Berlin: Imagine a City di Rory MacLean

Mai giudicare un libro dalla copertina dice il proverbio. Bisognerebbe sempre ascoltare i proverbi. Ma partivo per Berlino il giorno dopo e volevo un libro che mi parlasse della città. Devo ammettere che non ho guardato molto per il sottile, la mia ignoranza di storia tedesca è apocalittica (diamo la colpa ai racconti di guerra dei nonni che mi hanno sempre fatto storcere il naso davanti a quella Nazione) e la copertina postmoderna con il volto di David Bowie in bella mostra hanno fatto il resto e mi sono trovata da allungare i soldi al libraio ancora prima che il mio cervello registrasse cosa stesse succedendo.

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Come immaginavo fosse questo libro? Non so, ma certamente non così. Berlin Immagine a City non è un normale libro di viaggio – è troppo lirico e romanzato per esserlo, ma non è neppure un vero romanzo storico. A pensarci bene, Berlin immagine a City non è un libro normale, nel senso che non è non fiction (almeno  non nel senso letterale della parola), ma non è neppure un romanzo storico, ma un misto dei due generi. E questo mi ha mandato un po’ in crisi che fino all’ultima pagina non riuscivo a decidermi se mi piacesse o no, al contrario della città che mi piaciuta subito, molto più di quanto mi aspettassi.

 

Ho impiegato molti anni per arrivare a Berlino che i racconti di guerra dei nonni e di quello che hanno sofferto durante l’occupazione tedesca scolpiti nel cervello sono sempre stati per me un deterrente. Non e’ bella nel senso tradizionale del termine, bella come Roma, Londra, Praga, Vienna o Parigi dico, ma ti entra dentro come solo pochi altri luoghi fanno. Una città fatta di memorie, dove le assenze sono più vive delle presenze, mobile come l’acqua, dove il passato sembra trasformarsi subito in futuro e dove ad ogni passo ti sembra di andare a braccetto con la storia. Una città volubile, volatile e incredibilmente viva.

Berlin 2019 © Paola Cacciari
Berlin 2019 © Paola Cacciari

La storia di Berlino si srotola davanti ai nostri occhi come un tappeto magico, per sempre intrecciata alla storie della sua (più o meno sventurata) gente. Per le sue strade incontriamo poeti, musicisti, scrittori, architetti, scienziati (dal poeta medievale Konrad van Colln all’architetto neoclassico Karl Friedrich Schinkel, dal diabolico Joseph Goebbels al geniale David Bowie) che hanno vissuto vissuto nella città tedesca e hanno contribuito alla sua storia e alla sua crescita – nel bene e nel male. Le loro vite ci scorrono davanti agli occhi come un film, plasmate dalle parole (e dalle ineccepibili ricerche) di Rory Mclean. 
E poi Kennedy, naturalmente. Che non poteva mancare il discorso che il Presidente degli Stati uniti John F. Kennedy tenne il 26 Giugno 1963 in cui pronuncio la celebre frase: “Ich bin ein Berliner” (“I am a Berliner” “Io sono un berlinese”) divenuto uno dei  momenti più significativi della guerra fredda e un grande incoraggiamento morale per gli abitanti di Berlino ovest, che allora vivevano in una enclave all’interno della Germania Est, dalla quale temevano un’invasione.

«Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum (sono un cittadino romano). Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!‘»

2019 © Paola Cacciari

Back in Time: Heaven – The Psychedelic Furs

Era il 1984 quando la neonata Videomusic mi fece scoprire questo bellissimo pezzo della band inglese Psychedelic Furs. Avevo quattordici anni, non sapevo l’inglese, internet non esisteva e per i testi delle canzoni tradotti in italiano bisognava rimettersi alla bontà delle pagine di TV Sorrisi e Canzoni o alla Feltrinelli, sotto forma di libro.

