I love them! +Saltarello — tramineraromatico

Non ho proprio saputo resistere, ho dovuto ribloggare il post di tramineraromatico (se non lo conoscete gia’ fate un giro per il suo blog!)

VANGELO Einstein impallidisce di fronte a certe sinapsi neuroniche 😀 😀 😀 CAPOLAVORO 😀 😀 😀 In aggiunta ci sarebbe il baldo governatore del veneto Zaia, anche lui fervente leghista… …con la sua infelice frase sui“cinesi che mangiano i topi vivi” e le cui abitudini sanitarie e alimentari sarebbero all’origine della pandemia influenzale. Ora […]

via I love them! +Saltarello — tramineraromatico

La Londra di Hogarth

Violenza, inganno, corruzione e una nazione divisa. No, non è l’ennesimo articolo sull’Inghilterra della Brexit (anche se potrebbe esserlo) ma la serie Humours of an Election, dipinta nel 1754 da quel genio della satira che era William Hogarth (1697-1764), che rappresenta una falsa elezione generale che va di male in peggio – e in cui mi pare che ogni personaggio assomigli a Boris Johnson & C.

The Polling from The Humours of an Election series, 1755
The Polling from The Humours of an Election series, 1755
Con un tempismo impeccabile infatti, il Sir John Soane Museum ha riunito per la prima volta tutte le serie di William Hogarth: La carriera di una prostituta (The Harlot’s Progress, 1731), Carriera di un libertino (A Rake’s Progress, 1732-33) Quattro momenti del giorno (1738), I quattro stadi della crudeltà (1741) e Marriage A-la-Mode (1743). Le aveva ribattezzate ‘Modern Moral Subjects‘ e sono  costruite come commedie fatte di immagini.
Ho sempre avuto una passione sviscerata per Hogarth e il suo spietato sarcasmo. Mi chiedo se sarebbe stato cosi cattivo verso quella ricca borghesia a cui non apparteneva se fosse riuscito ad farne parte. Il non essere riuscito a fare il Gran Tour, il pellegrinaggio artistico-godereggio nel sud dell’Europa necessario per un gentiluomo che si volesse considerare tale, per mancanza di mezzi: fu un colpo da cui non si riprese più…
A Hogarth piaceva dipingere serie di opere: gli permettevano di raccontare una storia, di sviluppare una narrativa mentre si abbandonava al suo istinto . Ed erano facilmente riproducibili come incisioni che potevano essere vendute per SOLDI. Forse non è un caso che tutte le sue grandi serie di opere hanno in come il soggetto del denaro: la sua mancanza, la sua influenza e il suo abuso. La gente ruba, muore e impazzisce per il denaro
A Rake's Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34
A Rake’s Progress: The Arrest. William Hogarth, 1732–34

Il “Rake” eredita, sperpera e impazzisce. La coppia in “Marriage-A-la-Mode” si sposa per convenienza (lui per soldi e lei per entrare a fare parte dell’aristocrazia) ed entrambi muoiono. Oh sì, c’è anche morte, e in abbondanza: il mondo di Hogarth è fatto di estremi, ma quello era il mondo in cui viveva e lavorava, la Londra dell’Epoca Georgiana.

Una delle cose più affascinanti della mostra è il modo in cui queste storie portano i protagonisti per tutta Londra: dall’elegante West End all’allora squallido mercato di Covent Garden, fino ai bassifondi del Barbican. Questa non è una fantasia – la carriera di questi personaggi è letterale, catastrofico e posto tra punti di riferimento riconoscibili.
Marriage à-la-mode, After the old Earl's funeral (scene four of six) William Hogarth - The National Gallery
Marriage à-la-mode, After the old Earl’s funeral (scene four of six)
William Hogarth – The National Gallery
Ma non c’è solo miseria e bruttra nei dipinti di Hogarth, anzi. Che e con l’età forse si addolcisce e, i suoi dipinti più tardi sono pieni di bellezza. Forse perché invece della commedia umana si dedicata al sublime della Natura, a cieli, fiumi e boschi. E mi viene da pensare che sia un’altra delle sue gomitate, un modo per rammentarci che la natura è perfetta ed è stato l’uomo a rovinare tutto. Un altro attualissimo riquadro del XXI secolo. Greta Thunberg sarebbe fiera di lui.
2019 ©Paola Cacciari

