The Best Exotic Marigold Hotel

Vi  è mai capitato di iniziare a leggere un romanzo da quale era già stato fatto un film e, dopo qualche capitolo, siete stati costretti a riconoscere che quella che state leggendo è un’altra storia completamente, anche se piacevolmente diversa?

Sto parlando di quel delizioso film che è The Best Exotic Marigold Hotel e del libro a cui il film è (molto) liberamente, ispirato. Pubblicato nel 2004 con il titolo di These Foolish Things, poi ribattezzato The Marigold Hotel, questo romanzo racconta con grazia e umorismo la possibilità di nuove occasioni per cambiare la propria vita, in una storia senza età che nel 2012 ha conosciuto il successo grazie anche ad un cast di fantastici attori tra cui Bill Nighy, Judi Dench e Maggie Smith.

London 2019 © Paola Cacciari
London 2019 © Paola Cacciari

Attirati dalla pubblicità di un hotel di Bangalore che sembra progettato per soddisfare le esigenze della terza età, alcuni pensionati inglesi ciascuno per una ragione personale, decidono di trasferirsi in una casa di riposo in India per potersi finalmente godere la vita al sole e al caldo con i loro modesti risparmi. All’arrivo però scoprono che l’antico palazzo dell’hotel non è che il pallido, malandato ricordo dei tempi andati. Eppure ciò che in un primo momento appare deludente e incomprensibile (il personale a dir poco eccentrico, i ritmi caotici della quotidianità, gli odori e i rumori invadenti, le norme incomprensibili che regolano i rapporti umani) si rivelerà fonte di inesauribili scoperte, non ultimo che la vita e l’amore possono ricominciare dove meno te lo aspetti. 

L’India raccontata da Deborah Moggach invoca è disordinata, moderna, imprenditoriale; una terra fatta di abiti eleganti e mendicanti senza gambe, ma in cui l’essere vecchi (con tutti gli acciacchi del caso), non è considerato un crimine punibile con l’isolamento permanente. Alcuni membri del personale dell’hotel sono di fatto molto più anziani e decrepiti dei residenti. In un cenrto senso, il Marigold Hotel diventa un po’  una metaforica sala d’attesa, in cui i vecchi e i giovani si incontrano e insieme negoziano i passi successivi del loro viaggio.

La più grande delizia del libro sono i personaggi, ciascuno dal carattere ben definito e nel libro molto piu’ numerosi che nel film, e con tanto di parenti e associati in primo piano nell’inquadratura, eppure completemate inconfondibili.

Come tutti i film di successo, anche del Marigold Hotel è stato fatto un sequel nel 2015, Ritorno al Marigold Hotel (The Second Best Exotic Marigold Hotel) piacevole, ma decisamente inferiore al primo, ma con questa scenza di danza tra Dev Patel (Sonny) e Tina Desai (Sunaina) che ogni volta mi fa venire voglia di andare in pensione in India! 😄

2019 © Paola Cacciari

 

Un gentiluomo a Mosca (A Gentleman in Moscow) di Amor Towles

Quest’anno ho letto molti libri belli. E questo di Amor Towles è certamente tra uno tra i piu’ belli. Che Un Gentiluomo a Mosca riesce ad essere allo stesso tempo un libro profondo e delicato, tragico e ironico, leggero e impeccabile, pur restando sempre attentissimo ai fatti storici di un periodo crudele e complesso come la Russia di Stalin.

Russia, Hotel Metropol in Moscow, view from the Bolshoi Theater

Una scrittura scintillante, ma controllata e permeata di una costante e gentile ironia da’ vita ad una serie di personaggi indimenticabili che va da aristocratici e cucitrici a chefs irascibili, stelle del cinema, artisti e intellettuali disillusi, managers frustrati e maître de salle di squista sensibilità. Dal lusso del Grand Hotel Metropol, in Piazza del Teatro a Mosca, a pochi passi dal famoso Bolshoi, dove è esiliato agli arresti domicigliari dal 1922, il Conte Alexander Rostov guarda per oltre trent’anni il dipanarsi della storia della Russia moderna. Bandito e dimenticato, relegato dopo la Rivoluzione al ruolo di ex-aristocratico il  Conte vede il mondo in cui è nato e cresciuto svanire sotto i propri occhi. Ma la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a pochi passi dal Cremlino, finisce per proteggerlo dalle brutalità del regime di Stalin, dalle carestie di massa e dalle purghe, e persino dalla Seconda Guerra Mondiale.

