Dorothea Lange/ Vanessa Winship

Uscendo dalla mostra, dopo un paio d’ore mica da ridere alle prese con la Grande Depressione americana e i Balcani post-comunisti, capisco il motivo per cui la Barbican Art Gallery ha deciso di allestire queste due mostre insieme. Ci sono molte sovrapposizioni nell’opera di queste due eccezionali fotografe, Dorothea Lange (1895-1965) e Vanessa Winship (nata nel 1960): dislocazione, spostamento, il modo in cui non solo i visi delle donne e dei bambini, ma anche gli edifici, i paesaggi e persino le automobili riflettono il collasso della società.

Dorothea Lange è venerata come una dea della fotografia documentaria del XX secolo. La fama della sua “Migrant Mother” – un’immagine scattata nel 1936 di Florence Leona Christine Thompson, una dei 300.000 americani negli anni Trenta fuggiromo dalla fame e dalla povertà del Midwest colpito dalla siccità – è tale che può a mio avviso che solo l’immagine del soldato morente scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola  può equiparala. Tanto che il Barbican le ha dedicato una sorta di piccola cappella.

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Dorothea Lange. Portrait os Florence Thompson with several of her children in a photograph known as “Migrant Mother”. 1936

In questa immagine la donna fissa cupamente un punto lontano, lo sguardo perso nella distanza, lontana dalla sua famiglia, dalla sua disperata situazione e persino dall’atto di essere fotografata. È un’immagine tragica, di perdita totale ed assoluta e non sono di beni fisici (casa, terra, lavoro), ma di prospettive, di speranza e di identità. Lange chiamò questo stato “erosione dell’umanità”, rispecchiando nell’anima di queste persone ciò che stava accadendo al terreno agricolo che, coltivato in eccesso si era arreso alla natura, portando con sé questo pezzo del Sogno Americano.

È solo una parte della storia, però. Se i ritratti scattati alla gente comune che aveva deciso di migrare per sfuggire alla Grande Depressione e al Dust Bowl (la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture) sono la parte piu’ conosciuta del lavoro della Lange, non sono le uniche immagini che la fotografa raccoglie degli Stati Uniti in ginocchio.

Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California
Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California

E così ci troviamo faccia a faccia con l’estrema povertà e il persistente e profondo razzismo del profondo Sud, con l’inumano confino dei giapponesi  e dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale (qualcosa che sembra nuovamente possibile nell’era distopica del Governo Trump), e con la distruzione postbellica della sua amata California da costruttori edilizi senza scrupoli e cultori dell’automobile.

Al piano superiore della galleria d’arte, il lavoro di Vanessa Winship richiede un po’ di tempo per essere apprezzato. Sebbene non sia una fan delle didascalie poetico-oscure che descrivono (o no) le fotografie, devo dire che si respira un’atmosfera mistica nelle sue immagini (specialmente quelle degli stati balcanici post-comunisti); immagini permeate di una struggente e dolce-amara bellezza

Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship
Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship

Qui bambini e vecchi giocano tra monumenti commemorativi sovietici in rovina, memorie di un passato ancora molto recente. A differenza di quelle di Dorothea Lange, nelle immagini di vanessa Winship le persone sembrano riaffermarsi sul paesaggio. Ma come quelli della fotografa americana, anche questi sono  esseri umani erosi, ancora in parte legati a un regime morto come quello post comunista.

Ma e’ She Dances on Jackson la serie di fotografie che la  Winship ha scattato negli Stati Uniti nel 2011 che riecheggia maggiormente l’opera della Lange. Anche se i suoi giovani americani (alcuni sorridenti e ottimisti, alcuni impacciati, alcuni bianchi, altri appartenenti a minoranze etniche o linguistiche) non sono ridotti alla fame, il loro futuro nel mondo distopico dell’attuale America di Trump tuttavia non sembra più roseo di quello dei mezzadri sfollati immortalati dalla Lange.

Londra//fino al 2 Settembre 2018

Dorothea Lange: ‘Politics of Seeing’/ Vanessa Winship: And Time Folds

Barbican Art Gallery, Beech Street, London, EC2Y 8AE

Barbican Centre

2018 ©Paola Cacciari

Diario russo (A Russian Journal, 1948) di John Steinbeck con fotografie di RobertCapa

Cosa succede quando il premio Nobel John Steinbeck (1902-1968) e il suo amico fotografo, l’ungherese americano Robert Capa (1913-1954)decidono di unire le forze? Succede che nasce Diario russo (in inglese A Russian Journal, pubblicato nel 1948) uno dei libri di viaggio più poetici e divertenti del XX secolo.
Entrambi in bilico tra progetti finiti e progetti non ancora iniziati, nel 1947 i due amici decidono di visitare Mosca, l’Ucraina e la Georgia passando per quella che allora si chiamava ancora Stalingrado (nel 1961 ribattezzata Volgograd per decisione dell’allora segretario generale del PCUS Nikita Chruščёv).

