Shadows on the Tundra (I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti) di Dalia Grinkevičiūtė.

C’è solo una parola per descrivere questo libro: straordinario. Parlo di Shadows on the Tundra, tradotto in italiano come I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti (editore Pagine, 2009) della lituana Dalia Grinkevičiūtė. Mi ha lasciato davvero senza fiato.

Fatta eccezione per Primo Levi e Aleksandr Solženicyn, le testimonianze dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici sono praticamente inesistenti. Nel caso dell’URSS, la censura non cessò con la morte di Stalin e neppure con la fine dell’Unione Sovietica, ma continuò per molti anni a cercare di cancellare le testimonianze dei sopravvissuti. Non che molti di loro volessero parlare, sia chiaro. Per questo la testimonianza di Dalia è così preziosa.

Nel 1941, in seguito all’occupazione sovietica della Lituania, la quattordicenne Dalia Grinkevičiūtė (1927–1987) e la sua famiglia vengono deportati dalla loro nativa Lituania in un campo di lavoro in Siberia, a Trofimovsk (Трофимовский пгт) isola carceraria nel delta del fiume Lena posta oltre il circolo polare artico dove molti dei deportati morirono di freddo e fame. Separata dal padre (morto negli Urali) Dalia, si assume il compito di prendersi cura del resto della famiglia, la madre e il fratello, sottoponendosi a dodici ore al giorno di lavoro manuale. Sin dall’inizio, Dalia capisce che cedere alla debolezza del corpo è il primo stadio che porta alla morte, ed è pertanto determinata a rimanere in piedi e continuare a lavorare, anche quando la malattia, la denutrizione, il congelamento e la diarrea frequente sembrano una sfidare ogni umana possibilità.

Laptev_Sea_map

In un luogo come il gulag dove tutto è disegnato per spogliare i prigionieri della loro umanità, Dalia lotta per mantanere la sua dignità di essere umano. Una natura leopardiana, imponente e terribile allo stesso tempo – l’immensità risplendente della tundra con i suoi ghiacci, lo spettacolo dell’aurora boreale – non fa altro che esaltare con la sua terrificante bellezza, la nullità dell’esistenza umana. Ma come Francesca nel Canto V dell’Inferno dantesco che dice “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, anche Dalia non può pensare alle prime note de La Traviata o ascoltare Il Lago dei Cigni senza mettersi a piangere, senza che la consapevolezza della sua adolescenza perduta per sempre la colpisse come un pugno in faccia.

Dalia Grinkevičiūtė
Dalia Grinkevičiūtė

Nel 1949, all’età di 21 anni, Dalia riuscì a fuggire dal gulag insieme alla madre e a fare ritorno in Lituania; qui, nascondendosi nelle case di amici e parenti a Kaunas per un anno, inizia a scrivere i suoi ricordi su pezzi di carta che trova qua e là. Quando la madre muore nel 1950, Dalia la seppellisce di nascosto nella cantina della loro casa di Kaunas e temendo di essere arrestata, nasconde le pagine del suo diario in un barattolo che seppellisce nel giardino di casa, per metterle al sicuro dal KGB. E aveva ragione ad essere preoccupata, che infatti poche settimane dopo, fu nuovamente arrestata ed rimandata in Siberia. Fu solo nel 1956 che poté tornare in Lituania, ma una volta tornata cercò invano il barattolo con le pagine delle sue memorie, senza riuscire a trovarlo. Avendo studiato medicina, Dalia lavora come medico nella Lituania Sovietica fino al 1974, quando fu dismessa dalle autorità sovietiche. È in questo periodo che la donna decide di riscrivere le sue memorie – memorie che questa volta furono prontamente pubblicate nelle edizioni dissidenti russe samizdat (Память) nel 1979. Eventualmente il diario originale fu riscoperto 1991, quattro anni dopo la sua morte e dopo che la Lituania aveva riguadagnato l’indipendenza. Questo libro è la traduzione di quelle stesse pagine, la storia sepolta da Dalia. L’immediatezza della sua scrittura testimonia non solo della sofferenza che ha subito, ma anche della speranza che l’ha sostenuta. È una storia di sofferenza e di coraggio e di indomita volontà di sopravvivere.

