Quando moda e natura sono protagoniste. Come sempre al V&A di Londra

Strana e insolita mostra questa del Victoria and Albert Museum, e soprattutto attuale, con i suoi trecento oggetti belli e spesso inquietanti, che esplorano il rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni.

Da sempre la moda dipende dalle ricchezze della natura non solo per l’ispirazione, ma anche e soprattutto per le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogno di calore e la nostra vanità. Risorse che non sono eterne. La domanda che la mostra si pone (e ci pone in quanto di consumatori) è semplice. Come possiamo conciliare le necessità della moda con quelle del pianeta? Cosa possiamo imparare dal passato? In pratica, è possibile rendere l’industria della moda sostenibile – o quantomeno, più sostenibile?

White cotton T-shirt printed with 'It's Getting Hot in Here' on the front and 'Greenpeace' on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A
White cotton T-shirt printed with ‘It’s Getting Hot in Here’ on the front and ‘Greenpeace’ on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A

Il piano inferiore è dedicato alle glorie del passato – una festa di corsetti, stecche di balena, pellicce, cappellini con uccelli impagliati e cuscini imbottiti di crini di cavallo. Qui, delicati ricami e altrettanto delicati tessuti ci accompagnano in una passeggiata cronologica che attraversa il XVII, XVIII e XIX secolo, mentre al piano superiore trovano posto il design del XX secolo e del nuovo millennio.

Fashion from Nature, V&A, London. 2018 ©Paola Cacciari

È qui che ci si sofferma in particolare sulla produzione di tessuti artificiali che, soprattutto nell’epoca georgiana e vittoriana, hanno portato tessuti alle masse ad un costo altissimo per la natura. Un costo, quello dell’inquinamento atmosferico e delle acque di cui l’industria tessile è uno dei maggiori colpevoli e che ha spinto nuovi designer come Christopher Raeburn e Stella McCartney a battersi per creare una moda eco-sostenibile.

La scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento. Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione.

La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferita ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA
The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA

Il fatto è che esiste una catena produttiva molto complessa nascosta dietro le etichette dei vestiti che indossiamo. la case di moda dichiarano solo il luogo in cui il capo è stato cucito, ma tacciono sulle altre fasi della manifattura, come la produzione della fibra, la sua filatura, la tintura, la stampa – fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi, se non addirittura in continenti diversi, di solito in paesi sottosviluppati dove la mano d’opera costa poco e le leggi sull’ambiente sono altrettanto poche. L’esempio del Citarum in Indonesia, che scorre nei pressi della capitale Giacarta ed è considerato il fiume più inquinato al mondo è tristemente esemplare.

E’ solo dagli anni Ottanta tuttavia che da parte delle industrie del settore si comincia a vedere una certa consapevolezza del danno causato all’ambiente, consapevolezza che ha dato vita a pratiche alternative per la produzione di una moda etica oltre che estetica. Nel 2010 per esmpio, la Levis Strauss ha lanciato sul mercato Waterless>Jeans, un tessuto che usa il 96% in meno di acqua durante la produzione tessile. Altri stanno seguendo l’esempio. C’è ancora speranza di salvare il pianeta. Non perdiamo quest’occasione

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2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Fashioned from Nature

Victoria and Albert Museum, Londra

vam.ac.uk

I viaggi di James Cook alla British Library

Sono trascorsi 250 anni dalla partenza da Plymouth dell’ HMS Endeavour, la mitica nave  britannica comandata dal tenente James Cook tra il 1769 e il 1771 durante il suo primo, intrepido viaggio di esplorazione in Australia e Nuova Zelanda. E la British Library celebra con una nuova grande mostra che ripercorre i tre grandi viaggi di Cook alla scoperta di nuove terre e di nuovi oceani, andando oltre al tradizionale motivo “uomo bianco-scopre-nuova-terra”, e includendo le prospettive della gente che Cook ha incontrato, inclusi i disegni del sommo sacerdote polinesiano e il navigatore Tupaia.

Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.
Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.

James Cook era nato nel 1728 in un piccolo villaggio dell’Inghilterra. Le sue prime, durissime esperienze per mare lo aiutarono a diventare un abile marinaio e lo spinsero a documentarsi sull’astronomia, la geografia e la cartografia. Dopo aver ottenuto il suo primo imbarco come mozzo sulle navi che trasportavano il carbone dal Nord dell’Inghilterra verso Londra, Cook si arruolò nella marina militare inglese.