E così solo di recente, riascoltando questa canzone ho realizzato che non è affatto quello che sembra, e che il paradiso di cui si parla non è affatto quello religioso. Heaven è una canzone contro la guerra nucleare – non dimentichiamo che siamo in piena Guerra Fredda, per la precisionequella che viene definita la Seconda Guerra Fredda, il periodo che va dalla fine degli anni Settanta a metà degli anni Ottanta, le tensioni e i conflitti tra le maggiori potenze si erano riaccese, e con esse anche le velleita’ militaristiche...

Ripensandoci, è davvero strano pensare di averci ballato sopra sprizzando felicità da tutti i pori, quando il testo è in realtà piuttosto pesante… Ma per me resta comunque uno dei pezzi più belli degli anni Ottanta.

Heaven (1984)

Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart 
There’s too many kings
Wanna hold you down
And a world at the window
Gone undergroundThere’s a hole in the sky
Where the sun don’t shine
And a clock on the wall
And it counts my timeHeaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart

There’s a song on the air
With a ‘love you’ line
And a face in a glass
And it looks like mine

And I’m standing on ice when I say
That I don’t hear planes
And I scream at the fools
Wanna jump my train

Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart
Yeah, Heaven
Is the whole of our hearts
And Heaven
Don’t tear you apart

Yeah, Heaven
Ah, Heaven
Yeah, Heaven…

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

Parla della Russia

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Il Limpido Ruscello (The Bright Stream) di Shostakovich

OK, capisco perché Stalin ha vietato questo balletto: è divertente! E quando dico divertente intendo davvero, molto, troppo divertente. Divertente dall’inizio alla fine, con il suo misto di commedia e pantomima, coppie quasi adultere che si scoppiano e si riaccoppiano, ballerine vestite da uomo e ballerini vestiti da ballerine che danzano sulle punte e una sfilza di eccentrici caratteri ispirati allo Shakespeare di Sogno di una Notte di Mezza Estate  (ok, non c’è un uomo con la testa d’asino, ma c’è un cane in sella ad una bicicletta). Uh!

È anche ambientato in un collettivo agricolo sovietico, ma si rifiuta categoricamente di prendere la cosa sul serio, inclusi i frutti del lavoro del collettivo stesso, qui rappresentati sotto forma di frutta e verdura di ciclopiche dimensioni. C’era da aspettarselo che tanto liberalismo e tanta presa in giro della propaganda non siano andati giù a Mosca. Subito dopo il suo debutto nel 1935, The Bright Stream fu dovutamente denunciato in un articolo sulla Pravda, in cui il balletto veniva attaccato per la mancanza di un tema serio. Il compositore, Dmitri Shostakovich fu disonorato, il librettista Fyodor Lupokhov finì in un gulag e il balletto fu condannato all’oblio. Fino a quando, nel 2003, quasi 70 anni dopo, Alexei Ratmansky ha deciso di riportarlo in scena, con una produzione di in due atti che, pur rendendo omaggio all’originale sovietico, adatta il balletto alle necessità di un pubblico moderno.

La trama è semplice. La giovane campagnola Zina, ama suo marito, l’arrogante studente di agricoltura Pyotr. Ma il loro matrimonio viene messo alla prova quando due famosi ballerini entrano in città – conosciuti solo come La Ballerina, e Il Ballerino di danza classica. I due decidono di insegnare a Pyotr (e al suo occhio errante e mani e labbra) una lezione. E a questo punto iniziano le risate.

Non capita spesso di vedere il Balletto del Bolshoi  in piena versione comica, ma con la sua infilata  di interazioni da pantomima, The Bright Stream è un’opportunità per i ballerini di fare proprio questo. E ci si buttano a capofitto, godendosi un mondo l’opportunità di essere sciocchi – anche se lo fanno, ovviamente, con uno stile impeccabile. E per noi che stiamo nell’audience, è una gioia assoluta vedere questa compagnia divertirsi in modo quasi fanciullesco. Tanto che più di una volta sono scoppiata a ridere fino quasi alle lacrime (come non mi capitava da quando proprio a Covent Garden ho visto The Dream, di Frederick Ashton, basato appunto su Sogno di una Notte di Mezza Estate) insieme al resto del pubblico che stipava ogni angolo della Royal Opera House.

