1599. One year in the life of Shakespeare di James S. Shapiro

1599, la storia di un anno nella vita di William Shakespeare. Ma perché proprio il 1599? Cosa è accaduto nel corso di quell’anno da renderlo così speciale da spingere James Shapiro, Professore di letteratura inglese e comparata presso la Columbia University di Chicago e studioso di Shakespeare e di Storia Moderna, a scriverci sopra un intero libro?
La risposta è: molto. In quel fatidico anno accaddero molte cose e molto importanti che hanno cambiato non solo il destino del Bardo, ma anche la storia della letteratura e del teatro.

Ma andiamo per ordine. Nell’ultimo anno del XVI secolo, Londra contava una popolazione di circa 200.000 persone. I due principali teatri contenevano circa tremila persone ciascuno. Il teatro inglese non era mai stato così importante e non aveva riflesso in modo così ovvio la società che serviva. Il regno di Elisabetta I era al tramonto, la Guerra d’Irlanda ha svuotato le casse dello stato e il Conte di Essex, il favorito della regina è in odore di alto tradimento. La regina invecchiava e si ostinava a non voler nominare un erede per paura di essere eliminata e la è popolazione preoccupata per la successione.

E come molti altri suoi contemporanei, anche Shakespeare era un uomo influenzato dal suo tempo e dagli eventi – anche se come altri preferisce rifugiarsi nella relativa sicurezza della storia antica, dalla cui prospettiva temporale poteva affrontare tematiche contemporanee senza rischiare di essere accusato di altro tradimento (anche solo parlare della futura morte di un sovrano era cosiderato tradimento). Il 1599 è anche l’anno che vede la costruzione del nuovo Globe Theatre e la stella di Shakespeare brillare sempre più alta; questo è infatti l’anno in cui il Bardo crea quattro delle sue opere più famose – Enrico V, Giulio Cesare, Come vi piace e soprattutto, Amleto.

Dalla provinciale Stratford upon Avon, nella contea del Warwickshire, ai teatri di Londra e a quelli di corte, 1599. One year in the life of Shakespeare racconta l’evoluzione di Shakespeare da semplice poeta e drammaturgo di talento in uno dei più grandi scrittori mai vissuti. È un viaggio alla riscoperta del mondo in cui il poeta è nato e cresciuto e che nella sua maturità stava scomparendo – il suo passato cattolico; la Foresta di Arden; la morente cultura cavalleresca.

A tratti un po’ verboso e mancante delle mappe storiche e geografiche e delle cronologie che io trovo necessarie per ritrovarsi in un libro così complesso e ricco di informazioni, questo di James Shapiro resta tuttavia una lettura affascinate e illuminante. Consigliato agli amanti di Shakespeare e a chi legge in inglese.

2018 ©Paola Cacciari

2018 ©Paola Cacciari

Una città o l’altra (Neither here Nor there)

Ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono periodicamente per varie ragioni – sono capolavori, sono classici (ho realizzato che sento il bisigno fisico di leggere Jane Austen e in particolare Pride and Prejudice circa ogni due anni…) o semplicemente hanno quel feel good factor che ti fa sentire bene. Neither here Nor there (da noi tradotto come Una città o l’altra) è uno di quelli: la versione cartacea quello che per me è Pane e Tulipani.  Qui Bill Bryson racconta le sue esperienze durante un viaggio durato quattro mesi nel “vecchio continente” nel 1991 – dall’estremo nord della Norvegia alla Turchia. È divertentissimo (il libro dico, ma anche Bryson…), e mi scopro sempre a ridacchiare da sola – cosa che in genere mi capita quando leggo i libri del nostro Beppe Severgnini (o il blog di Guido Sperandio).

9780552998062Ho scoperto Bill Bryson un giorno per caso durante una delle mie quotidiane (allora lavoravo nei dintorni…) visite alla Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana a Bologna. Era il 1996 e mi capitò tra le mani America Perduta (The Lost Continent). Lessi le prime dieci righe e decisi in quel momento che se mai avessi cominciato a scrivere volevo farlo come lui.