Un libro che ha avuto su di me lo stesso effetto di Pane e Tulipani: una ventata di speranza in un mondo sempre piu’ brutale. Da lkeggere nei momenti di depressione. 🙂

2018 ©Paola Cacciari

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Nella sua vita Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940) è riuscito ad essere allo stesso tempo dentro e (pericolosamente) fuori dagli schemi, considerato il periodo storico in cui si è trovato a vivere…

Laureatosi in medicina nel 1916 all’Università di Kiev, Bulgakov viene inviato a Nikol’skoe nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico dell’ospedale del circondariato prima di fare ritorno a Kiev nel 1918, dove apre uno studio medico di dermatosifilopatologia. A Kiev Bulgakov afferma di aver assistito a diversi capovolgimenti politici, molti dei quali lo coinvolgono in prima persona. Non a caso è in questo periodo che decide di abbandonare la medicina, visto come pubblico ufficiale era troppo soggetto al potere politico.

La Russia di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin (1878-1953) infatti non era un luogo facile per nessuno, meno che meno  per artisti e scrittori. Bulgakov si trova pertanto intrappolato in una nazione che riesce al tempo stesso ad affascinarlo e a sconvolgerlo dopo la Guerra Civile. Che mentre la sua famiglia abbandona la Russia per rifugiarsi in Europa, il nostro finisce i suoi giorni nella terra dei suoi avi, dove non si preoccupa di celare la sua offesa per le ruberie e la barbarie del nuovo regime.

Collerico di natura, lo scrittore si rifiuta di moderare le sue frequenti parodie del brutale regime bolscevico, cosa che lo vede abitare in modo pressoché perpetuo la lista nera di Stalin. Ma se questo significava che non poteva vivere della sua penna – una condizione peraltro comune a molti altri scrittori del periodo (la poetessa Anna Akhmatova e lo scrittore Boris Pasternak salgono alla mente), bisogna dire che a differenza di altri artisti e letterati contemporaneai, l’avere ammiratori ai piani alti del regime ha salvato Bulgakov dal gulag se non dalla condanna a morte. E a salvarlo dal suo destino fu proprio il più improbabile dei personaggi, Stalin. Pare infatti che nel 1932 il Leader dello stato bolscevico abbia fatto annullare la censura su uno dei drammi di Bulgakov, I giorni dei Turbin, tratto dal romanzo La guardia bianca del 1924, semplicemente perchè gli piaceva. E pare che gli fosse piaciuto così tanto da vederlo una quindicina di volte, spesso in incognito.

Ma il fatto che Stalin fosse un ammiratore della sua opera, non significò che Bulgakov fosse libero di scrivere quello che voleva, al contrario. Che lungi da dargli mano libera, il suo baffuto patrono si preoccupò di censurare virtualmente tutto ciò che lo scrittore produceva. Forse fu proprio questo strano altalenarsi tra libertà e censura e il vivere in una situazione di continua incertezza che diede a Bulgakov la spinta necessaria per scrivere il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita (non vi sto a raccontare la trama che trovate qui)…

Il ragionamento di Bulgakov non fa una piega: visto che praticamente tutte le sue opere erano censurate, una più non avrebbe fatto nessuna differenza. Ma a differenza di altri scrittori del periodo, Bulgakov sapeva che l’avere Stalin tra i suoi lettori significava che almeno non sarebbe stato ucciso e questa non era una cosa da poco nel pieno del Grande Terrore e basta a dargli coraggio. Ma cosa ne sarebbe stato del suo romanzo Bulgakov non lo seppe mai, visto che morì nel 1940 a quasi 49 anni, per una nefrosclerosi, la stessa malattia di cui era morto anche il padre, mentre stava apportando gli ultimi ritocchi al capolavoro che lo aveva impegnato per gli ultimi dieci anni della sua vita.