Ruslan Skvortsov, una delle più brillanti stelle del Bolshoi, sarà anche abituato a ruoli da “macho” nel balletto classico, ma una volta fattosi prendere dalla farsa, è un vero spasso, con tanto di tutù, petto peloso e tutto il resto. Che si tratti di svolazzare sulle punte o di trascinarsi stancamente sui piedi, il nostro eroe rende una magistrale parodia di quell’ “inseguimi – no, non- inseguirmi” tutto femminile e così  caratteristico diuna certa… (ahem) Odette.

Ma a quanto pare, fare la parodia a Il Lago dei Cigni nell’Unione Sovietica di Stalin era una reato punibile con il gulag, come appunto Lupokhov ha scoperto a sue spese. Una cosa ingiustissima che, lungi dall’essere una presa in giro, questo suo è piuttosto uno scherzo affettuoso che fa tanto più ridere in quanto viene da una compagnia famosa per la sua serietà. Una piacevole scoperta questa  The Bright Stream. Mi sono divertita immensamente!

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

The Bright Stream 7-8 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

Spartacus. Ovvero, la potenza dell’esercito del Bolshoi

Forse solo un marziano non conosce la storia di Spartaco e degli schiavi rivelli nel 73 a.C., diventata nota anche grazie al film di Stanley Kubrick nel 1960 e interpretato da Kirk Douglas. Alla fine del film, sconfitta la rivolta, Crasso propone ai sopravvissuti dell’esercito degli schiavi ribelli (tra cui c’è anche Spartaco) di identificare (vivo o morto) il loro comandante, in cambio della loro vita – una vita che comunque dovranno trascorrere nuovamente in schiavitù. Spartaco decide di consegnarsi, ma quando sta per alzarsi, tutti i suoi compagni fanno lo stesso, pronunciando ognuno la frase “Io Sono Spartaco!”.

Nelle mani di Yuri Grigorovich la storia della ribellione degli schiavi diventa l’allegoria di un popolo oppresso (quello sovietico) che lotta coraggiosamente per rovesciare una classe dirigente fascista e decadente. Creato nel 1968, lo Spartacus del Bolshoi è un’opera tipicamente sovietica, e tipicamente “del” Bolshoi, un luogo dove le dimensioni contano – non per niente il nome del teatro significa “grande” in russo. E come il Bolshoi, questo è un balletto di dimensioni straordinarie, a cominciare dall’esercito di ballerini necessari per un tale spettacolo, tutti identicamente e perfettamente addestrati per finire (ma solo metaforicamente) con la grandiosa musica di Aram Khachaturian.

Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) in Spartacus by the Bolshoi Ballet at Royal Opera House, London. Photograph Tristram KentonThe Guardian

La trama è semplice, come lo sono i quattro personaggi principali: il nobile, indomito gladiatore Spartacus, Frigia, la sua amata, bella e dal cuore puro, il folle Crasso, capo dell’esercito romano e la venale cortigiana Aegina. Gli uomini dominano il palco: schiavi e soldati che si muovono all’unisono, dritti come le loro spade, e poi lo Spartaco di Denis Rodkin che affronta il console romano Crasso (Artemy Belyakov).

Più che in frasi liriche, la coreografia di Grigorovich si esprime in spettacolari tableau che utilizzano blocchi di ballerini e cortigiane illuminati da un chiaroscuro di sapore caravaggesco, che entrano ed escono dalla scena muovendosi in perfetto accordo.

Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian
Denis Rodkin (Spartacus) and Anastasia Denisova (Phrygia) in the Bolshoi’s Spartacus. Photograph Tristram KentonThe Guardian

Spartacus è un vero tour de force, non solo da parte dei solisti (Irek Mukhamedov, l’indiscusso Spartaco del Bolshoi dal 1986 al 1991, famosamente ha detto scherzando che la cosa piu’ soddisfacente del ruolo era arrivare vivi alla fine del balletto…), oltre ad essere una meravigliosa esibizione di potenza da parte del corpo di ballo del Bolshoi.