Londra/fino al 5 Gennaio 2020

Hogarth: Place and Progress @ Sir John Soane’s Museum , Holborn

James Ensor @ Royal Academy

Due scheletri si contendono un’aringa affumicata. Altri si litigano il corpo di un uomo impiccato. Altri stanno andando ad un ballo in maschera. Non solo: lo stesso artista si ritrae nei panni (se mi si concede il gioco di parole…) uno scheletro. A questo punto mi scuserete se mi viene da pensare che James Ensor (1860-1949) sia parecchio strano.

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Ensor’s Skeletons Fighting Over a Pickled Herring (1891), at MoMA.

Non me lo ricordavo questo aspetto dell’opera di questo proto-espressionista quando l’ho studiato al scuola un po’ di anni fa. Certo l’aver vissuto praticamente per tutta la vita nell’appartamento che condivideva con la madre sul piccolo negozio di famiglia nella triste e ventosa città costiera di Ostenda, circondato da maschere, cineserie, ventagli, porcellane a dipingere la strana paccottiglia per turisti venduta dalla madre non lo ha aiutato a cambiare genere…

La cosa sorprendente è che, essendo mezzo inglese, Ensor aveva un passaporto britannico, ma visitò Londra solo una volta nel 1887, anche se l’influenza della grande tradizione della satira britannica resta una presenza costante nei suoi dipinti. Tutto ciò che lo circonda trova posto nei suoi quadri, ma sono le maschere e (come si è visto) gli scheletri a fare la parte del leone. Ensor era affascinato dal Carnevale con il suo sovversivo ribaltamento delle strutture sociali e dell’autorità che le governa. I suoi quadri sono popolati da gruppi di figure con i volti coperti da maschere grottesche come quelle de L’Intrigo (1890) o da nature morte come La razza (1892) dipinte con colori acidi innaturali.

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James Ensor, The Intrigue, 1890
Antwerp, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten
Photo KMSKA (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw. Photography: Hugo Maertens / (c) DACS 2016

La violenza deformante e lo splendore cromatico sono infatti i due pilastri dell’opera di Ensor. Nello strano mondo di Ensor, si ritrova l’intera magia della tradizione fiamminga di Bruegel e Bosch, in cui il nostro eroe trova certamente due anime gemelle come dimostra il suo I bagni a Ostenda (1890) con la spiaggia densamente popolata di bagnati che si divertono nell’acqua, ma un attento esame rivela tutta una serie di divertenti episodi in atto.
Una breve parentesi a Brussel tra il 1877 e il 1880 per studiare all’Accademia di Belle Arti basta a fargli capire che la vita di città non gli si addice e che l’imbalsamato ambiente dell’Accademia, con i suoi critici d’arte borghesi e snob non fa per lui. Cosa che il nostro non esita a fare loro sapere, dipingendoli come una crudele folla inferocita o come scheletri che, ripugnanti figure simbolo dell’autorità, si contendono l’aringa–artista. Il tutto reso con colori brillanti, puri e aspri, stesi con esasperati colpi di pennello. L’effetto e’ grandioso.

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Maurice Antony, James Ensor surrounded by his paintings, 22 June 1937.
Mu.ZEE, Ostend
Photo (c) http://www.lukasweb.be – Art in Flanders vzw / (c) DACS 2016

Ma la sua vita da ribelle emarginato non dura a lungo che anche se la fama lo raggiunge tardi, quando non ci sperava più, gli regala successo di pubblico, di critica e persino il titolo di barone. Ensieme alla povertà, tuttavia, questa nuova celebrità si porta via anche la rabbia che caratterizzava i sui quadri e dai 40 anni in avanti il nostro eroe trova sempre meno piacere nella pittura. Eventualmente, nella sua solitudine, la sua passione si sposta dalla pittura al comporre musica – una passione che prende molto seriamente costringendo, pare, chiunque gli capitasse a tiro ad ascoltarle, ma senza riuscire a convincere nessuno della sua grandezza. Forse avrebbe dovuto continuare a dipingere. Capita.

