Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum

Viaggio nel mondo di Stanley Kubrick

Ci sono film di cui si conosce tutto. Si conoscono le musiche, i trailer. Le immagini, gli attori, i costumi. Film che sono così famosi da essere entrati a fare parte del nostro immaginario collettivo che si finisce con pensare di averli visti tutti. Eccetto che non lo si è fatto.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019

A me questo è capitato con la mostra che il Design Museum ha dedicato al regista Stanley Kubick (1928-1999). Li conosco tutti i suoi film, so chi li ha interpretati, fischietto la musica, rinconosco i costumi e posso citare alcune delle frasi storiche tipo “Io sono Spartaco!”. Eccetto che non ne ho visto per intero nemmeno uno. Nemmeno Spartaco.

A parte il Western, a cui è andato vicino, Kubrik si è cimentato con tutti i generi a lui disponibili: dalla fantascienza di 2001: Odissea nello spazio (1968) alla guerra con Orizzonti di gloria (1957) e Full Metal Jacket (1987); dal thriller con Il bacio dell’assassino (1955) all’horror di The Shining (1980), eppoi ancora la satira politica (ll dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, 1964), il dramma storico (Spartacus, 1960 e Barry Lyndon, 1975), quello psicologico (Eyes Wide Shut, 1999) e i suoi discussi capolavori Lolita (1962) e Arancia meccanica (1971). Ci sono oggetti di scena, poster, costumi e storyboard originali: l’attenzione al dettaglio è sbalorditiva per non dire ossessiva. Kubrick era coinvolto in ogni singola fase del film, dal casting al set, ai poster: il suo perfezionismo era tale da estendersi anche alle scatole di stoccaggio.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019 © Paola Cacciari

Anche per chi come me non è un patito del cinema, questa mostra si rivela brulicante di piccole curiosità da non perdere. Come la vecchia sedia da regista utilizzata da Kubrick, accanto alla quale ci sono scaffali pieni dei libri che ha usato per ricercare il suo mai fatto epico “filmone” su Napoleone, insieme alla cortese lettera inviata da Audrey Hepburn per rifiutare il ruolo di Giuseppina, e lo schedario pieno di note, carte e fotografie che tracciano ogni giorno della vita di Napoleone.

Stanley Kubrick The Exhibition, Design Museum. London 2019 © Paola Cacciari

Che dire? Spero che prima o poi qualcuno arrivi a farlo.

Londra/fino al 15 Settembre 2019

Stanley Kubrick: The Exhibition
Design Museum
designmuseum.org/

2019 © Paola Cacciari

Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

www.rct.uk

Quando moda e natura sono protagoniste. Come sempre al V&A di Londra

Strana e insolita mostra questa del Victoria and Albert Museum, e soprattutto attuale, con i suoi trecento oggetti belli e spesso inquietanti, che esplorano il rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni.

Da sempre la moda dipende dalle ricchezze della natura non solo per l’ispirazione, ma anche e soprattutto per le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogno di calore e la nostra vanità. Risorse che non sono eterne. La domanda che la mostra si pone (e ci pone in quanto di consumatori) è semplice. Come possiamo conciliare le necessità della moda con quelle del pianeta? Cosa possiamo imparare dal passato? In pratica, è possibile rendere l’industria della moda sostenibile – o quantomeno, più sostenibile?

White cotton T-shirt printed with 'It's Getting Hot in Here' on the front and 'Greenpeace' on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A
White cotton T-shirt printed with ‘It’s Getting Hot in Here’ on the front and ‘Greenpeace’ on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A

Il piano inferiore è dedicato alle glorie del passato – una festa di corsetti, stecche di balena, pellicce, cappellini con uccelli impagliati e cuscini imbottiti di crini di cavallo. Qui, delicati ricami e altrettanto delicati tessuti ci accompagnano in una passeggiata cronologica che attraversa il XVII, XVIII e XIX secolo, mentre al piano superiore trovano posto il design del XX secolo e del nuovo millennio.

Fashion from Nature, V&A, London. 2018 ©Paola Cacciari

È qui che ci si sofferma in particolare sulla produzione di tessuti artificiali che, soprattutto nell’epoca georgiana e vittoriana, hanno portato tessuti alle masse ad un costo altissimo per la natura. Un costo, quello dell’inquinamento atmosferico e delle acque di cui l’industria tessile è uno dei maggiori colpevoli e che ha spinto nuovi designer come Christopher Raeburn e Stella McCartney a battersi per creare una moda eco-sostenibile.

La scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento. Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione.