Americano trapiantato in Gran Bretagna, Bryson (oltre ad essere il mio idolo letterario) è giornalista e scrittore, autore di libri sulla storia della lingua inglese e americana, di scienza e -soprattutto- di divertentissimi libri di viaggio ora (finalmente tutti tradotti in italiano) in cui la capacità di prendere in giro (e prendersi in giro) va di pari passo con una serie di gustosissimi aneddoti che mi riempiono di ammirazione. Che non è da tutti la capacità di vedere il lato divertente delle cose, sopratutto al giorno d’oggi dove tutti si prendono tremendamente sul serio.  Da quel momento i libri di Bryson mi hanno chiamato così forte che in questi anni ho letto tutto quello che ha scritto. Che io sono così. I libri mi devono chiamare perché io li possa leggere. Non sono mai stata capace di leggere qualcosa perché di moda. O perché fa discutere. Credo di essere una delle poche persone in Italia a non aver mai letto Gomorra di Roberto Saviano. E non ne vado fiera. Ma fino ad ora non mi ha chiamato abbastanza forte. Lo farà a suo tempo, ne sono sicura.  I libri importanti lo fanno sempre.

Inutile dire che quando anni fa è venuto al Museo per presentare il suo nuovo libro At Home: A Short History of Private Life (interessante storia sociale sul perché e il percome le case ‘moderne’ sono fatte e disposte come sono), mi sono precipitata che volevo verificare se anche di persona era così divertente e interessante come appare dai suoi libri e fortunatamente lo era.

Mi sono fatta autografare la mia malconcia copia di The Mother Tongue sulle origini e la storia della lingua inglese, comprata a Victoria Station nel 1999 e piena di sottolineature e note scribacchiate a bordo pagina in vari colori di biro quando stavo cercando di imparare, o meglio, dare un senso all’inglese. Anzi è stato il primo libro che ho letto interamente in inglese. E tutto sommato devo dire che ha funzionato…

2015 ©Paola Cacciari

bill bryson
Bill Bryson

Shakespeare: Staging the World.

Il contributo del British Museum agli eventi di London 2012 è una delle mostre più interessanti, evocative e affascinante degli ultimi tempi: Shakespeare: Staging the World. Più che una mostra, un vero e proprio viaggio nella vibrante Londra di Elisabetta I.
The Arundel Firs
The Arundel First Folio – Engraving of William Shakespeare by Martin Droeshout.
All the world’s a stage, And all the men and women merely players…’ dice un brano di As You Like It (Come vi Piace). E davvero tutte le opere di William Shakespeare sono nate per il palcoscenico della capitale. A Londra sono nate le ‘Playhouse’, i teatri come li conosciamo oggi, la wooden O citata da Enrico V, di cui il Globe Theatre (quello originale, costruito nel 1599 dalla compagnia teatrale a cui Shakespeare apparteneva, e distrutto da un incendio nel 1613) è l’esempio più famoso, ma certamente non l’unico.
Come i teatri, anche le compagnie teatrali erano un fenomeno nuovo.  Nell’autunno 1594 Shakespeare si unisce a The Lord Chamberlain’s Men, compagnia teatrale di cui divenne poi azionista e che, con l’ascesa al trono di Giacomo I nel 1603 che ne divenne patrono, fu ribattezzata The King’s Men. I loro spettacoli erano fondamentale per aprire una finestra sul mondo e hanno contribuito alla formazione di quella nuova identità nazionale che risuona nelle solenni parole di Enrico V. Ma attraverso i suoi personaggi, Shakespeare affronta anche temi scottanti che, se ambientati al suo tempo, non avrebbero mai superato il veto della censura. In un momento in cui Papa Pio V sosteneva gli intrighi per l’assassinio di Elisabetta I, questioni politiche come la successione della sovrana sono fuori discussione, ma sono esaminate in tragedie come Giulio Cesare e Riccardo II e III.
The Lyte Jewel from Shakespeare: Staging the World
The Lyte Jewel – miniature of James I. Photograph: British Museum
Dal Medioevo alla tragedia romana, Shakespeare si interroga sul potere della natura, sul passato classico esplorato e rivissuto. Da qui il fascino esercitato da Roma e soprattutto Venezia, città da sempre aperta agli scambi multiculturali, alla moda, al lusso. E’ difficile non rimanere incantati dinanzi alla raffinata bellezza degli oggetti in mostra – spade, lanterne, incisioni, gioielli, dipinti; non manca neanche l’originale seicentesco del Primo Folio che avevo già visto in Aprile durante la mia gita primaverile di Stratford Upon Avon. Oggetti che i brani recitati da grandi attori della Royal Shakespare Company (i cui visi sono proiettati sulle pareti ad intervalli regolari) aiutano a collocare nel contesto storico e letterario del periodo.
Portrait of Abd el-Ouahed ben Messaoud ben Mohammed Anoun, ambassador to England from the King of Barbary (Morocco), unknown artist, England, c. 1600.
Portrait of Abd el-Ouahed ben Messaoud ben Mohammed Anoun, ambassador to England from the King of Barbary (Morocco), unknown artist, England, c. 1600
Devo dire che, visto il mistero che circonda la vita del Bardo, mi chiedevo come sarebbe stato possibile costruire un’intera mostra attorno ad un fantasma. Ma avrei dovuto immaginare che con curatori come Dora Tornon (British Museum) e Jonathan Bathe (Professore di Letteratura del Rinascimento all’Università di Warwick ed esperto di Shakespeare) alla guida, il problema non ci sarebbe stato. Il risultato è una  straordinaria mostra che esplora un altrettanto straordinario periodo storico e sociale.
Britain’s last legitimate monarch: though late medieval, the portrait of Richard II, c.1395, raises a topic that resonated in Shakespeare’s time when the authority of both the Tudor and Stuart dynasties was doubtful
Portrait of Richard II, c.1395