Naturalmente il romanzo non passò la censura. Fu solo nel 1967 che Il Maestro e Margherita filtrò in Europa, sebbene pesantemente censurato. Ma a quanto pare aveva mantenuto abbastanza verve da ispirare Mick Jagger a scrivere la canzone Simpathy for the Devil. Uh

Come sempre accade con la grande letterature, il romanzo si presta a numerose letture: ilare presa in giro, profonda allegoria filosofica, caustica satira politica e sociale sulla società sovietica e sulla sua immancabile burocrazia. A voi l’ardua sentenza. Io personalmente mi chiedo solo come mai non l’ho letto prima…

2018 ©Paola Cacciari

#5libri .. e qualcosa in più sulla Grande Guerra

Oggi in Italia si celebra il Centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. E allora vi segnalo questo post di Tatiana Larina con una cascata di romanzi tutti da leggere sull’argomento del primo conflitto mondiale. Buona lettura! 🙂

Parla della Russia

4 novembre 1918. Come si fa a festeggiare una vittoria come quella dell’Italia nella Grande Guerra? Si può festeggiare la fine della guerra, la rottura di un fronte che ha dilaniato il continente e il mondo, il tentativo di ritorno ad una normalità, ma no, la vittoria proprio no.

Una vittoria che proprio all’Italia costò una delle più sanguinose disfatte della nostra storia, Caporetto, e che per tutti i paesi coinvolti ha significato un bagno di sangue mai visto prima, la sperimentazione di armi di distruzione di massa (le armi chimiche), il coinvolgimento di milioni di civili, la devastazione di intere nazioni.

E poi cosa c’è da festeggiare in una guerra che ha gettato i semi di una follia ancora duratura per l’Europa e per il mondo? Come suonano strani i nome di Rommel e Badoglio qui… eppure a Caporetto c’erano loro.

Gli scrittori che il quel periodo hanno vissuto…

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Quo vadis baby? di Grazia verasani

Ogni tanto mi viene l’ansia. Arriva così inattesa, e mi toglie il respiro. Ed è in certi momenti che devo uscire di casa. Come se stare fuori risolvesse il casino che ho dentro. Il mio collega astrologo direbbe che devo dare spazio ad un Marte irrequieto; mio padre direbbe semplicemente che ho il fuoco sotto i piedi, come mia madre prima che la sua malattia se la portasse via.

Quando sono Londra mi rifugio ad Hyde Park, ma a Bologna faccio lunghe passeggiate per il centro. Passo davanti ai fantasmi di negozi che ricordo bene e che ora non ci sono più come Schiavio Stoppani in via Clavature e mi fermo davanti alla libreria di libri usati in via Oberdan che un tempo ospitava lo storico negozio di dischi Nannucci. E mi sento una straniera in patria. O semplicemente molto vecchia.

Non credo che nelle altre città sia sia diverso. E che mi sembra che a Bologna la differenza si noti di più che negli altri posti. Che come dice Grazia Verasani nel suo stupendo libro Quo Vadis Baby? 

Bologna era un posto in cui succedevano un sacco di cose e tutto sembrava sempre funzionare.’

Ora non più. A che punto della storia il meccanismo si e inceppato?

2018 © Paola Cacciari

Delitto e Castigo di Fyodor Dostoevsky

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho pensato che non sarei mai riuscita a leggere Dostoevsky. Non che non ci avessi provato, anni fa (neppure troppi anni fa…), ma la miseria del mondo abitato da Raskolnikov mi faceva sentire così triste e depressa che mi sono arresa dopo tre capitoli. Poi sono stata a San Pietroburgo e tutto è cambiato. Mi sono innamorata della città, totalmente, senza riserve. E ho deciso di riprovarci, a rileggere Delitto e Castigo dico.

L’ho letto quasi tutto d’un fiato, come ho fatto con Guerra e Pace. Che c’è un motivo perché questi libri sono cosiderati classici: perché, nonostante il tempo, non smettono mai di parlarci. Era tempo che un libro non mi faceva riflettere così profondamente sul cosa significhi essere un essere umano, e sul come le nostre scelte abbiano un’influenza indelebile sulla nostra vita.

E mentre leggevo, assaporando quella prosa brillante (OK, l’ho letto in traduzione, ma era una buona traduzione) e non cessavo di stupirmi dell’altrettanto brillante comprensione che Dostoevsky ha della natura umana. La trama è incredibilmente semplice: Rodion Romanovich Raskolnikov, un povero ex-studente all’università di San Pietroburgo, formula un piano per uccidere una vecchia usuaraia senza scrupoli per derubarla. Raskolnikov crede che con i soldi possa liberarsi dalla povertà e continuare a compiere grandi imprese; ma confusione, esitazione e lo zampino del caso fanno cadere la sua convinzione di riuscire a compiere un omicidio moralmente giustificabile. Delitto e Castigo non è altro che uno studio approfondito di un uomo che commette un omicidio e del come viene “punito” per questo, principalmente dalla sua coscienza.

