, la pacifica invasione del 1688 avvenuta ad opera dell’olandese Guglielmo III d’Orange (regna 1689-1702). Questi, invitato dal Parlamento a recarsi in Inghilterra per essere incoronato re insieme alla sua consorte Maria II Stuart (regna 1689-1694) regnerà fino al 1702. Il secolo si chiude con il regno della regina Anna (regna 1702-1714), ufficialmente la sovrana più noiosa dell’intera storia della monarchia inglese.

Ma l’energia di quel secolo incredibile non si concentra solo nella politica, ma anche nel mondo della cultura, delle arti e della scienza. Questo è il secolo di John Milton e del suo Paradise Lost, di Rubens, van Dyck e Inigo Jones e dei capolavori a intaglio di Grinling Gibbons; eancora di Samuel Pepys, Isaac Newton, della Royal Society, di Christopher Wren e dei suoi allievi Nicholas Hawksmoor e John Vanbrugh. Non male per un isoletta!

Quando, all’inizio del XVII secolo, Giacomo I sale al trono inglese unendo così per la prima volta le due corone di Scozia e Inghilterra, l’architettura e le arti decorative in Gran Bretagna sono lontane anni luce dallo stile classico che aveva spopolato in Europa nel Cinquecento.  Giacomo è determinato a competere con (e a superare) le altre corti europee, ma si rende conto che per riuscire nell’impresa deve iscrivere l’Inghilterra ad un corso intensivo di aggiornamento sull’arte europea per recuperare il tempo perduto.

Blenheim Palace Terrace
Blenheim Palace Terrace

Il regno dei primi sovrani Stuart è così caratterizzato da un energico processo di mecenatismo che attira nel giro di pochi anni, grandi nomi dell’arte come Peter Paul Rubens, a cui Giacomo I commissionerà nel 1621, la decorazione del soffitto a cassettoni della Banqueting House creata da Inigo Jones, e Antoon van Dyck che, arrivato a Londra nel 1632, finirà con il restarci per tutta la vita, diventando il pittore prediletto di Carlo I. Ma l’entusiasmo di Giacomo non si limita ai dipinti, che comincia a collezionare con gusto in questo periodo, ma anche agli arazzi e nel 1619 istituì i laboratori tessili di Mortlake che impiegavano tesitori fiamminghi e per i quali nel 1623, il futuro Carlo I (allora ancora Principe di Galles), acquistò  nientemeno che i cartoni d Raffaello – cartoni che, dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, erano stati abbandonati in un laboratorio di Genova e che ora sono custoditi al Victoria and Albert Museum.

Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace
Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace

Ma nulla nell’Inghilterra del XVII secolo grida modernità più dell’architettra di Inigo Jones (1573-1652). Architetto, pittore e inventore di sontuose feste reali per la corte di Giacomo I e suo figlio Carlo I, Inigo Jones  era un figlio del Rinascimento fino al midollo. Era stato in Italia (il primo architetto inglese a farlo) e studiato l’architettura romana e quella di Andrea Palladio e grazie al sogno del re Giacomo I di vestire Londra di edifici grandiosi per farne la nuova capitale del Protestantesimo da opporre alla Roma cattolica e barocca, fece sì che le forme semplici e la frugale bellezza del Palladianesimo create con la sua Banqueting House divengano il tratto distintivo dell’architettura inglese per i secoli a venire.

Ma il XVII è anche il secolo delle innovazioni domestiche. Una nuova a nuova enfasi sul comfort e sulla domesticità porta alla creazione di nuove forme di arredamento per la casa. Alcune erano semplici migliormenti di oggetti preesistenti, come la cassettiera (l’odierno comò) che si sviluppano dal cassone rinascimentale, altre come l’orologio a pendolo e la libreria erano novità assolute. Per quest’ultima dobbiamo ringraziare Samuel Pepys (1633-1703), che nel 1666 decise che i suoi libri meritavano un luogo migliore del pavimento di casa sua e si fece costruire un armadio con mensole aggiustabili a seconda delle dimensioni dei libri e da a vetri che li proteggevano dalla polvere.