2020 ©Paola Cacciari

http://www.lithuanianstories.com/2019/03/22/dalia-grinkeviciute-la-sua-storia/

http://www.lithuanianstories.com/2018/09/10/yurta-lituani-mar-di-laptev/

 

Demonizzazione di Stalingrado — Il simplicissimus

Ieri ricorreva l’anniversario della vittoria delle truppe sovietiche a Stalingrado che segnò lo spartiacque della seconda guerra mondiale e tuttavia la guerra per la libertà è tutt’altro che vinta poiché siamo di fronte ad un’operazione orwelliana di cancellazione della memoria condotta con subdolo accanimento da tutto l’apparato imperiale americano e dalle sue appendici come la […]

via Demonizzazione di Stalingrado — Il simplicissimus

La guerra non ha un volto di donna, di Svetlana Aleksievic

Come raccontare questo libro? Come mettere per iscritto la selva di emozioni che ho provato durante la lettura e che , ancora adesso, a quasi un mese dalla fine, continuo a provare? Era tanto che un libro non mi coinvolgeva emotivamente in modo così viscerale e totalizzante (e di libri coinvolgenti ne ho letti molti ultimamente).
Conosceva già Svetlena Alexievich per il suo bellissimo Tempo di seconda mano, una splendido racconto sulla vita in Russia dopo il crollo del comunismo. La Alexievitch è nota per il suo raccogliere e raccontare le storie e le memorie di coloro che nella storia ci si trovano a causa delle decisioni degli altri, la gente comune insomma, coloro che voce in capitolo non ce l’hanno mai, ma che (per amore o per forza) finiscono con il trovarsi sempre in prima linea nelle vicende della storia e finiscono con il farla, la storia.

Questa volta si tratta della  Seconda Guerra Mondiale, ma raccontata dalle donne sovietiche, molte delle quali erano appena ragazzine adolescenti di sedici, diciotto o diciannove anni quando corrono al fronte (alcune scappano addirittura di casa per farlo) per difendere la Patria e gli ideali della loro giovinezza, soprattutto quando Hitler, dopo aver inflitto perdite devastanti all’Armata Rossa, arriva alle porte di Mosca. Centinaia di migliaia di donne allora vanno a integrare i vuoti di effettivi lasciati dagli uomini: quasi un milione infatti, tra infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. Attraverso un lavoro di anni e centinaia di conversazioni e interviste, l’autrice ha ricostruito il volto della guerra al femminile, che

“ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue.”

Per tutto il tempo non ho fatto altro che chiedermi cosa avrei fatto io: sarei partita? I miei ideali sarebbero bastati a sostenermi? Avrei resistito? Mi sono resa conto di quanto poco so della guerra, a parte quello che i nonni mi hanno raccontato e che di certo era stato accuratamente “editato” prima di essere narrato a me e ai miei cugini. Mi accorgo di quanto poco so di quello che è accaduto alle mie nonne, della loro guerra, del loro sopravvivere durante l’occupazione tedesca con i mariti al fronte e bambini piccoli. Ma come solito sono arrivata tardi che le mie nonne non ci sono più. Arrivare tardi, la storia della mia vita…

Editore: Bompiani
Anno edizione:2017

2020 ©Paola Cacciari

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Il Limpido Ruscello (The Bright Stream) di Shostakovich

OK, capisco perché Stalin ha vietato questo balletto: è divertente! E quando dico divertente intendo davvero, molto, troppo divertente. Divertente dall’inizio alla fine, con il suo misto di commedia e pantomima, coppie quasi adultere che si scoppiano e si riaccoppiano, ballerine vestite da uomo e ballerini vestiti da ballerine che danzano sulle punte e una sfilza di eccentrici caratteri ispirati allo Shakespeare di Sogno di una Notte di Mezza Estate  (ok, non c’è un uomo con la testa d’asino, ma c’è un cane in sella ad una bicicletta). Uh!

È anche ambientato in un collettivo agricolo sovietico, ma si rifiuta categoricamente di prendere la cosa sul serio, inclusi i frutti del lavoro del collettivo stesso, qui rappresentati sotto forma di frutta e verdura di ciclopiche dimensioni. C’era da aspettarselo che tanto liberalismo e tanta presa in giro della propaganda non siano andati giù a Mosca. Subito dopo il suo debutto nel 1935, The Bright Stream fu dovutamente denunciato in un articolo sulla Pravda, in cui il balletto veniva attaccato per la mancanza di un tema serio. Il compositore, Dmitri Shostakovich fu disonorato, il librettista Fyodor Lupokhov finì in un gulag e il balletto fu condannato all’oblio. Fino a quando, nel 2003, quasi 70 anni dopo, Alexei Ratmansky ha deciso di riportarlo in scena, con una produzione di in due atti che, pur rendendo omaggio all’originale sovietico, adatta il balletto alle necessità di un pubblico moderno.