Ed è anche incredibilmente divertente e interessante: la narrativa  tipicamente cinematografica infatti lo rende una sorta di film ‘danzante’ che alterna melodrammatici pas de deux che sfidano la gravità (come quello in cui Spatacus/Rodikin alza Phrygia/Denisova con un solo braccio, momento in cui l’intero teatro di Covent garden e’ esploso in un sonoro applauso…) a *vagamente cominci) baccanali ed esplosive scene di battaglie, il tutto unificato dalla straordinaria partitura di Khachaturian, con le sue potenti percussioni, il suo romantico tema d’amore e qualche sorprendente tocco di jazz spizzicato qua e la’. Spartacus insomma è ancora un balletto per le masse e le masse contunuano a godreselo alla grande. Certamente io l’ho fatto (e non solo per i vigorosi giovanotti in calzamaglia… 😜)

 

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

Monday 29 July-Saturday 17 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

Boris Godunov, ovvero un saggio sulla leadership e le sue trappole.

Un sovrano ambizioso che si chiama Boris, perseguitato da sensi di colpa per le cattive azioni da lui compiute in passato per assumere il comando del Paese. No, non sto parlando di Boris Johnson, il potenziale nuovo primo ministro britannico che i sensi di colpa dovrebbe averceli eccome e ancora da prima della Brexit, che da quando è entrato in politica non ne combina una giusta, ma dello zar Boris Fëdorovič Godunov (1551-1605).

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Di nobile stirpe tatara, Boris conquista il favore di Ivan IV il Terribile, tanto che alla sua morte divenne il vero capo dello stato, a causa dell’incapacità del successore Fëdor Ivanovič, riordinando l’amministrazione, istituendo il patriarcato (1589) come elemento di appoggio al potere assoluto, favorendo la media proprietà e il libero scambio.

Nel 1590 una fortunata guerra contro la Svezia gli fece riavere le terre perdute da Ivan IV. Stimolò il commercio estero, aprendo almeno parzialmente le frontiere russe agli stranieri, inviò diversi giovani a studiare in Europa, avviò lavori di restauro e nuove costruzioni nel Cremlino moscovita. Alla morte di Fëdor nel 1598, Boris salì al trono.

E qui comunciarono i guai. Boris, che si dimostrò spietato con le famiglie dell’alta aristocrazia, i boiari, che gli si opposero, si trova ora a fronteggiare una sempre maggiore opposizione da parte loro. Questa, unita all’insoddisfazione popolare sfociarono nel 1604 in una rivolta sostenuta dalla comparsa di un falso discendente di Ivan IV. Boris Godunov morì improvvisamente per cause sconosciute, ma quasi certamente naturali, il 23 aprile 1605, dopo solo sette anni di regno, lasciando l’instabile regno al figlio Fëdor II Borisovič, che fu ucciso dai boiari pochi mesi dopo.

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La sua figura ha ispirato diversi poeti, fra i quali Aleksandr Puškin che, nella tragedia Boris Godunov, composta nel 1825 e pubblicata nel 1831, ha cercato di mettere in luce non solo la tragica figura dello zar, ma anche l’atteggiamento dei boiari verso di lui e del popolo, e la storia del falso Demetrio. Dall’opera di Puškin sono tratte le singole scene dell’opera musicale omonima di M. P. Musorgskij, terminata nel 1869 e rappresentata per la prima volta integralmente nel 1874 e poi riproposta di regola nella versione, modificata (tra il 1896 e il 1908), di N. A. Rimskij-Korsakov.

Il capolavoro di Mussorgsky non poteva capitare ad un momento più opportuno con quello che sta accadendo in politica in questo momento. Il baritono gallese Bryn Terfel è magnifico nel ruolo del tormentato sovrano, e anche la produzione di Richard Jones è magnifica,  perché riesce ad evitare di tracciare parallelismi tra il suo Boris e i moderni tiranni come Stalin o Putin, e le sue scene di folla sono popolate da contadini piuttosto che proletari.