Dostoevsky è un narratore sublime. Non solo è in grado di creare personaggi complessi, ma è in grado di portare il lettore profondamente dentro la mente di un personaggio. Tanto che di tanto in tanto mi veniva da chiudere il libro per mettermi a pensare. Sara’ il paesaggio, la particolarità della loro terra o della loro cultura, la loro non appartenenza né all’Oriente né all’Occidente, ma i romanzieri russi sono insuperabili nel riuscire a combinare di storia, filosofia e alta alta letteratura in un unico tomo.

Lo sceneggiato televisivo della BBC2 del 2002 con John Simm nei panni dell’inquieto Raskolnikov e girata interamente a San Pietroburgo cattura lo spirito del romanzo.

2018 © Paola Cacciari

Leningrado

Il mio periodo russo continua: questo e’ un altro libro che leggero’ prima o poi. Dal bellissimo blog “Parla della Russia” (neanche a dirlo…) 🙂

Parla della Russia

Sicuro che vinceremo. Ma non saremo mai capaci di dimenticare…E siccome nessuno crederà che sia accaduto davvero, rimarremo sempre assiedati…”.

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Le parole pronunciate da Vera, la protagonista della storia alla base della sceneggiatura scritta dal regista Giuseppe Tornatore per il mai realizzato film “Leningrado”, riassumono bene la difficoltà di trattare con distacco un tema così doloroso e tormentato come l’assedio della città di Leningrado durante la seconda guerra mondiale.

Ancora oggi la “Blokada” viene confusa con la difesa di Stalingrado, episodio storico narrato con fierezza dalla propaganda sovietica. A differenza dell’assedio di Leningrado, con cui l’esercito nazista asserragliò per 900 giorni – dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 – la città di Lenin, le cui gesta e il cui eroismo furono taciute per decenni in Unione Sovietica. Parlare di ciò che accadde durante quei 900 giorni rappresentava per il regime sovietico una macchia da offuscare. Stalin, in…

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Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini

Ci sono autori che non si dovrebbereo leggere prima di una certa età o almeno prima di raggiungere una certa maturità. Cosa che io non ho fatto con Dacia Maraini, di cui ho letto I sogni di Clitennestra e altre commedie (1981) quando ero ancora troppo giovane per apprezzarne le straordinarie qualità di scrittrice. Cosa che, per molto tempo, mi ha erroneamente dissuaso dal leggere altri libri suoi.

Così quando, qualche settimana fa, la neve che ha sommerso Bologna (e l’Italia in genere) mi ha costretto a rimandare il volo di ritorno a Londra e a trascorrere sei lunghissime ore all’Aereoporto Guglielmo Marconi prima di riuscire finalmente a partire alla volta della Capitale, è stato con una certa riluttanza che ho aperto alla prima pagina un libro che avevo infilato nello zaino nel caso non trovassi nulla di meglio nella libreria dell’aereoporto. Quel libro era Il treno dell’ultima notte, libro che mi era stato regalato tempo fa e che non avevo ancora letto e che, sinceramente non avrei mai pensato avrei letto. Quanto mi sbagliavo!

Il libro racconta la storia di Emanuele, un bambino ribelle e pieno di vita, dalle ginocchia permanentemente scortecciate per il troppo arrampicarsi sui ciliegi e buttarsi a capofitto in bicicletta giù per strade sterrate della Toscana. Il suo sogno è costruirsi un paio di ali per volare come gli uccelli. Ma tutto ciò che resta di lui sono qualche lettera e un quaderno nascosto in un muro nel ghetto di Lodz quando la sua famiglia austriaca ed ebrea, viene cacciata da Vienna. Con la scusa di scrivere una serie di articoli per il giornale per cui lavora, Amara, l’inseparabile amica d’infanzia di Emanuele, decide di mettersi alla ricerca del suo compagno di giochi, e colui che pensava sarebbe diventato il suo compagno di vita. Inizia così un racconto strordinario di uno straordinario viaggio attraverso l’Europa comunista del 1956, su un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati con centrini fatti a mano e puzza di capra e sapone di pessima qualità e sul quale conosce Hans Wilkosky, giornalista austro-ungherese mezzo ebreo che diventerà il suo compagno di viaggio e la aiuterà nella ricerca di Emanuele. Amara visita sgomenta ciò che resta del girone infernale di Auschwitz-Birkenau. Con Hans percorre le strade di Vienna alla ricerca di sopravvissuti, giunge a Budapest mentre scoppia la rivolta degli ungheresi, e trema con loro quando i colpi dei carri armati russi sventrano i palazzi. Un libro staordinario di una scrittrice straodinaria. #DaciaMaraini