La trama è semplice. La giovane campagnola Zina, ama suo marito, l’arrogante studente di agricoltura Pyotr. Ma il loro matrimonio viene messo alla prova quando due famosi ballerini entrano in città – conosciuti solo come La Ballerina, e Il Ballerino di danza classica. I due decidono di insegnare a Pyotr (e al suo occhio errante e mani e labbra) una lezione. E a questo punto iniziano le risate.

Non capita spesso di vedere il Balletto del Bolshoi  in piena versione comica, ma con la sua infilata  di interazioni da pantomima, The Bright Stream è un’opportunità per i ballerini di fare proprio questo. E ci si buttano a capofitto, godendosi un mondo l’opportunità di essere sciocchi – anche se lo fanno, ovviamente, con uno stile impeccabile. E per noi che stiamo nell’audience, è una gioia assoluta vedere questa compagnia divertirsi in modo quasi fanciullesco. Tanto che più di una volta sono scoppiata a ridere fino quasi alle lacrime (come non mi capitava da quando proprio a Covent Garden ho visto The Dream, di Frederick Ashton, basato appunto su Sogno di una Notte di Mezza Estate) insieme al resto del pubblico che stipava ogni angolo della Royal Opera House.

Ruslan Skvortsov, una delle più brillanti stelle del Bolshoi, sarà anche abituato a ruoli da “macho” nel balletto classico, ma una volta fattosi prendere dalla farsa, è un vero spasso, con tanto di tutù, petto peloso e tutto il resto. Che si tratti di svolazzare sulle punte o di trascinarsi stancamente sui piedi, il nostro eroe rende una magistrale parodia di quell’ “inseguimi – no, non- inseguirmi” tutto femminile e così  caratteristico diuna certa… (ahem) Odette.

Ma a quanto pare, fare la parodia a Il Lago dei Cigni nell’Unione Sovietica di Stalin era una reato punibile con il gulag, come appunto Lupokhov ha scoperto a sue spese. Una cosa ingiustissima che, lungi dall’essere una presa in giro, questo suo è piuttosto uno scherzo affettuoso che fa tanto più ridere in quanto viene da una compagnia famosa per la sua serietà. Una piacevole scoperta questa  The Bright Stream. Mi sono divertita immensamente!

Bolshoi Ballet @ Royal Opera House London

The Bright Stream 7-8 August 2019

http://www.roh.org.uk/about/bolshoi

2019 © Paola Cacciari

La Casa del Futuro al Design Museum

C’è una scena ne  Il ragazzo di campagna del 1984 in cui Renato Pozzetto alias Artemio, decide di lasciare il piccolo paese lombardo in cui è nato e ha sempre vissuto, per cercare fortuna a Milano. Nella metropoli trova alloggio in un fin troppo moderno monolocale in cui lo spazio è razionalizzato all’ennesima potenza: pareti scorrevoli trasformano l’angolo cottura in bagno o in zona giorno, il tavolo ribaltabile con tovaglia al metro e sedie pieghevoli e rientranti.  Un po’ come la Total Furnishing Unit, l’unità abitativa compatta progettata da Joe Colombo nel 1972, dove si poteva vivere in soli 28 metri quadrati esposta al Design Museum, parte della mostra Home Futures.

Che se il problema dello spazio è esistito da quando la Rivoluzione Industriale aveva fatto accorrere le masse contadine a cercare lavoro nelle fabbriche tessili nella Gran Bretagna del Settecento, non è mai stato così pressante come nel nostro secolo. E come sarà la casa del futuro è un interrogativo che gli architetti e i designer si sono posti sin dal tempo della Russia post-rivoluzionaria, quando El Lissitzky tenta di progettare appartamenti compatti per i lavoratori sovietici, con letti aerodinamici modello pre-Le Corbusier. E come dimenticare i mobili ultramoderni di Villa Arpel, quelli creati per il film francese del 1950 Mon Oncle di Jacques Tati, a cui fanno eco quelli contemporanei dell’Ideal Home del 1956, la casa del “futuro” in cui tutto è automatizzato, abitata da una coppia moderna il cui momento chiave della giornata è quello di far apparire il tavolo della sala da pranzo premendo un bottone.

 Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.
Joe Colombo, Total Furnishing Unit All domestic functions in 28 square meters. Credit | Ignazia Favata / Studio Joe Colombo.

Stupiti? Non dovreste. Che il dopoguerra portò con sé oltre ad un supersonico boom economico, anche un incontrollato sviluppo edilizio e un’altrettanto incontrollata crescita delle città. E non solo in Italia. Per un breve momento  infatti, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che il sogno della casa automatizzata, razionale e futuristica fosse lì per lì per realizzarsi. Nel futuro immaginato dagli architetti più progressisti, le abitazioni non sarebbero state più in materiali statici come mattoni e cemento, ma fatte di membrane di plastica trasparenti, facilmente trasportabili ovunque e trasformabili in pratici spazi casa/lavoro con vista a 360◦ sul proprio giardino preferito come quelle progettate da Hans Hollein.

Hans Hollein in his transparent Mobile Office, 1969. Photograph: Gino Molin-Pradl, Copyright: Private Archive Hollein

Ma come spesso accade, tra il dire e il c’è di mezzo il mare che in questo caso (a parte la scomodità di dover avere sempre a portata di mano un compressore per gonfiare la bolla una volta arrivati in giardino…), si è materializzato sotto forma della crisi del petrolio del 1973. Che saranno anche stati futuristici, ma questi progetti presumevano infatti illimitate forniture di energia a basso costo per riscaldare e raffreddare questi i rifugi mobili. La bolla è scoppiata e la moda architettonica lasciò così il posto al Postmodernismo, uno stile che non pretendeva di cambiare il mondo o la vita delle persone, ma solo di intrattenerli e tenerli al caldo e al coperto. E la dura realtà per gli architetti è accettare che la casa del futuro è sorprendentemente simile a quella del passato, certo più confortevole ed ecologica, ma sempre fatta da pareti soffitti, cucine, camere da letto etc etc.

ome Futures exhibition at the Design Museum, London

In breve, la storia si ripete e il sogno degli architetti di costruire case aperte, organiche, economiche e sostenibili, si è rivelato ancora una volta (appunto) un sogno e che la maggioranza dei comuni mortali in ogni grande città, deve accontentarsi di quello che trova.

A volte l’ottimismo senza fiato viene temperato dall’ironia, come nel caso dell’architettura radicale del gruppo italiano Archizoom Associati che nel 1970 con la loro No Stop City propongono non una città migliore, ma una città adeguata ai bisogni della nuova modernità, dove il design prevale sull’architettura e dove progetti provvisori e fluidi prevalgono su quelli tradizionali, e  in cui i nomadi moderni possono vivere senza oggetti o definire la loro casa come meglio preferiscono.

A universal grid that would allow all humans to live a nomadic life. Supersurface was a speculative proposal for a universal grid that would allow people to live without objects or the need to work, in a state of permanent nomadism. Credit | Superstudio, Supersurface: The Happy Island, 1971. Image: The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Resta da vedersi se questo futuro sia da considerarsi una cosa buona o meno. Già negli anni Venti, i film di Sergei Eisenstein mostrano un mondo dalle case trasparenti, che accese negli architetti contemporanei la passione per le strutture fatte di vetro, dove la perdita della privacy e le possibilità di sorveglianza diventano una spaventosa realtà  nella Russia di Stalin. Ma l’idea della casa di vetro non è poi tanto surreale anche nella nostra società, che  quelle in cui viviamo saranno anche di pietra, ma le case sono divenate trasparenti come la bolla di Hollen (citare Stalin mi pareva esagerato…) da quando internet è entrato nelle nostre vite. L’idea della condivisione dell’essere connessi 24 ore su 24 ha reso l’idea stessa della privacy intrinsecamente fluida, trasformandola in qualcosa con cui non siamo interamente a nostro agio. Almeno io non lo sono.