In quanto allo sconcertante parallelismo con il Boris britannico, beh… ogni riferimento a persone e situazioni è puramente casuale. Ma bisogna ammettere che il tempismo è perfetto … 😜

2019 © Paola Cacciari

San Pietroburgo, la città imperiale

Quando sono nata si chiamava ancora Leningrado, ma quando finalmente sono riuscita ad andarci nel Marzo di quest’anno era già ritornata da almeno ventisette anni al suo vecchio, glorioso nome: San Pietroburgo. Un nome ripristinato il 6 settembre 1991, con un referendum popolare. E’ passato un anno esatto da quando ci sono andata, e ora piu’ che mai mi sembra un sogno.

La nuova capitale russa fu fondata ufficialmente nel Maggio del 1703. Strategicamente situata sul Baltico, la nuova città godeva, al contrario di Mosca, di una posizione privilegiata da cui partecipare agli affari europei. Non solo Pietro il Grande voleva costruire una città nuova, ma la voleva completamente differente dalle preesistenti città russe.

All’epoca Luigi XIV stava ancora costruendo la Reggia di Versailles e non a caso Pietro si ispira al “collega” francese che di lusso se ne intendeva. E parlando di lusso, bisogna dire che i due sovrani avevano le idee ben chiare sul ruolo dell’architertuura come mezzo per comunicare il loro status di monarchi assoluti. Ma non fu Parigi, bensì Amsterdam a fornire il modello per la pianta della nuova capitale. Pietro era stato in Europa nel 1697 ed era rimasto molto colpito da ciò che aveva visto in Olanda e in Inghilterra e da monarca effettivo qual’era, voleva essere coinvolto in ogni dettaglio della costruzione della città e esaminando minuziosamente ogni dettaglio della pianificazione della sua creatura.

Da bravo autocrata qual’era, Pietro non esita a imporre il suo gusto, come bene sanno i suoi nobili che, insieme a barbe e cafetani per un look occidentale, si vedono costretti a rinunciare a anche allo stile tradizionale russo delle loro abitazioni e scambiare legno e tessuti caldi per marni e specchi. Naturalmente, come in ogni cosa in Russia (e e non solo) lo stile e la grandezza della facciata  e dell’abitazione stessa dipendevano dallo status socioeconomico del padrone di casa.

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La manifattura e il materiale e il denaro necessari a quella epica impresa furono organizzati con impietosa efficienza dal sempre presente Pietro e versati con torrenziale puntualità nel paludoso estuario della Neva, come l’acqua da una brocca. Cosa positiva fu la preoccupazione per li incendi che fece sì che i tetti fossero costruiti con tegole invece che di paglia che le stufe per riscaldare le case non fossero addossate alle pareti e che fossero regolamente pulite. Nel corso dell’XVIII secolo Pietroburgo divenne sempre più simile ad Amsterdam con i suoi semicerchi concentrici di canali e strade che si irradiavano dal punto di fuga dell’Ammiragliato, per gettarsi nella Neva. Costruito in stile Impero l’Ammiragliato fu progetto dell’architetto Andrejan Zacharov fra il 1806 ed il 1823: la sua guglia dorata è il punto focale della vecchia San Pietroburgo e tutt’ora marca la convergenza delle tre strade principali Nevskij Prospekt, Ulica Gorokhovaja e Vosnesenskij Prospekt, riprendendo lo schema del tridente romano e sottolineando l’importanza che Pietro I attribuiva alla Marina imperiale.