Non essendo un aristocratico e non avendo compiuto studi adeguati, dovette cominciare dal grado di marinaio scelto; ma in poco più di due anni fece una brillante carriera e fu destinato in America Settentrionale dove gli Inglesi erano in guerra con la Francia per la conquista del Québec. Qui si mise in luce per le sue straordinarie capacità di pilota guidando le navi da guerra inglesi nella difficile navigazione del San Lorenzo, un fiume quasi impraticabile. La carta del San Lorenzo disegnata da Cook avrebbe poi permesso agli Inglesi di risalire il fiume e prendere di sorpresa i Francesi, sconfiggendoli in battaglia. Il merito di quella importante vittoria fu dunque anche suo.

Omai by William Hodges © Royal Museums Greenwich

Nell’agosto del 1768 il comandante Cook era pronto a partire dal porto di Plymouth, in Inghilterra, a bordo dell’Endeavour (“Tentativo”) per il suo primo viaggio nel Pacifico. La sua spedizione incarnava lo spirito dei tempi: con l’Illuminismo, infatti, si andava affermando nella società, nella scienza e nella politica un nuovo modo di pensare, che metteva la ragione al centro di ogni ricerca. E proprio per approfondire le conoscenze scientifiche dell’epoca a bordo dell’Endeavour s’imbarcò anche una missione di scienziati: botanici, naturalisti, astronomi, geografi. Tra loro vi erano anche alcuni artisti assoldati per disegnare le particolarità delle nuove terre scoperte.

Per i suoi viaggi Cook aveva bisogno di una nave molto solida e capiente, con un’attrezzatura leggera, capace di ospitare un equipaggio di almeno settanta uomini.

Nel suo primo viaggio (1768-71), dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e toccato la Terra del Fuoco, circumnavigò la Nuova Zelanda e scoprì ed esplorò la costa orientale dell’Australia. Durante il viaggio di ritorno l’Endeavour rischiò il naufragio sulla barriera corallina, ma grazie al fondo piatto e poco profondo dello scafo l’ostacolo fu superato. Questa prima spedizione mise in dubbio la credenze dell’epoca circa un leggendario continente meridionale collocato nell’emisfero australe.

The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library
The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library

Il secondo viaggio di Cook (1772-75) confermò questa tesi: non esisteva nessun continente a sud del Circolo Polare Antartico. Con la sua flotta di due navi, infatti, Cook superò per ben due volte la linea del Circolo Polare Antartico. Dopo aver esplorato alcuni gruppi di isole del Pacifico (la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi, le Marchesi), Cook fece ritorno in Inghilterra doppiando Capo Horn.

Nel luglio del 1776 Cook partì per il suo ultimo viaggio. Lo scopo era quello di trovare un passaggio dal Pacifico all’Atlantico a nord dell’America Settentrionale, il mitico passaggio di nord-ovest. Dopo aver esplorato le coste settentrionali dell’America affacciate sul Pacifico, Cook raggiunse e oltrepassò lo Stretto di Bering. Il freddo e i ghiacci lo costrinsero però a invertire la rotta: lo scontro e la frizione tra gli iceberg mettevano a repentaglio le imbarcazioni. Non riuscendo a passare lo stretto, Cook decide di fermarsi alle Hawaii, scoperte appena un anno prima. Qui venne ucciso in uno scontro con le popolazioni indigene. La leggenda vuole che sia stato mangiato dai nativi…

Alla fine ci si sente completamente sminuiti dall’immensità del mondo che Cook e i suoi uomini hanno navigato e dai popoli che hanno incontrato. Di li’ a poco sarebbe arrivato l’imperialismo in tutta la sua coloniale violenza. Eppure quello e’ stao forse il primo momento in cui popoli estranei si sono guardati l’uno con l’altro con occhi aperti e mente attenta e curiosa.

(fonte www.treccani.it)

Londra// fino al 28 Agosto 2018

James Cook: The Voyages @ British Library

Il colori della Natura secondo la Natura.

Sono una storica dell’arte, ma soprattutto sono un’amante della bellezza. E la bellezza spesso per me è associata al colore. I blu di Poussin, i gialli di Vermeer, i rossi di Caravaggio e dei caravaggeschi. Oppure la fotografia in tecnicolor di William Eggleston o Guy Bordin per fare un paio di nomi a casaccio tra i tanti grandi fotografi che mi fanno sognare.

Il mondo che ci circonda è un mondo a colori. Televisori ad alta definizione e applicazioni come Instagram che ci permettono di manipolare la realtà come e quando vogliamo basta avere uno smartphone, ci fanno spesso dimenticare che i colori che artisti e fotografi cercano con tanta ostinazione di riprodurre sono stati creati molto tempo prima dalla Natura. Come Fabrizio Bentivoglio in Marrakesh Express, a volte penso che sarò una delle ultime persone ad avere i ricordi in bianco e nero. Inutile dire che mi fa strano.