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 2018 ©Paola Cacciari

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

2018 ©Paola Cacciari

Circolo chiuso (The Closed Circle) di Jonathan Coe

È un’Inghilterra che conosco e riconosco questa raccontata da Jonathan Coe in The Closed Circle (Circolo Chiuso) che questo è il Paese in cui sono atterrata in quel lontano Aprile del 1999. Un Paese da poco rimasto orfano di due donne carismatiche come Margaret Thatcher e Lady Diana, la prima silurata nel 1992 (e sostituita per un breve e irrilevante mandato dall’altrettanto irrilevante John Major) la seconda morta tragicamente in un incidente stradale a Parigi nel 1997 e in disperato bisogno di una mano ferma, ma amichevole. Almeno all’apparenza. La mano del giovane e carismatico Tony Blair.

Sotto l’egida del New Labour di Balir la Gran Bretagna si trasforma nella Cool Britannia  delle Spice Girls e la bandiera nazionale, la Union Jack diventa un brand per tutto, dalle teiere agli ombrelli che tanto piacciono ai turisti perchè fanno tanto Londra. Nella Londra degli anni Novanta l’aria era elettrica, l’economia girava al massimo e la nazione era talmente ricca che si poteva trovare lavoro semplicemente stando seduti su di una panchina a mangiare un panino nel parco (e questo lo dico per esperienza personale, lo so perché mi è capitato). L’ottimismo, l’apertura all’Europa, i caffè all’aperto, il culto del cibo che trasforma improvvisamente l’Inghilterra da una nazione di filistei culinari in una di foodies ossessionata di ristoranti, ricettari e celebrity chefs. Quello che si vedeva meno erano cose tanto piu’ tragiche proprio in quanto cosi’ banali come il dramma del lavoro operaio, sottoposto alla morsa e alle costrizioni della globalizzazione. E tragedie ferroviaria senza precedenti, come qulla di Paddington del 1999, in cui persero la vita 31 persone e 400 restarono feriti. E la chiusura dello stabilimento di Longbridge, vicino a Birmingham, dal 1905 vitale per l’economia locale e non solo. E la tragedia dell11 Settembre, la guerra in Afganistan e quella in Iraq – contro la quale il 15 Febbraio del 2003 ci furono una serie di manifestazioni coordinate in tutta Europa. Tra le 750,000 che marciarono lungo il Tamigi fino ad Hyde Park c’ero anch’io. Queste sono tutte cose che ho vissuto sul posto e che non dimenticherò tanto facilmente. E che ho ritrovato nel Circolo Chiuso insieme agli eroi de La Banda dei Brocchi. Più vecchi (sono trascorsi vent’anni), più cinici, certamente più incattiviti da un mondo in cui il denaro e l’immagine la fanno da padroni. Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un altrettanto fallito lungo soggiorno in Italia, decide di tornare a Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente all’improvviso nel 1978.
Ma tornare a Birmingham significa anche rientrare in contatto con amici e conoscenti persi di vista e riannodare rapporti complessi, quello con suo figlio, per esempio, che aveva deciso di restare a vivere con il padre in Inghilterra. Pochissimi giorni dopo il rientro, incontra per caso un vecchio amico, Benjamin Trotter, in compagnia di una bellissima ragazza, Malvina: Claire sospetta che tra i due possa esserci qualcosa, mentre in realtà Malvina, della quale nulla si sa fino alla fine del romanzo, è innamorata di Paul Trotter, fratello di Benjamin e deputato del New Labour di Tony Blair.
Insomma, neanche in questo romanzo manca la pienezza a cui Jonathan Coe ci ha abituati: infatti, sebbene sia un romanzo in sé stesso compiuto, Circolo Chiuso rappresenta insieme a La banda dei brocchi (anni settanta) e a La famiglia Winshaw (anni ottanta), la conclusione di un grande affresco del recente passato e del presente dell’Inghilterra del XX secolo.

2018 ©Paola Cacciari