The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Admiralty, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

La Prospettiva Nevskij o Nevskij Prospekt (“Corso della Neva”) è la strada principale che attraversa la città di San Pietroburgo. Voluta da Pietro il Grande come l’inizio della strada che avrebbe collegato la nuova capitale alla città di Velikij Novgorod e poi a Mosca e costruita sul modello degli degli Champs-Élysées di Parigi, venne subito progettata con una larghezza di varie corsie, pur non raggiungendo la magnificenza del corso parigino. La strada che attraversa anche alcuni dei canali della città, fu presto affiancata da palazzi come la Biblioteca Nazionale Russa, il Caffè letterario o il Palazzo Stroganov e numerose chiese di svariate confessioni, fra cui la chiesa armena di Santa Caterina e la magnifica Cattedrale di Kazan. Anche la letteratura ha spesso citato la prospettiva Nevskij e lo scrittore Nikolaj Gogol le ha dedicato il racconto La Prospettiva Nevskij (nei Racconti di Pietroburgo), dove racconta la vita di questa arteria cittadina.

Al nord della Neva sorge l’imponente Fortezza di Pietro e Paolo, al centro della quale è la cattedrale in cui riposano Pietro ed i suoi successori. La sua spira dorata, ispirata alle chiese lituane, è visibile da ogni punto della città (o quasi). Alla metà del XVIII secolo cominciaro i lavori per il Palazzo d’Inverno, che fa bella mostra di se poco distante dal ammiragliato e che ora ospita il Museo dell’Ermitage.

River Neva and St'speter and Paul's Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
River Neva and St’speter and Paul’s Fortress, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Pietroburgo è un città di aria e di acqua e l’impressione che si ha è quella di spazio e armonia. E nessuno era più ossessionato dall’armonia e dall’uniformità dello zar Alessandro I  che arriva persino a decretare che era proibito ai cittadini dipingere le loro case di colori volgari e che i soli permessi erano il giallo pallido, il grigio (chiaro e scuro), l’azzurro, il verde, il rosa e il bianco. Lo scopo finale era il raggiungere la perfezione estetica nella capitale. Gli stessi architetti si sforzavano di mantenere lo stile architettonico unitario lungo la Neva o i canali come il Fontanka che tanto mi ha incantato durante la mie breve permanenza. Lo stesso avviene con il suo successore Nicola I che, come Alessandro I  prima di lui si dava la pena di esaminare ogni progetto architettonico prima di approvarlo.

The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari
The Alexandrinsky Theatre and the statue of Catherine the Great. St Petersburg 2018 © Paola Cacciari

Sfortunatamente come ancora succede, la gente comune, il popolino che doveva vivere in quelle case, camminare lungo quelle strade e navigare lungo i canali, non aveva nessuna voce in capitolo. Nonostante le promesse del governo, poco fu fatto e quel poco spesso fu fatto male (suona familiare??), le case di legno erano consentite solamete lontano dalle arterie principali e dovevano essere distanziate al meno 2 m per evitare gli incendi. Altri servizi come gli ospedali erano considerati responsabilità delle associazioni benefiche e della chiesa (cosa comune al resto del mondo occidentale) sebbene con la crescita delle città passarono eventualmente sotto la gestione dello stato.

The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Bronze Horseman, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Essendo stata costruita principalmente nel XVIII secolo, San Pietroburgo rispecchia lo stile di quel periodo: dal Barocco di Pietro il Grande al Rococò di sua figlia, la zarina Elisabetta, al Neoclassicismo di Caterina la Grande e di Alessandro I, entrambi parziali all’architettura greca, resa popolare da Winkelman. Lo status dell’architetto era tale che pesino Gogol si sente in dovere di inserire un architetto tra le figure di impiegati statali che popolano una remota cittadina russa nel suo Anime Morte (1830).

St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Scopo principale dell’architetto di San Pietroburgo era creare grandiosità, armonia, nobiltà,  permanenza: la città di Pietro il grande era lì per restare. Con le sue grandi piazze, fatte per ospitare parate militare del vittorioso esercito che aveva sconfitto Napoleone, la città degli zar era uno splendido monumento all’autocrazia.