La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferita ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA
The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA

Il fatto è che esiste una catena produttiva molto complessa nascosta dietro le etichette dei vestiti che indossiamo. la case di moda dichiarano solo il luogo in cui il capo è stato cucito, ma tacciono sulle altre fasi della manifattura, come la produzione della fibra, la sua filatura, la tintura, la stampa – fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi, se non addirittura in continenti diversi, di solito in paesi sottosviluppati dove la mano d’opera costa poco e le leggi sull’ambiente sono altrettanto poche. L’esempio del Citarum in Indonesia, che scorre nei pressi della capitale Giacarta ed è considerato il fiume più inquinato al mondo è tristemente esemplare.

E’ solo dagli anni Ottanta tuttavia che da parte delle industrie del settore si comincia a vedere una certa consapevolezza del danno causato all’ambiente, consapevolezza che ha dato vita a pratiche alternative per la produzione di una moda etica oltre che estetica. Nel 2010 per esmpio, la Levis Strauss ha lanciato sul mercato Waterless>Jeans, un tessuto che usa il 96% in meno di acqua durante la produzione tessile. Altri stanno seguendo l’esempio. C’è ancora speranza di salvare il pianeta. Non perdiamo quest’occasione

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2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Fashioned from Nature

Victoria and Albert Museum, Londra

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Pearly Kings and Queens Harvest Festival 2018

A Londra finito un festival ne comincia un altro. E il settembre londinese non scherza, e mentre da ieri la capitale britannica celebra, oltre al London Fashion Week Festival anche il ventesimo anniversario del mitico London Design Festival con eventi, showroom, laboratori, conferenze, mostre e installazioni sparse per tutta la città, la storica City of London celebra un’antica tradizione culturale della Capitale: il Pearly Kings and Queens Harvest Festival.

Ogni anno infatti, da circa 125 anni, la Guildhall Yard, la grande piazza antistante il magnifico edificio che ospita gli uffici amministrativi della City of London Corporation, diventa il palcoscenico per questo festival tradizionale tipicamente inglese che celebra l’abbondanza del raccolto autunnale. Con eccentrici cappelli di piume e abiti ricoperti di bottoni di perle, i Pearly Kings and Queens sono i veri protagonisti dell’evento. Con i loro abiti scuri, ricoperti di centinaia di chiarissimi bottoni di perle, sono uno spettacolo affascinante e indimenticabile. Ma non finisce qui: ci sono danze popolari come la Maypole dance (la danza attorno all’ albero della cuccagna), Morris dance (in cui gruppi di danzatori indossano campanelli alle caviglie ed eseguono passi ritmati e figure coreografiche, maneggiando bastoni bastoni e fazzoletti) e naturalmente bande musicali che, a ccompagnati da colorati calessi tirati da placidi asinelli e altrettanto placidi cavalli da tiro, sfilano per le strade della City of London fino alla Chiesa di St Mary-le-Bow, dove si tiene la tradizionale funzione religiosa di ringraziamento.

Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari
Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari

L’usanza di indossare abiti decorati da bottoni di madreperla risale al XIX secolo e si fa risalire ad Henry Croft, un orfano che lavorava come spazzino a Londra. Deciso a dedicarsi dedicarsi alla causa dei più bisognosi, Henry prese ispirazione dai “Costermongers”, un gruppo di Mercanti di frutta e verdure dell’east End di Londra che cucivano bottoni sui vestiti per potersi riconoscere e la cui parlata “in codice” fu formalizzato nel cockney, per creare un abito interamente ricoperto di bottoni di madreperla con cui sperava di attirare l’attenzione dei passanti e aiutando così la sua racconta di fondi. Ancora oggi (e indipendentemente dal festival) non è affatto insolito imbattersi in questi simpatici personaggi per le strade di Londra – una testimonianza ambulante che l’intuizione dei Henry Croft era giusta…

Londra// 16 Settembre 2018

Pearly Kings and Queens Harvest Festival, Guildhall Yard , Mansion House pearlysociety.co.uk

Per maggiori informazioni su cosa fare a Londra in Settembre vi rimando al sito del Time Out e del London Design Festival 2018

Tutti pazzi per Frida

Anche chi non ne conosce il nome probabilmente ne riconoscerà i grandi occhi scuri, il severo monosopracciglio, le alaborate acconciature e l’abbigliamento colorato di Frida Khalo (1907-1954).