La loro missione? Scoprire il popolo dell’Unione Sovietica, la gente comune e vedere con i loro occhi (e quelli della macchina fotografica) cosa indossano le persone, cosa servono per cena, come celebrano le loro festività – evitando per quanto possibile la propaganda della Guerra Fredda che allora al suo culmine.

La prosa di Steinbeck è una delizia e e le foto di Capa sono superlative. Mi pare di vederli all’opera, questi due giovanottoni americani – così caldi, onesti e divertenti. Uno Steinbeck semi-serio ammette apertamente che le loro osservazioni sono superficiali e non potrebbero mai essere altrimenti – e comunque quello non era il punto. Ma il tono è sempre pieno di affetto: il suo punto infatti è che le persone sono persone in tutto il mondo e come tali meritano il nostro rispetto (con l’eccezione dei prigionieri di guerra tedeschi che stanno ricostruendo Stalingrado – in fondo l’aveno distrutta loro…)

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.
USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck. © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Ma la cosa per me più divertente sono le descrizioni che Steinbeck da’ di Robert Capa. Per anni ho venerato questo guerriero della macchina fotografica, ammirandone le storiche immagini della Guerra Civile Spagnola e dello Sbarco in Normandia. Ma non avevo idea della persona. Nelle parole di Steinback, Capa si trasforma: non piu’ un’entità astratta dietro la macchina fotografica, diventa una persona in carne ed ossa (e tanti capelli!) dotato da un’infaticabile energia, che si chiude in bagno per ore a leggere i libri sottratti di nascosto ai giornalisti e ai diplomatici americani a Mosca, e che parla tutte le lingue del mondo con gli accenti sbagliati. È triste pensare che solo sei anni dopo l’uscita di questo libro, quella bomba di energia che era Robert Capa sarebbe morto, ucciso da una mina antiuomo in Indocina.

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Una magnifica istantanea, testuale e visiva, della Russia stalinista del dopoguerra, vista attraverso gli occhi di due viaggiatori che non si prendono troppo sul serio.

Nel sito dell’agenzia Magnum Photos trovate le altre magnifiche foto di Robert Capa www.magnumphotos.com/arts-culture/travel/robert-capa-russian-journal/

2018 ©Paola Cacciari

Ernest Haas: Reconstructing London.

Le grandi arterie di Shaftesbury Avenue e Regent Street sono immediatamente riconoscibili negli scatti che il fotografo austriaco Ernst Haas (1921-86) dedica alla Londra dell’immediato dopoguerra.

Espulso dalla facoltà di medicina perché ebreo, Haas volge il suo interesse alla fotografia e la sua fortuna cambia quando le sue immagini dei prigionieri di guerra che fanno ritorno a Vienna attirano l’attenzione di Robert Capa che lo invita ad unirsi all’agenzia da lui fondata a New York, la Magnum. Haas visita Londra per la prima volta nel 1948, restandoci fino al 1949. Allora un giovane fotoreporter d’assalto, l’austriaco si fece un nome con i suoi reportage raffiguranti la città ricostruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Affascinato dallo spirito indomito della città e dei suoi abitanti, vi ritornò ancora una volta nel 1951 catturando gentiluomini in tuba e impiegati della City in bombetta. E in una serie di immagini dedicate allo Speakers Corners di Hyde Park ci regala le prime testimonianze di una società multiculturale allora ancora allo stato embrionale.

Enst Haas_-Speake_rs Corner Courtesy Atlas gallery
Enst Haas Speake rs Corner Courtesy Atlas gallery

Londra//fino al 4 Luglio 2015

atlasgallery.com

2015 ©Paola Cacciari

da Cinque mostre di fotografia per l’estate a Londra pubblicato su Londonita

This Is War! Robert Capa at Work/Gerda Taro: A retrospective. London, Barbican Art Gallery

Istintivo e coraggioso, lui. Elegante e raffinata, lei. Amanti nella vita, compagni nel lavoro: alla Barbican Art Gallery una grande mostra sull’epica storia di due grandi del fotogiornalismo moderno…