Allo stesso tempo, un altro problema si pone agli abitanti delle città moderne, vale a dire trovare un luogo decente in cui vivere. Senza di questo è irrilevante considerare un progetto di doccia mobile (sebbene quella progettata da Ettore Sotsass, gridi all’ottimismo e all’ironia) se non c’è lo spazio in cui muoverla… Mi sembra che la tecnologia non faccia altro che sostituire spazio fisico con quello digitale: intere librerie possono stare in un kindle, mentre per CD e DVD ci sono iTunes e le chiavi usb. Che il bisogno di spazio sta diventando un problema pressante non solo a Londra, ma nel resto della vecchia Inghilterra e sempre più palazzoni a più piani con appartamente non più grandi dei Khrushchyovka russi degli anni Sessanta che si sostituiscono alle tradizionali villette a schiera con giardinetto. E la chiamano modernità… :/

2019 © Paola Cacciari

Londra// fino al 24 Marzo 2019

Home Futures @ Design Museum

designmuseum.org

Tempo di seconda mano, di Svetlana Aleksievic

Tecnicamente questo libro appartiene ancora al 2018, che sono trascorsi solo 5 gg dall’inizio del nuovo anno e non ho ancora completato nessuna nuova lettura che si possa definire appartenete solo al 2019. Ma questo libro di Svetlana Aleksievic, trovato ancora una volta grazie ai preziosi consigli del blog Parla della Russia, l’ho terminato alle 8pm del 31 dicembre del 2018 e mi è rimasto dentro come pochi altri. E’ un libro bellissimo, onesto e sincero, prezioso per chi come me è cresciuto in quel periodo, ma non ci ha mai prestato attenzione, al corso della storia contemporanea dico, e ora vuole recuperare il tempo perduto. Buona fine e buon inizio. E naturalmente, buona lettura! 🙂

PARLA DELLA RUSSIA

9788845282010_0_0_300_75“Tempo di seconda mano” di Svetlana Aleksevich è un libro prezioso per comprendere cos’è successo in Russia all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. Una cacofonia di voci che avvolgono e talvolta soffocano e turbano il lettore. Molteplici punti di vista della “piccola gente”, quella che non fa la Storia con la S maiuscola, di fronte alla disintegrazione di quello che aveva rappresentato il sogno politico di molti.

Attraverso questo racconto corale l’obiettivo della scrittrice bielorussa, premio Nobel per la letteratura nel 2015 – premiata per “la sua opera polifonica, un tributo al coraggio e al dolore della contemporaneità” è quello di dare voce a donne (protagoniste di molte delle storie raccontate) e uomini, vittime e carnefici tutti protagonisti del dramma collettivo del crollo dell’Unione Sovietica.

È una letteratura – reportage, quella della Aleksevich, che non può avere l’oggettività dell’analisi storica ma ha invece una profondità nell’indagare gli spazi dell’animo umano spesso…

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Un gentiluomo a Mosca (A Gentleman in Moscow) di Amor Towles

Quest’anno ho letto molti libri belli. E questo di Amor Towles è certamente tra uno tra i piu’ belli. Che Un Gentiluomo a Mosca riesce ad essere allo stesso tempo un libro profondo e delicato, tragico e ironico, leggero e impeccabile, pur restando sempre attentissimo ai fatti storici di un periodo crudele e complesso come la Russia di Stalin.

Russia, Hotel Metropol in Moscow, view from the Bolshoi Theater

Una scrittura scintillante, ma controllata e permeata di una costante e gentile ironia da’ vita ad una serie di personaggi indimenticabili che va da aristocratici e cucitrici a chefs irascibili, stelle del cinema, artisti e intellettuali disillusi, managers frustrati e maître de salle di squista sensibilità. Dal lusso del Grand Hotel Metropol, in Piazza del Teatro a Mosca, a pochi passi dal famoso Bolshoi, dove è esiliato agli arresti domicigliari dal 1922, il Conte Alexander Rostov guarda per oltre trent’anni il dipanarsi della storia della Russia moderna. Bandito e dimenticato, relegato dopo la Rivoluzione al ruolo di ex-aristocratico il  Conte vede il mondo in cui è nato e cresciuto svanire sotto i propri occhi. Ma la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a pochi passi dal Cremlino, finisce per proteggerlo dalle brutalità del regime di Stalin, dalle carestie di massa e dalle purghe, e persino dalla Seconda Guerra Mondiale.