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Kahlo with an Olmeca figurine, Coyoacán 1939 Credit: Nickolas Muray

E sono proprio i suoi abiti (e i cosmetici, e le scarpe, prostetiche e no) ad essere i protagonisti della mostra del Victoria and Albert Museum. Nata a Coyoacán, una delegazione di Città del Messico, il 6 luglio del 1907 anche se amava dire di essere nata nel 1910, data della rivoluzione messicana di cui Frida si sentiva profondamente figlia.

Frida Kahlo On White Bench, a photograph by Nickolas Muray, taken in 1938
Frida Kahlo On White Bench, a photograph by Nickolas Muray, taken in 1938

Fino al 2004, l’iconico guardaroba dell’artista e’ stato tenuto gelosamente sottochiave, chiuso nel bagno (sì, il bagno) della casa di Città del Messico che Frida aveva condiviso con il marito Diego Rivera. Per quarant’anni la Casa Blu, come era conosciuta, ha ospitato oltre seimila fotografie, gioielli, medicine, cosmetici e, naturalmente, i suoi preziosi abiti. La moda per Frida era politica fatta tessuto, e lungi dall’essere un “costume di scena” da indossare in certe occasioni, era per lei una seconda pelle e abbraccia con entusiasmo il colore e il costume tradizionale del Messico meridionale, che usa per esprimere la sua identità culturale e la sua devozione alla causa della rivoluzione messicana.

Tutto di Frida Kahlo era coraggioso: era una rivoluzionaria, un’amante appassionata, un’artista audace. Ma la sua vita fu una sequenza di tragedie – dalla polio che da bambina la lascia con una gamba più corta all’incidente che, nel 1925, la lasciò invalida e dolorante per tutta la vita. Questa mostra sembra un santuario di quel dolore. Ci sono i corsetti di gesso su cui dipinge la falce e il martello del Partito Comunista a cui era devota; le medicine e gli antidolorifici, le stampelle e scarpe ortopediche e persino  la  gamba prostetica con un civettuolostivale rosso.

La sua vita fu una sequenza di tragedie: dalla polio che da bambina la lascia con una gamba più corta dell’altra, all’incidente nel quale perde quasi la vita e che la lascia severamente menomata e impossibilitata ad avere figli. E che dire del matrimonio con Diego Rivera (1886-1957), pittore e muralista messicano, molto più grande di lei e donnaiolo impenitente? Neanche a dirlo le sofferenze sentimentali non si fecero attendere e anche Frida si buttò nei rapporti extraconiugali, etero e non. Nel 1939 arrivarono persino a divorziare in quanto Rivera arriva a tradirla con Cristina Kahlo, la sorella di Frida, ma si risposarono nel 1940 a San Francisco.
In mostra anche i suoi autoritratti e le luminose e coloratissime fotografie di Nicholas Murray, con cui la Khalo ebbe una celebre storia d’amore. Ed ora scusate, ma devo andare a comprare qualche fiore da mettere tra i capelli…

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 4 Novembre 2018
Frida Khalo: Making Herself Up

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

Back in time: Modern Talking – You’re My Heart, You’re My Soul

Alzi la mano chi si ricorda dei Modern Talking il duo tedesco composto da Dieter Bohlen e Thomas Anders. Non molti? Suvvia, almeno voi ex adolescenti degli anni Ottanta non fingete, che questo You’re My Heart, You’re My Soul e’ stato il tormentone dell’estate 1984! 🙂 I capelli alle Charlie’s Angels poi sono notevoli! 🙂

Quando Carlo II inventò l’abito a tre pezzi

Ai nostri giorni è il guardaroba delle donne della famiglia reale britannica ad essere passato al microscopio. Da quando Meghan Markle, la nuova Duchessa del Sussex è entrata a far parte di casa Windsor, non passa giorno che il suo visetto sorridente non faccia capolino dalla prima pagina di qualche quotidiano, di solito accompagnato da un lungo articolo sul cosa la suddetta duchessa indossi (o, nel caso di Kate Middleton, cosa ha indossato e quante volte), cosa indosserà, il prezzo, la marca e naturalmente il nome dello/a stilista di turno. Ma c’è stato un uomo che nonostante essere morto da oltre trecento anni è considerato il creatore di un tipo di abbigliamento maschile ancora in uso adesso, l’abito a tre pezzi. Parlo del re della Restaurazione, Carlo II (1630-1685).

Quando nel 1659 il protettorato retto da Richard Cromwell (il debole figlio di Oliver) cadde, Carlo Stuart, in esilio in Francia alla corte del cugino-sovrano Luigi XIV (1638-1715), fu formalmente invitato a tornare a fare il re in patria. Non se lo fece dire due volte e il 25 maggio del 1660 Carlo sbarcò su suolo inglese. Pochi giorni dopo entrò trionfalmente a Londra dove, il 23 aprile 1661 fu incoronato re d’Inghilterra, Scozia e Irlanda nell’abbazia di Westminster, secondo la tradizione.