Fino al 25 Novembre 2012

L’evoluzione dell’Inglese alla British Library

Un giorno come tanti della mia nuova vita nella Capitale. Sono con la mia (allora) coinquilina spagnola (che parla un perfetto italiano) e mentre aspettiamo la metropolitana, inganniamo il tempo studiando la mappa della London Tube. “Chissà perche’ Hackney Wick si chiama così…” se ne esce Teresa assorta nella contemplazione di quel gomitolo di linee colorate. Già, perche’ ? mi chiedo anch’io. E quel Wick di Hackney e’ lo stesso che sta attaccato a nomi come Gatwick e Warwik? E qual’era la differenza (se ce n’era una) con il -wich di Aldwich e Norwich? Eravamo così prese dallo studio della toponomastica che abbiamo perso almeno un paio di treni. Nevermind
Punch illustration (27 October 1855) shown in the Evolving English Exhibition at the British Library     

Inutile dire che mi sono buttata nello studio della Filologia Germanica con la stessa passione con cui all’università ho affrontato l’esame di Filologia Romanza. Il fatto e’ che mi piacciono le parole, ma ancora di più mi piace la loro storia. Come siamo arrivati alla nostra lingua? Attraverso quali strani passaggi sono passate le parole che usiamo prima di cristallizzarsi nella forma più o meno stabile che ci permette di comunicare con amici e parenti, di comprare il giornale, fare il cruciverba, leggere un libro, di funzionare insomma?

Ragion per cui ho dato il benvenuto con entusiasmo ad Evolving English: One Language, Many Voices alla British Library, la prima mostra che esplora la storia della lingua inglese raccontando l’affascinante storia della mia lingua adottiva e la sua evoluzione da linguaggio degli abitanti di un’isoletta del Nord a fenomeno mondiale.

Dalle rune anglosassoni al gergo di Papua Nuova Guinea, da Chaucer al Rap contemporaneo, la mostra esamina non solo lo stato attuale di una lingua parlata al giorno d’oggi da circa un terzo della popolazione mondiale, ma la sua provenienza e il suo futuro. Un futuro al tempo stesso minacciato e arricchito dall’adozione di termini stranieri e da quelli creati da Internet. Un’opportunità unica di vedere (e, grazie alle numerosissime registrazioni,  ascoltare) la sua evoluzione. Un’evoluzione che al giorno d’oggi non e ancora per nulla terminata.

2011 ©Paola Cacciari

Londra/fino al 3 Aprile 2011
Evolving English: One Language, Many Voices