2019 © Paola Cacciari

Il Moro di Pietro il Grande

Uno dei motivi per cui amo lavorare in un museo sono le storie che si celano dietro gli oggetti piu’ impensabili. Come questa miniatura, un dono diplomatico, dipinta da Gustav von Mardfelt nel 1720 nascosta in un cassetto delle sale dedicate all’Europa del museo in cui lavoro.

Rappresenta Pietro il Grande (1672-1725) zar e, dal 1721, imperatore di Russia. Peter indossa un abito di foggia francese ed è rasato (aveva obbligato i nobili a radere le barbe, simbolo della vecchia Russia) porta le insegne del potere , il bastone del comando, l’aquila imperiale.
Nel corso del suo regno, Pietro il Grande introdusse un programma di riforme civili, militari, religiose e amministrative ispirate dai suoi viaggi in europa nel 1697 che diedero indizio alla modernizzazione dlel Russia e al suo sviluppo come stato europeo. La sua passione per gli esercizî militari, le costruzioni navali e la navigazione, l’immensa sete di apprendere e la decisa volontà di far progredire la Russia secondo il modello dell’Occidente, lo spinsero a varcare (1697), col nome di Pietro Michajlov, i confini della patria per un lungo viaggio di studio e di aggiornamento. Dai cantieri d’Olanda passò in Inghilterra, dove seguì un corso di costruzione navale; si recò quindi in Prussia, in Boemia e a Vienna. Stava per recarsi a Venezia quando una rivolta degli strelcy lo richiamò precipitosamente a Mosca, dove centinaia d’impiccagioni (sett.-ott. 1698) segnarono l’inizio del suo duro regime autocratico. Lo sforzo espansivo, sul Baltico e sul Mar Nero e verso i Balcani, e l’opera riformatrice di P. costituiscono gli aspetti congiunti di un unico sforzo, diretto a mettere la Russia in condizione di reggere a un confronto armato con le potenze dell’Occidente, anche più progredite.

Miniature painting showing Peter the Great, by Baron Gustav von Mardefeld, 1720. Victoria and Albert Museum

Con lui è un paggio di colore, Abram Petrovič Gannibal (1696-1781). Le sue origini sono incerte. Nato nel 1696 in Africa, in una famiglia nobile le cui origini geografiche precise sono molto discusse (tra Etiopia, Eritrea e Camerun), nel 1703 Gannibal fu portato a Costantinopoli alla corte del Sultano Ottomano come ostaggio per garantire il buon comportamenteo del padre. Con lui fu catturata anche la sorella, che pero’ morì durante il viaggio.

Nel 1704, dopo aver trascorso un anno a Costantinopoli, Gannibal fu riscattato e portato in Russia, dove fu donato all’Imperatore Pietro il Grande che, colpito dall’intelligenza del ragazzo, lo adottò e lo crebbe assieme ai suoi figli. Gannibal fu battezzato nel 1705, nella chiesa di Santa Parasceve, a Vilnius, con Pietro come padrino. Nel 1717, ormai ventunenne, Abram si traferisce a Metz, in Francia, per studiare le arti, le scienze e le discipline militari, tra cui l’ingegneria. Qui, dopo un anno, il nostro giovanotto decise  – con l’incoraggiamento dello Zar – di unirsi all’esercito francese per  fare esperienza pratica nel campo nell’ingegneria militare. Arruolatosi nell’esercito di Luigi XV di Francia combatte contro Filippo V di Spagna, si distinse fino a raggiungere il grado di capitano. Fu durante il soggiorno francese che adottò il cognome Gannibal, in onore del celebre generale cartaginese Annibale (Gannibal è, infatti, la tradizionale traslitterazione del nome in russo). A Parigi, Gannibal ebbe modo di conoscere famose personalità dell’Illuminismo come Denis Diderot, il barone di Montesquieu e Voltaire (che lo definì “stella oscura dell’Illuminismo“), con i quali strinse rapporti d’amicizia.