Colour and Vision
E allora ben venga Color and Vision al Natural History Museum a ricordarci che la Natura, a differenza di Instagram, non utilizza filtri. Nonostante si trovi accanto al museo in cui lavoro, non vado spesso al Natural History Museum anche se la collezione è super-affascinante: è troppo affollato e troppo rumoroso e più che ad un museo sembra mi sempre più simile ad un circo. Un circo bellissimo, ma sempre un circo.

Faccio eccezione per le mostre, sempre di grande qualità che permettono anche ad una profana come la sottoscritta di allargare le conoscenze scientifiche senza annoiarsi. E Color and Vision non fa eccezione. E ancora una volta mentre seguo il percorso della mostra, scopro che i primi organismi preistorici esistenti molti milioni di anni fa erano creature così antiche da non aver ancora sviluppato un apparato visivo (e non avendo gli occhi ed essendo pertanto incapaci di vedere il nemico arrivare, aggiungo io, non sorprende che si siano estinte…), mentre altre creature la vista ce l’hanno, ma molto diversa dalla nostra. Il bulldog per esempio vede il mondo come noi esseri umani, ma più sbiadito (un po’ come chi essendo daltonico non vede certi colori), mentre la libellula abita un mondo psicadelico che sembra uscito dalla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Da gattofila convinta, sono tuttavia un po’ offesa dal fatto che il mio animale preferito sia stato ignorato. Pazienza, non si puo’ avere tutto…
Gli occhi sono un organo meraviglioso. Ma al contrario di quanto l’esimio critico d’arte vittoriano John Ruskin voleva credere, i colori e la vista non sono stati creati per permettere alle creature della terra di ammirare la gloria del Signore, bensì per una ragione molto più pratica e spietata, quella legata all’evoluzione della specie. In pratica mentre il predatore sviluppava la vista, la preda sviluppava i meccanismi di difesa per mimetizzarsi. E il mondo diventava sempre più colorato. Inutile dire che sono molto contenta di non vedere il mondo in bianco e nero come la lumaca: sarebbe davvero un peccato.

 Starling Sturnus vulgaris © The Trustees of the Natural History Museum, London
Starling Sturnus vulgaris © The Trustees of the Natural History Museum, London

 

Londra// fino al 6 Novembre 2016
Colour and Vision
Natural History Museum, London

Fuori dagli itinerari turistici: Horniman Museum and Gardens

Non ne potete più delle file interminabili di persone che si frappongono fra voi e il Natural History Museum? Allora armatevi di piantina e Oyster card e dirigetevi a Sud.

Horniman Museum, London. 2010. Paola Cacciari
Horniman Museum, London. 2010. Paola Cacciari

Nascosto al Sud-Est di Londra, nel quartiere di Forrest Hill, l’Horniman Museum and Gardens è un piccolo gioiello in stile Arts and Crafts. Commissionato nel 1898 all’architetto Charles Harrison Townsend e aperto al pubblico nel 1901, l’Horniman Museum possiede circa 350.000 oggetti e la sua collezione va dall’antropologia, alla storia naturale agli strumenti musicali.

Possiede anche un piccolo, ma splendido acquario. Star di questa eclettica, un tricheco imbalsamato troppo imbottito è diventato una vera e propria celebrità con persino il suo profilo su twitter @HornimanWalrus.
Walrus Natural History Gallery,HornimanMuseum and Gardens

I 16 acri di giardino che circondano il museo ospitano, oltre ad offrire un magnifico panorama sulla Capitale, ospitano un piccolo zoo, anche un programma annuale di eventi e attività.

Per gli appassionati di strumenti musicali antichi, l’Horniman Museum ospita anche in prestito permanente parte della collezione di strumenti musicali del Victoria and Albert Museum.

L’ingresso al Museo e ai giardini è libero, ma c’è un piccolo supplemento per chi desidera visitare l’Acquario e per alcune mostre temporanee.

Horniman Museum and Gardens 100 London Road, Forest Hill London SE23 3PQ www.horniman.ac.uk

pubblicato su Londonita

La vita segreta dei coralli. Al Natural History Museum di Londra.