Con lascomparsa della Regina Anna, l’ultima degli Stuart e morta senza eredi nonostante le diciotto gravidanze, si apre un nuovo vuoto dinastico che con un altro colpo di scena degno di una soap opera diede inizio all’Era georgiana. Ma questa, ancora una volta, è un’altra storia.

2016 ©Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Alla Queen’s Gallery i maestri della pittura olandese

Se il buongiorno si vede dal mattino allora il tono di Masters of the Everyday: Duch Artists in the Age of Vermeer è chiaro sin dalla prima sala, che accoglie chi entra con non uno, ma bensì quattro Rembrandt così belli da togliere il fiato. E questa è solo la prima sala!! Ma non so perché mi sorprendo ancora, che ogni volta che varco la soglia della Queen’s Gallery di Buckingham Palace ho la certezza matematica di vedere cose meravigliose. E d’altra parte con una Pinacoteca come quella della Royal Collection a cui attingere uno non si aspetta nulla di meno…

Rembrandt van Rijn Agatha Bas 1641. London, Royal CollectionIl soggetto della mostra, tuttavia, non è così raffinato: ci sono cameriere che scendeno le scale, mogli che spiano i mariti, interni di taverne, gruppi di giocatori di carte. Ma per gli artisti olandesi, la quotidianità di queste scene di genere non significava trascuratezza pittorica e si vede abbondantemente dalla qualità di ogni singolo quadro. Per questa mostra dobbiamo ringraziare quel piantagrane godereccio del Principe Reggente, poi diventato Giorgio IV che amava l’arte olandese come amava le donne e fare baldoria e a cui non importava quanti dipinti straordinari di altrettanto straordinari artisti avrebbe ereditato da suo padre una volta salito al trono: ne voleva di più. E una fortunata combinazione di denaro e ottimo gusto ha fatto il resto…

Ma il legame tra l’Olanda e l’inghilterra ha radici più antiche. Già dall’Epoca Stuart, i sovrani britannici sono sempre stati grandi amanti dell’arte olandese e già Carlo I aveva invitato artisti come Rubens e van Dyck in Inghilterra. Nel corso del XVII secolo le famiglie reali inglese e olandese erano imparentate e il risultato di queste unioni è Guglielmo III d’Orange, meglio noto come Guglielmo d’Inghilterra che insieme alla moglie Maria, la figlia protestante del cattolico Giacomo II, nel 1688 viene invitato dal Parlamento a salire al trono. Un’evento passato alla storia come Gloriosa Rivoluzione – dove l’aggettivo gloriosa non sta ad indicare grandi episodi di valore militare, ma al fatto che avvenne senza spargimenti di sangue né massacri e stabilì un equilibrio tra potere parlamentare e potere regio. La monarchia costituzionale che conosciamo oggi nasce da qui.

Quando la storia non è raccontata nella scena, lo è nei dettagli. E il livello di realismo è stupefacente e potrei restare ore ad osservare i piccoli dettagli di ogni scena e con più i quadri sono piccoli con più i particolari sembrano moltiplicarsi: la luce che si riflette su ogni acino d’uva che abita il cestello di una giovane contadina, o le cipolle tagliate di fresco della giovane dipinta da Gerrit Dou. E come non faceva distinzione tra pittori olandesi e fiamminghi, il nostro Giorgio IV non distingueva tra arte aulica e scene di genere, che lui ammirava la maestria e destrezza ovunque la vedesse – si trattasse di un ritratto di Rembrandt, di una scena da taverna di Jan Steen o una cucina di David Teniers il Giovane.

The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44 Royal Collection Trust© Her Majesty Queen
David Teniers the Younger, The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen

Ma d’altra parte a nessuno sano di mente verrebbe in mente di considerare la Lezione di musica di Jan Vermeer pittura di Serie B, no? Certemente non lo pensava Giorgio III, che lo comprò nel 1762 (anche se crendedolo un Frans van Mieris…). Adoro Vermeer, l’ho detto e ripetuto più volte in questo blog (vedi post Vermeer and Music). E lo adoro in particolare quando dipinge qualcuno impegnato a afre musica – anche se la rappresentazione di strumenti musicali non è una prerogativa solo sua, ma di moltissimi artistia dell’Età d’Oro della pittura olandese. Qui, una donna di spalle suona la spinetta, mentre un uomo, in piedi, l’ascolta. Nello specchio sopra la spinetta la luce bianca che entra dalla finestre illumina il viso assorto della giovane. È un momento di pausa, uno di quei momenti di totale immobilità in cui la vita è sospesa nell’aria prima di ricominciare il suo scorrere. E noi che osserviamo da fuori possiamo solo starcene buoni buoni con il fiato sospeso per non disturbare.