Una volta conseguita un’istruzione universitaria e un’esperienza sul campo di battaglia, nel 1723 Abram tornò a Mosca. Non ancora trentenne, il giovane ufficiale era ansioso di intraprendere una carriera di successo nell’esercito imperiale russo. Sfortunatamente per lui, il destino aveva altri piani. Lo zar Pietro I morì a soli 52 anni dopo una lunga malattia nominando erede la moglie, Caterina, che salì al trono come Imperatrice, ma il vero potere era nelle mani di un gruppo di “consiglieri”, tra cui il corrotto principe Aleksandr Danilovich Menshikov che detestava Abram per la sua influenza a corte. Cosi’ il principe Menshikov fece assegnare il capitano Gannibal ad un’unità dell’esercito di stanza in Siberia, con il compito di usare le sue abilità ingegneristiche per misurare la Grande Muraglia cinese, allora appena oltre il confine russo. Fu un breve esilio, comunque. In uno dei drammatici cambiamenti di fortuna che caratterizzano la stori dell’impero russo, Menshikov perse favore con la nuova imperatrice Anna I (1693-1740) e fu mandato in esilio in Siberia. Nel 1730 Gannibal tornò a Mosca, dove riprese la sua carriera nell’esercito imperiale da punto in cui era stata interrotta.

Ma fu durante il regno dell’imperatrice Elisabetta (1709-1762), la figlia di Pietro salita al trono nel 1741, che la fortuna torna davvero a sorridere al nostro Gannibal, che divenne un personaggio molto importante a corte. Raggiunto il grado di maggior generale, Gannibal è nominato soprintendente di Reval (oggi Tallinn, in Estonia, carica che ricoprì dal 1742 al 1752) dall’imperatrice, che nel 1742 gli assegna la tenuta di Mikhailovskoye, nella provincia di skov, con centinaia di servi dove il nostro eroe si ritira nel 1762.

Gannibal si sposò due volte. La sua prima moglie fu Evdokija Dioper, una nobildonna di origine greca che gli diede una figlia. Ma non fu un matrimonio felice. Evdokija disprezzava suo marito, che era stata costretta a sposare; quando Gannibal scoprì che lei gli era stata infedele, la fece arrestare e gettare in prigione, dove la poveretta trascorse undici anni in condizioni terribili. Gannibal si consolò con Christina Regina Siöberg (1705–1781), discendente da una nobile famiglia di origini scandinave e tedesche, e la sposò a Reval, nel 1736, un anno dopo la nascita del loro primo figlio, mentre lui era ancora legalmente sposato con la prima moglie. Ma visto che il suo divorzio da Evdokija non divenne definitivo fino al 1753, Gannibal, in quanto bigamo, dovette pagare una multa e fare una penitenza (se la cavò comunque molto meglio della povera Evdokija che dopo aver passato undici anni in prigione, fu costretta a ritirarsi in un convento per il resto della sua vita…). Il secondo matrimonio di Gannibal venne comunque ritenuto legale dopo il divorzio.

In un documento ufficiale presentato nel 1742 dallo stesso Gannibal all’Imperatrice Elisabetta per acquisire un blasone, il noetro chiese il diritto di usare come stemma di famiglia un elefante e la misteriosa parola FVMMO, che forse sta per “patria” in lingua Kotoko-Yedina – anche se a me sembra molto piu’ appropriata la versione che vuole che FVMMO stia per la locuzione latina Fortuna Vitam Meam Mutavit Oppido, ovvero «La fortuna ha cambiato la mia vita completamente». Se non l’ha cambiata a lui…

Abram Gannibal e Christina Regina Siöberg ebbero dieci figli, tra cui un maschio, Osip, che, a sua volta, ebbe una figlia, Nadežda, che ebbe un figlio. Questo bambino crebbe fino a diventare un pilastro della letteratura russa. Il suo nome era Aleksandr Puškin.

Orgoglioso delle sue origini africane, Puškin immortalò il celebre bisnonno in un romanzo rimasto incompiuto, Il Negro di Pietro il Grande, scritto tra il 1827–1828 e pubblicato nel 1837 e  la prima opera in prosa del grande poeta russo.

2019 ©Paola Cacciari