 

Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection
Charles II of England in Coronation robes by John Michael Wrigh, circa 1661-1662, Hampton Court Palace. London Royal Collection

Tuttavia, sebbene fosse stato invitato a tornare in Inghilterra per regnare, Carlo era consapevole che la sua posizione come sovrano era ancora molto incerta. Esasperato da undici anni di puritanesimo, durante il quale Oliver Cromwell e i suoi seguaci avevano soppresso meticolosamente la danza, il teatro, il gioco d’azzardo, il Natale e tutte le cose che rendono la vita interessante, il Paese rivoleva la monarchia nella speranza che con il nuovo re almeno la vita sarebbe tornata ad essere nuovamente divertente. Il sovrano sapeva di non poter permettersi mosse false, che in fondo suo padre Carlo I era stato condannato a morte e decapitato solo undici anni prima, nel 1649, per essere stato troppo stravagante e spendaccione. E allora sceglie la strada del compromesso. Era tornato per fare il re e voleva apparire tale, ma voleva anche mandare un messaggio rassicurante ai suoi nuovi suddidti. E cosa meglio degli abiti per esprimere un concetto così semplicemente complesso? In fondo proprio il suo stesso cugino Luigi XIV  aveva detto “La moda è lo specchio della storia” e il Re Sole di moda se ne intendeva…

Carlo II si buttò con entusiasmo nel suo nuovo ruolo di monarca restaurato, scegliendo con cura cosa indossare e come presentarsi. Il problema principale era che lo splendore francese (e le mode) non erano popolari in patria. Questo era un problema per Carlo, che aveva trascorso parte della sua vita in Francia, dove era stato spedito dal padre nel 1646 quando era ancora principe di Galles, per metterselo al sicuro, una volta chiaro che le Teste Rotonde di Oliver Cromwell avrebbero vinto la guerra civile. Ma Luigi XIV viveva in grande opulenza, ed era evidente che ogni associazione anche remota del sovrano britannico con l’abbigliamento del re Re Sole che era: a) francese, b) cattolico, c) sovrano assoluto (non necessariamente in quest’ordine…) non sarebbe andato giù al Parlamento.

Carlo II deve giostrarsi in una situazione difficile. Come il suo modaiolo cugino francese, anche il nostro è perfettamente cosciente dello strettissimo legame tra moda e potere politico e cerca di ricreare alla corte inglese quello che aveva visto durante il suo esilio alla splendida corte francese, naturalemente in modo molto più ridotto. Ma in un momento in cui l’Inghilterra si stava riprendendo da una serie di tragedie come la guerra del 1664, la peste del 1665 e il grande incendio di Londra che, nel 1666, aveva distrutto una parte della capitale, avevano prostrato l’economia e prosciugato le finanze del Paese, era chiaro che non c’era posto per gli sprechi.

John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II
John Rose (1619–1677), the Royal Gardener, presenting a Pineapple to King Charles II (1630–1685) Henry Danckerts Royal Collection Trust / © Her Majesty Queen Elizabeth II

Così, per mettere a tacere una volta per tutte le voci che la sua corte fosse dissoluta e spendacciona, il 7 ottobre 1666 Carlo emise una dichiarazione con cui ripudiava le “mode francesi”. Invece, avrebbe adottato ciò che era noto all’epoca come il “giubbotto persiano”, un lungo panciotto bordato di nastri in vita e al ginocchio da indossare con un cappotto, anch’esso al ginocchio, con polsini ampi e risvoltati per mostrare la camicia di lino sottostante, realizzato in lana inglese e non in seta francese. Quello di Carlo è uno stile semplice nei colori e materiali, come mostra il dipinto di Henry Danckerts raffigurante John Rose il giardiniere reale che offre un ananas a Re Carlo II appartenente alla Royal Collection e di cui ne esiste una copia nella seicentesca Ham House, nell sobborgo londinese di Richmond.