Johannes Vermeer - Lady at the Virginal with a Gentleman, 'The Music Lesson' London, Royal Collection
Johannes Vermeer – Lady at the Virginal with a Gentleman, ‘The Music Lesson’ London, Royal Collection

Ma la cosa più sorprendente è che quello di Vermeer non è neppure il quadro più bello della mostra. Sulla stessa parete, ai lati della Lezione di musica sono due scene di vita quotidiana di Pieter de Hooch. Sono La filatrice (1657) e I giocatori di Carte (1658). Qui, immersi nella luce dorata del crepuscolo, persone normali fanno cose normali. Eppure questi squarci di normalità sospesi nella calma perfetta della tela racchiudono tutta la magia di un’epoca.

Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection
Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace Rd, London SW1A 1AA

royalcollection.org.uk

Rembrandt: The Late Works alla National Gallery

Nel corso della sua vita di Rembrandt (1606-1669) si adoperò incessantemente per ottenere successo artistico e riconoscimento sociale e ottenne entrambi a piene mani. Almeno fino agli anni Cinquanta del XVII secolo, quando tutto cambia: la sua espressività, passa di moda e le grandi, commissioni pubbliche vanno a pittori meno bravi, ma più economici e (soprattutto) piú malleabili. Ma non finisce qui. Perpetuamente afflitto da problemi finanziari, Rembrandt è costretto a vendere la sua grande casa e la sua preziosa sua collezione d’arte. E se questo non fosse stato sufficiente, vede morire il suo grande amore Hendrickje Stoffels e il figlio Titus. C’è poco da stare allegri.

Gli olandesi, dal canto loro, consideravano Rembrandt bello che finito. Eppure proprio in questi anni, tra il 1650 e la sua morte, avvenuta nel 1669, il nostro crea alcuni dei più grandi capolavori della sua vita.

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Self-portrait, 1659. Photograph: Andrew W Mellon Collection/courtesy National Gallery

Tutto questo e molto di più in Rembrandt: The Late Works alla National Gallery. Non è un mostra per i deboli di cuore, che tanta è la bellezza racchiusa tra queste pareti che si rischia più volte di cadere preda della Sindrome di Stendhal. Non molti dipinti, molte stampe una volta tanto complementano la mostra invece che che fare volume.

Ma la mia preferita è la prima sala. Qui il viso di Rembrandt segnato dall’età e dalla vita, osserva chi entra con occhi attenti. Cinque autoritratti dipinti tra il 1659 e il 1669, cinque piccole finestre affacciate sul mondo . Un mondo che, nonostante tutto e tutti, non si ferma mai.

E la sua pittura? Che mi dite della sua pittura? Densa e spessa, possiede una qualità pittorica allora sconosciuta. Andando contro le convenzioni dell’epoca, Rembrandt usa la spatola per costruire “edifici” di colore per creare immagini che riescono a trasmettere emozioni intime anche in dipinti di grandi dimensioni. È difficile guardare uno dei suoi dipinti senza sentire una qualche affinità con il personaggio (ma sarebbe meglio dire la persona) ritratta. Sono semplicemente ipnotici.

E vista la folla che continua senza tregua a popolare le sale della National Gallery non credo di essere l’unica a pensarla così….