Sono una storica dell’arte non un’esperta di biologia marina. Ma non occorre esserlo per godersi Coral Reefs: Secret Cities of the Sea, la mostra del Natural History Museum che da sempre fa della parola “educativo” la sua dicharazione d’intenti. E così, aggirandomi tra coralli colorati, pescioni imbalsamanti e gigantesche conchiglie (avete presente quella della Venere di Botticelli?) ho imparato che c’è un sacco di attività nel profondo del mare e altrettanto dramma, causato non da ultimo da personaggi come il polpo dagli anelli blu, un piccoletto grande come un soldo di cacio il cui corpo è lungo circa 5 cm con tentacoli di 7 cm e che pesa meno di un’etto di prosciutto, che si illumina quando si arrabbia. Letteralmente! E pare che abbia in corpo abbastanza veleno da uccidere 47 uomini – anche se effettivamnte (e fortunatamente) la cosa non è mai stata provata.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Questa mostra sembra contenere tutte le specie di coralli possibili ed immaginabili – dalla Mussidae la cui forma ricorda quella del cervello umano (in inglese si chiama Brain Coral…) al pomodoro di mare (che in realtà si chiama Actinia equine, ma sfido chiunque non sia un esperto a ricordarselo…) o quello che che sembra un ventaglio di piume – nettamente disposte in bacheche vittoriane che evocano l’atmosfera magica dei tempi di Darwin.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Ma il vero higlhlight della mostra è un bellissimo acquario in cui pesciolini colorati come il Nemo del film omonimo coabitano con veri coralli. È una mostra davvero affascinate e fatico non poco a staccarmi da quella finestra su un mondo e lasciare vedere qualcosa anche ai bambini dietro di me… (!).

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

E lascio il Natural History Museum avendo la certezza di aver imparato tutta una serie di piccoli fatti sui questi organismi marini – tutte cose che probabilmente avrei potuto leggere su Wikipedia, ma che sono immensamente molto più interessanti e stimolanti  se viste dal vero. Soprattutto ho imparato che il corallo è un organismo vivente, che si riproduce costantemente e il cui appetito per il sesso rivaleggia quello di Don Giovanni. E che se non facciamo qualcosa per proteggerle, le Grandi Barriere coralline – minacciate come sono dall’attività umana e dall’aumento delle temperature- moriranno nel giro di soli 50 anni. E sarebbe un vera tragedia. Meditate gente, meditate.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Londra // fino al 13 Settembre

Coral Reefs: Secret Cities of the Sea

Natural History Museum

nhm.ac.uk

 

Strane Creature (Remarkable Creatures) di Tracy Chevalier

Un libro di Tracy Chevalier, quella de La Ragazza dall’orecchino di perla, mi ha fatto improvvisamente ritornare la curiosità (mai sopita per la verità…) per la Storia Naturale, i fossili e i dinosauri. Così, sfidando la neve che ha coperto Londra (e pare, gran parte dell’Europa) io e la mia dolce metà ci siamo avventurati al Natural History Museum, in South Kensington sperando che il tempo inclemente tenesse lontane (almeno per qualche ora) le centinaia di vocianti scolaresche che affollano quotidianamente quel magnifico edificio vittoriano.

Mary Anning, 1842. Natural History Museum, London
Mary Anning, 1842. Natural History Museum, London

Ambientato a Lyme Regis sulla costa del Dorset all’inizio dell’XIX secolo, Remarkable Creatures (Strane Creature) di Tracy Chevalier, racconta dell’amicizia tra Mary Anning ed Elizabeth Philpot due donne che, diversissime per età, educazione e ceto sociale, sono unite dalla stessa passione per la ricerca e lo studio dei fossili.

Figlia di un falegname ebanista morto quando lei aveva solo undici anni, Mary diventa famosa nell’ambiente della storia naturale e della geologia non solo in Gran Bretagna, ma anche in Europa e in America.

Tuttavia, nonostante fosse l’autrice della scoperta (insieme  al fratello Joseph) dello scheletro del primo ittiosauro completo e di due plesiosauri, il fatto che fosse una donna (e di perdipiu’ di umili origini) non le consentì mai di diventare socia della Geological Society of London, cosa che non le consentì mai di partecipare al dibattito scientifico. Uh!

Drawing of the skull of Ichthyosaurus found by Joseph and Mary Anning 1814
Drawing of the skull of Ichthyosaurus found by Joseph and Mary Anning 1814

Non andò meglio alla sua contemporanea, Elizabeth Philpot. Nata a Londra nel 1780, e trasferitasi a Lyme Regis con le sorelle (zitelle, come lei) nel 1805 per non essere a carico del fratello avvocato, Elizabeth è famosa per la sua collezione fossili di pesci ora in mostra all’Oxford University Museum.

Alcune delle scoperte di Mary Anning sono in mostra permanente al Natural History Museum di Londra.

Sembra incredibile. E a volte dimentico quanta strada abbiamo fatto, noi donne dico, in fatto di evoluzione della specie. E di lotte sociali. Che con tutta la mia passione per la storia, non sono sicura mi sarebbe piaciuto nascere donna in un’altra epoca…

2011 ©Paola Cacciari