Il dipinto è insolito, in quanto raffigura Carlo II che indossa un tipico abbigliamento alla moda degli anni 1670, piuttosto che le vesti cerimoniali o l’armatura in cui veniva solitamente raffigurato e che sembra gridare a chi guarda: “Guardatemi, mi vesto come voi: sono uno di voi!” Certo dietro l’ostentata semplicità di Carlo c’era anche un altro motivo: al contrario di quanto accadeva in Francia, le finanze del sovrano britannico erano strettamente controllate dal Parlamento – e questo valeva anche per le questioni di guardaroba. Gli sprechi non erano permessi. Ma non fatevi ingannare: la ricchezza sta tutta nei dettagli, che stiamo pur sempre parlando del re! L’enfasi si sposta su stoffa e taglio, non su volant e accessori come accadeva in Francia. Unici accessori permessi, una fascia, calze e scarpe con la fibbia. Con il trascorrere del tempo il gilet divenne sempre più corto, fino a raggiungere nel 1790 circa, la lunghezza che conosciamo oggi, arrivata a noi nella versione in bianco o nero indossata dal dandy per eccellenza Beau Brummel.

Sfortunatamente Luigi XIV rimase così poco colpito dall’ostentata semplicità di questo nuovo tipo di abbigliamento che decise di adottarlo per l’unico abito per cui lo riteneva adatto: la livrea dei suoi servitori. L’ennesima dimostrazione che il costume dice cose che le parole non dicono…

2018 ©Paola Cacciari

Grazie a Laura di Bellezza In The City che ha pubblicato questo mio post sul caro vecchio Carlo II sul suo blog! Laura si è fatta promotrice di una bellissima iniziativa sul suo blog, il Blogger Corner in cui ospita guest authors che hanno qualcosa in comune con i suoi interessi e la sua personalita’. Se non conoscete ancora, vi invito a farci un giro perchè è pieno di conisgli utili ed interessanti. Buona lettura!

Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

Al Fashion and Textile Museum la storia dell T-Shirt

Bianca o colorata, aderente o extra large, di lana (nella versione “maglia della salute”) o di cotone: cosa sarebbe il nostro guardaroba senza di lei, l’umile T-shirt? Tutti ne possediamo almeno una (o varie decine) e siamo così abituati alla sua discreta presenza nei nostri cassetti che non la notiamo neanche più. Senza la T-shirt io sarei rovinata, visto che la mitica maglietta di cotone e un paio di jeans sono praticamente le uniche cose che indosso estate ed inveno (ok, in inverno con vari maglioni di lana sopra…).

Ma come fece Andy Warhol elevando il suo barattolo di zuppa Campbell a soggetto per un quadro, così dedicando una mostra alla T-shirt il Fashion and Textile Museum di Bermondsey, non lontano dal Tower Bridge, ci mette sotto gli occhi una cosa che per anni abbiamo guardato senza vedere.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion non vuole essere una storia della T-shirt, che compilare una storia completa di questo indumento sarebbe un’impresa disperata. La mostra si limita a prendere in esame i momenti politici, storici e culturali in cui l’umile maglietta diventa protagonista nella moda e nel costume.

Il come questo semplice indumento nato dall’evoluzione della tunica a forma di “T” che esisteva già nel 500 D.C.  sia diventato un mezzo di espressione politica, culturale, musicale o cinematografica, è una storia affascinante. Utilizzata dai soldati dell’esercito americano e inglese sotto la camicia dell’uniforme durante la Seconda Guerra Mondiale, la semplice T-shirt bianca da indumento puramente funzionale delle divise sportive diventa negli anni Cinquanta improvvisamente sexy addosso a Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio (1951) e James Dean in Gioventù bruciata (1956).

Negli anni Settanta la T-shirt diverta politica. Artisti e attivisti trasformano la sua superficie bianca nel supporto ideale per il messaggio che volevano far pervenire al grande pubblico con la creazione di slogan colorati e spesso controversi.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Una delle più famose promotrici della T-shirt è l’inglese Katharine Hamnett famosa per aver indossato una maglietta decorata con un messaggio di protesta contro i missili nucleari in occasione di un incontro con l’allora primo ministro Margaret Thatcher nel 1984, ma forse piú famosa per aver creato quella con la scritta “Choose Life” indossata da George Michael nel video musicale degli Wham! Wake Me Up Before You Go Go. E che dire dell’iconica “Ignorance = Fear Silence = Death” creata da Keith Haring per la campagna di sensibilizzazione contro l’Aids.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Naturalmente enon poteva mancare una sezione dedicata al fan di cinema e musica che hanno fatto della t-shirt una bandiera d’appartenenza a gruppi musicali, movimenti giovanili e culturali come il Punk…

Dallo sport alla moda, dalla musica all’arte e al cinema la T-shirt è il piú universale dei mezzi espressivi e anche l’unico capo d’abbigliamento davvero inisex. Mica roba da poco….


Londra// fino al 6 Maggio 2018

T-shirt: Cult, Culture, Subversion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

2018 ©Paola Cacciari