Londra// fino al 29 gennaio 2017

 Intrigue: James Ensor by Luc Tuymans

royalacademy.org.uk

 

C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio

“Nessun Paese è riuscito a distruggere le proprie istituzioni con tanta solerzia come l’Inghilterra. Gli ultimi quindici anni sono stati segnati da classi dirigenti corrotte, dallo strapotere mediatico, da Grandi Fratelli e popolarità a ogni costo, da uno stile  di vita dettato dal gossip e da una famiglia reale sempre meno dignitosa e sempre più chiacchierata. Con uno stile vivace e ironico, Gaia Servadio raccoglie dati, avvenimenti, storie vere, mettendo a nudo le piaghe di una società ferita, colpita da mali simili a quelli che affliggono tutta Europa (e forse l’Italia in particolare): una burocrazia ipertrofica, l’aumento della disoccupazione, lo spreco di denaro pubblico, lo sfascio della sanità e dell’istruzione. L’Inghilterra del senso dell’umorismo, del distacco, il Paese guida della ricostruzione nel secondo dopoguerra si ritrova oggi deprivato di risorse e di speranza. A meno che i cittadini non ricostruiscano tutto quello che, da Margaret Thatcher a Tony Blair, è stato distrutto sotto i loro occhi: la tradizione, la cultura, la dignità, il senso dello Stato.”

313Q3fnKJfL._BO1,204,203,200_Con queste parole l’editore Salani descrive il libro C’è del marcio in Inghilterra di Gaia Servadio. Quando mio padre me lo regalò nel 2011, questo libro mi fece l’effetto di una bomba. Lo lessi con rabbia – una rabbia diretta principalmente all’autrice che mi aveva costretto a vedere quello che non volevo vedere, rompendomi il sogno della Cool Britannia come si rompe un giocattolo ancora semi-nuovo. Ma il danno era fatto, gli occhi mi erano stati brutalmente  e da allora non sono più riuscita a chiuderli. Meglio così.

Ho riletto questo libro di recente, dopo aver letto molti più giornali e dopo aver discusso molto di più di polita con amici e colleghi (che adesso e’ accettabile parlare di politica in Inghilterra, almeno tra i giovani), e soprattutto dopo aver sperimentato sulla mia pelle cinque anni dell’austerity dei Conservatori che – a sentir loro – non fanno altro che raccogliere i pezzi di un’economia rotta dal New Labour. E improvvisamente tutto ha cominciato ad avere senso. O almeno più senso di prima…

Scrittrice, storica e giornalista, Gaia Servadio vive dal 1956 tra la Gran Bretagna e l’Italia, quindi chi meglio di lei può raccontare “dall’esterno” questa spettacolare caduta? E lo fa in netti capitoli/ritratti, che ripercorrono principalmente gli ultimi trent’anni, anche se non mancano incursioni in anni più lontani, come quelle nell’amore Edoardo VIII per la divorziata americana Wallis Simpson o nel misterioso viaggio di Rudolf Hess, il portetto di Hitler, in Gran Bretagna nel bel mezzo della la II guerra Mondiale (se Churchill l’avesse saputo…!). E naturalmente dal libro non manca Margareth Thatcher, The Iron Lady, che odiava i deboli in quanto erano sanguisughe che succhiavano il sangue dello Stato e se avesse potuto li avrebbe sterminati tutti; certamente li sterminò dal suo Governo…