Un libro che ha avuto su di me lo stesso effetto di Pane e Tulipani: una ventata di speranza in un mondo sempre piu’ brutale. Da lkeggere nei momenti di depressione. 🙂

2018 ©Paola Cacciari

I 900 giorni (The 900 Days: The Siege of Leningrad) di Harrison E. Salisbury

Quando qualche mese fa in fila alla biglietteria del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo lo sguardo mi è caduto sul cartello degli sconti, ho notato accanto ai soliti studenti, insegnanti, pensionati e personale convenzionato, che l’ingresso gratuito al più bel museo del mondo era garantito ai veterani dell’assedio di Leningrado. I 900 giorni di Leningrado. Appunto.

The fire of anti-aircraft guns deployed in the neighborhood of St. Isaac's cathedral during the defense of Leningrad (now called St. Petersburg, its pre-Soviet name) in 1941.
The fire of anti-aircraft guns deployed in the neighborhood of St. Isaac’s cathedral during the defense of Leningrad (now called St. Petersburg, its pre-Soviet name) in 1941.

Passeggiando lungo Nevsky Prospect con i suoi bellissimi palazzi in stile classico e barocco e chiese dalle cupole multicolori, sembra impensabile che questo tesoro architettonico di città affacciato sul Mar Baltico sia stato testimone di una delle più grandi tragedie umane della Seconda Guerra Mondiale. Una tragedia che forse si sarebbe potuta evitare se i generali sovietici e lo stesso Stalin non avessero sottovalutato il pericolo di un’offensiva della Germania nazista.

San Pietroburgo, che allora si chiamava Leningrado contava prima della guerra una popolazione di tre milioni di abitanti. Ma con l’arrivo dei tedeschi alle porte dei sobborghi meridionali della città nell’agosto del 1941 e la riconquista dell’Istmo di Carelia da parte delle forze finlandesi (alleate ai tedeschi) a nord-ovest della città in settembre, la città venne completamente isolata dall’accesso via terra. E visto che prendere la città sarebbe stato troppo costoso, alla luce dell’aspra resistenza sovietica, i tedeschi decisero di assediarla e farla capitolare con la fame. E quasi ci riuscirono. Che presto oltre al cibo vennero a mancare elettricità, acqua e riscaldamento e migliaia di cittadini di Leningrado morirono assiderati durante quel primo implacabile inverno. E quelli che non morirono per il freddo morirono di fame.

L’assedio durò 900 giorni. Quando le forze sovietiche infine sollevarono l’assedio nel gennaio 1944, oltre un milione di abitanti di Leningrado erano morti per fame o per l’esposizione ai bombardamenti tedeschi. Oltre 300.000 soldati erano morti nella difesa e nel portare soccorso alla città.

Ed è questa storia eroica e terribile, per lungo tempo avvolta nell’oscurità e nascosta dalla censura stalinista, che Harrison E. Salisbury ha per primo ricostruito attingendo a testimonianze, diari, memorie e archivi, in una ricerca durata venticinque anni.
Nelle pagine de I 900 giorni scorre l’eroica difesa dell’Armata Rossa e di folle di volontari male equipaggiati; la pressione costante delle divisioni del Terzo Reich; gli episodi di coraggio e abnegazione, quelli di vigliaccheria; le morti per la fame, il gelo e i bombardamenti; gli sforzi di scrittori e artisti per tenere viva l’anima della città; i controlli feroci dell’apparato poliziesco; le disperate strategie dei generali per spezzare l’assedio e tenere aperta l’unica via per i rifornimenti, attraverso la superfi cie gelata del lago Ladoga.
Con il rigore dello storico e lo stile tagliente del giornalista, Salisbury ha costruito una narrazione epica che coglie pienamente la materia della Storia, plasmata dal coraggio e dalle azioni di uomini e donne comuni che vivono e agiscono. Non semplici comparse su uno sfondo, ma protagonisti.


Harrison E. Salisbury (1908-1993) ha lavorato come reporter e corrispondente dall’estero per numerose testate tra cui il Minneapolis Journal, il New York Times e Times. Nel 1955 ha vinto il Premio Pulitzer. È stato anche autore di numerosi libri sull’Unione sovietica, il Vietnam e la Cina, molti dei quali tradotti in italiano: L’orbita della Cina (1967), Rapporto da Hanoi (1967), 50 anni di vita sovietica (1968), L’Unione Sovietica nel dopoguerra (1971), La vera storia della lunga marcia (1987), Diario di Tien An Men (1989).

www.ilsaggiatore.com

2018 ©Paola Cacciari