Gerda Taro - Robert Capa - Segovia front, Spain Late May-early June 1937 © International Center of Photography.Un giovane uomo dalla folta capigliatura nera e dallo sguardo volitivo scruta il mondo attraverso la lente della macchina fotografica: è Robert Capa (1913–1954). Nasce a Budapest da una famiglia ebrea non ortodossa e il suo nome è ancora Endre Friedmann quando, nel 1932 -accusato di attività sovversiva dal governo di estrema destra- fugge a Berlino dove diventa fotografo. Ma la sua vita è destinata a cambiare quando nel 1934, incontra a Parigi l’ebrea polacca Gerda Pohorylle (1910-1937). Insieme inventano il personaggio di ‘Robert Capa’, fantomatico fotografo Americano. E lei diventa Gerda Taro. Giovani, belli e ambiziosi, nel 1936 i due si spostano in Spagna incaricati dalla rivista francese Vu di documentare la Guerra Civile spagnola, eccitati da quella lotta appassionatadi cui condividono l’ideale libertario.
Fedele al suo motto “se le tue foto non sono abbastanza buone è perchè non sei abbastanza vicino”, Capa segue i soldati repubblicani al fronte, armato della sua Leica. Sono foto emozionanti quelle che scatta a Cerro Muriano, vicino a Cordova, cariche di potente intimità. Tra queste la sua foto più famosa, The falling Soldier (1936) raffigurante un soldato dell’esercito repubblicano colpito a morte da un proiettile franchista. L’immagine, una delle più controverse del fotogiornalismo moderno (è davvero un soldato? è una messa in scena?) pubblicata su Vu, lo rende famoso in tutto il mondo, diventando il simbolo della Guerra Civile spagnola e della precarietà della vita. Anche per questo forse Capa chiede a Gerda di sposarlo, ma lei rifiuta, votata ormai solo alla causa repubblicana. E muore nel 1937, vicino a Brunete durante una battaglia, schiacciata da un carro armato a soli ventisei anni.

Gerda Taro - Republican militiawoman training on the beach, outside Barcelona, August 1936 © International Center of Photography
Gerda Taro – Republican militiawoman training on the beach, outside Barcelona, August 1936 © International Center of Photography

La notiza raggiunge Capa in Cina dove nel 1938 si trova a fotografare la resistenza cinese contro l’invasione giapponese. Nonostante la limitata libertà di cui gode, Capa riesce ugualmente a realizzare alcune potenti foto come Boy soldier (1938), che diventa l’iconica copertina del numero di Maggio di Life. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale lo trova ancora una volta in prima linea. Il 6 giugno 1944 partecipa al del D-Day fotografando il sanguinoso sbarco del contingente americano ad Omaha Beach, in Normandia. Scatta per un’ora e mezza, consumando i quattro rullini di pellicola che aveva con sè. Poi scappa, senza sapere che ha rischiato la vita per nulla in quanto –una volta a Londra – la maggior parte delle sue foto va perduta per un errore di sviluppo. Si salvano solo una decina di fotogrammi. E queste foto sgranate, sfocate (effetto ottenuto scossando leggermente la macchina fotografica) di soldati che strisciano nell’acqua di Omaha Beach, trasmettono la terribile drammaticità e l’orrore eccitato della battaglia. Ma il destino di Capa è cadere sul campo. E lo fa con la macchina fotografica alla mano, in Indocina nel 1954, per una mina antiuomo.
Nella sua breve vita la stessa Gerda Taro è una fotografa di successo, ma la sua storia, al contrario di quella di Capa, è meno conosciuta. Questa del Barbican è la prima retrospettiva dedicata al suo lavoro. La leggenda la vuole pupilla di Capa, ma nell’intensità psicologica l’allieva supera il maestro. Nel 1936 scatta forse la sua foto più famosa: una donna-soldato ripresa di profilo sulla spiaggia, un ginocchio sul terreno, lo sguardo determinato nell’atto di prendere la mira, piccola figura dolce e forte, simbolo di bellezza e libertà.

Robert Capa - American soldiers landing on Omaha Beach, D-Day, Normandy, France June 6, 1944 © Cornell Capa/Magnum International Center of Photography
Robert Capa – American soldiers landing on Omaha Beach, D-Day, Normandy, France June 6, 1944 © Cornell Capa/Magnum International Center of Photography

Se lui ha il coraggio, lei ha la sensibilità. E la dimostra nell’inconsueta resa della luce e nelle prospettive improvise che ricordano fotografi dell’avanguardia come Alexander Rodchenko. Le due sale dedicate a Taro rivelano che il fronte non è solo guerra e morte, ma è fatto anche di soldati che suonano e bambini che giocano. Trasformata dall’oblio del tempo in poco più di una parentesi nella grande avventura di Capa, con questa mostra Taro finalmente riceve l’omaggio dovuto.

paola cacciari, pubblicato su Exibart

Londra//fino al 25 gennaio 2009

This Is War! Robert Capa at Work/Gerda Taro: A retrospective
Mostre curate da Richard Whelan e Irme Schaber
Barbican Art Gallery Barbican Centre, Silk Street, London EC2Y 8DS

barbican.org.uk