Ho rivissuto la vita di personaggi di cui avevo letto più o meno distrattamente sul giornale o, nel caso di Jade Goody, la “proletaria” londinese diventata famosa per aver partecipato al Big Brother, la morte in diretta televisiva nel 2009 per assicurare un futuro economico ai suoi figli. Aveva 28 anni e un cancro al collo dell’utero. Ma soprattutto ho letto con orrore di cose che mi erano sfuggite all’epoca, principalmente perché il mio inglese non era all’altezza e perché non avevo idea di chi la meta di questi personaggi fosse. Come l’aver sfacciatamente alimentato le menzogne sulla presenza di armi nucleari in Iraq di Tony Blair per portare il Paese in guerra – evento a cui viene legata anche la storia della misteriosa morte nel 2003 dello scienziato David Kelly, colpevole di aver puntato il dito contro quelle bugie.

 “Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps
“Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by Kennard Phillips

E improvvisamente l’immagine “finta” creata da Peter  Kennard e Cat Phillips che vede Tony Blair fotografarsi con un cellulare sullo sfondo di un pozzo petrolifero iracheno in fiamme che avevo visto alla mostra Rude Britannia: British Comic Art a Tate Britain nel 2010 e che allora non avevo capito, ora ha senso. I danni lasciati dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown sono stati epocali, direi ormai irreparabili. La degenerazione dell’Inghilterra che credevo di conoscere è definitiva. E quando la Servadio dice, ad un certo punto del libro, che l’Inghilterra di adesso è come l’Italia, ma senza il bel tempo non posso che convenire…

Ma non bisogna disperare, che ci sono ancora cose che funzionano meglio che da noi. In Novembre per esempio, il ministro del Tesoro  George Osborne all’ultima manovra economica non ha tagliato i fondi ai Beni Culturali, tra il sospiro di sollievo di tutti noi che lavoriamo nel settore. Il motivo?  Il fatto che uno dei migliori investimenti che una nazione può fare è nell’arte, nei musei, nei beni culturali, nei media e nello sport. Alla faccia di quel filisteo di Tremonti che nel 2010 aveva detto checon la cultura non si mangia.” Si mangia eccome, provare per credere…

Ma questo di Gaia Servadio resta un libro che tutti quelli che sognano ancora l’Inghilterra delle teiere con la Union Jack e la Cool Britannia dovrebbere leggere…

Su You Tube un’interessante intervista della giornalista.

2015 ©Paola Cacciari

The First Georgians: Art and Monarchy 1714–1760

L’epoca georgiana ha molte facce, tutte ugualmente vere: c’è quella dominata da questioni politiche e religiose, da sanguinose guerre e insurrezioni e da da un monarca straniero che non parlava neppure la lingua dei suoi sudditi, ma che era preferibile ad uno autoctono, ma cattolico. C’è quella tutta “sesso, droga e rock’n’roll” immortalata da William Hogarth e Thomas Rowlandson, in cui  bellimbusti sovrappeso in tricorno si aggirano per giardini all’italiana per fare incontri galanti e giocare d’azzardo. Ma c’è anche quella di Handel, Jane Austen e Robert Adam, di Josiah Wedgwood and del Grand Tour, dell’arte e della letteratura, della rivoluzione industriale e della nascita del ceto medio. Da qualunque parte la si guardi, è sotto il regno di quattro Giorgio che la Gran Bretagna ha iniziato il suo viaggio verso la grandezza politica ed economica.

Come monarchi costituzionali, i primi sovrani di Hanover erano subordinati al Parlamento e allo Stato e lo sapevano benissimo, come dimostra una lettera del 1749 scritta da Frederick, principe di Galles (figlio di Giorgio II) al figlio maggiore, il futuro Giorgio III – lettera in mostra al pubblico per la prima volta. Qui Frederick esorta il figlio, allora undicenne, alla prudenza fiscale piuttosto che all’ostentazione.