Fino al 18 Gennaio

The National Gallery
Trafalgar Square, London WC2N 5DN

www.nationalgallery.org.uk

Chiuso il 1 Gennaio

Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now

Stimolante e provocatoria. Una mostra coraggiosa. Rigorosamente vietata ai minori…

Nelle Cast Courts del Victoria and Albert Museum di Londra troneggia una copia in gesso a grandezza naturale del David di Michelangelo. Sul retro, una bacheca contenente una foglia di fico di circa mezzo metro commissionata nel 1857 per rimediare al trauma subito dalla Regina Vittoria di fronte alla nudità  della statua. La stessa foglia di fico apre la mostra alla Barbican Art Gallery, Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now.
Trecento opere. Settanta artisti. I nomi di Beardsley, Klimt, Picasso, Robert Mapplethorpe e Tracey Emin tra gli altri. Un percorso storico e tematico che abbraccia oltre duemila anni. Seduced non è una gratuita esibizione di pornografia: è il frutto di cinque anni di solida ricerca storica.

La sessualità non è una realtà  estranea al cambiamento. Nel mondo Greco-romano la nudità  del corpo non costituiva un offesa. La società greca lo aveva trasformato nel simbolo stesso dell’uomo libero, padrone del proprio destino. Con l’avvento del Cristianesimo, vergogna e senso di colpa si impossessano di ciò che prima era bello e puro. Emblematico in apertura della motra, il confronto tra l’Emafrodito addormentato della Galleria Borghese e la selezione di oggetti provenieneti dai Gabinetti segreti del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal British Museum. Creati per ospitare immagini esplicitamente erotiche rinvenute a Pompeii, tali sub-collezioni erano rigorosamente separate dal resto per proteggere le menti impressionabili di coloro non in grado di vedere alla bellezza del corpo in senso spirituale.

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Fig leaf, plaster (ca. 1857) Victoria and Albert Museum

Il percorso espositivo della mostra si srotola labirinticamente tra l’ossessionante ricerca della realtà  dell’arte europea e l’interesse decorativo per forme e colori dell’Oriente. Miniature erotiche indiane illustranti il Kama Sutra, acquerelli cinesi e stampe pornografiche giapponesi, si alternano a capolavori rinascimentali e barocchi a creare una contraposizione di atteggiamenti mentali, non solo di stili. In Woman and a man with oysters lo sconosciuto artista giapponese riproduce accuratamente i genitali maschili e femminili in quanto presenza visibile e naturale del corpo umano.

Un atteggiamento che non potrebbe essere più lontano dalle provocazioni pittoriche di Schiele. Ma basta guardare all’eroticissimo Satyr flogging a nymph di Agostino Carracci, o Jupiter and Antiope di Rembrandt per rendersi conto di quanto sia fuorviante pensare che l’esplicitazione della sessualità  nell’arte Occidentale sia una scoperta del nostro secolo.

L’ostentazione moderna costituisce una reazione a secoli di repressione. Ma nel tentativo di esorcizzare l’ancora presente vergogna, la sessualità  è stata trasformata in materia da fast food. Ciò che prima era sacro perchè segreto, diventa di qualcosa da dividere (senza necessariamente condividere) con gli altri. Ecco allora il piano superiore, i dissacranti ritratti fotografici di Jeff Koons con La Cicciolina al tempo della loro relazione nel 1990, Blowjob (1963) di Andy Warhol, Erotos di Nobuyoshy Araki dove nulla èlasciato all’immaginazione.

Ironia, una grande sensibilità e una seria ricerca storiografica hanno trasformato quello che avrebbe potuto rivelasi un totale disastro per i curatori in una mostra provocante ed intellettualmente stimolante. Seduced è una sfida a guardare in faccia l’evoluzione della sessualità nei secoli senza ammiccamenti e falso imbarazzo.

E l’assenza di ipocrisia della mostra non risparmia neanche un caposaldo dell’arte iglese come  JMW Turner, il cui taccuino degli schizzi testimonia che anche il più serio degli artisti britannici non dedicò tutto il suo tempo alla contemplazione del paesaggio…

Londra//fino al 7 gennaio 2008

Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now. Per via dei contenuti espliciti, la mostra è vietata ai minori di 18 anni.

Barbican Art Gallery Barbican Centre, Silk Street, London EC2Y 8DS

Orario: tutti i giorni dalle ore 11-20; martedi ore 11-18; giovedi` ore 11-22.

barbican.org.uk/