Consci di avere gli occhi di tutta la nazione puntati addosso, i primi due Giorgio si dedicarono a costruire un’immagine della monarchia cautamente all’interno di questi vincoli finanziari e costituzionali. Non cercarono mai di emulare gli altri sovrani continentali buttandosi in costosi progetti edili, ma si limitarono ad adattare ciò che avevano ereditato con la corona – Saint James Palace, Hampton Court e Kensington Palace, che Giorgio II  fece ridecorare dal suo pupillo William Kent. (A proposito del quale il Vitoria and Albert Museum ha montato una deliziosa mostra visibile fino al 13 Luglio).

The Cupola Room, Kensington Palace (c. 1817), R Cattermole. Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013
The Cupola Room, Kensington Palace (c. 1817), R Cattermole. Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013

Ma con la diminuzione dell’influenza della corte, l’attenzione degli artisti si sposta su altri soggetti: le feste galanti, le conversaioni e il paesaggio. Ed è in questo periodo che Londra emerge come un soggetto in sé e per sé. Diventata il fulcro della vita culturale britannica e di un impero in continua crescita, la Capitale è il luogo in cui si crea la ricchezza e dove, altrettanto vistosamente, la si consuma come dimostrano le due splendide vedute dipinte con veneziana eleganza da Canaletto che, abbandonata Venezia per l’Inghilterra a causa dell’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca (1740–1748) che pone fine al mercato del Grand Tour e ai suoi clienti.

The Thames from Somerset House Terrace towards Westminster (c. 1750), Giovanni Antonio Canal, called Canaletto Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013
The Thames from Somerset House Terrace towards Westminster (c. 1750), Giovanni Antonio Canal, called Canaletto Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2013

Inutile dire che la qualità delle opere in mostra (appartenenti alla Royal Collection) non è seconda a nessuno, ma la cosa interessante è leggere sotto ogni quadro il monarca che lo ha acquisito. E se Giorgio I e II prediligevano artisti pomposi e un po’ legnosi come Godfrey Kneller, John Shackleton e lo stesso William Kent, l’occhio di Frederick per la qualità era infallibile. E se il suo gusto per i pittori classici della Scuola romana e bolognese del XVII secolo era abbastanza convenzionale per l’epoca, il giovane Principe aveva anche un’insolita capacità di deviare dalla norma, come quando comprò un dipinto dell’olandese David Teniers, anticipando una moda per la pittura di genere che diventerà tipica di un periodo successivo. Chissà che re sarebbe diventato se non fosse morto anzitempo nel 1751…

Fino al12 Ottobre 2014
The First Georgians: Art and Monarchy 1714–1760
The Queen’s Gallery, Buckingham Palace,
London SW1A 1AA

Rude Britannia: British Comic Art

Rude Britannia: British Comic Art a Tate Britain promette arte ‘comica’ ma in realtà c’è poco da ridere.  Anzi. Che pare che i curatori di abbiano raccolto un’incredibile varietà di materiale (di per sè estremamente interessante) solo per poi non sapere che farne. Perchè in realtà questa non è una mostra, ma due ben distinte: una sulla storia della satira politica e della caricatura e una sull’arte (se così si può chiamare) ‘osè’, spinta.

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London
‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

E purtroppo come spesso succede, il desiderio dei grandi musei e gallerie di attirare un pubblico più vasto e diversificato dai soliti ‘regolari’, risulta nella creazione di crowd pleasing exhibitions, mostre che cercando di offrire qualcosa a tutti-finiscono con il privarsi di un filo conduttore sensato.

Detto questo, ci sono alcuni fantastici pezzi come la foto di Peter  Kennard e Cat Phillips che vede Tony Blair fotografarsi con un cellulare sullo sfondo di un pozzo petrolifero iracheno in fiamme. Ma le stelle indiscusse della mostra restano tuttavia Thomas Rowlandson e James Gillray, dal XVIII secolo maestri della caricatura e della satira politica.

 “Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps
“Photo Op” – a satirical anti-war photomontage artwork created by KennardPhillipps

 

 

Londra// fino al 5 settembre 2010

Tate Britain,
Millbank, London SW1P 4RG.
tate.org.uk/britain/